Scottanti evidenze sui gas in Siria

Ad ormai più di una settimana dall’attacco missilistico in Siria, emergono dai media di tutto il Mondo dubbi sulla realtà delle cose come ci sono state presentate dalla Coalizione.

Nei giorni successivi l’attacco americano, inglese e francese contro la Siria continuiamo ad interrogarci sul presunto uso di gas tossici contro la popolazione civile. Ricordiamo che le forze di Assad sono state accusate dalla Coalizione di aver utilizzato gas di cloro e sarin contro la popolazione civile del Ghouta.

L’OPAC finalmente al lavoro

Gli ispettori dell’OPAC (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) sono giunti in Siria ormai da una settimana, ma ancora non avevano potuto svolgere le loro indagini, in quanto tre giorni fa una squadra dell’organizzazione aveva desistito dalle sue operazioni dopo che si era verificato un attacco con armi da fuoco nei confronti della squadra di sicurezza dell’ONU nella zona.

Nella giornata di ieri gli inviati dell’OPAC hanno finalmente potuto svolgere il loro compito, come riferisce l’organizzazione stessa in un suo comunicato ufficiale. Verranno stilate delle relazioni che saranno inviate alle nazioni aderenti alla Convenzione per il disarmo chimico.

Il dubbio

Ormai sul web diverse testate giornalistiche, anche molto note, incominciano ad avanzare sospetti circa l’effettivo utilizzo di questi gas. E se è vero che Theresa May e Macron hanno gridato di possedere le prove indiscutibili dell’uso dei gas da parte di Assad, tutti si chiedono perché si sarebbe dovuto utilizzare un mezzo tanto eclatante ed indiscriminato per fronteggiare una questione militare tutto sommato “convenzionale”.

Circa dieci giorni fa il giornale italiano “AnalisiDifesa.it” aveva avanzato l’ipotesi che tutto queste presunte “prove schiaccianti” non fossero altro che un banale tentativo di casus belli: effettivamente tutti ricordiamo le presunte armi chimiche di Saddam, pretesto per il secondo intervento statunitense nel Golfo; una dinamica analoga può essere ritrovata nell’intervento anglo-francese in Libia nel 2011. Questi esempi ci ricordano come più di una volta siano stati utilizzati come pretesto per l’azione armata informazioni fornite da fonti quantomeno dubbie, se non proprio inventate di sana pianta.

L’opportunità militare dell’uso di gas

Inoltre si fa notare come il gas di cloro (il cui uso deve ancora essere dimostrato dall’OPAC) non sia una vera e propria arma, ma un prodotto chimico di facile produzione. Difatti anche lo stesso Stato Islamico, negli anni passati, aveva fatto uso di agenti chimici nei combattimenti. Dunque si tratta di strumenti relativamente diffusi fra tutte le parti in conflitto.

Si badi bene che noi non intendiamo in questa sede sostenere la perfetta innocenza e correttezza del regime di Assad, provatamente colpevole di numerose violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Tuttavia, allo stesso tempo, non possiamo non interrogarci sulla motivazione che avrebbe spinto la Siria ad utilizzare un mezzo del genere, adatto a colpire in maniera rozza ed indiscriminata un grande numero di individui, quando in realtà le operazioni condotte dalle forz armate di Assd si limitano alla neutralizzazione di sparute sacche di resistenza, per di più in una regione che è stata già occupata.

Ed inoltre non si vede il motivo per cui il governo siriano avrebbe dovuto utilizzare un’arma così controversa proprio in un momento tanto delicato dal punto di vista internazionale, che avrebbe chiaramente fornito alla comunità mondiale un eclatante pretesto per ingerirsi nelle vicende della Siria.

Un’ultima considerazione su questo punto: l’obiettivo dell’attacco missilistico avvenuto circa dieci giorni fa. E’ stato rilevato che circa il 70% dei missili intelligenti sia stato diretto contro un sito di (presunta) produzione di armi chimiche presso Damasco, in quanto individuato come la fonte da cui provengono le armi chimiche. Tuttavia, negli ultimi anni, l’OPAC aveva già effettuato ben tre controlli in quella struttura, senza rilevare alcunché di allarmante. Le relazioni sono facilmente reperibili sul loro sito ufficiale. Possibile che la Coalizione non le avesse lette?

