La fine dell’ETA e la promessa di pace per la Spagna

La Spagna ha tremato per più di 30 anni al pensiero dell’ETA. Attentati ed omicidi erano all’ordine del giorno. Ora finalmente la democrazia è riuscita dove il franchismo aveva fallito.

Dopo tanto tempo, finalmente la notizia che la Spagna aspettava da tanto: l’ETA ha finalmente cessato di esistere. Due giorni fa, l’organizzazione terroristica basca ha diramato un comunicato ufficiale nel quale dichiarava il suo definitivo scioglimento. L’organizzazione si è detta profondamente dispiaciuta per il dolore arrecato ai “civili innocenti” nel corso della sua guerra contro la Spagna, ma allo stesso tempo ha ribadito le “sofferenze storiche” subite dal popolo basco.

La via armata all’indipendenza

Forse i più giovani non avranno ben presente che cosa sia l’ETA. O meglio, che cosa sia stata. Tutto cominciò nel 1958, quando un gruppo di studenti universitari di Bilbao decisero di fondare una organizzazione politica indipendentista, di ispirazione marxista, che potesse lottare contro i soprusi del regime franchista nei confronti del popolo basco. Infatti, dopo vittoria dei nazionalisti nella guerra civile spagnola, il franchismo tentò di limitare il più possibile le richieste di autonomia della regione basca, da sempre percepita quasi estranea, in un certo qual modo, dalla ben più grande Castiglia in virtù di differenze etniche e culturali.

Proprio in ciò sta l’acronimo ETA: “Patria basca e libertà”. Ma le lotte politiche, frustrate dall’intransigenza del governo nazionalista spagnolo, portarono il gruppo, per utilizzare un’espressione divenuta celebre negli anni di piombo, sulla strada della “propaganda armata”. Il primo attentato avvenne nel 1968, e da quel giorno i morti sono diventati più di 800. Gli obiettivi sono stati i più vari, da alti esponenti delle forze armate e della politica ad illustri elementi del potere giudiziario, passando per cittadini e comuni poliziotti.

Operacion Ogro

L’organizzazione prediligeva l’utilizzo degli esplosivi. Molti sono stati gli attacchi condotti con questo strumento, ma il più celebre rimane l’attentato all’ammiraglio, Luis Carrero Blanco. L’attentato avvenne nel dicembre del 1973, a tre mesi dalla nomina del generale a successore del Caudillo Francisco Franco, morto appena un mese prima. La carica di circa un quintale di dinamite sventrò due palazzi, distrusse la chiesa da cui Blanco era appena uscito, e scaraventò la macchina dell’ammiraglio ad oltre 40 metri d’altezza, superando un palazzo di sei piani e precipitando nel cortile interno del palazzo stesso. Subito rivendicato dall’ETA, l’attentato è stato reso celebra fuori dalla Spagna dal celebre film Ogro del regista italiano Gillo Pontecorvo.

La sconfitta del terrorismo

La decisione di sciogliere la formazione non è tuttavia un fulmine a ciel sereno. Negli ultimi quindici anni il gruppo terroristico aveva visto calare costantemente il numero di simpatizzanti, in quanto la via della lotta armata e degli attentati (alcune volte quasi indiscriminati) non sembrava più un mezzo valido per ottenere risultati politici concreti. Già nel 2011 aveva fatto scalpore il comunicato con cui l’organizzazione dichiarava la rinuncia al conflitto armato, cui lo scorso anno era seguita la consegna di tutti le armi e le munizioni che l’ETA ancora conservava nei numerosi rifugi ai due lati dei Pirenei.

Mariano Rajoy ha replicato duramente al comunicato, affermando che “qualsiasi cosa facciano non avranno mai alcuna impunità per i loro crimini”. Intanto i dirigenti noti dell’organizzazione ancora latitanti, primo fra tutti Josu Urrutikoetxea (alias Josu Ternera), hanno annunciato il loro definitivo ritiro dalla vita politica. Tutti gli altri ex affiliati continueranno a lottare per una nazione basca “riunita, indipendente, socialista, di lingua basca e non patriarcale”, ma al di fuori dell’ETA ed accettando definitivamente le logiche del processo democratico.

