Pillole di politica estera – settimana XVI

I principali eventi della XVI° settimana dell’anno

Il discorso Macron al parlamento di Strasburgo

Macron a Strasburgo ha fatto il punto sullo stato dell’Unione. Tra le principali preoccupazioni del leader francese, il ritorno dei nazionalismi che, come ha voluto ricordare, sono alla base della guerra civile europea del 1914-1945. Al problema dei nazionalismi, il presidente francese ha affiancato l’espansione dei populismi e la loro grande presa in Europa. La retorica populista, sfrutta i problemi delle società, esasperandoli, per portare voti alla forza politica che li sfrutta. Dopo aver elencato le sfide che l’Unione deve affrontare, ha parlato dei progetti per riformare l’Eurozona (fondo monetario, garanzia europea dei depositi bancari, ministro delle Finanze unico) e per migliorare l’integrazione europea, come l’Erasmus e l’ingresso di Albania e Macedonia nel concerto europeo. Molti paesi del Nord, si sono opposti alle idee di Macron riguardanti la riforma dell’Eurozona, mentre i partiti tradizionali dell’Europarlamento si sono detti favorevoli alle riforme, necessarie, per rilanciare la Comunità Europea .

Elezioni a Cuba

Il 18 Aprile per l’ultima isola del socialismo reale sarà ricordato ancor di più come un giorno speciale; nel 1961 avvenivano gli eventi della Baia dei porci, nel 2018, per la prima volta dal 1976, il presidente del paese non sarà più un Castro. Il futuro leader dell’isola sarà Miguel Díaz-Canel Bermúdez, 57 anni, ingegnere elettronico. Nato l’anno successivo alla rivoluzione, sarà il primo presidente del paese a essere cresciuto nel socialismo reale. Pare sia stato scelto da Raul Castro in persona per succedergli. La decisione sarebbe ricaduta su Miguel Díaz per il suo impegno nel sociale e il carattere discreto e moderato.

Stop di Kim ai test nucleari

Il 19 Aprile sono venuti alla luce gli incontri segreti tra Mike Pompeo, direttore della CIA e ora segretario di stato e Kim Jong-un, il leder della Corea del Nord. Il giorno seguente, il Leader Supremo s’è detto pronto a rinunciare ai test nucleari, per aprire un dialogo con gli Stati Uniti e i suoi alleati. Questa nuova mossa di Kim lascia tutti piacevolmente spiazzati, primo fra tutti Trump. Il presidente degli Stati Uniti, che aveva precedentemente affermato d’esser pronto a lasciare il tavolo delle trattative nel caso in cui la Corea del Nord non avesse dato qualche segno tangibile d’impegno verso la denuclearizzazione.

Indagine indipendente sull’uso di armi chimiche

Solo dopo due settimane dall’attacco, il 21 Aprile gli ispettori indipendenti hanno raggiunto i luoghi del presunto attacco con armi chimiche. Fino a quel momento le forze di sicurezza siriane, impedivano agli ispettori di compiere i propri rilevamenti. L’organizzazione con il mandato di compiere i rilevamenti è l’OPCW (Organisation for the Prevention of Chemical Weapons) parte delle Nazioni Unite. I membri dei team inviati, provengono da nazioni terze, non coinvolte con gli eventi in atto nel paese da esaminare. I campioni raccolti, sono in viaggio verso l’Olanda, dove saranno analizzati. Per un approfondimento sulla tematica clicca qui.

La crisi del diritto internazionale

raid siria diritto internazionale

I bombardamenti del 14 aprile in Siria da parte di Stati Uniti, Francia e Regno Unito sono, de iure condito, manifestamente ed incontrovertibilmente illegali e contrari al diritto internazionale. Una palese ed inequivocabile violazione di ogni regola dello ius ad bellum.

Gli Stati Uniti e la Francia non hanno avanzato alcuna argomentazione legale, nel quadro del diritto internazionale, ma hanno insistito sulla doverosità e necessità di un deciso ma circoscritto intervento al fine di scongiurare la “normalizzazione” dell’uso di armi chimiche.

Una sorta di deterrenza il cui linguaggio ha il sapore delle rappresaglie.

Rappresaglie implicanti l’uso della forza armata che, alla luce del diritto internazionale, sono inammissibili.

Uso della forza e rappresaglie. Cosa stabilisce il diritto internazionale?

L’art. 2 par.4 della Carta delle Nazioni Unite pone in essere un divieto generale di ricorrere alla forza armata esteso anche alla sua minaccia. E’ ammesso solo in legittima difesa individuale o collettiva o se autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CdS).

Certo, l’art.2 par.4 non prevede espressamente un divieto di ricorso alle rappresaglie armate ma tale divieto è sancito nella Dichiarazione sulle relazioni amichevoli e nell’Atto finale di Helsinki.

La stessa Corte internazionale di giustizia, in riferimento alla Dichiarazione sulle relazioni amichevoli, si è pronunciata per l’appartenenza al diritto internazionale consuetudinario del divieto di rappresaglie armate.

Nella fattispecie, nel Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati adottata dalla Commissione del diritto internazionale (CDI), si afferma all’art. 50 che le contromisure non possono pregiudicare «the obligation to refrain from the threat or use of force as embodied in the Charter of the United Nations»

Sul punto è possibile quindi concludere che è ammessa la liceità delle rappresaglie unicamente nell’ambito dello ius in bello.

Le potenze responsabili dell’attacco condotto nella notte tra il 13 e 14 aprile 2018 non possono indubbiamente sostenere di aver agito per legittima difesa. Nel caso concreto nessuno dei tre Stati intervenienti aveva subito un attacco armato.

Le motivazioni del Regno Unito

Una motivazione sotto il profilo del diritto internazionale è invece stata data dal Regno Unito che ha cercato di fornire un fondamento giuridico a sostegno del proprio agire facendo leva sull’intervento d’umanità.

L’intervento d’umanità comporta una prolungata presenza in territorio altrui ed un mutamento di regime del governo al potere al fine di proteggere i cittadini dello stato territoriale da trattamenti inumani o degradanti.

Nel caso di specie però si è trattato di un intervento mirato ad impedire l’uso di armi di chimiche.

Si è trattato di attacchi privi di credibilità.