Incapacità dell’ONU

Con questo articolo non vogliamo in alcun modo difendere il regime di Bashar al Assad, in quanto i crimini commessi dalle sue truppe sono noti e ben documentati. Anche per quanto riguarda le armi chimiche, il cui uso da parte siriana è stato confermato più volte. Ma allo stesso tempo ci sembrava doveroso sollevare alcuni ragionevoli dubbi su avvenimenti tanto gravi, che le grandi potenze non sembrano volere approfondire (almeno pubblicamente). All’indomani dell’attacco di gas nel Ghouta, durante una seduta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Russia aveva utilizzato il suo diritto di veto per bloccar la proposta americana di creare una apposita squadra di indagine sulla faccenda. Quando poco dopo una proposta simile è stata avanzata dalla Russia, gli Stati Uniti hanno fatto la stessa cosa. Ed è con questi modi stupidi che le Nazioni Unite si bloccano ogni volta che il loro intervento sarebbe necessario, invitando così gli Stati ad agire unilateralmente.

Guerra in Siria. A chi vogliamo credere?

Per l’ennesima volta in Siria civili muoiono soffocati dai gas. Tutti si accusano a vicenda, ma qualcuno deve essere il colpevole.

I media di tutto il Mondo sono impegnati con il recente tiro al bersaglio di Gran Bretagna, Francia e Usa sulle installazioni militari siriane.

Come è noto, l’attacco è stato deciso come “punizione” per il recente uso che l’esercito siriano ha fatto nel Ghouta di agenti chimici. In particolare, nella città di Duma pare siano stati usati iprite e sarin per supportare le operazioni militari dell’esercito di Assad, il quale ha ormai strappato ai ribelli tuta la parte orientale della regione.

La Siria e la Russia gridano al complotto

Tuttavia, tre giorni fa alle Nazioni Unite, l’ambasciatore siriano Bashar al Jaafari aveva riaffermato che l’esercito siriano non ha mai fatto uso di gas durante il conflitto, e che questo non è altro che una macchinazione ordita dagli USA e dai sui alleati per screditare il regime di Assad. L’ambasciatore ha citato espressamente i servizi segreti Turchi e Sauditi, i quali avrebbero agito sotto direzione statunitense.

Subito gli aveva fatto eco il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, il quale aveva affermato che la Russia è in possesso di prove determinanti del coinvolgimento di “servizi segreti stranieri” in questa presunta messinscena. Inoltre, si è detto sicuro che gli operatori dell’OPAC non avrebbero trovato alcuna prova dell’uso di armi chimiche da parte siriana.

All’Ovest niente di nuovo

Gli esperti dell’OPAC, l’organizzazione internazionale per la proibizione e il disarmo chimico, proprio nella giornata di ieri hanno cominciato le loro indagini. Per parte loro, Francia e Gran Bretagna sono sicurissimi del fatto che il regime di Assad abbia di nuovo fatto ricorso alle armi chimiche. Nelle loro dichiarazioni pubbliche, sia il Presidente Macron che il Primo Ministro Theresa May  hanno sostenuto la necessità di questo attacco, affermando di essere in possesso di prove sicure dell’uso di armi chimiche lo scorso 7 aprile.

Il generale James Mattis, Segretario della Difesa degli USA, si è detto preoccupato per il fatto che ogni ulteriore attacco contro Assad, con la Russia e l’Iran in pieno stato di allerta, potrebbe portare ad una escalation potenzialmente incontrollabile. Probabilmente dello stesso parere sono Angela Merkel e il nostro Paolo Gentiloni, i quali hanno escluso un coinvolgimento armato dei rispettivi Paesi nel conflitto.

