L’Iran e il futuro dell’accordo sul nucleare

Negli ultimi giorni ha fatto scalpore l’annuncio del presidente Trump di voler ritirare gli USA dallo storico accordo sul nucleare con l’Iran. Il trattato, stipulato nel 2015 fra i 5 membri permanento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania, era stato uno dei successi politici e diplomatici dell’allora presidente Barack Obama.

Il vantaggio di questo accordo

Ci erano voluti anni di meticoloso lavoro diplomatico per raggiungere un accorso del genere. Sia la forte presenza anti-iraniana nel partito repubblicano statunitense, sia l’influenza del bastione anti-americano nel parlamento iraniano rendevano estremamente difficile raggiungere un’intesa.

Da parte iraniana fu il presidente Hassan Rouhani a convincere il Paese a vedere di buon occhio questo accordo: se l’Iran avesse cessato di arricchire l’uranio per il suo programma nucleare, gli Stati Unti e l’UE avrebbero cessato le gravi sanzioni economiche che gravavano sul Paese dal 2006.La prospettiva di aprire il “vergine” mercato iraniano a cospicui investimenti stranieri costituiva allora uno dei cavalli di battaglia della fazione pro-accordo.

Le sanzioni e la diffidenza americana

Nel 2006 i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania, offrirono all’Iran incentivi economici e la cessione di conoscenze tecniche sull’energia atomica “pulita” (cioè, per un suo uso pacifico come fonte di energia)  in cambio della rinuncia di Teheran al suo programma militare di arricchimento dell’uranio. In seguito al rifiuto di Teheran, l’Onu approvò nello stesso anno delle sanzioni economiche, aggravate nel 2007 dal congelamento di fondi e conti correnti iraniani ritenuti essere destinati allo sviluppo del programma nucleare.

Con il cambio al vertice negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump non ha fatto che criticare l’accordo e denunciare la malafede della controparte iraniana. Già ai tempi della sua campagna elettorale, Trump ha sempre sostenuto che l’Iran stava approfittando dell’accordo per mostrarsi un Paese pacifico agli occhi del Mondo, mentre in realtà stava ancora conducendo segretamente il suo programma nucleare.

Tuttavia, l’IAEA (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica), che aveva il compito di monitorare il rispetto dell’accordo da parte dei contraenti, anche con visite ispettive, ha sempre smentito le affermazioni di Trump. Finora l’Iran pare sia stato sempre puntuale nel rispettare gli impegni presi.

Colpo di scena

Ma all’improvviso la svolta. Circa due settimane fa, il presidente israeliano Netanyahu ha denunciato, durante una conferenza stampa, le “menzogne” dell’Iran. E’ stato reso noto che il Mossad avrebbe trafugato circa 55mila pagine di documenti e 183 dischi pieni di files sul programma nucleare iraniano. L’Iran avrebbe mantenuto, tra l’altro, un network di scienziati e tecnici specializzati, così da poter continuare il suo progetto nucleare in gran segreto.

 

Ovviamente, molte sono state le reazioni a questa rivelazione. Ad ogni modo, gli esperti pare siano tutti d’accordo sul fatto che quelle informazioni, nella sostanza, erano già a conoscenza dell’IAEA. Inoltre, pare che anche alla CIA fossero già noti quei contenuti, che non potrebbero essere in ultima analisi considerati una violazione dell’accordo.

Ma Trump ha colto subito la palla al balzo, annunciando il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo e l’imminente arrivo di nuove sanzioni. Tuttavia, buona parte della comunità internazionale considera gli USA, e non l’Iran, il vero trasgressore. Annunciare nuove sanzioni in maniera unilaterale, sulla base di informazioni la cui genuinità deve essere ancora dimostrata, sono una flagrante violazione degli accordi presi nel 2015.

Sinistre assonanze

Inoltre, vorrei aggiungere, non è la prima volta che si adducono sensazionali ritrovamenti da parte di servizi segreti come pretesto politico per atti estremi. In molti si dovrebbero ricordare quando il 5 febbraio del 2003 l’allora Segretario di Stato Colin Powell si presentò all’ONU sbandierando faldoni di documenti di intelligenze come prova di un riarmo chimico dell’Iraq di Saddam. E come, in maniera teatrale, mostrò all’Assemblea una fialetta di antrace irachena sottratta dall’intelligence americana come prova. Solo molti anni dopo si seppe che quelle affermazioni, il cui scopo era quello di indurre l’ONU ad approvare un secondo intervento armato in Iraq, erano un falso prodotto ad hoc.

Gli interessi dell’UE

L’Unione europea, al contrario dell’America, ci tiene a tenere in vita l’accordo. Questi anni di pacifica collaborazione con l’Iran stavano cominciando a dare i loro frutti per i Paesi UE, senza dimenticare che l’Unione (Germania e Italia in testa) sono i partner commerciali privilegiati della Repubblica Islamica fin dai tempi della Rivoluzione.

Due giorni fa, a Bruxelles, è avvenuto l’incontro fra L’Alto Rappresentante UE, Federica Mogherini, con il ministro degli affari esteri iraniano Javad Zarif: al termine dell’incontro, la Mogherini ha affermato che l’Europa è fermamente convinta di voler salvaguardare l’intesa, e che il proficuo incontro con il ministro Zarif ha evidenziato l’impegno di Teheran a fare lo stesso.

 

 

 

Le ingerenze nei sistemi democratici dell’Occidente | Speciale Russia parte 4 di 4

L’influenza russa
Tra le criticità che la comunità di Intelligence statunitense sta affrontando nella gestione della sicurezza nazionale, la problematica maggiore deriva dagli attacchi informatici cibernetici condotti dalla Russia, attacchi messi in atto con l’obiettivo di influenzare le elezioni americane del 2016 e le elezioni del prossimo futuro. In una dichiarazione congiunta dell’ottobre 2016 del Department of Homeland Security (DHS) e dell’Ufficio del Direttore dell’Intelligence nazionale (DNI), la comunità di Intelligence ha indicato il governo russo come responsabile degli attacchi informatici e di Cyber propaganda (FBI Memorandum).

Ma nel mirino della Russia non ci sono soltanto gli Stati Uniti. Prove di ingerenza sono infatti state rilevate anche nelle elezioni europee. I leader di Germania, Francia e Gran Bretagna hanno pubblicamente accusato la Russia di interferire nelle loro ultime elezioni. Le prove dimostrano che la Russia stava finanziando campagne e utilizzando tecniche di propaganda analoghe per sostenere le parti con una piattaforma pro-Russia.

