Le ingerenze nei sistemi democratici dell’Occidente | Speciale Russia parte 4 di 4

L’influenza russa
Tra le criticità che la comunità di Intelligence statunitense sta affrontando nella gestione della sicurezza nazionale, la problematica maggiore deriva dagli attacchi informatici cibernetici condotti dalla Russia, attacchi messi in atto con l’obiettivo di influenzare le elezioni americane del 2016 e le elezioni del prossimo futuro. In una dichiarazione congiunta dell’ottobre 2016 del Department of Homeland Security (DHS) e dell’Ufficio del Direttore dell’Intelligence nazionale (DNI), la comunità di Intelligence ha indicato il governo russo come responsabile degli attacchi informatici e di Cyber propaganda (FBI Memorandum).

Ma nel mirino della Russia non ci sono soltanto gli Stati Uniti. Prove di ingerenza sono infatti state rilevate anche nelle elezioni europee. I leader di Germania, Francia e Gran Bretagna hanno pubblicamente accusato la Russia di interferire nelle loro ultime elezioni. Le prove dimostrano che la Russia stava finanziando campagne e utilizzando tecniche di propaganda analoghe per sostenere le parti con una piattaforma pro-Russia.

Da novembre 2015 a giugno 2016, due gruppi di servizi segreti russi (RIS) sono riusciti a infiltrarsi nei server del comitato nazionale democratico statunitense (DNC) rubando e-mail e informazioni riservate. Il primo gruppo, noto come Advanced Persistent Threat (APT 29), è entrato nel sistema nell’estate 2015. Il secondo, APT 28, è entrato nella primavera del 2016. Entrambi i gruppi hanno attaccato organizzazioni, gruppi di riflessione e università in tutto il mondo. L’APT 29 evita il rilevamento durante il phishing su reti sicure, mentre l’APT 28 si propone come organizzazioni legittime per ingannare le vittime nell’inserimento di informazioni personali. Una di queste vittime era John Podesta, responsabile della campagna di Hillary Clinton. Entrambi questi gruppi sono stati in grado di compromettere il partito politico democratico attraverso una serie di e-mail sofisticate di spear-phishing.

Il timeline dell’attacco agli Stati Uniti

I dati e le informazioni trafugate dai gruppi di hacker russi sono state poi fornite al sito web Wikileaks, che il 22 giugno 2016 ha pubblicato e-mail che mostravano membri di alto livello del DNC coinvolti in pratiche oscure e non etiche. Pochi giorni dopo, il 26 giugno 2016, i funzionari dell’intelligence statunitense hanno dichiarato di avere “alta fiducia” nell’ indicare come responsabile dell’attacco al DNC la Russia. L’8 novembre 2016, Donald Trump, il candidato favorito dalla Russia, è stato eletto presidente.

In una valutazione congiunta dell’intelligence del dicembre 2016, la Central Intelligence Agency (CIA), l’Agenzia per la sicurezza nazionale (NSA), e l’FBI, hanno dichiarato che: “Il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato una campagna di influenza nel 2016 rivolta alle elezioni presidenziali americane. Gli obiettivi della Russia erano di minare la fede pubblica nel processo democratico statunitense, denigrare il segretario Clinton e danneggiare la sua eleggibilità e la sua potenziale presidenza. Si rileva ulteriormente che Putin e il governo russo ha sviluppato una chiara preferenza per il Presidente eletto Trump”.

La Russia ha dunque usato questa campagna di influenza per concentrarsi sulle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, cercando di ferire i candidati percepiti come ostili al Cremlino. Più tardi, nel dicembre del 2016, il presidente Obama ha imposto sanzioni economiche alla Russia ed ha espulso trentacinque agenti dell’intelligence russa.

Gli attacchi all’Europa occidentale

Per tutto il 2016 e il 2017, la Russia ha anche utilizzato tattiche simili per influenzare le elezioni nei paesi dell’Europa occidentale. La Russia ha mostrato un forte interesse soprattutto verso i partiti di estrema destra, partiti che il Presidente Putin sta sostenendo cercando di capitalizzare sulle crisi economiche e di sicurezza in Europa, costruendo così un forte sostegno popolare.

