Trieste, un ritorno a casa

Un ritorno a casa, ma una casa fino ad allora sconosciuta, vista solo in un sogno dai contorni sfumati. A Trieste sono capitato quasi per caso: tre giorni liberi prima di Natale, un’occasione buona per fuggire dal luccichio tedioso di Milano e visitare un fratello trasferito lì.

Quando sono arrivato, il mare è stata la prima impressione. Per un figlio dell’Adriatico, il mare è una cosa seria, è una cosa che stringe le viscere e paralizza in estasi. Mentre il treno sferragliava in direzione della città, sussurravo il suo nome aspro, Trieste, come per cercare tra le labbra il suono delle onde che si infrangono sulla costa.

Mi accompagnava una guida d’eccezione, un compagno d’università triestino incontrato per caso a Venezia al momento del cambio di treno. Figlio di esuli istriani, nei suoi occhi si leggeva l’amore per la sua terra e per quel mare che è sempre lì ad aspettarti, come l’abbraccio di una madre che rivede il figlio emigrato.

Il mare di Trieste (foto dell’autore)

 

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