La domanda che dovrebbe porsi ciascuno di noi è quella relativa a quale sia esattamente la catastrofe umanitaria che ha l’esigenza di una risposta armata unilaterale.

Governo siriano e forze di opposizione hanno ucciso migliaia di civili con metodi disumani ma questo non sembra aver originato grandi azioni da parte delle potenze intervenienti nonostante l’utilizzo di armi convenzionali abbia avuto conseguenze ben peggiori e gravi in termini di perdite di vite umane rispetto all’utilizzo delle sostanze chimiche.

Solo una percentuale inferiore all’ 1% di tutte le vittime nella guerra è da associare all’impiego di sostanze chimiche.

Il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite

Alla luce delle considerazioni di cui sopra si perviene all’inaccettabile ed arbitraria conclusione secondo cui uccidere migliaia di persone con armi chimiche richiede un intervento militare unilaterale senza l’approvazione del CdS, mentre l’uccisione di centinaia di migliaia di persone con le armi convenzionali non sia meritevole di tutela.

Non sussiste un diritto d’intervento umanitario che venga esercitato dagli stati singolarmente o collettivamente considerati senza approvazione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Parimenti, il diritto di intervento umanitario non può avere luogo quando il CdS si trovi paralizzato a causa del veto di uno dei membri permanenti.

Certamente l’utilizzo di armi di distruzione di massa rappresenta un crimine internazionale, la cui repressione dovrebbe essere affidata alla Corte penale internazionale. Ciò però, nel caso concreto, si rivela inattuabile: la Siria non ha ratificato lo statuto della Corte, la quale non ha giurisdizione universale, tranne che non si voglia ritenere tale il deferimento di una situazione da parte del CdS. Ma, anche in tal caso, il deferimento della situazione da parte del CdS alla Corte non sarebbe concretizzabile,poiché una risoluzione in tal senso sarebbe arginata dal veto russo.

Limiti del diritto internazionale

Emerge allora chiaro che, chiosando quanto riteneva il prof. Conforti circa il diritto internazionale, “siamo di fronte ad un diritto che è tanto poco diritto e molto politica”.

Risulta pacifico che l’utilizzo di armi chimiche rappresenti una violazione nei confronti di tutti i membri della comunità internazionale.

Spetta certamente agli stati (uti singuli o uti universi) il diritto ad intervenire mediante misure non comportanti l’uso della forza (sanzioni) contro i responsabili e risulta oltremodo chiaro che, alla luce e nel rispetto del diritto internazionale, non ci si possa spingere più in là.

I bombardamenti costituiscono una chiara violazione della Convenzione sulle armi chimiche del 1993 di cui sono parte Usa, Regno Unito, Francia ed anche la Siria. USA/FR/GB ai sensi dell’art. IX non avevano alcun diritto ad intervenire militarmente, ma solo di richiedere ispezione per la ricognizione della realtà dei fatti. L’art. XII della medesima Convenzione disciplina espressamente i provvedimenti per risolvere una situazione e garantire l’adempimento,ivi comprese le sanzioni da porre in essere. Nel caso concreto, nella Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, stoccaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione, si afferma all’art. XII par. 4 che «la Conferenza degli Stati Parte sottoporrà, in casi di particolare gravità, la questione all’attenzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

Rebus sic stantibus, i bombardamenti sferrati contro la Siria alimentano i dubbi sull’effettiva capacità del diritto internazionale di regolamentare il ricorso alla forza nelle relazioni internazionali e facilmente rinnovano il sentore dell’esistenza di una profonda lacerazione o addirittura demolizione di tutto l’insieme di norme consuetudinarie e scritte che, a partire dal Patto della Società delle Nazioni del 1919, per poi proseguire con il Patto di Briand-Kellogg del 1928 ed in conclusione con l’entrata in vigore, il 24 ottobre 1945, della Carta delle Nazioni Unite, hanno tentato di limitare il ricorso alla guerra.

Scottanti evidenze sui gas in Siria

Ad ormai più di una settimana dall’attacco missilistico in Siria, emergono dai media di tutto il Mondo dubbi sulla realtà delle cose come ci sono state presentate dalla Coalizione.

Nei giorni successivi l’attacco americano, inglese e francese contro la Siria continuiamo ad interrogarci sul presunto uso di gas tossici contro la popolazione civile. Ricordiamo che le forze di Assad sono state accusate dalla Coalizione di aver utilizzato gas di cloro e sarin contro la popolazione civile del Ghouta.

L’OPAC finalmente al lavoro

Gli ispettori dell’OPAC (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) sono giunti in Siria ormai da una settimana, ma ancora non avevano potuto svolgere le loro indagini, in quanto tre giorni fa una squadra dell’organizzazione aveva desistito dalle sue operazioni dopo che si era verificato un attacco con armi da fuoco nei confronti della squadra di sicurezza dell’ONU nella zona.

Nella giornata di ieri gli inviati dell’OPAC hanno finalmente potuto svolgere il loro compito, come riferisce l’organizzazione stessa in un suo comunicato ufficiale. Verranno stilate delle relazioni che saranno inviate alle nazioni aderenti alla Convenzione per il disarmo chimico.

Il dubbio

Ormai sul web diverse testate giornalistiche, anche molto note, incominciano ad avanzare sospetti circa l’effettivo utilizzo di questi gas. E se è vero che Theresa May e Macron hanno gridato di possedere le prove indiscutibili dell’uso dei gas da parte di Assad, tutti si chiedono perché si sarebbe dovuto utilizzare un mezzo tanto eclatante ed indiscriminato per fronteggiare una questione militare tutto sommato “convenzionale”.

Circa dieci giorni fa il giornale italiano “AnalisiDifesa.it” aveva avanzato l’ipotesi che tutto queste presunte “prove schiaccianti” non fossero altro che un banale tentativo di casus belli: effettivamente tutti ricordiamo le presunte armi chimiche di Saddam, pretesto per il secondo intervento statunitense nel Golfo; una dinamica analoga può essere ritrovata nell’intervento anglo-francese in Libia nel 2011. Questi esempi ci ricordano come più di una volta siano stati utilizzati come pretesto per l’azione armata informazioni fornite da fonti quantomeno dubbie, se non proprio inventate di sana pianta.