Il Cremlino ha fornito finanziamenti e sostegno al Front National francese, all’ Alternative für Deutschland tedesco, al Partito per l’indipendenza del Regno Unito e ad altri partiti politici europei di estrema destra. Sebbene non tutti questi partiti politici abbiano avuto successo, l’interesse russo dimostra l’obiettivo di ampliare la propria influenza su diversi fronti.

Seguendo la cronologia degli eventi, si può presumere quasi con certezza che la Russia continuerà a compiere azioni segrete per influenzare le elezioni straniere sostenendo candidati pro-Russia, avanzando l’agenda politica del Cremlino nell’ Occidente. Sebbene l’America continui ad investire nella sicurezza informatica, e nonostante colossi dei social media, Facebook ad esempio, stiano iniziando a prendere contromisure per reprimere la diffusione della disinformazione, il Cremlino continuerà comunque i suoi attacchi informatici agli apparati democratici occidentali, data l’avanzata capacità di esecuzione e il basso costo relativo alle operazioni stesse.

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele

Analisi degli ultimi eventi accaduti in Palestina, all’ombra di Trump

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato il 6 Dicembre, l’atto col quale ha disposto il trasferimento dell’ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.  Con questa mossa Trump ha riconosciuto ufficialmente la città Santa capitale d’Israele.

La decisione di Trump

The Donald, pare aver deciso unilateralmente di spostare l’ambasciata, andando contro i pareri dei suoi segretari e consiglieri. L’unico a essere favorevole al progetto, è il senior Advisor Jared Kushner, cognato del presidente, la cui famiglia ha legami parentali storici col premier israeliano Benjamin Netanyahu. Se la decisione sembra presa in solitaria, va ricordato che è nelle prerogative presidenziali la possibilità di spostare la sede delle ambasciate. In questo caso, così facendo, il POTUS ha eliminato la sospensione alla legge congressuale del 1995 che riconosceva Gerusalemme capitale d’Israele.

La risposta dei palestinesi

La risposta di Hamas non si è fatta aspettare, poche ore dopo la dichiarazione, hanno avuto inizio i primi disordini che, con il passare dei giorni, si sono trasformati in guerriglia urbana. Gli israeliani non si sono fatti cogliere impreparati, riuscendo ad arginare i manifestanti. Al momento in cui l’articolo è redatto il numero dei feriti, è di almeno 1250 e 4 morti. L’Autorità palestinese, non cela la volontà di chiamare una nuova Intifada, se la situazione non si dovesse stabilizzare.

Il mondo arabo

Da sempre diviso da problemi religiosi e d’influenza, il mondo arabo scopre nella questione palestinese un background comune. Niente unisce gli arabi come gli scontri tra palestinesi e israeliani, anche questa volta, la risposta non si è fatta attendere. Nella riunione del 9 Dicembre a Il Cairo, la Lega Araba oltre a denunciare le prevaricazioni d’Israele, ha richiesto una riunione del consiglio di sicurezza dell’Onu. La riunione verterà sulla decisione dell’America e i paesi della Lega sperano che al momento delle votazioni, l’unico veto sia quello degli Usa. Dimostrando così che la decisione di Trump non è supportata dalla comunità internazionale. Il 13 Dicembre l’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) ha riconosciuto “Gerusalemme est come capitale dello stato di Palestina occupato”.

Sostenitori e Detrattori

Al momento la decisione di The Donald non ha conseguito il successo sperato. Il supporto è, ovviamente, arrivato solo da Israele. L’Europa molto attenta al problema, a causa dell’alto numero di musulmani presenti nel continente, tiene un basso profilo. All’unanimità è stato stabilito il rifiuto della decisione americana, appellandosi alle risoluzioni del consiglio di sicurezza dell’Onu. L’unico paese che esce dal coro è la Francia di Macron, la quale pur condannando la scelta americana tenta di trovare un in Erdogan un mediatore. Il presidente turco, critica duramente la decisione di Trump, nel tentativo di sostituire l’Arabia Saudita nel ruolo di leadership dei paesi Sunniti. Quest’ultima, in questo frangente, mantiene un atteggiamento distaccato.