Da novembre 2015 a giugno 2016, due gruppi di servizi segreti russi (RIS) sono riusciti a infiltrarsi nei server del comitato nazionale democratico statunitense (DNC) rubando e-mail e informazioni riservate. Il primo gruppo, noto come Advanced Persistent Threat (APT 29), è entrato nel sistema nell’estate 2015. Il secondo, APT 28, è entrato nella primavera del 2016. Entrambi i gruppi hanno attaccato organizzazioni, gruppi di riflessione e università in tutto il mondo. L’APT 29 evita il rilevamento durante il phishing su reti sicure, mentre l’APT 28 si propone come organizzazioni legittime per ingannare le vittime nell’inserimento di informazioni personali. Una di queste vittime era John Podesta, responsabile della campagna di Hillary Clinton. Entrambi questi gruppi sono stati in grado di compromettere il partito politico democratico attraverso una serie di e-mail sofisticate di spear-phishing.

Il timeline dell’attacco agli Stati Uniti

I dati e le informazioni trafugate dai gruppi di hacker russi sono state poi fornite al sito web Wikileaks, che il 22 giugno 2016 ha pubblicato e-mail che mostravano membri di alto livello del DNC coinvolti in pratiche oscure e non etiche. Pochi giorni dopo, il 26 giugno 2016, i funzionari dell’intelligence statunitense hanno dichiarato di avere “alta fiducia” nell’ indicare come responsabile dell’attacco al DNC la Russia. L’8 novembre 2016, Donald Trump, il candidato favorito dalla Russia, è stato eletto presidente.

In una valutazione congiunta dell’intelligence del dicembre 2016, la Central Intelligence Agency (CIA), l’Agenzia per la sicurezza nazionale (NSA), e l’FBI, hanno dichiarato che: “Il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato una campagna di influenza nel 2016 rivolta alle elezioni presidenziali americane. Gli obiettivi della Russia erano di minare la fede pubblica nel processo democratico statunitense, denigrare il segretario Clinton e danneggiare la sua eleggibilità e la sua potenziale presidenza. Si rileva ulteriormente che Putin e il governo russo ha sviluppato una chiara preferenza per il Presidente eletto Trump”.

La Russia ha dunque usato questa campagna di influenza per concentrarsi sulle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, cercando di ferire i candidati percepiti come ostili al Cremlino. Più tardi, nel dicembre del 2016, il presidente Obama ha imposto sanzioni economiche alla Russia ed ha espulso trentacinque agenti dell’intelligence russa.

Gli attacchi all’Europa occidentale

Per tutto il 2016 e il 2017, la Russia ha anche utilizzato tattiche simili per influenzare le elezioni nei paesi dell’Europa occidentale. La Russia ha mostrato un forte interesse soprattutto verso i partiti di estrema destra, partiti che il Presidente Putin sta sostenendo cercando di capitalizzare sulle crisi economiche e di sicurezza in Europa, costruendo così un forte sostegno popolare.

Il Cremlino ha fornito finanziamenti e sostegno al Front National francese, all’ Alternative für Deutschland tedesco, al Partito per l’indipendenza del Regno Unito e ad altri partiti politici europei di estrema destra. Sebbene non tutti questi partiti politici abbiano avuto successo, l’interesse russo dimostra l’obiettivo di ampliare la propria influenza su diversi fronti.

Seguendo la cronologia degli eventi, si può presumere quasi con certezza che la Russia continuerà a compiere azioni segrete per influenzare le elezioni straniere sostenendo candidati pro-Russia, avanzando l’agenda politica del Cremlino nell’ Occidente. Sebbene l’America continui ad investire nella sicurezza informatica, e nonostante colossi dei social media, Facebook ad esempio, stiano iniziando a prendere contromisure per reprimere la diffusione della disinformazione, il Cremlino continuerà comunque i suoi attacchi informatici agli apparati democratici occidentali, data l’avanzata capacità di esecuzione e il basso costo relativo alle operazioni stesse.

Il valzer delle sanzioni | Speciale Russia parte 3 di 4

Sanzioni sì, sanzioni no. L’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, Nikki Haley, annuncia il 15 aprile l’introduzione di nuove misure contro la Russia per punirla del suo sostegno ad Assad. Passano poche ore e la Casa Bianca smentisce l’annuncio della Haley: Trump non intende alzare ulteriormente il livello dello scontro dopo il raid missilistico in Siria.

Un conflitto interno alla diplomazia USA, che però riporta prepotentemente il tema delle sanzioni antirusse al centro del dibattito internazionale.

 

L’Ucraina: madre di tutte le sanzioni (o quasi)

Tutto era iniziato il 6 marzo 2014. In una delle fasi più infuocate della crisi ucraina, durante l’occupazione della Crimea da parte dell’esercito russo, gli Stati Uniti lanciarono una prima ondata di sanzioni contro la Russia. Nel corso dell’anno, con l’inasprirsi delle tensioni internazionali e con l’infuocare della guerra nelle regioni separatiste, nuove misure contro individui e società russe furono introdotte sia dagli USA sia dai suoi alleati. I Paesi occidentali accusavano la Russia di destabilizzare deliberatamente l’Ucraina e di aver annesso in modo illegale la Crimea. Queste disposizioni furono estese e rinnovate negli anni successivi e in prima fila al fianco degli americani si schierarono Canada e Unione Europea.

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Il referendum sull’adesione della Crimea alla Russia fu tra le cause scatenanti delle sanzioni

L’UE, allineandosi agli Stati Uniti, ha gradualmente inserito misure restrittive contro Mosca fin dal giorno successivo al referendum di adesione della Crimea alla Federazione Russa (17 marzo 2014). Le sanzioni dell’Unione sono di diverso tipo: diplomatiche, individuali ed economiche.

Il primo genere di provvedimenti aveva l’obiettivo di isolare la Russia nel panorama internazionale, stabilendo, fra le altre cose, di sospendere i colloqui sul nuovo accordo bilaterale. La scelta più rilevante dei Paesi europei fu senz’altro quella di sospendere la Russia dal G8, il vertice delle maggiori potenze industriali del mondo. Dal 2014 il forum si è tenuto nel formato G7 e non si è più posto riparo all’estromissione di Mosca.

Le sanzioni individuali prevedono invece il congelamento dei beni e il divieto di viaggio in UE per 150 persone e 38 entità russe, le cui azioni, secondo il Consiglio europeo, “hanno compromesso l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina”.

Infine, l’UE ha imposto restrizioni alle relazioni economiche con la Crimea, alla cooperazione economica con la Russia e agli scambi in settori economici specifici. Quest’ultima tranche di sanzioni economiche è quella più significativa, introdotta a luglio e settembre 2014 e da allora prorogata più volte. Attualmente è in vigore fino al 31 luglio 2018. Tale pacchetto di misure è vincolato alla piena attuazione degli accordi di pace di Minsk (riguardanti la guerra in Ucraina). Le sanzioni hanno come obiettivi principali limitare l’accesso al mercato dei capitali europei da parte di alcune banche e società russe, vietare il commercio di armi con la Russia e ridurre l’accesso russo a servizi e tecnologie utilizzabili nell’industria petrolifera.