L’opportunità militare dell’uso di gas

Inoltre si fa notare come il gas di cloro (il cui uso deve ancora essere dimostrato dall’OPAC) non sia una vera e propria arma, ma un prodotto chimico di facile produzione. Difatti anche lo stesso Stato Islamico, negli anni passati, aveva fatto uso di agenti chimici nei combattimenti. Dunque si tratta di strumenti relativamente diffusi fra tutte le parti in conflitto.

Si badi bene che noi non intendiamo in questa sede sostenere la perfetta innocenza e correttezza del regime di Assad, provatamente colpevole di numerose violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Tuttavia, allo stesso tempo, non possiamo non interrogarci sulla motivazione che avrebbe spinto la Siria ad utilizzare un mezzo del genere, adatto a colpire in maniera rozza ed indiscriminata un grande numero di individui, quando in realtà le operazioni condotte dalle forz armate di Assd si limitano alla neutralizzazione di sparute sacche di resistenza, per di più in una regione che è stata già occupata.

Ed inoltre non si vede il motivo per cui il governo siriano avrebbe dovuto utilizzare un’arma così controversa proprio in un momento tanto delicato dal punto di vista internazionale, che avrebbe chiaramente fornito alla comunità mondiale un eclatante pretesto per ingerirsi nelle vicende della Siria.

Un’ultima considerazione su questo punto: l’obiettivo dell’attacco missilistico avvenuto circa dieci giorni fa. E’ stato rilevato che circa il 70% dei missili intelligenti sia stato diretto contro un sito di (presunta) produzione di armi chimiche presso Damasco, in quanto individuato come la fonte da cui provengono le armi chimiche. Tuttavia, negli ultimi anni, l’OPAC aveva già effettuato ben tre controlli in quella struttura, senza rilevare alcunché di allarmante. Le relazioni sono facilmente reperibili sul loro sito ufficiale. Possibile che la Coalizione non le avesse lette?

Incapacità dell’ONU

Con questo articolo non vogliamo in alcun modo difendere il regime di Bashar al Assad, in quanto i crimini commessi dalle sue truppe sono noti e ben documentati. Anche per quanto riguarda le armi chimiche, il cui uso da parte siriana è stato confermato più volte. Ma allo stesso tempo ci sembrava doveroso sollevare alcuni ragionevoli dubbi su avvenimenti tanto gravi, che le grandi potenze non sembrano volere approfondire (almeno pubblicamente). All’indomani dell’attacco di gas nel Ghouta, durante una seduta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Russia aveva utilizzato il suo diritto di veto per bloccar la proposta americana di creare una apposita squadra di indagine sulla faccenda. Quando poco dopo una proposta simile è stata avanzata dalla Russia, gli Stati Uniti hanno fatto la stessa cosa. Ed è con questi modi stupidi che le Nazioni Unite si bloccano ogni volta che il loro intervento sarebbe necessario, invitando così gli Stati ad agire unilateralmente.

L’escalation militare in Siria

Escalate to de-escalate, sembra essere il mantra di questi giorni all’interno dell’amministrazione statunitense, rappresentando un chiaro ritorno alla Madman Theory dei tempi di Nixon e Kissinger. Questa forma di politica estera impediva alle cancellerie dei vari paesi di prevedere le mosse della Casa Bianca.

Le motivazioni di Francia e Regno Unito

Prima di lanciare la sua rappresaglia, il presidente Donald Trump ha cercato alleati in Europa. Favorevoli all’intervento si sono dimostrati essere solo Inghilterra e Francia. La prima è decisa a rinsaldare la special relationship, che dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, permette all’Inghilterra di attingere agli armamenti americani e a speciali partnership economiche. In cambio il Regno Unito ha partecipato attivamente alle attività militari statunitensi, supportandole anche all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Francia dal canto suo è decisa a imporsi come leader europeo in vista della Brexit. Il paese resta l’unico dell’Unione Europea ad avere armamento nucleare e un posto permanente nel Consiglio di Sicurezza.

L’attacco

Fonti della CNN, riportano che durante l’attacco sono state utilizzate 118 munizioni di diverso tipo. I Panavia Tornado dell’aeronautica inglese, partiti dalle basi di Cipro hanno sganciato 8 missili Storm Shadow. Per quanto riguarda l’intervento francese, i suoi Rafale hanno sganciato sui bersaglio 9 missili Storm Shadow. La fregata multimissione classe FREMM della Marine Nationale ha lanciato sui bersagli assegnatigli 3 missili da crociera MdCN (Missile de Croisière Naval). Come sempre il supporto americano è risultato essere il più sostanzioso, la marina statunitense ha lanciato 60 missili Tomahawk, da due cacciatorpediniere classe Arleigh Burke e da un incrociatore lanciamissili classe Ticonderoga. Allo strike ha partecipato anche un sottomarino d’attacco nucleare classe Virginia, che ha lanciato 6 missili Tomahawk. Secondo indiscrezioni l’aeronautica USA è intervenuta sul teatro siriano con bombardieri B-1B, partiti da Qatar, che hanno rilasciato 19 JASSM. Tutti i bersagli sembra siano stati colpiti, senza causare danni collaterali. Differente la versione russa, secondo la quale, la contraerea siriana dotata di batterie risalenti all’epoca sovietica, sia riuscita ad abbattere un buon numero di missili.

La risposta internazionale

A livello internazionale, Germania e Italia hanno deciso di non partecipare al raid. I due paesi hanno supportato gli alleati nella scelta di colpire gli impianti chimici di produzione dei gas. L’Italia in un momento di orgoglio nazionale, pare abbia impedito l’uso delle basi logistiche presenti sul territorio nazionale. Gli altri paesi della NATO e il Giappone hanno semplicemente condannato l’uso delle armi chimiche, senza soffermarsi sullo strike. Russia, Iran e Siria hanno condannato l’accaduto, considerato un atto criminale. Anche la Cina si è schierata contro ogni intervento militare non approvato dall’ONU.