Le motivazioni degli USA

Gli Stati Uniti, possono aver deciso di muoversi in questo modo, per due ordini di motivi: il più probabile è il tentativo di sbloccare la situazione in cui si trovava la Palestina, toccando uno dei taboo principali. L’altra possibilità, meno credibile, può riguardare la determinazione di Trump di ricondurre il paese nell’isolazionismo. Se il motivo era scongelare la questione palestinese, gli è riuscito, costringendo entrambe le comunità ad aprire un tavolo delle trattative sulla situazione di Gerusalemme. In caso l’obiettivo fosse il disimpegno, la situazione si fa problematica. Se gli USA vogliono mettere da parte i panni del poliziotto, dovranno risolvere i dossier rimasti aperti con metodi tradizionali, altrimenti rischiano di peggiorare, la già instabile, situazione internazionale.

L’INTERVISTA | Medio Oriente e terrorismo secondo Fulvio Scaglione

Abbiamo intervistato per “Il Momento” il giornalista Fulvio Scaglione, ex vice-direttore di “Famiglia Cristiana” e noto reporter. È stato corrispondente da Russia, Afghanistan, Iraq e ha seguito le vicende del Medio Oriente, pubblicando a riguardo il libro “Il patto con il diavolo” (Rizzoli, 2016). Collabora con varie testate cartacee e online, fra cui, oltre a Famiglia Cristiana, Limes, Avvenire, Occhi della guerra, Linkiesta, Micromega.

D: Lei conosce bene, anche per esperienza diretta di reporter, il Medio Oriente e la situazione sociale e politica di quei Paesi. Crede che la vittoria di Putin e Assad in Siria possa essere un primo passo per una maggiore stabilità nell’area oppure no?

R: Non necessariamente. Già si vede, per esempio per quanto riguarda il Libano, che ci sono degli evidenti tentativi di rivincita del fronte perdente in Siria, composto per intenderci, con grandi generalizzazioni, da petromonarchie del Golfo Persico e Stati Uniti. Il tentativo di destabilizzare il Libano è piuttosto evidente, come altre manovre politico-diplomatiche, peraltro legittime, che non devono scandalizzare: per esempio i progetti palesi di alleanza fra sauditi e israeliani, i quali stanno solo cercando la maniera di farlo senza irritare troppo il mondo arabo. Anzi è già un’alleanza di fatto… Naturalmente un’alleanza di questo genere darebbe un peso molto maggiore ai tentativi di contrastare l’allargamento dell’influenza politica dell’Iran. Questo per dire che non è detto che la sconfitta militare dell’Isis sia necessariamente l’anticamera di una maggiore stabilità.
Infatti basta vedere quello che è successo in Iraq dopo il 2003. Dopo l’invasione angloamericana e la presa di potere degli sciiti al posto dei sunniti – i quali erano la base del regime di Saddam Hussein – ci sono stati anni e anni di guerriglia sanguinosissima.
Ci sono Paesi che hanno le risorse finanziare, la volontà politico-religiosa e un vivaio di militanti pronti a battersi così vasto che possono tenere in ebollizione qualunque regione del Medio Oriente per anni e anni. Quindi continuo a ritenere che la questione del Medio Oriente non sia una questione militare, ma una questione politica. L’instabilità è garantita finché non la si pianta con questa
false flag dell’esportazione della democrazia – che in realtà significa abbattere i regimi non graditi e anche quelli che, prima graditi, di volta in volta diventano sgraditi – e finché non si accetta il fatto che questo mondo, Medio Oriente compreso, è troppo vasto e diverso per essere ricondotto ad un unico pensiero, a un’unica cultura politica e in generale ad un’unica cultura. Infatti più abbiamo esportato democrazia, più instabilità c’è stata.