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I governanti dei Paesi del G7

 

Il valzer delle sanzioni

Ma non è stata solo la crisi ucraina a scatenare le sanzioni antirusse. Uno degli ultimi atti dell’amministrazione Obama fu proprio l’espulsione di diplomatici russi e l’applicazione di altre misure punitive per l’interferenza russa nelle elezioni del 2016.

Anche sotto Trump la linea dura è stata mantenuta, nonostante i maggiori tentativi di distensione con Putin. Nell’agosto 2017 fu addirittura approvata un’apposita legge federale (“Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act”, traducibile come “Legge di contrasto agli avversari dell’America attraverso le sanzioni”) volta a disciplinare l’imposizione di sanzioni contro alcuni Paesi, fra cui la Russia. Fra la metà di marzo e il 6 aprile 2018, gli Stati Uniti hanno imposto ben due altre tranche di misure restrittive, che colpiscono funzionari, oligarchi, aziende ed entità russe. I motivi? I più svariati, dall’accusa di interferenza nelle elezioni Usa a quella di ingerenza nei Paesi europei, dal sostegno ad Assad agli attacchi hacker russi.

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“Qua la mano”. Putin sembra dubbioso

Nello stesso periodo, un ultimo episodio ha portato la tensione fra Occidente e Mosca a livelli da vera e propria Guerra fredda: l’avvelenamento dell’ex spia russa Skripal e di sua figlia, avvenuto in Inghilterra e attribuito dal Regno Unito ai servizi segreti russi, ha spinto gran parte dei Paesi europei, affiancati da NATO e Usa, a espellere 153 diplomatici russi. Una mossa eclatante, un’espulsione di massa di funzionari del Paese eurasiatico come forse non si era mai vista.

 

Come ha reagito la Russia alle sanzioni?

A ogni ondata di sanzioni, la Russia ha replicato a volte con semplici proteste diplomatiche, altre volte con serie contro-sanzioni. Nell’agosto 2014 ha imposto il divieto di importare alcuni prodotti, materie prime e generi alimentari agricoli realizzati negli Usa e nell’Unione Europea (oltre che in alcuni altri Paesi del blocco occidentale). L’embargo è stato rinnovato di anno in anno ed è attualmente in vigore fino a fine 2018.

Nel 2015 è stata diramata una lista nera di individui europei a cui è vietato entrare nel Paese e nel 2018, in rappresaglia alle espulsioni da parte dei Paesi occidentali, 189 diplomatici stranieri sono stati allontanati dal territorio nazionale russo.

Quel che è chiaro, dopo anni di tensioni, misure e contromisure, è che di certo non saranno delle sanzioni a spingere la Russia a rinunciare al suo ritrovato status di potenza mondiale. L’allontanamento dai partner occidentali non è riuscito infatti né a indebolire in modo decisivo il sistema politico della Federazione russa né a isolarla sul piano internazionale. Anzi, da una parte, le sanzioni e l’atteggiamento degli occidentali hanno alimentato nei russi la “sindrome d’accerchiamento”, che li ha spinti a stringersi ancor di più intorno al proprio leader e a sostenerne la politica estera, come è emerso anche dalle ultime elezioni. Dall’altra parte, in un clima di aperta ostilità con il blocco atlantico, la Russia ha dovuto ridisegnare la sua trama di alleanze e collaborazioni strategiche, avvicinandosi maggiormente ad altri Paesi, soprattutto Iran, Cina, Siria, ma anche Turchia. Ciò l’ha portata di fatto a ricoprire un ruolo ancora più determinante a livello mondiale: l’esempio più eclatante è la vittoria in Siria, grazie alla quale Putin è ormai un interlocutore obbligato e di primissimo piano nel Vicino Oriente, o i colloqui di pace di Astana, organizzati senza invitare gli Stati Uniti.

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Putin fra il presidente iraniano Rohani e quello turco Erdogan all’incontro di Sochi

 

Che effetto hanno avuto le sanzioni economiche?

A livello economico, le sanzioni antirusse hanno avuto complessivamente un effetto negativo sull’economia russa, come ammesso dallo stesso primo ministro Medvedev a fine 2014. Tuttavia, le loro conseguenze vanno contestualizzate nella più ampia congiuntura economica negativa che la Russia affrontò fra 2014 e 2016.

Nel corso del 2014 e del 2015, infatti, si verificò un brusco calo del prezzo del petrolio, sceso dagli oltre 100$ al barile di inizio 2014 ai 29$ al barile di inizio 2016. Questo crollo danneggiò in modo molto significativo l’economia russa, fortemente dipendente dalla produzione e dall’esportazione dell’oro nero. La crescita del PIL russo rallentò nel 2014, mentre nel 2015 si entrò in recessione. Il difficile triennio dal ’14 al ’16 fu segnato anche dal deprezzamento del rublo contro il dollaro.

prezzo petrolio oil price
Si nota chiaramente il crollo del prezzo del petrolio nel 2014, continuato anche nel 2015. Dal 2016 è tornato a crescere (dati: tradingview.com, via macrotrends.net)

Dal 2016 il prezzo del petrolio riprese a salire, ma soltanto dal 2017 il PIL russo tornò a registrare tassi di crescita positivi: la tendenza al miglioramento sembra permanere anche nel 2018, nonostante le sanzioni ancora in vigore.

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Nel 2014 la crescita della Russia rallenta e nel 2015 entra in recessione. Dal 2017 il PIL russo è tornato a crescere (dati del FMI)

Dati i numerosi fattori in gioco risulta perciò difficile isolare l’effetto economico delle sanzioni sull’economia russa, anche se è pacifico che esse abbiano avuto un impatto negativo.

Il peggioramento dell’economia russa nel triennio ’14-’15-’16 si è accompagnato a un parallelo calo delle importazioni di beni e servizi provenienti dai Paesi europei. In poche parole, peggiore è stato l’andamento dell’economia della Russia, minori sono state le nostre esportazioni verso quel Paese. Il calo delle esportazioni ha scatenato in Europa l’opposizione di alcuni Paesi, parti politiche e settori economici alle sanzioni verso Mosca. Infatti le sanzioni non solo hanno avuto alcuni effetti negativi sull’economia russa, ma hanno anche scatenato contromisure economiche russe contro l’importazione di beni da noi prodotti e danneggiato in generale le relazioni commerciali.

Un rapporto speciale dell’ONU del 2017 cita uno studio francese del giugno 2016 secondo il quale la perdita commerciale globale (calcolata come differenza fra i flussi commerciali previsti e quelli osservati) ammonterebbe a 3,2 miliardi di dollari al mese: inoltre tale impatto ricadrebbe per oltre il 76% sui Paesi dell’Unione Europea e coinvolgerebbe anche i beni non sottoposti direttamente a embargo.