Di seguito il comunicato originale dei terroristi sottotitolato in italiano:

La Corte di Giustizia UE: il Sahara Occidentale non fa parte del Marocco. Un passo in avanti per il popolo saharawi?

Una sentenza che sembra accontentare un po’ tutti, ma in realtà non soddisfa appieno nessuno. Il 27 febbraio 2018 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dichiarato valido l’accordo di pesca fra UE e Marocco, ma ha precisato che esso non è applicabile al Sahara Occidentale. La ragione è che “il territorio del Sahara occidentale non fa parte del territorio del Regno del Marocco”, una netta presa di posizione che rischia di complicare le relazioni diplomatiche fra i Paesi europei e il regno nordafricano.

Il Sahara Occidentale è una regione contesa, tradizionalmente abitata dal popolo saharawi. Sotto amministrazione spagnola fino al 1975, in seguito gran parte del suo territorio fu occupato dal Marocco e fu teatro di scontri militari fra indipendentisti ed esercito marocchino fino alla tregua del 1991. Il Fronte Polisario, che si batte per la libertà dei saharawi, reclama l’indipendenza della regione e l’ONU ha riconosciuto il diritto della popolazione ad autodeterminarsi e a svolgere un referendum sull’appartenenza al Marocco, anche se la consultazione è stata rinviata sine die in seguito a divergenze fra le parti in causa.

La lotta dei saharawi per l’indipendenza aveva un tempo molta risonanza a livello internazionale e nell’opinione pubblica occidentale, ma anche a causa di un perdurante stallo politico e militare è progressivamente finita nel dimenticatoio e non si è mai giunti a una soluzione definitiva del conflitto.

Il Sahara Occidentale: in chiaro la parte controllata dal Marocco, in giallo quella controllata dal Fronte Polisario

 

La sentenza

Il recente verdetto della Corte di Giustizia europea è un’altra tappa di questo travagliato percorso. La disputa era sorta nel 2016: l’organizzazione britannica Western Sahara Campaign (WSC), che difende i diritti dei saharawi, aveva presentato due ricorsi dinanzi all’Alta Corte di Giustizia di Inghilterra e Galles contestando l’inclusione delle acque adiacenti al Sahara Occidentale nell’accordo di pesca fra UE e Marocco. L’Alta Corte aveva poi deciso di sospendere il procedimento e di sollevare una domanda di pronuncia pregiudiziale presso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) riguardo alla validità del patto.

La CGUE ha deliberato che l’accordo di partenariato nel settore della pesca tra la Comunità Europea e il Marocco è valido. Tuttavia, esso non è applicabile alle acque adiacenti al Sahara Occidentale “in considerazione del fatto che il territorio del Sahara occidentale non fa parte del territorio del Regno del Marocco”. La Corte, che aveva espresso già in passato la precedente opinione, sottolinea inoltre che “l’inclusione del territorio del Sahara occidentale nell’ambito di applicazione dell’accordo di associazione […] violerebbe alcune norme di diritto internazionale generale”, compreso il principio di autodeterminazione.

Un verdetto un po’ salomonico, che mantiene valido l’accordo e tenta di non scontentare troppo nessuna delle parti in causa, allontanando lo spettro di uno scontro diplomatico immediato.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea

 

L’accordo UE-Marocco

Il patto di pesca è in vigore dal 28 febbraio 2007 e scadrà il 14 luglio prossimo. In cambio di circa 36 milioni di euro all’anno, il Marocco lascia pescare nelle sue acque più di un centinaio di navi europee, la maggioranza spagnole. Come riporta il quotidiano spagnolo “El Paìs”, il 91% delle catture europee si realizzano in acque prossime al Sahara Occidentale, la zona al centro delle controversie di cui abbiamo parlato.

