Norwegian Wood: il romanzo più introspettivo e realista di Murakami

Ci sono libri che ti entrano dentro e ci restano per lungo tempo, se non per sempre. Libri da cui non puoi staccarti, che ti rapiscono, non ti lasciano neanche il tempo di mangiare e ti fanno abbandonare completamente l’idea di uscire di casa. Hai solo voglia di continuare a leggere. Per me uno di questi è Norwegian Wood.

«Isn’t it good Norwegian wood?»

Già prima di questa pubblicazione Murakami è uno degli scrittori più conosciuti e apprezzati in Giappone. Un autore di spicco della seconda metà degli anni Settanta che, con la sua cifra stilistica, tende ad uscire dalla tradizione. Riferimenti alla cultura occidentale, l’immaginazione, personaggi surreali, dualismo tra realtà e irrealtà e una malinconia di sottofondo che si insinua. Arrivato al quinto romanzo però Murakami coglie tutti di sorpresa: Norwegian Wood si discosta dal binario percorso fino a questo momento e ciò che ne risulta è un romanzo realistico, sentimentale e nostalgico (con una rievocazione degli anni sessanta e numerosi riferimenti musicali, a partire dal titolo). È la storia di un giovane che, ormai trentasettenne, ripercorre, con un flashback, la sua adolescenza tra il 1968 e il 1970, quando il Giappone vedeva scoppiare le rivolte studentesche. Il protagonista si chiama Watanabe Toru: è un ragazzo con una sua morale, che si sente lontano dai rivoluzionari che lo circondano, che si distanzia da tutto ciò che sente falso e per questo tende ad isolarsi. Il suo libro preferito è Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald e sarà proprio questo a procurargli la conoscenza di Nagasawa, ragazzo sfrontato e facoltoso, che lo porterà a perdere parte della sua ingenuità. Si divide fra due ragazze: Naoko, ragazza cupa e difficile, con alcune fragilità, per la quale inizia a provare dei sentimenti forti e Midori, giovane spontanea, un pò l’antitesi dell’altra, che, nonostante le difficoltà che la colpiscono, mostra sempre uno slancio vitale e lo attira a sé. Watanabe è al centro e, continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare, nel suo percorso di crescita e di dolore dovrà alla fine fare delle scelte. Scelte che molto spesso non hanno a che fare solo con la vita, ma, anche con la morte. Quest’ultima è uno dei fili conduttori del libro, una condizione con la quale Toru dovrà trovarsi a fare i conti:

«La morte non è l’opposto della vita, ma una sua parte integrante.»

Tanti i riferimenti letterari – Fitzgerald, Dickens, Thomas Mann – e tanti anche quelli musicali: Beatles, Bob Dylan, Stevie Wonder, Henry Mancini, Bach… Il titolo stesso riprende una canzone dei Beatles. Inizialmente per il suo libro Murakami pensa a Il giardino sotto la pioggia, in omaggio a una sonata di Debussy, e successivamente a Norwegian Wood, come tributo a uno dei più celebri brani del gruppo inglese. Tributo alla nostalgia verso un passato ormai lontano, ma, per certi versi ancora vivo, anche per chi non l’ha vissuto. Naoko, attratta da questa canzone per le sue sonorità malinconiche, dichiara che è la sua preferita e quando chiede che gliela suonino la sua non è una richiesta, ma una preghiera.

«Quando sento questa canzone a volte divento tremendamente triste, non so perché ma ho la sensazione di vagare in una foresta profonda. Come se fossi da sola, al freddo e al buio, e nessuno venisse ad aiutarmi. Per questo, se non glielo chiedo io espressamente, Reiko evita di suonarla.» (Naoko)

Norwegian Wood riscuote subito un grande successo e in poco tempo vende più di tre milioni e mezzo di copie. Questo romanzo ti tiene incollato fino alla fine, non tanto per la trama, quanto per una sensazione e un’emozione continua che suscita. In una continua oscillazione tra la vita e la morte, Murakami descrive la realtà indagando i sentimenti umani, con un sottofondo caratterizzato dalla malinconia e dalla solitudine. Dopo quest’opera la sfera sentimentale si insinua  negli scritti di Murakami e l’elemento umano diventa una parte fondamentale all’interno della cornice fantastica.

