Il valzer delle sanzioni | Speciale Russia parte 3 di 4

Sanzioni sì, sanzioni no. L’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, Nikki Haley, annuncia il 15 aprile l’introduzione di nuove misure contro la Russia per punirla del suo sostegno ad Assad. Passano poche ore e la Casa Bianca smentisce l’annuncio della Haley: Trump non intende alzare ulteriormente il livello dello scontro dopo il raid missilistico in Siria.

Un conflitto interno alla diplomazia USA, che però riporta prepotentemente il tema delle sanzioni antirusse al centro del dibattito internazionale.

 

L’Ucraina: madre di tutte le sanzioni (o quasi)

Tutto era iniziato il 6 marzo 2014. In una delle fasi più infuocate della crisi ucraina, durante l’occupazione della Crimea da parte dell’esercito russo, gli Stati Uniti lanciarono una prima ondata di sanzioni contro la Russia. Nel corso dell’anno, con l’inasprirsi delle tensioni internazionali e con l’infuocare della guerra nelle regioni separatiste, nuove misure contro individui e società russe furono introdotte sia dagli USA sia dai suoi alleati. I Paesi occidentali accusavano la Russia di destabilizzare deliberatamente l’Ucraina e di aver annesso in modo illegale la Crimea. Queste disposizioni furono estese e rinnovate negli anni successivi e in prima fila al fianco degli americani si schierarono Canada e Unione Europea.

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Il referendum sull’adesione della Crimea alla Russia fu tra le cause scatenanti delle sanzioni

L’UE, allineandosi agli Stati Uniti, ha gradualmente inserito misure restrittive contro Mosca fin dal giorno successivo al referendum di adesione della Crimea alla Federazione Russa (17 marzo 2014). Le sanzioni dell’Unione sono di diverso tipo: diplomatiche, individuali ed economiche.

Il primo genere di provvedimenti aveva l’obiettivo di isolare la Russia nel panorama internazionale, stabilendo, fra le altre cose, di sospendere i colloqui sul nuovo accordo bilaterale. La scelta più rilevante dei Paesi europei fu senz’altro quella di sospendere la Russia dal G8, il vertice delle maggiori potenze industriali del mondo. Dal 2014 il forum si è tenuto nel formato G7 e non si è più posto riparo all’estromissione di Mosca.

Le sanzioni individuali prevedono invece il congelamento dei beni e il divieto di viaggio in UE per 150 persone e 38 entità russe, le cui azioni, secondo il Consiglio europeo, “hanno compromesso l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina”.

Infine, l’UE ha imposto restrizioni alle relazioni economiche con la Crimea, alla cooperazione economica con la Russia e agli scambi in settori economici specifici. Quest’ultima tranche di sanzioni economiche è quella più significativa, introdotta a luglio e settembre 2014 e da allora prorogata più volte. Attualmente è in vigore fino al 31 luglio 2018. Tale pacchetto di misure è vincolato alla piena attuazione degli accordi di pace di Minsk (riguardanti la guerra in Ucraina). Le sanzioni hanno come obiettivi principali limitare l’accesso al mercato dei capitali europei da parte di alcune banche e società russe, vietare il commercio di armi con la Russia e ridurre l’accesso russo a servizi e tecnologie utilizzabili nell’industria petrolifera.

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I governanti dei Paesi del G7

 

Il valzer delle sanzioni

Ma non è stata solo la crisi ucraina a scatenare le sanzioni antirusse. Uno degli ultimi atti dell’amministrazione Obama fu proprio l’espulsione di diplomatici russi e l’applicazione di altre misure punitive per l’interferenza russa nelle elezioni del 2016.

Anche sotto Trump la linea dura è stata mantenuta, nonostante i maggiori tentativi di distensione con Putin. Nell’agosto 2017 fu addirittura approvata un’apposita legge federale (“Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act”, traducibile come “Legge di contrasto agli avversari dell’America attraverso le sanzioni”) volta a disciplinare l’imposizione di sanzioni contro alcuni Paesi, fra cui la Russia. Fra la metà di marzo e il 6 aprile 2018, gli Stati Uniti hanno imposto ben due altre tranche di misure restrittive, che colpiscono funzionari, oligarchi, aziende ed entità russe. I motivi? I più svariati, dall’accusa di interferenza nelle elezioni Usa a quella di ingerenza nei Paesi europei, dal sostegno ad Assad agli attacchi hacker russi.