L’Italia al tempo stesso però, recita una nota di palazzo Chigi, non mette in discussione l’uso “difensivo” che l’aviazione statunitense fa delle basi di Aviano e Sigonella, in quanto operazioni volte al “supporto logistico delle forze alleate” e alla loro sicurezza. In effetti tutto ciò è davvero molto comodo, in quanto le operazioni altrimenti qualificate come offensive avrebbero bisogno di esplicita approvazione parlamentare. Ma la domanda che ci poniamo è: come si fa a capire se un drone armato americano è diretto a proteggere un convoglio di rifornimenti piuttosto che a bombardare una installazione militare siriana?

Le Repubbliche Popolari del Donbass | Speciale parte 2 di 4

Sono ormai quattro anni che si combatte nell’est. Le Repubbliche separatiste tengono duro, ma l’Ucraina è decisa a non demordere. Anche ricorrendo a scomodi alleati.

Eccoci con il nostro secondo appuntamento dello speciale dedicato all’attuale situazione della crisi dei rapporti Russia-Occidente, con un occhio di riguardo al conflitto ucraino. La settimana precedente si erano ripercorsi i fatti che avevano portato alla crisi politica interna al Paese, e che era culminata nella secessione degli oblast’ di Donetsk e Lugansk, nomi ormai divenuti tristemente noti. Oggi vogliamo approfondire la peculiare natura di queste due realtà territoriali ed offrirvi un quadro dell’attuale situazione politica e militare.

Le repubbliche popolari

Nell’aprile del 2014 un gran numero di manifestanti contrari alle proteste di Piazza Maidan occupano diversi edifici pubblici nell’oblast’ di Donetsk, importante centro nella zona orientale del Paese, quasi al confine con la Federazione russa. Ricordiamo al lettore che tutta la macroregione del Donbass fino al Mar Nero costituisce una delle zone più ricche di tutta l’Ucraina, soprattutto grazie alle ingenti risorse minerarie.

Il giorno successivo viene proclamata la Repubblica popolare di Donetsk, cui seguirà il 24 aprile la secessione dell’oblast’ di Lugansk. In entrambe queste circoscrizioni si tennero dei referendum sulla secessione che godettero di una affluenza superiore all’80%. Con essi la popolazione delle due regioni promosse il progetto indipendentista con percentuali quasi bulgare (nel caso di Lugansk si espresse a favore non meno del 94% della popolazione).

La “Nuova Russia” e il Protocollo di Minsk

Le due repubbliche neo costituite dovettero fin da subito fronteggiare le reazioni militari di Kiev contro l’insurrezione. Notevole è stata la capacità della “Milizia popolare del Donbass”, ovvero la forza armata delle due repubbliche, nel contenere i violenti attacchi delle forze ucraine: il primo nucleo della milizia era già in via di formazione durante i primi giorni della rivolta. Le sue file vennero costituite da un nutrito numero di volontari locali ma anche da numerosi volontari provenienti dal mondo russo (in particolare ceceni ed osseti).

Le due repubbliche cercarono di guadagnare forza l’una dall’altra allestendo il cosiddetto “Progetto Nuova Russia”, ovvero una nuova confederazione che comprendesse le due Repubbliche neo-costituite. Il progetto venne abbandonato pochi mesi dopo con il Protocollo di Minsk: questo progetto, patrocinato dall’OSCE, consisteva in un accordo di cessate il fuoco e una provvisoria delimitazione territoriale, in vista di possibili sviluppi diplomatici. Al Protocollo aderirono, fra la fine dell’estate e l’inizio di settembre, sia i rappresentanti di Kiev che quelli delle due repubbliche scissioniste. Questo tuttavia non impedì una nuova escalation delle violenze, culminate in quella che è conosciuta come la seconda battaglia per il controllo dell’aeroporto di Donetsk. Da quel momento le ostilità si trovano in una sorta di stallo.

