Le Repubbliche Popolari del Donbass | Speciale parte 2 di 4

Sono ormai quattro anni che si combatte nell’est. Le Repubbliche separatiste tengono duro, ma l’Ucraina è decisa a non demordere. Anche ricorrendo a scomodi alleati.

Eccoci con il nostro secondo appuntamento dello speciale dedicato all’attuale situazione della crisi dei rapporti Russia-Occidente, con un occhio di riguardo al conflitto ucraino. La settimana precedente si erano ripercorsi i fatti che avevano portato alla crisi politica interna al Paese, e che era culminata nella secessione degli oblast’ di Donetsk e Lugansk, nomi ormai divenuti tristemente noti. Oggi vogliamo approfondire la peculiare natura di queste due realtà territoriali ed offrirvi un quadro dell’attuale situazione politica e militare.

Le repubbliche popolari

Nell’aprile del 2014 un gran numero di manifestanti contrari alle proteste di Piazza Maidan occupano diversi edifici pubblici nell’oblast’ di Donetsk, importante centro nella zona orientale del Paese, quasi al confine con la Federazione russa. Ricordiamo al lettore che tutta la macroregione del Donbass fino al Mar Nero costituisce una delle zone più ricche di tutta l’Ucraina, soprattutto grazie alle ingenti risorse minerarie.

Il giorno successivo viene proclamata la Repubblica popolare di Donetsk, cui seguirà il 24 aprile la secessione dell’oblast’ di Lugansk. In entrambe queste circoscrizioni si tennero dei referendum sulla secessione che godettero di una affluenza superiore all’80%. Con essi la popolazione delle due regioni promosse il progetto indipendentista con percentuali quasi bulgare (nel caso di Lugansk si espresse a favore non meno del 94% della popolazione).

La “Nuova Russia” e il Protocollo di Minsk

Le due repubbliche neo costituite dovettero fin da subito fronteggiare le reazioni militari di Kiev contro l’insurrezione. Notevole è stata la capacità della “Milizia popolare del Donbass”, ovvero la forza armata delle due repubbliche, nel contenere i violenti attacchi delle forze ucraine: il primo nucleo della milizia era già in via di formazione durante i primi giorni della rivolta. Le sue file vennero costituite da un nutrito numero di volontari locali ma anche da numerosi volontari provenienti dal mondo russo (in particolare ceceni ed osseti).

Le due repubbliche cercarono di guadagnare forza l’una dall’altra allestendo il cosiddetto “Progetto Nuova Russia”, ovvero una nuova confederazione che comprendesse le due Repubbliche neo-costituite. Il progetto venne abbandonato pochi mesi dopo con il Protocollo di Minsk: questo progetto, patrocinato dall’OSCE, consisteva in un accordo di cessate il fuoco e una provvisoria delimitazione territoriale, in vista di possibili sviluppi diplomatici. Al Protocollo aderirono, fra la fine dell’estate e l’inizio di settembre, sia i rappresentanti di Kiev che quelli delle due repubbliche scissioniste. Questo tuttavia non impedì una nuova escalation delle violenze, culminate in quella che è conosciuta come la seconda battaglia per il controllo dell’aeroporto di Donetsk. Da quel momento le ostilità si trovano in una sorta di stallo.

Indicativa rappresentazione della delimitazione concordata con il Protocollo di Minsk

Lo stallo

La situazione che si è venuta a creare presenta delle caratteristiche piuttosto anomale: il confine fra l’Ucraina e le due repubbliche si è attestato su una linea piuttosto stabile, anche se i piccoli scontri e le scaramucce fra piccole formazioni sono all’ordine del giorno. Altrettanto frequenti sono i bombardamenti da parte ucraina delle zone lungo il confine, alle quali la Milizia popolare risponde con un più intenso fuoco di piccolo calibro.