“Cent’anni di solitudine” compie 50 anni

La letteratura latinoamericana e la corrente del realismo magico

Gabriel Garcia Marquez era pressoché sconosciuto prima di pubblicare “Cent’anni di solitudine”. Era un giornalista, un appassionato di cinema e aveva pubblicato qualche racconto. Poi nel 1967 arriva il capolavoro. Con questo viene consacrato come uno dei più grandi scrittori in lingua spagnola e la sua opera è considerata come una delle più importanti del realismo magico.

Il realismo magico è una corrente che si sviluppa a partire dagli anni Cinquanta agli anni Novanta. Questo termine viene utilizzato per la prima volta da un critico d’arte tedesco, Franz Roh, nel 1925. Nel 1927 c’è la prima traduzione spagnola e nel 1949 verrà introdotto nella letteratura latinoamericana da Alejo Carpentier con un prologo, di una sua opera, intitolato “lo real meravilloso”. Il meraviglioso di cui parla Carpentier è quello che trovano gli europei quando arrivano in America e tentano di riprodurlo, però in maniera meccanica. La realtà americana esce fuori dalle categorie europee e arriva a comprendere la magia. Diversamente però dal genere fantastico che provoca un senso di angoscia e di inquietudine, nel realismo magico questa fase è superata, non si hanno più dubbi e si è convinti che oltre alla realtà materiale esista un’altra dimensione che è allo stesso livello e si manifesta senza scontri. Non è importante che questa realtà meravigliosa esista ma che la gente ci creda. Il realismo magico è la poetica, la corrente letteraria che esprime tutto questo.

Gabriel Garcia Marquez da giornalista a premio Nobel

Dopo aver lavorato come reporter, dopo una collaborazione con Fidel Castro, dopo aver lavorato come sceneggiatore e per la pubblicità, dopo aver pubblicato alcuni romanzi (in cui appare la città di Macondo e il colonnello Aureliano Buendia) Marquez dal 1962 al 1967 non pubblica più nulla di letterario. La leggenda dice che durante un viaggio ad Acapulco con la famiglia ha una rivelazione e gli appare tutto il romanzo di “Cent’anni di solitudine”. Così ecco il capolavoro del realismo magico, che in soli 6 mesi vende più copie in tutta l’America Latina di qualsiasi altro libro. Capolavoro che oggi compie 50 anni.

“Cent’anni di solitudine” è il risultato di una lunga lavorazione. È il libro in cui confluiscono tutti i vari stili di scrittura che ha sperimentato fino a quel momento. È la storia delle sette generazioni della famiglia Buendia nell’immaginaria città di Macondo. L’inizio del libro è esemplare, ed è una ripresa di “Pedro Paramo” opera di Juan Rulfo. Tra le tecniche narrative utilizzate si nota l’utilizzo della prolessi, che anticipa eventi che spiegherà solamente in seguito, oltre all’uso dell’iperbole, della reiterazione e dello straniamento. C’è subito la presentazione di questa città immaginaria: un villaggio costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane. “Molte cose erano prive di nome e per citarle bisognava indicarle col dito”. Macondo è metafora della creazione, della scoperta dell’America e dell’infanzia dell’uomo. La storia di Macondo diventa la storia del mondo. Vengono narrate tutte le vicende che riguardano il colonnello Aureliano Buendia, suo fratello Josè Arcadio e tutte le altre generazioni fino all’ultima con Aureliano Babilonia. Quest’ultimo è l’unico che riesce a decifrare delle carte lasciate da Melquiedes, un altro dei personaggi cardine, in cui c’era scritta la storia di Macondo. Arrivati alla fine della lettura di queste pergamene si arriva alla fine di questa storia e alla fine del romanzo, in cui una tempesta spazza via Macondo dalla faccia della terra e segna la fine della famiglia Buendia.

Con questo romanzo Marquez riesce a parlare, in maniera metaforica, delle violenze subìte dall’America Latina e degli eventi storici che riguardano la Colombia. Guadagna fama mondiale e arriva ad ottenere perfino il premio Nobel nel 1982. In seguito pubblica molti altri romanzi, se pur non del calibro di “Cent’anni di solitudine”. Ciò nonostante Gabriel Garcia Marquez è uno dei romanzieri coinvolti per primi nel boom letterario latinoamericano degli anni Sessanta e Settanta insieme a Julio Cortazar, Carlos Fuentes e Vargas Llosa.