Possibili scenari

Se la crisi siriana sembrava ad un punto di svolta prima del 7 Aprile, adesso l’intera questione andrà riconsiderata. Intanto pare che gli USA vogliano far approvare una nuova tranche di sanzioni economiche ai danni della Federazione Russa e di alcuni oligarchi. D’altro canto pare che Trump abbia deciso il ritiro totale delle truppe dalla Siria. Sembra proprio il caso di dire che gli Stati Uniti stiano tentando di attuare la tattica dell’escalate to de-escalate. La Francia invece sembra convinta di voler intervenire per risolvere la situazione, magari come intermediario tra Russia e Occidente. In generale, possiamo affermare che lo strike non abbia sortito alcun effetto nei confronti del regime Baath.

Pillole di politica estera – settimana XV

I principali avvenimenti di politica estera della XV settimana del 2018

 

L’attacco missilistico in Siria

Nella notte italiana fra il 13 e il 14 aprile Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno dato il via a un attacco contro tre obiettivi in Siria. Un totale di 105 missili sono stati lanciati contro un centro di ricerca e sviluppo a Damasco e due installazioni a Homs, che secondo il Pentagono sono strutture collegate alla produzione di armi chimiche. L’incursione è stata lanciata in seguito a un presunto attacco chimico avvenuto il 7 aprile a Duma: secondo le potenze occidentali tale attacco sarebbe stato compiuto dal governo siriano contro i ribelli e avrebbe colpito anche i civili, mentre Siria e Russia negano un qualsiasi coinvolgimento nell’accaduto.

I tre Paesi che hanno diretto i raid missilistici contro gli impianti siriani hanno affermato che non intendono rimuovere dal potere il presidente siriano Assad, ma soltanto colpire le sue capacità di condurre attacchi chimici in futuro.

 

Le reazioni all’attacco in Siria

La Siria e i suoi alleati hanno definito illegale l’attacco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna: la Russia, in particolare, li ha condannati per non aver atteso lo svolgimento di indagini indipendenti sullo svolgimento e sulle effettive responsabilità del presunto attacco chimico. Putin, inoltre, a quanto riporta l’agenzia russa Tass, ha dichiarato che “attraverso le loro azioni gli Stati Uniti (…) stanno di fatto collaborando con i terroristi”. Secondo il Ministero della Difesa russo, 71 dei missili lanciati sono stati abbattuti dalla difesa aerea siriana e non vi sono stati feriti. Dimostrazioni di piazza si sono svolte in Siria a sostegno del regime.

Inviati dell’OPAC (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) sono giunti nel frattempo a Damasco per svolgere indagini indipendenti sul presunto attacco chimico che ha scatenato le tensioni internazionali intorno alla Siria.

 

Nuove sanzioni degli Usa contro la Russia

La tensione fra Paesi occidentali e Russia continua a crescere anche dopo il lancio di missili contro Assad. Domenica 15 aprile infatti l’ambasciatrice degli Usa presso l’ONU, Nikki Haley, ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca per il suo sostegno al governo siriano. La Russia ha reagito con durezza: la portavoce del Ministero degli Esteri ha affermato che gli Usa vogliono colpire il Paese eurasiatico per il semplice fatto di essere un attore globale.

 

Orban trionfa nelle elezioni ungheresi

Il primo ministro ungherese Viktor Orban è stato riconfermato per la terza volta nelle elezioni tenutesi l’8 aprile. Orban ha ottenuto una larga vittoria, raccogliendo il 49,27% dei voti, grazie ai quali il suo partito Fidesz può occupare 133 dei 199 seggi dell’Assemblea Nazionale: un numero sufficiente anche per apportare modifiche alla Costituzione. La crescita dell’affluenza elettorale, al contrario di quanto prevedevano vari analisti, non ha indebolito il premier sovranista, anzi l’ha rafforzato. Nella gara elettorale si è posizionato in seconda posizione il partito nazionalista Jobbik (19%) e in terza posizione la coalizione di centrosinistra (12%).

 

Nuove manifestazioni pro-indipendenza in Catalogna

Centinaia di migliaia di manifestanti pro-indipendenza hanno marciato domenica per le strade di Barcellona per chiedere la liberazione dei politici indipendentisti incarcerati. I dimostranti erano 750mila secondo gli organizzatori, 315mila secondo le autorità. La manifestazione avviene in un periodo di forte instabilità politica per la Catalogna, che ancora non è riuscita a nominare un presidente in una situazione di perdurante scontro con le autorità centrali spagnole.

 

Il partito laburista israeliano rompe le relazioni con Corbyn

Il capo del partito laburista israeliano, Avi Gabbay, ha dichiarato in una lettera diffusa sui media la temporanea sospensione di tutte le relazioni formali fra il suo partito e il leader dei laburisti inglesi Jeremy Corbyn. Gabbay ha accusato Corbyn di permettere atteggiamenti antisemiti nel suo partito e di mostrare ostilità alle politiche del governo israeliano. Tale rimostranza formale segue alcune proteste che lo scorso mese dei gruppi ebraici britannici avevano svolto di fronte al Parlamento. Corbyn, sostenitore dei diritti dei palestinesi e critico verso Israele, si è scusato per i comportamenti antisemiti di frange del suo partito e ha promesso di raddoppiare gli sforzi per evitare che essi si ripetano.

Guerra in Siria. A chi vogliamo credere?

Per l’ennesima volta in Siria civili muoiono soffocati dai gas. Tutti si accusano a vicenda, ma qualcuno deve essere il colpevole.

I media di tutto il Mondo sono impegnati con il recente tiro al bersaglio di Gran Bretagna, Francia e Usa sulle installazioni militari siriane.

Come è noto, l’attacco è stato deciso come “punizione” per il recente uso che l’esercito siriano ha fatto nel Ghouta di agenti chimici. In particolare, nella città di Duma pare siano stati usati iprite e sarin per supportare le operazioni militari dell’esercito di Assad, il quale ha ormai strappato ai ribelli tuta la parte orientale della regione.

La Siria e la Russia gridano al complotto

Tuttavia, tre giorni fa alle Nazioni Unite, l’ambasciatore siriano Bashar al Jaafari aveva riaffermato che l’esercito siriano non ha mai fatto uso di gas durante il conflitto, e che questo non è altro che una macchinazione ordita dagli USA e dai sui alleati per screditare il regime di Assad. L’ambasciatore ha citato espressamente i servizi segreti Turchi e Sauditi, i quali avrebbero agito sotto direzione statunitense.