Notevole è la capacità organizzativa delle forze separatiste, le quali, essendo formate da un gran numero di volontari con pregresse esperienze militari, si sono organizzate su un sistema di Brigate indipendenti che supportano la Milizia popolare e che godono di un notevole equipaggiamento di produzione russa, compresi mezzi corazzati pesanti.

L’elevata quantità e qualità dell’equipaggiamento ha sollevato molti dubbi circa la condotta della Federazione russa: se consideriamo la fortissima posizione filorussa delle due repubbliche e la possibilità per la Russia di ottenere da questi nuovi amici notevoli quantità di materie prime (soprattutto carbone), non ci appare così improbabile l’ipotesi di un proficuo rapporto di riarmo fra la Federazione e le due repubbliche.

Una (a prima vista) eclatante confusione ideologica

Ciò che appare fin da subito molto interessante è la peculiare situazione politica ed organizzativa delle due repubbliche, soprattutto per quanto riguarda Donetsk. Pur essendo una “Repubblica popolare” vi sono articoli contenenti statuizioni particolarmente reazionarie. Ad esempio, l’Art. 9 pone il cristianesimo ortodosso del Patriarcato di Mosca come religione ufficiale, mentre gli articoli 31 e 12 censurano rispettivamente i rapporti omosessuali (definendoli espressamente “perversi”) e l’aborto.

Inoltre numerosi componenti del governo hanno un passato molto contrastante. L’attuale “Governatore del popolo” Pavel Gubarev non solo iniziò la propria esperienza nella politica all’interno di un’organizzazione neonazista russa, ma ha dimostrato in molte occasioni pubbliche vicinanza a personaggi come il filosofo e politologo russo Alexander Dugin.

Dugin è universalmente noto come colui che ha rilanciato, verso la fine del secolo scorso, l’ideologia nazional-bolscevica (una sorta di sincretismo fra il comunismo più spinto ed una matrice di fondo nazionalista) e come aperto sostenitore di una nuova politica imperialista da parte della Russia. Tanto per dare un’idea del personaggio citiamo due fra le sue opere più famose: “Il Fascismo immenso e rosso” e “Eurasia. La Rivoluzione conservatrice”.

Aleksandr Zacharčenko, Presidente della Repubblica Popolare di Donetsk.

Il fascino della svastica

Ma le forze armate separatiste non sono le sole ad ospitare soggetti quantomeno dubbi nelle loro fila. Dall’altra parte del fronte, anche l’esercito ucraino non disdegna l’aiuto della svastica. Nei mesi subito successivi alla cruenta separazione, a causa della contestuale caduta del governo di Viktor Janukovyč, i militari ucraini non potevano godere di piena libertà di azione e dislocamento per tentare di contrastare i ribelli. Hanno sopperito a questo limite con la creazione di brigate formate da volontari provenienti da tutta Europa (soprattutto Italia, Francia e Spagna) ma che avevano quasi tutti in comune una spiccata propensione per la destra estrema. Vi vogliamo citare solo la più nota di queste formazioni, il Battaglione “Azov”.

Nato appunto come una formazione indipendente di combattenti, nello stesso 2014 è stata inquadrata dall’esercito ucraino all’interno del nucleo forze speciali della Guardia Nazionale (tanto da condurre un gran numero di operazioni insieme ai paracadutisti dell’esercito regolare ucraino). Sono stati ripetutamente accusati da agenzie di tutto il mondo di ripetuti e sistematici crimini di guerra, come torture, esecuzioni e mutilazioni. Il loro simbolo richiama lo Schwartze Sonne (il Sole nero molto amato dalla simbologia nazista) accompagnato dalla runa Wolfsangel (anch’esso simbolo runico molto amato dai nazisti, tanto che fu usato come stemma della 2° SS-Panzerdivision “Das Reich” durante la seconda guerra mondiale).

Ad esso si sono aggiunti altri reparti, come il Battaglione “Donbass”, i cui membri, come sorta di rito di iniziazione, sembra si facciano tatuare dai compagni delle svastiche sul petto.