Indicativa rappresentazione della delimitazione concordata con il Protocollo di Minsk

Lo stallo

La situazione che si è venuta a creare presenta delle caratteristiche piuttosto anomale: il confine fra l’Ucraina e le due repubbliche si è attestato su una linea piuttosto stabile, anche se i piccoli scontri e le scaramucce fra piccole formazioni sono all’ordine del giorno. Altrettanto frequenti sono i bombardamenti da parte ucraina delle zone lungo il confine, alle quali la Milizia popolare risponde con un più intenso fuoco di piccolo calibro.

Notevole è la capacità organizzativa delle forze separatiste, le quali, essendo formate da un gran numero di volontari con pregresse esperienze militari, si sono organizzate su un sistema di Brigate indipendenti che supportano la Milizia popolare e che godono di un notevole equipaggiamento di produzione russa, compresi mezzi corazzati pesanti.

L’elevata quantità e qualità dell’equipaggiamento ha sollevato molti dubbi circa la condotta della Federazione russa: se consideriamo la fortissima posizione filorussa delle due repubbliche e la possibilità per la Russia di ottenere da questi nuovi amici notevoli quantità di materie prime (soprattutto carbone), non ci appare così improbabile l’ipotesi di un proficuo rapporto di riarmo fra la Federazione e le due repubbliche.

Una (a prima vista) eclatante confusione ideologica

Ciò che appare fin da subito molto interessante è la peculiare situazione politica ed organizzativa delle due repubbliche, soprattutto per quanto riguarda Donetsk. Pur essendo una “Repubblica popolare” vi sono articoli contenenti statuizioni particolarmente reazionarie. Ad esempio, l’Art. 9 pone il cristianesimo ortodosso del Patriarcato di Mosca come religione ufficiale, mentre gli articoli 31 e 12 censurano rispettivamente i rapporti omosessuali (definendoli espressamente “perversi”) e l’aborto.

Inoltre numerosi componenti del governo hanno un passato molto contrastante. L’attuale “Governatore del popolo” Pavel Gubarev non solo iniziò la propria esperienza nella politica all’interno di un’organizzazione neonazista russa, ma ha dimostrato in molte occasioni pubbliche vicinanza a personaggi come il filosofo e politologo russo Alexander Dugin.

Dugin è universalmente noto come colui che ha rilanciato, verso la fine del secolo scorso, l’ideologia nazional-bolscevica (una sorta di sincretismo fra il comunismo più spinto ed una matrice di fondo nazionalista) e come aperto sostenitore di una nuova politica imperialista da parte della Russia. Tanto per dare un’idea del personaggio citiamo due fra le sue opere più famose: “Il Fascismo immenso e rosso” e “Eurasia. La Rivoluzione conservatrice”.

Aleksandr Zacharčenko, Presidente della Repubblica Popolare di Donetsk.

Il fascino della svastica

Ma le forze armate separatiste non sono le sole ad ospitare soggetti quantomeno dubbi nelle loro fila. Dall’altra parte del fronte, anche l’esercito ucraino non disdegna l’aiuto della svastica. Nei mesi subito successivi alla cruenta separazione, a causa della contestuale caduta del governo di Viktor Janukovyč, i militari ucraini non potevano godere di piena libertà di azione e dislocamento per tentare di contrastare i ribelli. Hanno sopperito a questo limite con la creazione di brigate formate da volontari provenienti da tutta Europa (soprattutto Italia, Francia e Spagna) ma che avevano quasi tutti in comune una spiccata propensione per la destra estrema. Vi vogliamo citare solo la più nota di queste formazioni, il Battaglione “Azov”.

Nato appunto come una formazione indipendente di combattenti, nello stesso 2014 è stata inquadrata dall’esercito ucraino all’interno del nucleo forze speciali della Guardia Nazionale (tanto da condurre un gran numero di operazioni insieme ai paracadutisti dell’esercito regolare ucraino). Sono stati ripetutamente accusati da agenzie di tutto il mondo di ripetuti e sistematici crimini di guerra, come torture, esecuzioni e mutilazioni. Il loro simbolo richiama lo Schwartze Sonne (il Sole nero molto amato dalla simbologia nazista) accompagnato dalla runa Wolfsangel (anch’esso simbolo runico molto amato dai nazisti, tanto che fu usato come stemma della 2° SS-Panzerdivision “Das Reich” durante la seconda guerra mondiale).