Tuttavia, di recente, grazie anche alla ripresa dell’economia russa a partire dal 2017, le esportazioni dai Paesi UE nella Federazione Russa hanno ricominciato ad aumentare, nonostante le misure antirusse non siano state rimosse.

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In corrispondenza di ogni anno è riportata la variazione percentuale delle esportazioni rispetto all’anno precedente (elaborazione dell’autore su dati Eurostat)

 

Il dibattito sulle sanzioni e sui loro effetti resta dunque aperto: potrebbero schiudersi spazi di discussione ancora più ampi fra i Paesi occidentali, ora che Trump sembra mostrare cautela sull’introduzione di nuove misure punitive.

La crisi del diritto internazionale

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I bombardamenti del 14 aprile in Siria da parte di Stati Uniti, Francia e Regno Unito sono, de iure condito, manifestamente ed incontrovertibilmente illegali e contrari al diritto internazionale. Una palese ed inequivocabile violazione di ogni regola dello ius ad bellum.

Gli Stati Uniti e la Francia non hanno avanzato alcuna argomentazione legale, nel quadro del diritto internazionale, ma hanno insistito sulla doverosità e necessità di un deciso ma circoscritto intervento al fine di scongiurare la “normalizzazione” dell’uso di armi chimiche.

Una sorta di deterrenza il cui linguaggio ha il sapore delle rappresaglie.

Rappresaglie implicanti l’uso della forza armata che, alla luce del diritto internazionale, sono inammissibili.

Uso della forza e rappresaglie. Cosa stabilisce il diritto internazionale?

L’art. 2 par.4 della Carta delle Nazioni Unite pone in essere un divieto generale di ricorrere alla forza armata esteso anche alla sua minaccia. E’ ammesso solo in legittima difesa individuale o collettiva o se autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CdS).

Certo, l’art.2 par.4 non prevede espressamente un divieto di ricorso alle rappresaglie armate ma tale divieto è sancito nella Dichiarazione sulle relazioni amichevoli e nell’Atto finale di Helsinki.

La stessa Corte internazionale di giustizia, in riferimento alla Dichiarazione sulle relazioni amichevoli, si è pronunciata per l’appartenenza al diritto internazionale consuetudinario del divieto di rappresaglie armate.

Nella fattispecie, nel Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati adottata dalla Commissione del diritto internazionale (CDI), si afferma all’art. 50 che le contromisure non possono pregiudicare «the obligation to refrain from the threat or use of force as embodied in the Charter of the United Nations»

Sul punto è possibile quindi concludere che è ammessa la liceità delle rappresaglie unicamente nell’ambito dello ius in bello.

Le potenze responsabili dell’attacco condotto nella notte tra il 13 e 14 aprile 2018 non possono indubbiamente sostenere di aver agito per legittima difesa. Nel caso concreto nessuno dei tre Stati intervenienti aveva subito un attacco armato.

Le motivazioni del Regno Unito

Una motivazione sotto il profilo del diritto internazionale è invece stata data dal Regno Unito che ha cercato di fornire un fondamento giuridico a sostegno del proprio agire facendo leva sull’intervento d’umanità.

L’intervento d’umanità comporta una prolungata presenza in territorio altrui ed un mutamento di regime del governo al potere al fine di proteggere i cittadini dello stato territoriale da trattamenti inumani o degradanti.

Nel caso di specie però si è trattato di un intervento mirato ad impedire l’uso di armi di chimiche.

Si è trattato di attacchi privi di credibilità.

La domanda che dovrebbe porsi ciascuno di noi è quella relativa a quale sia esattamente la catastrofe umanitaria che ha l’esigenza di una risposta armata unilaterale.

Governo siriano e forze di opposizione hanno ucciso migliaia di civili con metodi disumani ma questo non sembra aver originato grandi azioni da parte delle potenze intervenienti nonostante l’utilizzo di armi convenzionali abbia avuto conseguenze ben peggiori e gravi in termini di perdite di vite umane rispetto all’utilizzo delle sostanze chimiche.

Solo una percentuale inferiore all’ 1% di tutte le vittime nella guerra è da associare all’impiego di sostanze chimiche.

Il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite

Alla luce delle considerazioni di cui sopra si perviene all’inaccettabile ed arbitraria conclusione secondo cui uccidere migliaia di persone con armi chimiche richiede un intervento militare unilaterale senza l’approvazione del CdS, mentre l’uccisione di centinaia di migliaia di persone con le armi convenzionali non sia meritevole di tutela.

Non sussiste un diritto d’intervento umanitario che venga esercitato dagli stati singolarmente o collettivamente considerati senza approvazione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Parimenti, il diritto di intervento umanitario non può avere luogo quando il CdS si trovi paralizzato a causa del veto di uno dei membri permanenti.

Certamente l’utilizzo di armi di distruzione di massa rappresenta un crimine internazionale, la cui repressione dovrebbe essere affidata alla Corte penale internazionale. Ciò però, nel caso concreto, si rivela inattuabile: la Siria non ha ratificato lo statuto della Corte, la quale non ha giurisdizione universale, tranne che non si voglia ritenere tale il deferimento di una situazione da parte del CdS. Ma, anche in tal caso, il deferimento della situazione da parte del CdS alla Corte non sarebbe concretizzabile,poiché una risoluzione in tal senso sarebbe arginata dal veto russo.

Limiti del diritto internazionale

Emerge allora chiaro che, chiosando quanto riteneva il prof. Conforti circa il diritto internazionale, “siamo di fronte ad un diritto che è tanto poco diritto e molto politica”.

Risulta pacifico che l’utilizzo di armi chimiche rappresenti una violazione nei confronti di tutti i membri della comunità internazionale.

Spetta certamente agli stati (uti singuli o uti universi) il diritto ad intervenire mediante misure non comportanti l’uso della forza (sanzioni) contro i responsabili e risulta oltremodo chiaro che, alla luce e nel rispetto del diritto internazionale, non ci si possa spingere più in là.