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“Qua la mano”. Putin sembra dubbioso

Nello stesso periodo, un ultimo episodio ha portato la tensione fra Occidente e Mosca a livelli da vera e propria Guerra fredda: l’avvelenamento dell’ex spia russa Skripal e di sua figlia, avvenuto in Inghilterra e attribuito dal Regno Unito ai servizi segreti russi, ha spinto gran parte dei Paesi europei, affiancati da NATO e Usa, a espellere 153 diplomatici russi. Una mossa eclatante, un’espulsione di massa di funzionari del Paese eurasiatico come forse non si era mai vista.

 

Come ha reagito la Russia alle sanzioni?

A ogni ondata di sanzioni, la Russia ha replicato a volte con semplici proteste diplomatiche, altre volte con serie contro-sanzioni. Nell’agosto 2014 ha imposto il divieto di importare alcuni prodotti, materie prime e generi alimentari agricoli realizzati negli Usa e nell’Unione Europea (oltre che in alcuni altri Paesi del blocco occidentale). L’embargo è stato rinnovato di anno in anno ed è attualmente in vigore fino a fine 2018.

Nel 2015 è stata diramata una lista nera di individui europei a cui è vietato entrare nel Paese e nel 2018, in rappresaglia alle espulsioni da parte dei Paesi occidentali, 189 diplomatici stranieri sono stati allontanati dal territorio nazionale russo.

Quel che è chiaro, dopo anni di tensioni, misure e contromisure, è che di certo non saranno delle sanzioni a spingere la Russia a rinunciare al suo ritrovato status di potenza mondiale. L’allontanamento dai partner occidentali non è riuscito infatti né a indebolire in modo decisivo il sistema politico della Federazione russa né a isolarla sul piano internazionale. Anzi, da una parte, le sanzioni e l’atteggiamento degli occidentali hanno alimentato nei russi la “sindrome d’accerchiamento”, che li ha spinti a stringersi ancor di più intorno al proprio leader e a sostenerne la politica estera, come è emerso anche dalle ultime elezioni. Dall’altra parte, in un clima di aperta ostilità con il blocco atlantico, la Russia ha dovuto ridisegnare la sua trama di alleanze e collaborazioni strategiche, avvicinandosi maggiormente ad altri Paesi, soprattutto Iran, Cina, Siria, ma anche Turchia. Ciò l’ha portata di fatto a ricoprire un ruolo ancora più determinante a livello mondiale: l’esempio più eclatante è la vittoria in Siria, grazie alla quale Putin è ormai un interlocutore obbligato e di primissimo piano nel Vicino Oriente, o i colloqui di pace di Astana, organizzati senza invitare gli Stati Uniti.

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Putin fra il presidente iraniano Rohani e quello turco Erdogan all’incontro di Sochi

 

Che effetto hanno avuto le sanzioni economiche?

A livello economico, le sanzioni antirusse hanno avuto complessivamente un effetto negativo sull’economia russa, come ammesso dallo stesso primo ministro Medvedev a fine 2014. Tuttavia, le loro conseguenze vanno contestualizzate nella più ampia congiuntura economica negativa che la Russia affrontò fra 2014 e 2016.

Nel corso del 2014 e del 2015, infatti, si verificò un brusco calo del prezzo del petrolio, sceso dagli oltre 100$ al barile di inizio 2014 ai 29$ al barile di inizio 2016. Questo crollo danneggiò in modo molto significativo l’economia russa, fortemente dipendente dalla produzione e dall’esportazione dell’oro nero. La crescita del PIL russo rallentò nel 2014, mentre nel 2015 si entrò in recessione. Il difficile triennio dal ’14 al ’16 fu segnato anche dal deprezzamento del rublo contro il dollaro.

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Si nota chiaramente il crollo del prezzo del petrolio nel 2014, continuato anche nel 2015. Dal 2016 è tornato a crescere (dati: tradingview.com, via macrotrends.net)

Dal 2016 il prezzo del petrolio riprese a salire, ma soltanto dal 2017 il PIL russo tornò a registrare tassi di crescita positivi: la tendenza al miglioramento sembra permanere anche nel 2018, nonostante le sanzioni ancora in vigore.

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Nel 2014 la crescita della Russia rallenta e nel 2015 entra in recessione. Dal 2017 il PIL russo è tornato a crescere (dati del FMI)

Dati i numerosi fattori in gioco risulta perciò difficile isolare l’effetto economico delle sanzioni sull’economia russa, anche se è pacifico che esse abbiano avuto un impatto negativo.

Il peggioramento dell’economia russa nel triennio ’14-’15-’16 si è accompagnato a un parallelo calo delle importazioni di beni e servizi provenienti dai Paesi europei. In poche parole, peggiore è stato l’andamento dell’economia della Russia, minori sono state le nostre esportazioni verso quel Paese. Il calo delle esportazioni ha scatenato in Europa l’opposizione di alcuni Paesi, parti politiche e settori economici alle sanzioni verso Mosca. Infatti le sanzioni non solo hanno avuto alcuni effetti negativi sull’economia russa, ma hanno anche scatenato contromisure economiche russe contro l’importazione di beni da noi prodotti e danneggiato in generale le relazioni commerciali.