Subito gli aveva fatto eco il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, il quale aveva affermato che la Russia è in possesso di prove determinanti del coinvolgimento di “servizi segreti stranieri” in questa presunta messinscena. Inoltre, si è detto sicuro che gli operatori dell’OPAC non avrebbero trovato alcuna prova dell’uso di armi chimiche da parte siriana.

All’Ovest niente di nuovo

Gli esperti dell’OPAC, l’organizzazione internazionale per la proibizione e il disarmo chimico, proprio nella giornata di ieri hanno cominciato le loro indagini. Per parte loro, Francia e Gran Bretagna sono sicurissimi del fatto che il regime di Assad abbia di nuovo fatto ricorso alle armi chimiche. Nelle loro dichiarazioni pubbliche, sia il Presidente Macron che il Primo Ministro Theresa May  hanno sostenuto la necessità di questo attacco, affermando di essere in possesso di prove sicure dell’uso di armi chimiche lo scorso 7 aprile.

Il generale James Mattis, Segretario della Difesa degli USA, si è detto preoccupato per il fatto che ogni ulteriore attacco contro Assad, con la Russia e l’Iran in pieno stato di allerta, potrebbe portare ad una escalation potenzialmente incontrollabile. Probabilmente dello stesso parere sono Angela Merkel e il nostro Paolo Gentiloni, i quali hanno escluso un coinvolgimento armato dei rispettivi Paesi nel conflitto.

L’Italia al tempo stesso però, recita una nota di palazzo Chigi, non mette in discussione l’uso “difensivo” che l’aviazione statunitense fa delle basi di Aviano e Sigonella, in quanto operazioni volte al “supporto logistico delle forze alleate” e alla loro sicurezza. In effetti tutto ciò è davvero molto comodo, in quanto le operazioni altrimenti qualificate come offensive avrebbero bisogno di esplicita approvazione parlamentare. Ma la domanda che ci poniamo è: come si fa a capire se un drone armato americano è diretto a proteggere un convoglio di rifornimenti piuttosto che a bombardare una installazione militare siriana?

La Siria e le armi chimiche

Assad sta vincendo la guerra ? E se si, usa ancora le armi chimiche ?

Le armi chimiche colpiscono ancora una volta un paese dilaniato dalla guerra civile. L’area colpita corrisponde grosso modo alle zone di Douma, area a est di Damasco e alla parte orientale di Ghouta. Entrambe le zone fanno parte di una sacca di resistenza ormai finita nelle mani del regime.

L’attacco

L’8 Aprile fonti dei ribelli, affermano d’aver visto soldati d’Assad, rilasciare grossi contenitori nei dintorni delle aree colpite. Questi potrebbero essere i vettori del gas. Le vittime dell’attacco sembrano essere una cinquantina mentre centinaia gli intossicati. Se questo dovesse corrispondere al vero, la situazione potrebbe essere peggiore del previsto.

Le motivazioni

Perché un governo che sta vincendo la guerra dovrebbe fare uso di sostanze chimiche ?Forse per velocizzare la resa delle ultime forze ribelli? Oppure per dare un segnale di forza ? Nel primo caso, si è raggiunto l’obbiettivo: i ribelli di Jaish al Islam in seguito all’attacco hanno accettato di sgomberare il campo. Sostanzialmente l’uso dei gas ha funzionato, causando però un contraccolpo dal punto di vista mediatico, danneggiando la credibilità del regime. Nel secondo caso, il segnale arrivato è contraddittorio. Il regime non è cosi solido come vuol far credere. Quando si utilizzano armi di distruzione di massa, gli americani insegnano, vuol dire che gli sforzi convenzionali non sono sufficienti a sconfiggere l’avversario.

I commenti dei principali attori coinvolti nella guerra civile siriana

Il presidente Donald J. Trump come sempre è partito con le minacce che risultano essere molto credibili. Basti pensare alla risposta americana agli attacchi del 4 Aprile del 2017, compiuti dal regime d’Assad sempre con il gas, quando furono lanciati 59 missili cruise contro una base siriana. La Turchia, tramite una nota del proprio ministro degli esteri, ha condannato l’accaduto. Assad ha ovviamente respinto le accuse, protetto dallo Zar Putin. Interessante anche il commento dell’Iran, che grida al complotto ai danni del regime Ba’th.

Conclusioni

In attesa che un’indagine internazionale accerti le, eventuali, responsabilità siriane la guerra sembra volgere al termine con una vittoria, qualche tempo fa inaspettata del regime di Damasco.

Siria, Erdogan continua l’offensiva. E Macron si preoccupa per i curdi.

Dopo la caduta di Afrin l’esercito turco non si ferma. E Macron fa impazzire la Turchia incontrando i leader curdi.

La scorsa settimana avevamo discusso della difficile situazione in Siria all’indomani della caduta di Afrin. Erdogan afferma che l’esercito turco si trova in Siria per restarci, e che la distruzione dello YPG (la milizia curda della regione settentrionale della Siria) è un obiettivo fondamentale per il governo Turco. Tuttavia, la presenza di un discreto numero di militari americani nella zona potrebbe causare spiacevoli incidenti.

Stati Uniti terzo incomodo

Sono stimati in circa 2000 i militari americani presenti nel Nord della Siria, inviati prevalentemente con il duplice compito di osservatori e di addestratori per le nuove leve della milizia curda. Ricordiamo che questa proficua collaborazione fra curdi e Coalizione è in atto fin dall’inizio della lotta all’ISIS, il cui peso è stato finora sostenuto per la maggior parte dai combattenti curdi.

La presenza di militari americani è accertata anche nella cittadina di Manbij, sita nella parte meridionale del cantone di Kobane. Tre giorni fa il Consiglio per la sicurezza militare della Turchia, presieduto dallo stesso Erdogan, ha valutato i possibili sviluppi dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”: la probabile direttrice dell’avanzata turca molto probabilmente avrà come punto cardine il controllo di questo strategico crocevia, già fortificato dalla guarnigione curda.