I bombardamenti costituiscono una chiara violazione della Convenzione sulle armi chimiche del 1993 di cui sono parte Usa, Regno Unito, Francia ed anche la Siria. USA/FR/GB ai sensi dell’art. IX non avevano alcun diritto ad intervenire militarmente, ma solo di richiedere ispezione per la ricognizione della realtà dei fatti. L’art. XII della medesima Convenzione disciplina espressamente i provvedimenti per risolvere una situazione e garantire l’adempimento,ivi comprese le sanzioni da porre in essere. Nel caso concreto, nella Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, stoccaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione, si afferma all’art. XII par. 4 che «la Conferenza degli Stati Parte sottoporrà, in casi di particolare gravità, la questione all’attenzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

Rebus sic stantibus, i bombardamenti sferrati contro la Siria alimentano i dubbi sull’effettiva capacità del diritto internazionale di regolamentare il ricorso alla forza nelle relazioni internazionali e facilmente rinnovano il sentore dell’esistenza di una profonda lacerazione o addirittura demolizione di tutto l’insieme di norme consuetudinarie e scritte che, a partire dal Patto della Società delle Nazioni del 1919, per poi proseguire con il Patto di Briand-Kellogg del 1928 ed in conclusione con l’entrata in vigore, il 24 ottobre 1945, della Carta delle Nazioni Unite, hanno tentato di limitare il ricorso alla guerra.

Pillole di politica estera – settimana XV

I principali avvenimenti di politica estera della XV settimana del 2018

 

L’attacco missilistico in Siria

Nella notte italiana fra il 13 e il 14 aprile Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno dato il via a un attacco contro tre obiettivi in Siria. Un totale di 105 missili sono stati lanciati contro un centro di ricerca e sviluppo a Damasco e due installazioni a Homs, che secondo il Pentagono sono strutture collegate alla produzione di armi chimiche. L’incursione è stata lanciata in seguito a un presunto attacco chimico avvenuto il 7 aprile a Duma: secondo le potenze occidentali tale attacco sarebbe stato compiuto dal governo siriano contro i ribelli e avrebbe colpito anche i civili, mentre Siria e Russia negano un qualsiasi coinvolgimento nell’accaduto.

I tre Paesi che hanno diretto i raid missilistici contro gli impianti siriani hanno affermato che non intendono rimuovere dal potere il presidente siriano Assad, ma soltanto colpire le sue capacità di condurre attacchi chimici in futuro.

 

Le reazioni all’attacco in Siria

La Siria e i suoi alleati hanno definito illegale l’attacco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna: la Russia, in particolare, li ha condannati per non aver atteso lo svolgimento di indagini indipendenti sullo svolgimento e sulle effettive responsabilità del presunto attacco chimico. Putin, inoltre, a quanto riporta l’agenzia russa Tass, ha dichiarato che “attraverso le loro azioni gli Stati Uniti (…) stanno di fatto collaborando con i terroristi”. Secondo il Ministero della Difesa russo, 71 dei missili lanciati sono stati abbattuti dalla difesa aerea siriana e non vi sono stati feriti. Dimostrazioni di piazza si sono svolte in Siria a sostegno del regime.

Inviati dell’OPAC (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) sono giunti nel frattempo a Damasco per svolgere indagini indipendenti sul presunto attacco chimico che ha scatenato le tensioni internazionali intorno alla Siria.

 

Nuove sanzioni degli Usa contro la Russia

La tensione fra Paesi occidentali e Russia continua a crescere anche dopo il lancio di missili contro Assad. Domenica 15 aprile infatti l’ambasciatrice degli Usa presso l’ONU, Nikki Haley, ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca per il suo sostegno al governo siriano. La Russia ha reagito con durezza: la portavoce del Ministero degli Esteri ha affermato che gli Usa vogliono colpire il Paese eurasiatico per il semplice fatto di essere un attore globale.

 

Orban trionfa nelle elezioni ungheresi

Il primo ministro ungherese Viktor Orban è stato riconfermato per la terza volta nelle elezioni tenutesi l’8 aprile. Orban ha ottenuto una larga vittoria, raccogliendo il 49,27% dei voti, grazie ai quali il suo partito Fidesz può occupare 133 dei 199 seggi dell’Assemblea Nazionale: un numero sufficiente anche per apportare modifiche alla Costituzione. La crescita dell’affluenza elettorale, al contrario di quanto prevedevano vari analisti, non ha indebolito il premier sovranista, anzi l’ha rafforzato. Nella gara elettorale si è posizionato in seconda posizione il partito nazionalista Jobbik (19%) e in terza posizione la coalizione di centrosinistra (12%).

 

Nuove manifestazioni pro-indipendenza in Catalogna

Centinaia di migliaia di manifestanti pro-indipendenza hanno marciato domenica per le strade di Barcellona per chiedere la liberazione dei politici indipendentisti incarcerati. I dimostranti erano 750mila secondo gli organizzatori, 315mila secondo le autorità. La manifestazione avviene in un periodo di forte instabilità politica per la Catalogna, che ancora non è riuscita a nominare un presidente in una situazione di perdurante scontro con le autorità centrali spagnole.

 

Il partito laburista israeliano rompe le relazioni con Corbyn

Il capo del partito laburista israeliano, Avi Gabbay, ha dichiarato in una lettera diffusa sui media la temporanea sospensione di tutte le relazioni formali fra il suo partito e il leader dei laburisti inglesi Jeremy Corbyn. Gabbay ha accusato Corbyn di permettere atteggiamenti antisemiti nel suo partito e di mostrare ostilità alle politiche del governo israeliano. Tale rimostranza formale segue alcune proteste che lo scorso mese dei gruppi ebraici britannici avevano svolto di fronte al Parlamento. Corbyn, sostenitore dei diritti dei palestinesi e critico verso Israele, si è scusato per i comportamenti antisemiti di frange del suo partito e ha promesso di raddoppiare gli sforzi per evitare che essi si ripetano.

Guerra in Siria. A chi vogliamo credere?

Per l’ennesima volta in Siria civili muoiono soffocati dai gas. Tutti si accusano a vicenda, ma qualcuno deve essere il colpevole.

I media di tutto il Mondo sono impegnati con il recente tiro al bersaglio di Gran Bretagna, Francia e Usa sulle installazioni militari siriane.

Come è noto, l’attacco è stato deciso come “punizione” per il recente uso che l’esercito siriano ha fatto nel Ghouta di agenti chimici. In particolare, nella città di Duma pare siano stati usati iprite e sarin per supportare le operazioni militari dell’esercito di Assad, il quale ha ormai strappato ai ribelli tuta la parte orientale della regione.

La Siria e la Russia gridano al complotto

Tuttavia, tre giorni fa alle Nazioni Unite, l’ambasciatore siriano Bashar al Jaafari aveva riaffermato che l’esercito siriano non ha mai fatto uso di gas durante il conflitto, e che questo non è altro che una macchinazione ordita dagli USA e dai sui alleati per screditare il regime di Assad. L’ambasciatore ha citato espressamente i servizi segreti Turchi e Sauditi, i quali avrebbero agito sotto direzione statunitense.

Subito gli aveva fatto eco il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, il quale aveva affermato che la Russia è in possesso di prove determinanti del coinvolgimento di “servizi segreti stranieri” in questa presunta messinscena. Inoltre, si è detto sicuro che gli operatori dell’OPAC non avrebbero trovato alcuna prova dell’uso di armi chimiche da parte siriana.