 

D: Come pensa che sarà il nuovo regno di Mohammed bin Salman, l’erede al trono dell’Arabia Saudita?

R: A giudicare dalle mosse di questo re, che ufficialmente non è ancora re, ma si comporta come se lo fosse, il nuovo regno sarà molto più disposto a investire in spedizioni militari e molto più aggressivo anche nell’arena internazionale. Abbiamo visto cos’è successo all’ONU quando le Nazioni Unite hanno cercato di varare delle inchieste indipendenti sui crimini di guerra nello Yemen: l’Arabia Saudita ha semplicemente ricattato le Nazioni Unite e i Paesi delle commissioni dicendo che non avrebbe più fatto affari con quei Paesi e non vi avrebbe più investito se avessero approvato quelle cose.
Quindi a giudicare dalle prime mosse immagino che l’attuale erede al trono e domani re varerà qualche riforma di facciata, come il permesso alle donne di guidare o di lavorare nei centri commerciali in attività che prima erano loro proibite. Però nella sostanza non cambierà il progetto saudita wahabita, che è quello di esercitare l’egemonia di fatto su tutto il mondo islamico. È stato calcolato che l’Arabia Saudita, che ha il 3% della popolazione islamica del mondo, esercita grazie ai miliardi che investe ogni anno un’influenza più o meno diretta su circa il 90% delle istituzioni islamiche del pianeta (scuole coraniche, università, accademie, ecc.). Credo che ciò non cambierà col nuovo re.
Peraltro non cambierà il leitmotiv di questi ultimi decenni, quello che io ho chiamato il patto con il diavolo, cioè l’alleanza sostanziale fra due globalizzazioni: una è la globalizzazione del turbocapitalismo di marca statunitense e in generale occidentale; l’altra è la globalizzazione perseguita dal wahabismo che vuole arrivare al pensiero unico nel mondo islamico.

 

D: Lei nel suo libro “Il patto con il diavolo” (Rizzoli, 2016) afferma che il vero lavoro di contrasto al terrorismo internazionale deve avere come presupposto quello di bloccare le fonti che finanziano il terrorismo islamico. Lei vede i segni di qualche tentativo in tal senso, di una minima intenzione politica o anche solo di una consapevolezza di ciò?

R: No, assolutamente no. Anzi direi il contrario. Quando ho scritto il libro (nel 2016 ndr) parlavo di Hollande e di quella leva politica. Ma basta vedere le mosse di Trump, di Macron, di Theresa May: sono esattamente sulle orme dei predecessori, anzi peggio. Il record di vendite di armi all’Arabia Saudita, che era di Obama, è stato battuto da Trump. La May ha incrementato i legami con l’Arabia Saudita e con gli altri Paesi del Golfo Persico per le forniture militari. Macron? Non parliamone: era ministro dell’industria e delle finanze quando Hollande siglava i contratti con l’Arabia Saudita. Adesso è presidente, figuriamoci. Fra l’altro, quando si sono avuti i segnali del fatto che il nuovo principe saudita stava avvicinandosi ancor più al trono, Macron era a Dubai per il Louvre e si è precipitato in Arabia Saudita per essere il primo a prendere contatto con il nuovo regime.
D’altra parte è scientificamente provato che le petromonarchie del Golfo Persico, Arabia Saudita in testa, sono i Paesi che finanziano il terrorismo e che per esempio hanno finanziato l’Isis. Lo ha scritto anche Hillary Clinton sia quando era segretario di Stato sia quando era candidata alla presidenza degli Stati Uniti nelle mail che poi sono state diffuse da Wikileaks. Tutti sanno che è così ma continuano esattamente come prima.
Quando il ministro degli Esteri del Qatar, in seguito al contrasto con l’Arabia Saudita, è venuto in Europa a fare un giro per i Paesi dell’UE è stato ricevuto dalla Mogherini, la responsabile europea per le politiche estere e di sicurezza. Quando è uscita da questo colloquio la Mogherini ha detto ai giornalisti che l’Unione Europea ha sempre avuto buoni rapporti con questi Paesi, intendendo evidentemente il Qatar e l’Arabia Saudita, e intende continuare ad averli. Noi sappiamo scientificamente, perché ce lo dice la Clinton e ce lo dicono infiniti studi, che questi due Paesi sono due Paesi pesantemente finanziatori del terrorismo, dunque il fatto è che l’Unione Europea ha sempre avuto buoni rapporti con i Paesi che finanziano il terrorismo e ci tiene ad averli. Questo è detto, è scritto, non è un’illazione.
Intendiamoci, poi va detta una cosa: non sono certo solo l’Arabia Saudita o il Qatar o il Kuwait che finanziano il terrorismo islamista. Anche l’Iran ha finanziato e sostenuto movimenti terroristici a sfondo islamista, però bisogna tenere conto delle proporzioni e le proporzioni sono assolutamente sbilanciate. Il terrorismo islamista sunnita, cioè quello sostenuto dai Paesi del Golfo Persico, è responsabile della stragrande maggioranza degli attentati e degli attacchi: non c’è nessun paragone. Quindi se si vuol seriamente contrastare il terrorismo islamista bisogna partire da lì. Se invece si vuole, come in effetti si vuole, far finta di niente e accettare questo terrorismo islamista in cambio di altri vantaggi geopolitici, benissimo, basta saperlo. Benissimo no, ma almeno si sappia.