Un rapporto speciale dell’ONU del 2017 cita uno studio francese del giugno 2016 secondo il quale la perdita commerciale globale (calcolata come differenza fra i flussi commerciali previsti e quelli osservati) ammonterebbe a 3,2 miliardi di dollari al mese: inoltre tale impatto ricadrebbe per oltre il 76% sui Paesi dell’Unione Europea e coinvolgerebbe anche i beni non sottoposti direttamente a embargo.

Tuttavia, di recente, grazie anche alla ripresa dell’economia russa a partire dal 2017, le esportazioni dai Paesi UE nella Federazione Russa hanno ricominciato ad aumentare, nonostante le misure antirusse non siano state rimosse.

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In corrispondenza di ogni anno è riportata la variazione percentuale delle esportazioni rispetto all’anno precedente (elaborazione dell’autore su dati Eurostat)

 

Il dibattito sulle sanzioni e sui loro effetti resta dunque aperto: potrebbero schiudersi spazi di discussione ancora più ampi fra i Paesi occidentali, ora che Trump sembra mostrare cautela sull’introduzione di nuove misure punitive.

Pillole di politica estera – settimana XV

I principali avvenimenti di politica estera della XV settimana del 2018

 

L’attacco missilistico in Siria

Nella notte italiana fra il 13 e il 14 aprile Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno dato il via a un attacco contro tre obiettivi in Siria. Un totale di 105 missili sono stati lanciati contro un centro di ricerca e sviluppo a Damasco e due installazioni a Homs, che secondo il Pentagono sono strutture collegate alla produzione di armi chimiche. L’incursione è stata lanciata in seguito a un presunto attacco chimico avvenuto il 7 aprile a Duma: secondo le potenze occidentali tale attacco sarebbe stato compiuto dal governo siriano contro i ribelli e avrebbe colpito anche i civili, mentre Siria e Russia negano un qualsiasi coinvolgimento nell’accaduto.

I tre Paesi che hanno diretto i raid missilistici contro gli impianti siriani hanno affermato che non intendono rimuovere dal potere il presidente siriano Assad, ma soltanto colpire le sue capacità di condurre attacchi chimici in futuro.

 

Le reazioni all’attacco in Siria

La Siria e i suoi alleati hanno definito illegale l’attacco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna: la Russia, in particolare, li ha condannati per non aver atteso lo svolgimento di indagini indipendenti sullo svolgimento e sulle effettive responsabilità del presunto attacco chimico. Putin, inoltre, a quanto riporta l’agenzia russa Tass, ha dichiarato che “attraverso le loro azioni gli Stati Uniti (…) stanno di fatto collaborando con i terroristi”. Secondo il Ministero della Difesa russo, 71 dei missili lanciati sono stati abbattuti dalla difesa aerea siriana e non vi sono stati feriti. Dimostrazioni di piazza si sono svolte in Siria a sostegno del regime.

Inviati dell’OPAC (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) sono giunti nel frattempo a Damasco per svolgere indagini indipendenti sul presunto attacco chimico che ha scatenato le tensioni internazionali intorno alla Siria.

 

Nuove sanzioni degli Usa contro la Russia

La tensione fra Paesi occidentali e Russia continua a crescere anche dopo il lancio di missili contro Assad. Domenica 15 aprile infatti l’ambasciatrice degli Usa presso l’ONU, Nikki Haley, ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca per il suo sostegno al governo siriano. La Russia ha reagito con durezza: la portavoce del Ministero degli Esteri ha affermato che gli Usa vogliono colpire il Paese eurasiatico per il semplice fatto di essere un attore globale.

 

Orban trionfa nelle elezioni ungheresi

Il primo ministro ungherese Viktor Orban è stato riconfermato per la terza volta nelle elezioni tenutesi l’8 aprile. Orban ha ottenuto una larga vittoria, raccogliendo il 49,27% dei voti, grazie ai quali il suo partito Fidesz può occupare 133 dei 199 seggi dell’Assemblea Nazionale: un numero sufficiente anche per apportare modifiche alla Costituzione. La crescita dell’affluenza elettorale, al contrario di quanto prevedevano vari analisti, non ha indebolito il premier sovranista, anzi l’ha rafforzato. Nella gara elettorale si è posizionato in seconda posizione il partito nazionalista Jobbik (19%) e in terza posizione la coalizione di centrosinistra (12%).