All’Ovest niente di nuovo

Gli esperti dell’OPAC, l’organizzazione internazionale per la proibizione e il disarmo chimico, proprio nella giornata di ieri hanno cominciato le loro indagini. Per parte loro, Francia e Gran Bretagna sono sicurissimi del fatto che il regime di Assad abbia di nuovo fatto ricorso alle armi chimiche. Nelle loro dichiarazioni pubbliche, sia il Presidente Macron che il Primo Ministro Theresa May  hanno sostenuto la necessità di questo attacco, affermando di essere in possesso di prove sicure dell’uso di armi chimiche lo scorso 7 aprile.

Il generale James Mattis, Segretario della Difesa degli USA, si è detto preoccupato per il fatto che ogni ulteriore attacco contro Assad, con la Russia e l’Iran in pieno stato di allerta, potrebbe portare ad una escalation potenzialmente incontrollabile. Probabilmente dello stesso parere sono Angela Merkel e il nostro Paolo Gentiloni, i quali hanno escluso un coinvolgimento armato dei rispettivi Paesi nel conflitto.

L’Italia al tempo stesso però, recita una nota di palazzo Chigi, non mette in discussione l’uso “difensivo” che l’aviazione statunitense fa delle basi di Aviano e Sigonella, in quanto operazioni volte al “supporto logistico delle forze alleate” e alla loro sicurezza. In effetti tutto ciò è davvero molto comodo, in quanto le operazioni altrimenti qualificate come offensive avrebbero bisogno di esplicita approvazione parlamentare. Ma la domanda che ci poniamo è: come si fa a capire se un drone armato americano è diretto a proteggere un convoglio di rifornimenti piuttosto che a bombardare una installazione militare siriana?

L’INTERVISTA | L’ex ambasciatore Sanguini: “Nella politica mediterranea l’Italia deve essere capace di trainare l’Europa”

Secondo Lei di quale visione vi è oggi bisogno per la politica estera italiana nell’ottica della Libia e del Mediterraneo?

Sono due logiche complementari. Oggi l’Italia potrebbe giocare un ruolo importante facendosi promotore di un incontro con le potenze regionali, soprattutto, e con quelle locali libiche, d’accordo con l’inviato delle Nazioni Unite Ghassan (Salamè n.d.r.), per metterle intorno a un tavolo e vedere se si riesce a trovare un punto di sintesi. Infatti fino a quando si va in ordine sparso, con l’Egitto, l’Arabia Saudita, il Qatar, Mosca, la Francia che tirano tutti da parti diverse, alla fine non se ne esce. Quindi mettersi al servizio di una conferenza multilaterale, internazionale, d’accordo con le Nazioni Unite per vedere di indurre soprattutto i locali a fare uno sforzo, cominciando da Tripoli e Tobruk (le città dove hanno sede i due governi libici ndr).

Riguardo al Mediterraneo, l’Italia in realtà continua a ribadirne l’importanza nevralgica; Gentiloni lo andava ripetendo a più riprese. È chiaro che però nell’attenzione sul Mediterraneo bisogna avere capacità di traino dell’Europa. Oggi ho l’impressione che questa capacità di traino sia abbastanza indebolita.

Parlo della capacità di traino dell’Italia verso l’Europa: trainare l’Europa per una politica concertata, come era previsto nel processo di Barcellona, nell’Unione per il Mediterraneo, in quelle configurazioni multilaterali che potevano servire allo scopo.

Tuttavia la premessa per fare questo discorso allargato al Mediterraneo è trovare uno sbocco al discorso libico, perché se non si trova uno sbocco a quello libico, neanche il Mediterraneo occidentale può entrare in un discorso complessivo.

L’ex ambasciatore Sanguini (foto tratta da lettera43.it)

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GLI ULTIMI SVILUPPI MILITARI IN SIRIA E IRAQ

La guerra in Siria e in Iraq non si ferma mai ed è difficile essere sempre al corrente di tutti i fatti più importanti: riassumiamo dunque i principali avvenimenti degli ultimi giorni per tenervi aggiornati sui recenti sviluppi in questo scenario. L’Isis sta subendo pesanti contraccolpi, ma continuano le divisioni fra le potenze che lo combattono. Inoltre negli ultimi giorni i confini della Siria sono stati interessati da aspre tensioni, a sud fra Israele e Siria e a nord fra Turchia e milizie curde.

Suddivisione del territorio siriano al 29 giugno 2017: in rosso le zone controllate dalle forze pro-Assad, in nero quelle in mano all’Isis, in bianco quelle in mano ad Al-Nusra, in verde quelle in mano ai curdi, in beige quelle controllate dai ribelli (da Wikimedia Commons; Ermanarich, Syrian Civil War map, CC BY-SA 4.0)

L’ISIS A RAQQA È ACCERCHIATO

La città di Raqqa, in mano all’Isis, continua a essere assediata dalle Forze Democratiche Siriane (FDS), sigla che indica una coalizione di milizie in maggioranza curde con elementi arabi e assiri. Raqqa è di fatto la capitale dello Stato Islamico in Siria e ormai è circondata su tutti e quattro i lati: le FDS, supportate dall’alleanza a guida statunitense, affermano che la sua riconquista “è solo questione di tempo”.

Nel frattempo però vengono lanciate alcune accuse alla coalizione guidata dagli USA, che secondo Amnesty International ha utilizzato munizioni al fosforo bianco in modo illegale nella periferia Raqqa: l’uso di questa arma è infatti vietato nelle vicinanze di insediamenti di civili (il comunicato di Amnesty International risale al 16 giugno).

 

AVANZANO LE TRUPPE LEALISTE IN SIRIA, MENTRE L’ISIS ARRETRA SU VARI FRONTI

La situazione del conflitto in Siria vede un generale arretramento delle forze dell’Isis, che sta perdendo terreno su vari fronti, oltre che a Raqqa. Le forze governative siriane stanno avanzando verso Deir El Zor, città assediata dall’Isis da tre anni, e hanno conquistato alcuni villaggi a sud di questa città, vicino al confine con l’Iraq, a quanto riporta l’agenzia di stampa iraniana Fars. Inoltre i lealisti e le milizie loro alleate sono avanzate ulteriormente a est di Palmira, avvicinandosi alla città di Sukhna, in mano all’Isis.

La situazione resta comunque molto delicata, dato che il 19 giugno un caccia americano F/A-18 Super Hornet ha abbattuto un jet SU-22 siriano, accusato da Washington di aver colpito aree occupate dalle milizie curdo-arabe sostenute dagli Usa. L’abbattimento ha avuto luogo presso Resafa, località non distante da Aleppo, dove i lealisti erano avanzati rapidamente nelle settimane precedenti entrando in contatto con le formazioni curde. Pronta è arrivata la condanna di Mosca, che ha definito l’azione un “atto di aggressione” e di “violazione del diritto internazionale”.