Alcuni membri del Battaglione “Azov”. Appare evidente la simbologia nazista

La crisi dei rapporti Russia-Occidente | Speciale parte 1 di 4

La crisi che portò alla rottura

Oggi parte una nuova rubrica in più parti con la quale noi del Team Esteri del Momento ci proponiamo, ogni mese, di descrivere un argomento di politica estera.  Per iniziare tratteremo della crisi dei rapporti Russia-Occidente. La rubrica uscirà ogni weekend trattando di volta in volta  un aspetto diverso dell’argomento.

La crisi in Ucraina

Le relazioni tra paesi dell’Europa dell’Est e i restanti paesi europei, hanno visto un sostanziale miglioramento in seguito alla caduta del muro di Berlino. Lo stesso non si può dire dei paesi fuoriusciti dall’Unione Sovietica che, a parte le tre repubbliche baltiche, sono rimasti sostanzialmente sotto l’egemonia russa. Qualcosa cambia nel 2004, quando sull’onda della rivoluzione arancione arriva al potere Viktor Juščenko, il quale decide di uscire dall’ombra russa, per migliorare le relazioni con l’Europa. In risposta, Putin iniziò a fare pressioni sulla vulnerabile economia del paese, riuscendo alle elezioni del 2010 a far arrivare al potere Viktor Janukovyč. Il nuovo presidente, per tornare nelle grazie della Russia, decide di ritirare le richieste per entrare in Unione Europea e nella NATO, permettendo a Putin l’utilizzo delle basi navali in Crimea. Verso la fine del 2013, iniziarono le manifestazioni in piazza contro alcune misure pro Russia e anti europee, decise dal governo, la situazione degenerò rapidamente. A Febbraio 2014, il parlamento riesci a destituire Janukovyč, il quale si rifugia in Russia. Venne nominato ad interim Oleksandr Turčynov, il quale decise d’indire le elezioni per Maggio.

La Crimea

Pochi giorni dopo la destituzione di Viktor Janukovyč, in Crimea, che  era una repubblica autonoma dell’Ucraina  alcuni uomini armati entrarono nel parlamento locale sventolando una bandiera russa. Il giorno seguente uomini armati e con uniformi russe presero il controllo dei punti nevralgici della penisola, tra cui l’unica via d’accesso terrestre che collegasse la Crimea all’Ucraina. Il 16 Marzo, si tenne un referendum per decidere le sorti della penisola, il risultato fu assolutamente a favore dei Russi.

La guerra civile

Ad Aprile, manifestanti armati entrarono nel parlamento di Donetsk, nell’Ucraina Orientale, anche loro sventolando bandiere russe. Poco dopo dichiararono l’indipendenza e la nascita della repubblica. Nello stesso periodo, in un Oblast vicino nacque la Repubblica Popolare di Lugansk. Gli eventi che caratterizzarono la sua nascita sono del tutto simili a quelli avvenuti a Donetsk. Il governo Ucraino attese fino alle elezioni di Maggio per prendere dei provvedimenti a riguardo. Dalle elezioni uscì vincitore Petro Porošenko, che decise per la linea dura contro i ribelli. Se per la Crimea il nuovo presidente non poté fare molto perché  la penisola entrò di fatto nella federazione Russa, in questo caso decise di reprimere la rivolta nella zona del Dombass. In aiuto degli Ucraini, la NATO aumentò le esercitazioni  mentre Stati Uniti ed Europa imposero delle dure sanzioni alla Russia. Le sanzioni furono imposte, quando ormai era palese il coinvolgimento diretto di unità russe nella guerra.  A ormai 4 anni dall’inizio delle ostilità, l’esercito ucraino non è riuscito a sconfiggere la rivolta, mentre l’orso dell’Est combatte la recessione causata dalle sanzioni. La situazione sembra ancora molto lontana da una soluzione sia militare che diplomatica.