L’Iran e il futuro dell’accordo sul nucleare

Negli ultimi giorni ha fatto scalpore l’annuncio del presidente Trump di voler ritirare gli USA dallo storico accordo sul nucleare con l’Iran. Il trattato, stipulato nel 2015 fra i 5 membri permanento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania, era stato uno dei successi politici e diplomatici dell’allora presidente Barack Obama.

Il vantaggio di questo accordo

Ci erano voluti anni di meticoloso lavoro diplomatico per raggiungere un accorso del genere. Sia la forte presenza anti-iraniana nel partito repubblicano statunitense, sia l’influenza del bastione anti-americano nel parlamento iraniano rendevano estremamente difficile raggiungere un’intesa.

Da parte iraniana fu il presidente Hassan Rouhani a convincere il Paese a vedere di buon occhio questo accordo: se l’Iran avesse cessato di arricchire l’uranio per il suo programma nucleare, gli Stati Unti e l’UE avrebbero cessato le gravi sanzioni economiche che gravavano sul Paese dal 2006.La prospettiva di aprire il “vergine” mercato iraniano a cospicui investimenti stranieri costituiva allora uno dei cavalli di battaglia della fazione pro-accordo.

Le sanzioni e la diffidenza americana

Nel 2006 i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania, offrirono all’Iran incentivi economici e la cessione di conoscenze tecniche sull’energia atomica “pulita” (cioè, per un suo uso pacifico come fonte di energia)  in cambio della rinuncia di Teheran al suo programma militare di arricchimento dell’uranio. In seguito al rifiuto di Teheran, l’Onu approvò nello stesso anno delle sanzioni economiche, aggravate nel 2007 dal congelamento di fondi e conti correnti iraniani ritenuti essere destinati allo sviluppo del programma nucleare.

Con il cambio al vertice negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump non ha fatto che criticare l’accordo e denunciare la malafede della controparte iraniana. Già ai tempi della sua campagna elettorale, Trump ha sempre sostenuto che l’Iran stava approfittando dell’accordo per mostrarsi un Paese pacifico agli occhi del Mondo, mentre in realtà stava ancora conducendo segretamente il suo programma nucleare.

Tuttavia, l’IAEA (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica), che aveva il compito di monitorare il rispetto dell’accordo da parte dei contraenti, anche con visite ispettive, ha sempre smentito le affermazioni di Trump. Finora l’Iran pare sia stato sempre puntuale nel rispettare gli impegni presi.

Colpo di scena

Ma all’improvviso la svolta. Circa due settimane fa, il presidente israeliano Netanyahu ha denunciato, durante una conferenza stampa, le “menzogne” dell’Iran. E’ stato reso noto che il Mossad avrebbe trafugato circa 55mila pagine di documenti e 183 dischi pieni di files sul programma nucleare iraniano. L’Iran avrebbe mantenuto, tra l’altro, un network di scienziati e tecnici specializzati, così da poter continuare il suo progetto nucleare in gran segreto.

 

Ovviamente, molte sono state le reazioni a questa rivelazione. Ad ogni modo, gli esperti pare siano tutti d’accordo sul fatto che quelle informazioni, nella sostanza, erano già a conoscenza dell’IAEA. Inoltre, pare che anche alla CIA fossero già noti quei contenuti, che non potrebbero essere in ultima analisi considerati una violazione dell’accordo.

Ma Trump ha colto subito la palla al balzo, annunciando il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo e l’imminente arrivo di nuove sanzioni. Tuttavia, buona parte della comunità internazionale considera gli USA, e non l’Iran, il vero trasgressore. Annunciare nuove sanzioni in maniera unilaterale, sulla base di informazioni la cui genuinità deve essere ancora dimostrata, sono una flagrante violazione degli accordi presi nel 2015.

Sinistre assonanze

Inoltre, vorrei aggiungere, non è la prima volta che si adducono sensazionali ritrovamenti da parte di servizi segreti come pretesto politico per atti estremi. In molti si dovrebbero ricordare quando il 5 febbraio del 2003 l’allora Segretario di Stato Colin Powell si presentò all’ONU sbandierando faldoni di documenti di intelligenze come prova di un riarmo chimico dell’Iraq di Saddam. E come, in maniera teatrale, mostrò all’Assemblea una fialetta di antrace irachena sottratta dall’intelligence americana come prova. Solo molti anni dopo si seppe che quelle affermazioni, il cui scopo era quello di indurre l’ONU ad approvare un secondo intervento armato in Iraq, erano un falso prodotto ad hoc.

Gli interessi dell’UE

L’Unione europea, al contrario dell’America, ci tiene a tenere in vita l’accordo. Questi anni di pacifica collaborazione con l’Iran stavano cominciando a dare i loro frutti per i Paesi UE, senza dimenticare che l’Unione (Germania e Italia in testa) sono i partner commerciali privilegiati della Repubblica Islamica fin dai tempi della Rivoluzione.

Due giorni fa, a Bruxelles, è avvenuto l’incontro fra L’Alto Rappresentante UE, Federica Mogherini, con il ministro degli affari esteri iraniano Javad Zarif: al termine dell’incontro, la Mogherini ha affermato che l’Europa è fermamente convinta di voler salvaguardare l’intesa, e che il proficuo incontro con il ministro Zarif ha evidenziato l’impegno di Teheran a fare lo stesso.