La tensione fra Russia e Stati Uniti è salita ulteriormente quando il 26 giugno un comunicato della Casa Bianca ha affermato che “gli Stati Uniti hanno identificato potenziali preparativi per un altro attacco chimico del regime di Assad” e che nel caso ciò dovesse verificarsi “lui e il suo esercito pagheranno un prezzo alto”. Questo comunicato ha colto di sorpresa vari esponenti dello stesso esercito americano, e la sua motivazione è rimasta incerta. Non è chiaro se l’avvertimento volesse essere un deterrente o se il suo obiettivo fosse quello di mandare un segnale di forza, oppure di preparare il terreno per un successivo attacco contro la Siria. Il giorno successivo al comunicato il portavoce del Pentagono Jeff Davis ha detto che gli Stati Uniti hanno di recente notato alla base aerea di Shayrat delle attività che ritengono collegate all’uso di armi chimiche, pur non dicendo come gli Stati Uniti abbiano raccolto queste informazioni. Nessun funzionario ha specificato il grado di rischio attribuito a un’azione simile e i portavoce della Casa Bianca non hanno aggiunto ulteriori chiarimenti. Il governo siriano ha vigorosamente negato le accuse, definendo il comunicato della Casa Bianca una provocazione, mentre la Russia le ha bollate come “inaccettabili”. Il governo siriano era stato accusato dagli Stati Uniti di aver effettuato un attacco chimico il 4 aprile, anche se le responsabilità e l’effettivo svolgimento degli eventi sono ancora dibattute e poco chiare.

 

FORSE UCCISO AL-BAGHDADI

Abu Bakr Al Baghdadi, leader dell’Isis, la cui sorte è incerta

Il capo dell’Isis Al Baghdadi forse è stato ucciso in un raid dell’aviazione russa nella periferia della città siriana di Raqqa, dove si teneva una riunione di alti comandanti dello Stato Islamico. L’informazione è stata diffusa il 16 giugno dal ministero degli Esteri russo, anche se non è stata confermata dal ministro Lavrov, né dalla coalizione a guida Stati Uniti né dal governo siriano. Il 23 giugno, a quanto riporta l’agenzia di stampa Interfax, il capo del comitato di difesa del Consiglio della Federazione russo (la Camera Alta del Parlamento) Viktor Ozerov ha affermato di credere che la probabilità che il capo dello Stato Islamico sia stato ucciso è vicina al 100 per cento. La sua morte sarebbe uno dei colpi più duri al gruppo jihadista nella guerra che infuria contro l’Isis da ormai tre anni.

 

L’ISIS PERDE ALTRO TERRENO A MOSUL

Mentre a Raqqa è circondato, l’Isis perde terreno anche a Mosul, città che di fatto è la sua capitale in Iraq. L’esercito iracheno infatti sta avanzando, supportato dalla coalizione a guida statunitense, e il 28 giugno ha ripreso due quartieri nella città vecchia di Mosul. Il generale Jabbar al-Darraji ha comunicato alla televisione di stato che “il cinquanta per cento di questa area è stato liberato”. Il 29 giugno le truppe irachene hanno conquistato la Grande Moschea di Al-Nuri, che otto giorni prima era stata fatta saltare in aria dai jihadisti. Proprio in quella moschea tre anni fa era stato proclamato il Califfato dello Stato Islamico. Si tratta di una vittoria simbolica di grande spessore per l’esercito iracheno, che infligge così un duro colpo al morale dei miliziani dell’Isis. La battaglia per Mosul dura da oltre otto mesi ma sembra avviarsi ormai alla sua conclusione, nel segno di una sconfitta per l’Isis.

 

TENSIONI AL CONFINE FRA SIRIA E ISRAELE

Si sono registrate tensioni al confine fra Siria e Israele: a quanto riporta Reuters, Israele ha comunicato di aver bombardato il 23 giugno installazioni militari del governo siriano e due carri armati dopo che alcuni proiettili provenienti dalla Siria avevano colpito le alture del Golan, zona occupata da Israele. Secondo una fonte militare siriana però gli attacchi di Israele hanno colpito anche un palazzo uccidendo dei civili. L’esercito siriano ha affermato che i colpi che hanno raggiunto il territorio in mano a Israele erano proiettili vaganti e ha definito l’attacco israeliano una “inaccettabile violazione” di sovranità. La zona interessata da questi eventi è la provincia di Quneitra, al confine fra le alture del Golan (occupate da Israele) e la Siria, dove l’esercito regolare siriano combatte contro fazioni ribelli, che comprendono milizie islamiste. Non è la prima volta che Israele colpisce la Siria durante il conflitto.

 

SCONTRI FRA TURCHI E CURDI NEL NORD DELLA SIRIA E DELL’IRAQ

Miliziani curdi dell’YPG presso Raqqa (Reuters)

Nel nord della Siria le forze turche e le milizie sostenute dalla Turchia si contrappongono alle truppe curde dell’YPG, sostenute dagli Stati Uniti. L’esercito turco ha affermato che l’YPG ha colpito la sera del 27 giugno le milizie dell’Esercito Siriano Libero, sostenute dalla Turchia, nella città di Azaz nel nord della Siria. Durante la notte fra 27 e 28 giugno l’esercito turco ha reagito con uno sbarramento d’artiglieria, distruggendo obiettivi curdi. Lo scontro fra curdi e turchi coinvolge anche il nord dell’Iraq, dove a quanto riporta l’esercito turco l’aviazione ha ucciso sette combattenti del PKK.

Il ministro della Difesa ha avvertito che Ankara reagirà contro ogni mossa pericolosa dei curdi dell’YPG e sembra che la Turchia stia rinforzando la sua presenza militare nel nord della Siria. Già l’anno scorso la Turchia aveva inviato truppe in Siria per supportare i ribelli dell’Esercito Siriano Libero, che combattono sia contro lo Stato Islamico sia contro le milizie curde. La Turchia infatti tratta come terroristi i curdi dell’YPG, i quali però sono sostenuti dagli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis. Stati Uniti e Turchia dunque, pur essendo alleati nella NATO, sostengono fazioni contrapposte nella guerra in Siria.

RUSSIAGATE | Per Donald Trump un giro senza fine sulle montagne russe

Maggio è stato un mese di fuoco sul fronte interno per Donald Trump, con i media statunitensi nuovamente scatenati all’attacco nella questione Russiagate. La situazione è più confusa che mai, il clamore mediatico intorno alla vicenda è enorme e da più parti si grida all’impeachment del presidente. Ma prima facciamo un po’ di chiarezza.