Ad esso si sono aggiunti altri reparti, come il Battaglione “Donbass”, i cui membri, come sorta di rito di iniziazione, sembra si facciano tatuare dai compagni delle svastiche sul petto.

Alcuni membri del Battaglione “Azov”. Appare evidente la simbologia nazista

Siria, Erdogan continua l’offensiva. E Macron si preoccupa per i curdi.

Dopo la caduta di Afrin l’esercito turco non si ferma. E Macron fa impazzire la Turchia incontrando i leader curdi.

La scorsa settimana avevamo discusso della difficile situazione in Siria all’indomani della caduta di Afrin. Erdogan afferma che l’esercito turco si trova in Siria per restarci, e che la distruzione dello YPG (la milizia curda della regione settentrionale della Siria) è un obiettivo fondamentale per il governo Turco. Tuttavia, la presenza di un discreto numero di militari americani nella zona potrebbe causare spiacevoli incidenti.

Stati Uniti terzo incomodo

Sono stimati in circa 2000 i militari americani presenti nel Nord della Siria, inviati prevalentemente con il duplice compito di osservatori e di addestratori per le nuove leve della milizia curda. Ricordiamo che questa proficua collaborazione fra curdi e Coalizione è in atto fin dall’inizio della lotta all’ISIS, il cui peso è stato finora sostenuto per la maggior parte dai combattenti curdi.

La presenza di militari americani è accertata anche nella cittadina di Manbij, sita nella parte meridionale del cantone di Kobane. Tre giorni fa il Consiglio per la sicurezza militare della Turchia, presieduto dallo stesso Erdogan, ha valutato i possibili sviluppi dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”: la probabile direttrice dell’avanzata turca molto probabilmente avrà come punto cardine il controllo di questo strategico crocevia, già fortificato dalla guarnigione curda.

Il Consiglio per la sicurezza in un comunicato ha “invitato caldamente” le truppe americane a ritirarsi dalla zona di Manbij, in quanto controllata da quelli che la Turchia considera dei terroristi. E dunque, applicando la proprietà commutativa, si lascia intendere che verranno considerati come terroristi tutti coloro che verranno trovati a supportare lo YPG (in quanto la Turchia considera da sempre lo YPG come la costola armata del Partito Comunista Curdo PKK in Siria).

Un Macron filo-curdo attira le ire di Ankara

La Turchia sta creando anche forti attriti con la Francia di Macron, il quale ha ricevuto a Parigi una delegazione dell’SDF (Self Defence Forces) curdo per discutere riguardo la difficile situazione. Il Presidente Macron si dice preoccupato non solo per la grave situazione che sta attraversando la popolazione civile, ma anche delle avvisaglie di ripresa dello Stato Islamico, specialmente al confine con l’Iraq.

Circa due giorni fa alcuni elementi dello schieramento curdo avevano fatto circolare la voce che la Francia fosse pronta ad inviare aiuti alle forze curde. Ieri è giunta una netta smentita da parte dell’Eliseo riguardo un imminente invio di truppe, anche se lo stesso Macron ha affermato di valutare, insieme con i cuoi consiglieri militari, la possibilità in futuro di un intervento diretto nella zona. Queste dichiarazioni devono essere lette in concomitanza con le recenti affermazioni del Presidente Trump sulla possibilità per gli Stati Uniti di ritirarsi, in un futuro non molto lontano, da un conflitto costato 7000 miliardi di dollari “senza nessun risultato apprezzabile”.

La Turchia ha attaccato duramente il Governo francese per questo summit con le forze curde, accusando la Francia di riunirsi intorno ad un tavolo con gli stessi pericolosi terroristi che la Turchia sta combattendo strenuamente sul campo di battaglia. Il vice-presidente del Consiglio turco ha affermato che la Francia si è voluta mettere deliberatamente “in rotta di collisione” con Ankara, e che “tutti coloro che solidarizzano con i terroristi saranno considerati nemici della Turchia”.