 

Nuove manifestazioni pro-indipendenza in Catalogna

Centinaia di migliaia di manifestanti pro-indipendenza hanno marciato domenica per le strade di Barcellona per chiedere la liberazione dei politici indipendentisti incarcerati. I dimostranti erano 750mila secondo gli organizzatori, 315mila secondo le autorità. La manifestazione avviene in un periodo di forte instabilità politica per la Catalogna, che ancora non è riuscita a nominare un presidente in una situazione di perdurante scontro con le autorità centrali spagnole.

 

Il partito laburista israeliano rompe le relazioni con Corbyn

Il capo del partito laburista israeliano, Avi Gabbay, ha dichiarato in una lettera diffusa sui media la temporanea sospensione di tutte le relazioni formali fra il suo partito e il leader dei laburisti inglesi Jeremy Corbyn. Gabbay ha accusato Corbyn di permettere atteggiamenti antisemiti nel suo partito e di mostrare ostilità alle politiche del governo israeliano. Tale rimostranza formale segue alcune proteste che lo scorso mese dei gruppi ebraici britannici avevano svolto di fronte al Parlamento. Corbyn, sostenitore dei diritti dei palestinesi e critico verso Israele, si è scusato per i comportamenti antisemiti di frange del suo partito e ha promesso di raddoppiare gli sforzi per evitare che essi si ripetano.

La vittoria elettorale di Putin lo consacra a moderno Zar ?

Analisi della vittoria del nuovo Zar di Russia

A poco più di una settimana dal voto in Russia, giunge il momento d’analizzare la vittoria elettorale del più longevo leader russo,  dopo Stalin. Con il 76,7% delle preferenze, Putin raggiunge il suo più alto consenso, da quando è in carica. Se la sua vittoria sembrava scontata, il dato più importante era quello riguardante l’affluenza, che si è assetata al 67%. Combinando i risultati d’affluenza e preferenze,  più della metà dei 111 milioni d’elettori è stato favorevole all’operato dello Zar.

I punti forti di Putin per la rielezione

In queste elezioni, il presidente Putin ha potuto sfruttare gli ottimi risultati raggiunti in politica estera in questi ultimi anni. Primo fra tutti l’ingresso della Crimea nella Federazione Russa, dove le sue preferenze si sono attestate al 90% dei votanti, la stessa percentuale della Cecenia. Con l’entrata della penisola nella federazione, Putin ha riottenuto lo status di superpotenza per la Russia. A favore dello Zar anche il buon andamento della guerra in Siria. Guerra, che prima del suo intervento, sembrava in stallo con una Siria divisa in tre parti: l’Isis al confine con l’Iraq, i ribelli a nord e i lealisti a sud. Adesso la situazione risulta sostanzialmente a favore delle forze fedeli ad Assad, che controllano la maggior parte del paese, dopo la sconfitta dell’Isis. Anche il recente avvelenamento dell’ex-spia del KGB avvenuto nel Regno Unito, ha influenzato la campagna elettorale. Il tentato omicidio,  ha portato al deterioramento delle relazioni tra Regno Unito e Russia, ritenuta la mandante. Questo evento, unito alle sanzioni economiche, non ha fatto altro che aumentare la già presente crisi d’accerchiamento. Con questo termine s’indica quella sensazione dei Russi d’esser circondati da nemici. Il termine è stato coniato con l’arrivo dei Bolscevichi al potere  e caratterizza  le relazioni internazionali della Russia dal 1917

Gli scenari del prossimo mandato di Putin

Nei prossimi sei anni, il presidente russo, dovrà affrontare lo scontro con gli Stati Uniti sul piano della nuova politica nucleare. Gli americani, sotto l’amministrazione Trump, hanno deciso di potenziare l’arsenale nucleare puntando su testate miniaturizzate, meno costose di quelle convenzionali. L’obiettivo è ridurre il raggio delle esplosioni e della ricaduta radioattiva, per permettere l’utilizzo delle testate  in contesti convenzionali. Questo darebbe nuovo credito alla deterrenza nucleare statunitense. Altra sfida per l’amministrazione Putin riguarderà la lotta alle sanzioni economiche. Se da una parte le sanzioni hanno facilitato la sua rielezione, da un altra strozzano l’economia, impedendogli di crescere. Anche il buon andamento delle relazioni con la Cina, importante player internazionale, non sono da sottovalutare. Per quello che riguarda la politica interna, lo Zar Putin, in questo mandato dovrà risolvere l’arretratezza economica del paese, ancora molto legata all’estrazione di gas e impermeabile alle innovazioni tecnologiche.