Il Ministro qatariota Al-Thani con Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

D: Quali sono i legami, se ci sono, fra il radicalismo islamico in Italia e le fonti di finanziamento estere di cui abbiamo parlato?

R: L’Italia, come ormai hanno notato tutti, è stata risparmiata da attentati di ampia portata. Abbiamo avuto “robetta” in confronto a quello che è successo altrove. Io credo che questo non succeda per caso. Succede per diverse ragioni.
Una è sicuramente l’abilità dei nostri servizi, il
know-how che hanno maturato in molti decenni di contatti con il Medio Oriente. Pensiamo a Sigonella, Calipari…
La seconda ragione secondo me è che l’Italia è un Paese ponte, un Paese di passaggio per l’Europa e nessuno brucia i ponti su cui deve passare. Attentati pesanti in Italia vorrebbero dire più controlli e tensione molto più alta: non conviene. Quindi io tendo a pensare che non ci sia un grande investimento per sobillare, semmai c’è qualche investimento per controllare (
da parte dei finanziatori del terrorismo ndr).
Detto questo, siccome in Italia, come generalmente in Europa, seppur con molte differenze fra Paese a Paese, non è lo Stato che costruisce le moschee, esse sono frutto di investimenti privati. Allora diventa difficile sapere chi in realtà mette i soldi, con quale scopo e chi va a predicare. Poi di tanto in tanto si legge che qualche imam viene rispedito a casa perché predica violenza, ma generalmente (anche se immagino che i servizi segreti lo sappiano) noi non sappiamo cosa succede in queste moschee, in questi luoghi di culto, che proprio perché sono in qualche modo spontanei sfuggono al controllo. È tutta una serie di deduzioni quella che faccio io, non ho informazioni di prima mano, però mi viene il forte sospetto che se c’è un interesse strutturato per l’Italia da parte della filiera che sostiene il terrorismo islamico questo sia un interesse a tenere sotto controllo la situazione, più che a fomentare lo scontro. Perché, diciamocelo, pur con tutta l’abilità dei servizi segreti, se si possono organizzare attentati di un certo tipo in Francia, in Germania, nel Regno Unito, tendo a pensare che sia possibile farlo anche in Italia e che se ciò non avviene, non sia per caso, ma per una serie di ragioni.