Che cosa significa Russiagate? Con questa espressione (che ricorda il Watergate, ossia lo scandalo che nel 1974 portò alle dimissioni di Richard Nixon dalla presidenza degli Stati Uniti) ci si riferisce allo scandalo relativo alle sospette interferenze della Russia nelle elezioni americane e alla presunta collusione di esponenti della campagna elettorale di Trump con il governo russo. Anche se non risultano prove verificate che confermino ciò, la vicenda ha avuto enorme risonanza ed è uno dei principali cavalli di battaglia dell’opposizione al presidente. Stanno investigando sulla vicenda l’FBI, le commissioni di intelligence del Congresso e il Dipartimento di Giustizia (il cui operato è supervisionato dal procuratore speciale Robert Mueller). Le indagini furono avviate segretamente dall’allora direttore dell’FBI James Comey nel luglio del 2016 e furono successivamente rese note da Comey stesso il 20 marzo del 2017.

È importante sottolineare che, dalle (poche) informazioni note, le indagini non riguardano direttamente la persona di Trump, ma hanno coinvolto membri della sua squadra, in primis Michael Flynn.

Costui, ex generale, fu nominato consigliere per la sicurezza nazionale ma dovette dare le dimissioni già il 14 febbraio, solo 24 giorni dopo essere entrato in carica. Il motivo delle dimissioni fu il fatto di aver comunicato “al vice presidente eletto e ad altri informazioni incomplete sulle telefonate con l’ambasciatore russo”, con il quale, secondo le accuse, avrebbe discusso telefonicamente delle sanzioni applicate dall’amministrazione Obama alla Russia. Michael Flynn era già stato messo in bilico dalle notizie riguardanti suoi contatti con funzionari russi e ora è stato convocato dal Senato per chiarire i suoi rapporti con il Cremlino. È del 23 maggio però la notizia che Flynn si è avvalso del Quinto Emendamento per rifiutarsi di presentare al Senato i documenti relativi ai rapporti con i russi, notizia che di certo non ha calmato le acque.

Il 9 maggio accade un altro evento importante: il direttore dell’FBI James Comey, responsabile delle indagini sul Russiagate, viene licenziato da Trump dopo che sul tavolo del presidente è arrivata una lettera in tal senso da parte del Vice Ministro della Giustizia Rod Rosenstein, che sottolinea l’inadeguatezza di Comey. La motivazione inizialmente addotta da Trump per il licenziamento è il modo in cui Comey ha gestito le informazioni sul caso delle email di Hillary Clinton (il cosiddetto mailgate dell’anno scorso). La Casa Bianca nega subito qualsiasi relazione fra il licenziamento di Comey e l’affare Russiagate, anche se nei giorni successivi all’accaduto Trump ammette di aver considerato anche l’affare russo nella sua decisione e ciò scatena da parte dei democratici accuse di interferenza nelle indagini.

L’ex direttore dell’FBI James Comey, licenziato da Trump il 9 maggio

Nuove accuse di relazioni pericolose coi russi vengono fatte dal Washington Post, il quale afferma che Jared Kushner, genero di Trump e suo importante consigliere, avrebbe proposto una linea di contatto segreta con la Russia in un incontro di dicembre. Sempre il Washington Post afferma che un alto funzionario USA è persona d’interesse nelle indagini FBI sul Russiagate (notizia del 19 maggio) e secondo alcuni si tratterebbe ancora di Kushner, il quale non sarebbe indagato, ma semplicemente sotto controllo. Nonostante l’accusa non sia stata verificata la notizia ha messo sotto pressione ancor maggiore l’amministrazione Trump. Tuttavia l’FBI non ha mai detto esplicitamente che Kushner è un obiettivo delle indagini e inoltre Kushner stesso si è proposto volontario per testimoniare di fronte alle commissioni del congresso.

Un altro evento che scatena clamore mediatico è l’incontro diplomatico fra Trump, alcuni suoi collaboratori, l’ambasciatore russo Kislyak e il ministro degli esteri russo Lavrov nello studio ovale il 10 maggio. In questo incontro Trump condivide delle informazioni su terrorismo e sicurezza aerea (come è in suo pieno potere fare), confermando una linea collaborativa in politica estera con il governo russo. Ma una fuga di notizie scatena la bufera. Il Washington Post accusa Trump di aver condiviso con i russi in questo incontro informazioni classificate e di aver messo a rischio le fonti e il partner che le aveva fornite (secondo il Post un Paese del Medio Oriente). La Casa Bianca risponde che non sono state condivise né fonti, né metodi di raccolta dell’intelligence, né operazioni militari che non fossero già pubbliche, definendo “pienamente appropriato” l’agire del presidente. Infatti il presidente ha ampio potere di declassificare informazioni segrete e quindi la sua azione non sembra essere illegale. Il senso delle accuse è dunque che Trump avrebbe violato l’etichetta dello spionaggio (condividendo con la Russia intelligence fornita da un Paese terzo) e soprattutto avrebbe fatto una mossa incauta verso la Russia, che da molti è vista non come un alleato contro il terrorismo ma come un rivale con cui collaborare il meno possibile. Tale avvenimento, anche se non ha nulla a che fare con le indagini, è stato assorbito ben presto dal clamore mediatico intorno al Russiagate e ha messo ancora più sotto pressione l’amministrazione. Il 17 maggio Putin ha offerto la trascrizione dell’incontro e ora si attendono ulteriori sviluppi.

Il ministro degli Esteri russo Lavrov e Donald Trump

Dall’atmosfera che si respira e soprattutto da quest’ultimo episodio appare come ormai la pressione mediatica sulla questione Russiagate (e più in generale sui rapporti con la Russia) sia altissima. Tuttavia a un occhio attento non sfugge il fatto che ormai tale pressione è intrecciata in parte a motivi politici, che hanno a che fare sia con il tentativo di destabilizzare l’amministrazione corrente e agitare lo spettro dell’impeachment, sia con l’ostilità verso la Russia di alcuni settori politici americani (democratici e repubblicani neocon), settori che non vedono di buon occhio il riavvicinamento alla Russia voluto da Trump. La loro ostilità è ben espressa dalle recenti dichiarazioni del senatore repubblicano John McCain, secondo il quale “Putin è la minaccia più grande, più ancora dell’Isis”.

In realtà allo stato attuale dei fatti le indagini sul Russiagate sono ancora in pieno sviluppo e non sono giunte ad alcuna conclusione certa. Non risultano prove verificate che dimostrino che azioni russe d’interferenza nel processo elettorale erano coordinate con consiglieri della campagna di Trump. Solo con lo sviluppo delle indagini sapremo quanto c’è di vero nelle accuse del Russiagate e se un eventuale procedimento di impeachment sarà giustificato. E ci vorrà del tempo.