Di fatto ora l’Unione Europea dovrebbe garantire che non si peschi in queste acque e il nuovo accordo dovrà essere rinegoziato rispettando quanto stabilito dalla Corte. Le incognite tuttavia sono molte, poiché un nuovo trattato che escluda queste acque rischierebbe di avere una ricaduta pesante sul lavoro dei pescatori europei.

 

Le conseguenze e le reazioni alla sentenza

Nell’immediato, i pescatori europei che operano nei pressi del Marocco possono però tirare un sospiro di sollievo, perché la decisione del massimo tribunale dell’Unione scaccia il timore di uno stralcio completo dell’accordo. Il 10 gennaio l’avvocato generale della Corte, Melchior Wathelet, aveva proposto infatti alla Corte europea di dichiarare invalido l’accordo di pesca, perché esso avrebbe violato l’obbligo da parte dell’UE di rispettare il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi. La Corte si è invece distanziata dal parere (non vincolante) dell’avvocato generale, adottando una linea più morbida.

Dall’altro lato, affermando che il territorio del Marocco non include il Sahara Occidentale, la Corte di Giustizia ha concesso ai saharawi una vittoria politica e diplomatica di una certa rilevanza, sebbene non completa né risolutiva. I saharawi infatti vedono sottolineato da un importante organismo internazionale il fatto che il territorio di cui reclamano l’indipendenza non è sotto la sovranità del Marocco. Questa notizia si aggiunge a un altro successo recente: il 23 febbraio un tribunale sudafricano ha stabilito che un carico di fosfato estratto nel Sahara Occidentale da imprese marocchine e bloccato dai sudafricani non appartiene ai marocchini, ma alla Repubblica dei Saharawi.

La reazione della diplomazia europea e marocchina alla sentenza della Corte di Giustizia europea è stata cauta. Il giorno stesso della sentenza l’Alto rappresentante per la Politica Estera dell’UE, Federica Mogherini, e il ministro degli Esteri marocchino, Nasser Bourita, hanno emesso un comunicato congiunto dichiarando di rimanere “determinati a preservare la cooperazione nel campo della pesca” ed esprimendo “la loro volontà di negoziare gli strumenti necessari” a tale scopo. Inoltre hanno sottolineato “la vitalità delle relazioni” e il supporto a “una soluzione politica definitiva” per il Sahara Occidentale.

Il Ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE Federica Mogherini

Alla fine di marzo sono iniziati i preparativi dei negoziati per il rinnovo del trattato di pesca fra Marocco ed UE, che dovrà tenere in considerazione la sentenza della Corte di Giustizia.

Resta ora da vedere se le esigenze commerciali spingeranno di nuovo a trascurare le richieste di indipendenza dei saharawi o se gli eventi recenti sbloccheranno una situazione ormai incancrenita qual è quella del Sahara Occidentale. Una situazione che per anni non si è risolta né con la guerra, né con la politica, e che forse nei meandri delle Corti e della diplomazia può trovare uno sbocco.

Il voto in Catalogna

Analisi del risultato elettorale delle elezioni in Catalogna del 21 Dicembre

 

Sono passati alcuni giorni dalle elezioni seguite allo scioglimento anticipato del parlamento della Catalogna, imposto dal governo centrale il 28 ottobre. Le elezioni sono state indette come risposta al tentativo di Puigdemont di dichiarare la repubblica Catalana.

I separatisti

La forza che preme per l’indipendenza della Catalogna è composta da tre partiti: Cup, Sinistra repubblicana e Junts per Catalogna. In queste elezioni il fronte indipendentista, ha conquistato il 47,5 %, grazie alla divisione dei collegi, occuperà 70 dei 135 seggi. La maggioranza assoluta dell’emiciclo è di 68 seggi.

Junts per Catalogna è il partito del presidente in “esilio” Carles Puigdemont.  Il partito ha avuto un buon successo elettorale, conquistandosi il ruolo di attore principale della transizione. Il leader in esilio ha già richiesto un incontro con Rajoy ma il Presidente spagnolo, che non lo riconosce come intermediario, ha rifiutato.