Il Consiglio per la sicurezza in un comunicato ha “invitato caldamente” le truppe americane a ritirarsi dalla zona di Manbij, in quanto controllata da quelli che la Turchia considera dei terroristi. E dunque, applicando la proprietà commutativa, si lascia intendere che verranno considerati come terroristi tutti coloro che verranno trovati a supportare lo YPG (in quanto la Turchia considera da sempre lo YPG come la costola armata del Partito Comunista Curdo PKK in Siria).

Un Macron filo-curdo attira le ire di Ankara

La Turchia sta creando anche forti attriti con la Francia di Macron, il quale ha ricevuto a Parigi una delegazione dell’SDF (Self Defence Forces) curdo per discutere riguardo la difficile situazione. Il Presidente Macron si dice preoccupato non solo per la grave situazione che sta attraversando la popolazione civile, ma anche delle avvisaglie di ripresa dello Stato Islamico, specialmente al confine con l’Iraq.

Circa due giorni fa alcuni elementi dello schieramento curdo avevano fatto circolare la voce che la Francia fosse pronta ad inviare aiuti alle forze curde. Ieri è giunta una netta smentita da parte dell’Eliseo riguardo un imminente invio di truppe, anche se lo stesso Macron ha affermato di valutare, insieme con i cuoi consiglieri militari, la possibilità in futuro di un intervento diretto nella zona. Queste dichiarazioni devono essere lette in concomitanza con le recenti affermazioni del Presidente Trump sulla possibilità per gli Stati Uniti di ritirarsi, in un futuro non molto lontano, da un conflitto costato 7000 miliardi di dollari “senza nessun risultato apprezzabile”.

La Turchia ha attaccato duramente il Governo francese per questo summit con le forze curde, accusando la Francia di riunirsi intorno ad un tavolo con gli stessi pericolosi terroristi che la Turchia sta combattendo strenuamente sul campo di battaglia. Il vice-presidente del Consiglio turco ha affermato che la Francia si è voluta mettere deliberatamente “in rotta di collisione” con Ankara, e che “tutti coloro che solidarizzano con i terroristi saranno considerati nemici della Turchia”.

L’INTERVISTA | Medio Oriente e terrorismo secondo Fulvio Scaglione

Abbiamo intervistato per “Il Momento” il giornalista Fulvio Scaglione, ex vice-direttore di “Famiglia Cristiana” e noto reporter. È stato corrispondente da Russia, Afghanistan, Iraq e ha seguito le vicende del Medio Oriente, pubblicando a riguardo il libro “Il patto con il diavolo” (Rizzoli, 2016). Collabora con varie testate cartacee e online, fra cui, oltre a Famiglia Cristiana, Limes, Avvenire, Occhi della guerra, Linkiesta, Micromega.

D: Lei conosce bene, anche per esperienza diretta di reporter, il Medio Oriente e la situazione sociale e politica di quei Paesi. Crede che la vittoria di Putin e Assad in Siria possa essere un primo passo per una maggiore stabilità nell’area oppure no?

R: Non necessariamente. Già si vede, per esempio per quanto riguarda il Libano, che ci sono degli evidenti tentativi di rivincita del fronte perdente in Siria, composto per intenderci, con grandi generalizzazioni, da petromonarchie del Golfo Persico e Stati Uniti. Il tentativo di destabilizzare il Libano è piuttosto evidente, come altre manovre politico-diplomatiche, peraltro legittime, che non devono scandalizzare: per esempio i progetti palesi di alleanza fra sauditi e israeliani, i quali stanno solo cercando la maniera di farlo senza irritare troppo il mondo arabo. Anzi è già un’alleanza di fatto… Naturalmente un’alleanza di questo genere darebbe un peso molto maggiore ai tentativi di contrastare l’allargamento dell’influenza politica dell’Iran. Questo per dire che non è detto che la sconfitta militare dell’Isis sia necessariamente l’anticamera di una maggiore stabilità.
Infatti basta vedere quello che è successo in Iraq dopo il 2003. Dopo l’invasione angloamericana e la presa di potere degli sciiti al posto dei sunniti – i quali erano la base del regime di Saddam Hussein – ci sono stati anni e anni di guerriglia sanguinosissima.
Ci sono Paesi che hanno le risorse finanziare, la volontà politico-religiosa e un vivaio di militanti pronti a battersi così vasto che possono tenere in ebollizione qualunque regione del Medio Oriente per anni e anni. Quindi continuo a ritenere che la questione del Medio Oriente non sia una questione militare, ma una questione politica. L’instabilità è garantita finché non la si pianta con questa
false flag dell’esportazione della democrazia – che in realtà significa abbattere i regimi non graditi e anche quelli che, prima graditi, di volta in volta diventano sgraditi – e finché non si accetta il fatto che questo mondo, Medio Oriente compreso, è troppo vasto e diverso per essere ricondotto ad un unico pensiero, a un’unica cultura politica e in generale ad un’unica cultura. Infatti più abbiamo esportato democrazia, più instabilità c’è stata.

 

D: Come pensa che sarà il nuovo regno di Mohammed bin Salman, l’erede al trono dell’Arabia Saudita?

R: A giudicare dalle mosse di questo re, che ufficialmente non è ancora re, ma si comporta come se lo fosse, il nuovo regno sarà molto più disposto a investire in spedizioni militari e molto più aggressivo anche nell’arena internazionale. Abbiamo visto cos’è successo all’ONU quando le Nazioni Unite hanno cercato di varare delle inchieste indipendenti sui crimini di guerra nello Yemen: l’Arabia Saudita ha semplicemente ricattato le Nazioni Unite e i Paesi delle commissioni dicendo che non avrebbe più fatto affari con quei Paesi e non vi avrebbe più investito se avessero approvato quelle cose.
Quindi a giudicare dalle prime mosse immagino che l’attuale erede al trono e domani re varerà qualche riforma di facciata, come il permesso alle donne di guidare o di lavorare nei centri commerciali in attività che prima erano loro proibite. Però nella sostanza non cambierà il progetto saudita wahabita, che è quello di esercitare l’egemonia di fatto su tutto il mondo islamico. È stato calcolato che l’Arabia Saudita, che ha il 3% della popolazione islamica del mondo, esercita grazie ai miliardi che investe ogni anno un’influenza più o meno diretta su circa il 90% delle istituzioni islamiche del pianeta (scuole coraniche, università, accademie, ecc.). Credo che ciò non cambierà col nuovo re.
Peraltro non cambierà il leitmotiv di questi ultimi decenni, quello che io ho chiamato il patto con il diavolo, cioè l’alleanza sostanziale fra due globalizzazioni: una è la globalizzazione del turbocapitalismo di marca statunitense e in generale occidentale; l’altra è la globalizzazione perseguita dal wahabismo che vuole arrivare al pensiero unico nel mondo islamico.