Sinistra repubblicana è un partito di stampo socialdemocratico, con una forte impronta indipendentista. Il suo leader Oriol Junqueras si trova in prigione per il supporto all’indipendenza. Marta Rovira ha ereditato il partito, ottenendo 32 seggi, configurandosi terza forza dell’emiciclo.

Cup è un partito di estrema sinistra, con una spiccata propensione per l’indipendentismo catalano. L’appoggio all’indipendenza della Catalogna, ha portato il partito a supportare le forze politiche presenti nelle Autonomie Locali spagnole. Ha il suo punto di forza nelle elezioni municipali, nelle aree autonome.

Gli unionisti

La compagine politica che vuole mantenere la Catalogna all’interno della Spagna ha ottenuto un ottimo risultato, con il 52,1 %.  La divisione in collegi gli ha consentito di occupare solo 65 seggi. I partiti unionisti sono: Popolari (PP), Catalunya en Comú, Partito Socialista Operaio Spagnolo, Ciutadans.

 

Partito Popolare è il partito di governo. Ha portato al potere Rajoy con tutti i limiti di un governo senza maggioranza. I popolari sono il principale partito di centro-destra della Spagna. Non hanno mai avuto un gran successo in Catalogna e in quest’ultima tornata elettorale, sono quasi spariti dalla regione. In compenso la linea dura del premier, nei confronti degli indipendentisti, ha premiato i popolari nel resto della Spagna.

Catalunya en Comú è la lista con la quale si presentava Podemos, il supporto della sindaca di Barcellona Ada Colau, non è bastato . Lista di sinistra, durante la campagna elettorale si presentava in una zona grigia, no all’indipendenza, si a al referendum sull’autonomia. Trovarsi nel guado non ha aiutato Podemos che non è riuscito a replicare l’exploit elettorale del 2015.

Partito Socialista Operaio è il più antico di Spagna, in origine di stampo socialista, ora si inquadra ideologicamente tra i partiti socialdemocratici. È il partito “stampella” del governo Rajoy, ha permesso la nascita dell’esecutivo astenendosi nelle questioni di fiducia. Questa elezione non li ha premiati, anche perché la partita politica si giocava sull’indipendenza della regione, argomento sul quale il partito non si è mai pronunciato favorevole.

Ciutadans è il vero vincitore di queste elezioni, formazione creata nel 2005 per contrastare gli indipendentisti Catalani. Nato dall’idea di Albert Rivera e portato al suo miglior risultato dalla leadership di Inés Arrimadas. Grazie all’ottimo successo elettorale, è il primo partito dell’assemblea, configurandosi come principale interlocutore del governo di Madrid.

 

Possibili scenari

Questa situazione istituzionale può portare a tre possibili conclusioni:

  • La prima vede il formarsi di un governo locale guidato dai separatisti. Prima condizione per iniziare il dialogo sarà la scarcerazione dei leader indipendentisti e un lasciapassare per l’esule Puigdemont. Risolto il problema dei leader, i separatisti dovranno decidere se cimentarsi con la secessione, rischiando lo scioglimento dell’assemblea e quindi nuove elezioni. Altrimenti potranno tentare di mediare col governo centrale una maggior autonomia della regione, restando nei canoni della costituzione.
  • La seconda possibilità potrebbe essere la creazione di un governo minoritario unionista, con l’approvazione del governo centrale. Questo governo avrà bisogno almeno di due seggi per insediarsi, o dell’astensione di una parte dei separatisti al momento del voto di fiducia. Superato lo scoglio iniziale, ci si potrà mettere d’accordo con una parte dei separatisti per far uscire la regione dalla palude in cui si trova.
  • La terza via, vede il mantenimento del commissario, per l’impossibilità di creare un governo stabile e che piaccia a Madrid. Costringendo l’esecutivo a indire al più presto nuove elezioni.

Per qualunque novità dovremmo aspettare la fine delle vacanze natalizie della cattolicissima Spagna.