 

D: Lei nel suo libro “Il patto con il diavolo” (Rizzoli, 2016) afferma che il vero lavoro di contrasto al terrorismo internazionale deve avere come presupposto quello di bloccare le fonti che finanziano il terrorismo islamico. Lei vede i segni di qualche tentativo in tal senso, di una minima intenzione politica o anche solo di una consapevolezza di ciò?

R: No, assolutamente no. Anzi direi il contrario. Quando ho scritto il libro (nel 2016 ndr) parlavo di Hollande e di quella leva politica. Ma basta vedere le mosse di Trump, di Macron, di Theresa May: sono esattamente sulle orme dei predecessori, anzi peggio. Il record di vendite di armi all’Arabia Saudita, che era di Obama, è stato battuto da Trump. La May ha incrementato i legami con l’Arabia Saudita e con gli altri Paesi del Golfo Persico per le forniture militari. Macron? Non parliamone: era ministro dell’industria e delle finanze quando Hollande siglava i contratti con l’Arabia Saudita. Adesso è presidente, figuriamoci. Fra l’altro, quando si sono avuti i segnali del fatto che il nuovo principe saudita stava avvicinandosi ancor più al trono, Macron era a Dubai per il Louvre e si è precipitato in Arabia Saudita per essere il primo a prendere contatto con il nuovo regime.
D’altra parte è scientificamente provato che le petromonarchie del Golfo Persico, Arabia Saudita in testa, sono i Paesi che finanziano il terrorismo e che per esempio hanno finanziato l’Isis. Lo ha scritto anche Hillary Clinton sia quando era segretario di Stato sia quando era candidata alla presidenza degli Stati Uniti nelle mail che poi sono state diffuse da Wikileaks. Tutti sanno che è così ma continuano esattamente come prima.
Quando il ministro degli Esteri del Qatar, in seguito al contrasto con l’Arabia Saudita, è venuto in Europa a fare un giro per i Paesi dell’UE è stato ricevuto dalla Mogherini, la responsabile europea per le politiche estere e di sicurezza. Quando è uscita da questo colloquio la Mogherini ha detto ai giornalisti che l’Unione Europea ha sempre avuto buoni rapporti con questi Paesi, intendendo evidentemente il Qatar e l’Arabia Saudita, e intende continuare ad averli. Noi sappiamo scientificamente, perché ce lo dice la Clinton e ce lo dicono infiniti studi, che questi due Paesi sono due Paesi pesantemente finanziatori del terrorismo, dunque il fatto è che l’Unione Europea ha sempre avuto buoni rapporti con i Paesi che finanziano il terrorismo e ci tiene ad averli. Questo è detto, è scritto, non è un’illazione.
Intendiamoci, poi va detta una cosa: non sono certo solo l’Arabia Saudita o il Qatar o il Kuwait che finanziano il terrorismo islamista. Anche l’Iran ha finanziato e sostenuto movimenti terroristici a sfondo islamista, però bisogna tenere conto delle proporzioni e le proporzioni sono assolutamente sbilanciate. Il terrorismo islamista sunnita, cioè quello sostenuto dai Paesi del Golfo Persico, è responsabile della stragrande maggioranza degli attentati e degli attacchi: non c’è nessun paragone. Quindi se si vuol seriamente contrastare il terrorismo islamista bisogna partire da lì. Se invece si vuole, come in effetti si vuole, far finta di niente e accettare questo terrorismo islamista in cambio di altri vantaggi geopolitici, benissimo, basta saperlo. Benissimo no, ma almeno si sappia.

Il Ministro qatariota Al-Thani con Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

D: Quali sono i legami, se ci sono, fra il radicalismo islamico in Italia e le fonti di finanziamento estere di cui abbiamo parlato?

R: L’Italia, come ormai hanno notato tutti, è stata risparmiata da attentati di ampia portata. Abbiamo avuto “robetta” in confronto a quello che è successo altrove. Io credo che questo non succeda per caso. Succede per diverse ragioni.
Una è sicuramente l’abilità dei nostri servizi, il
know-how che hanno maturato in molti decenni di contatti con il Medio Oriente. Pensiamo a Sigonella, Calipari…
La seconda ragione secondo me è che l’Italia è un Paese ponte, un Paese di passaggio per l’Europa e nessuno brucia i ponti su cui deve passare. Attentati pesanti in Italia vorrebbero dire più controlli e tensione molto più alta: non conviene. Quindi io tendo a pensare che non ci sia un grande investimento per sobillare, semmai c’è qualche investimento per controllare (
da parte dei finanziatori del terrorismo ndr).
Detto questo, siccome in Italia, come generalmente in Europa, seppur con molte differenze fra Paese a Paese, non è lo Stato che costruisce le moschee, esse sono frutto di investimenti privati. Allora diventa difficile sapere chi in realtà mette i soldi, con quale scopo e chi va a predicare. Poi di tanto in tanto si legge che qualche imam viene rispedito a casa perché predica violenza, ma generalmente (anche se immagino che i servizi segreti lo sappiano) noi non sappiamo cosa succede in queste moschee, in questi luoghi di culto, che proprio perché sono in qualche modo spontanei sfuggono al controllo. È tutta una serie di deduzioni quella che faccio io, non ho informazioni di prima mano, però mi viene il forte sospetto che se c’è un interesse strutturato per l’Italia da parte della filiera che sostiene il terrorismo islamico questo sia un interesse a tenere sotto controllo la situazione, più che a fomentare lo scontro. Perché, diciamocelo, pur con tutta l’abilità dei servizi segreti, se si possono organizzare attentati di un certo tipo in Francia, in Germania, nel Regno Unito, tendo a pensare che sia possibile farlo anche in Italia e che se ciò non avviene, non sia per caso, ma per una serie di ragioni.

 

Venti di guerra nel Paese dei cedri

Il Libano al centro delle tensioni in Vicino Oriente

In Siria e in Iraq l’Isis sembra vicino alla sconfitta: la liberazione di Deir ez Zor, l’entrata dell’esercito siriano ad Abu Kamal e la riconquista di Al Qaim da parte degli iracheni hanno segnato un decisivo passo indietro per l’autoproclamato califfato, che sta perdendo le sue ultime importanti roccaforti. L’indubbio successo dei governi di Siria e Iraq, fiancheggiati dalle milizie popolari sciite e da Hezbollah, rinsalda l’influenza regionale dell’Iran, loro potente alleato. Con l’espugnazione delle città in mano all’Isis fra Siria e Iraq, sembra rinascere la cosiddetta mezzaluna sciita, ossia quell’insieme di Paesi in cui gli sciiti mantengono un forte potere, che ora si allarga senza soluzione di continuità dall’Iran al Libano.

Di fronte a questi sviluppi politico-militari, le tensioni fra gli attori regionali si sono infuocate. Al centro dei nuovi scontri geopolitici, che presto potrebbero trasformarsi in militari, vi è il Libano. La stabilità del piccolo Paese affacciato sul Mediterraneo si basa su un fragile compromesso fra le varie componenti religiose e politiche, in cui Hezbollah, il partito-milizia sciita sostenuto dall’Iran, ha un peso decisivo. Un fragile equilibrio che rischia di saltare in seguito agli ultimi avvenimenti. Il 4 novembre durante una visita in Arabia Saudita il primo ministro libanese, il sunnita Saad al-Hariri, si è dimesso dalla carica con un videomessaggio trasmesso dall’emittente televisiva Al Arabiya. Hariri, alleato dei sauditi, ha affermato di temere un complotto contro la sua vita e ha accusato l’Iran ed Hezbollah, alleato del Paese persiano, di destabilizzare il mondo arabo.

Saad al Hariri, primo ministro dimissionario del Libano

Il presidente libanese Michel Aoun, come riporta l’Ansa, ha congelato le dimissioni del primo ministro, affermando che non le accetterà finché non lo incontrerà di persona. Anche il suo partito lo ha invitato a rientrare in Libano, mentre nel Paese crescono la paura e il senso di umiliazione. Dopo le dimissioni Hariri infatti non ha rilasciato ulteriori dichiarazioni e non è ancora tornato in patria, nonostante il governo saudita abbia dichiarato che egli è in stato di libertà. Le autorità libanesi invece nutrono il sospetto che in realtà Hariri sia trattenuto in Arabia Saudita contro la sua volontà, come riporta l’agenzia di stampa Reuters.

Tutto ciò accade in un periodo nel quale l’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, stringe sempre più la sua presa sul potere e inasprisce i toni contro l’influenza dell’Iran nella regione, ottenendo l’approvazione degli Stati Uniti. Il fatto che le dimissioni del primo ministro libanese siano state presentate da Riad e gli sviluppi successivi della vicenda fanno sospettare che l’Arabia Saudita abbia fatto pressioni su Hariri affinché si dimettesse, delusa dal suo operato politico e dal fatto che egli non sia riuscito ad arginare l’influenza di Hezbollah in Libano. Inoltre i sauditi potrebbero aver fatto leva sulla situazione economica di Hariri: l’azienda di famiglia “Saudi Oger”, impresa edilizia con sede a Riad di cui Hariri era presidente, ha chiuso i battenti il 31 luglio 2017, in preda a una difficilissima situazione finanziaria e creditizia.

Preoccupano le dichiarazioni del ministro saudita degli affari del Golfo, al-Sabhan, il quale il 6 novembre ha detto che, a causa delle aggressioni contro il regno saudita da parte dei libanesi di Hezbollah, il governo libanese sarà trattato “come un governo che ha dichiarato guerra contro l’Arabia Saudita” e che “i libanesi devono scegliere tra la pace e schierarsi con Hezbollah”.

Mohammed bin Salman, erede al trono dell’Arabia Saudita

Dichiarazioni ancora più bellicose sono state rivolte dal ministro degli Esteri saudita all’Iran, accusato di fornire armi ai ribelli in Yemen, dopo che un missile balistico proveniente dallo Yemen, dove infuria la guerra civile e dove l’Arabia Saudita è intervenuta militarmente, è stato abbattuto dai sauditi vicino all’aeroporto di Riad.

In seguito alle dimissioni di Hariri, Bahrein e Arabia Saudita hanno chiesto ai propri cittadini residenti in Libano di lasciare il Paese, mentre il primo ministro israeliano Netanyahu ha immediatamente affermato che “le dimissioni di Hariri sono una sveglia per la comunità internazionale” per “fermare l’aggressione iraniana nella regione”, come scrive l’Ansa. Le tensioni al confine fra Israele da una parte ed Hezbollah e Siria dall’altra sono forti, come conferma l’abbattimento di un drone siriano da parte degli israeliani avvenuto presso le alture del Golan nei giorni scorsi. Già il 10 ottobre il ministro della Difesa israeliano Avigdor Liberman affermava che la prossima guerra vedrà Israele impegnato su due fronti, uno a sud e uno a nord, e che Libano e Siria costituiranno un unico fronte settentrionale: “Se una volta parlavamo del fronte libanese, ora non c’è più un fronte simile. C’è il fronte settentrionale. In qualunque sviluppo ci possa essere, sarà un fronte unico, Siria e Libano insieme, Hezbollah, il regime di Assad e tutti i sostenitori del regime di Assad”. Secondo Liberman inoltre l’esercito libanese non è più indipendente, ma è ormai sotto il controllo di Hezbollah.

Il quadro che emerge vede contrapposti da una parte Iran e i suoi alleati regionali e dall’altro lato della barricata Arabia Saudita e Israele, un’accoppiata strana, ma neanche troppo, essendo entrambi i Paesi alleati degli Stati Uniti.

Stati Uniti e Francia hanno espresso “sostegno alla sovranità, all’unità e alla stabilità” del Libano, ma i venti di guerra continuano a soffiare sul Paese dei cedri. E non sembra che ci attendano tempi di bonaccia.