 

Il Giappone di Shinzo Abe

Le caratteristiche del Sol Levante nazionalista

Sono ormai passate più tre settimane da quando, con elezioni anticipate, Shinzo Abe, primo ministro del Giappone, è stato riconfermato per un terzo mandato. Ricordiamo che Abe è alla guida del Giappone dal 26 dicembre 2012. Il primo ministro è un esponente della corrente più conservatrice e nazionalista del Partito Liberal Democratico (LDP). Quali motivazioni spingono i giapponesi a votare per la destra nazionalista?

Nazionalismo giapponese

Il nazionalismo in Giappone è stato, fino alla fine della seconda guerra mondiale, un elemento fondamentale del processo di nation building; in seguito alla sconfitta, per rientrare nella comunità internazionale, il Sol Levante dovette rinunciarvi perché considerato la causa dell’ingresso in guerra del paese. Lo sviluppo del potente vicino cinese e la volontà, da parte di quest’ultimo, di occupare alcune isole meridionali del Giappone, le Ryūkyū, hanno ridato nuova linfa a un nazionalismo che non ha mai abbandonato il popolo giapponese.

Abenomics

Con Abenomics indichiamo la politica economica attuata da Abe. Questa si articola in: politica fiscale espansiva (lo Stato deve stimolare la crescita economica attraverso ingenti investimenti pubblici), politica monetaria espansiva (simile al quantitative easing adottato dalla BCE, è uno dei modi non convenzionali con cui una banca centrale interviene sul sistema finanziario ed economico di un paese per aumentare la moneta in circolazione) e un programma di riforme strutturali di lungo periodo (che permettano di rilanciare l’investimento privato, aumentando la concorrenza e innalzando il tasso di popolazione attiva). L’Abenomics ha portato risultati soddisfacenti soprattutto per i salari che, crescendo più dell’inflazione, hanno aumentato il potere d’acquisto dei consumatori.

Riforma costituzionale

La costituzione nipponica del 1947, redatta durante l’occupazione statunitense, non consente al Giappone d’intervenire in teatri di guerra internazionali. Le Forze di autodifesa giapponesi, Jieitai, possono intervenire solo per la difesa del territorio nazionale (come sancisce l’articolo 9 della costituzione). Il primo ministro Shinzo Abe vorrebbe cambiarlo per ridefinire il ruolo delle forze di autodifesa in un contesto geopolitico in continuo mutamento e all’interno di un’area geografica dove le dispute diplomatiche e territoriali, in prevalenza con la Cina, non si sono mai arrestate.

Rapporto con Donald Trump

Shinzo Abe è stato il primo leader straniero a far visita al neo eletto presidente Trump. Il loro incontro è stato molto cordiale, indice di una buona intesa. Se Trump da una parte vuole far venir meno la collaborazione trans pacifica (Ttp) e l’accordo di libero scambio, dall’altra è favorevole allo sviluppo nucleare del paese. La visita del presidente Trump, del 5-6-7 novembre, in Giappone ha confermato che il riarmo del paese asiatico passerà attraverso il “buy american” sulla falsariga dell’Arabia Saudita. Il Giappone, diversamente dal paese del golfo, ha una fiorente industria militare che gioverebbe di un riarmo del paese. Per quello che riguarda la questione nucleare Trump sarebbe favorevole a uno sviluppo atomico di Giappone e Corea del Sud; su questa decisione, però, peserà il veto di Cina e Russia.

Il Giappone di Abe

Il Giappone, immaginato dal suo primo ministro, è un paese forte e in grado di gestire autonomamente la politica regionale, indipendente dall’ombrello nucleare statunitense, quindi dotato di una propria triade nucleare (arsenale atomico  suddiviso tradizionalmente in tre elementi: terrestre, navale e aerea), che potrebbe impensierire la Cina. Con Shinzo Abe al potere, il Giappone potrà finalmente riacquisire il peso strategico che più si addice a una potenza economica regionale, diventando il contrappeso alla politica espansionistica della Cina nel Mar Cinese.

G7, Trump protagonista

Taormina accoglie i leader del mondo libero

Giunto a conclusione il G7 di Taormina, splendida vetrina per l’Italia e per la Sicilia, è tempo di tirare le somme.
Quattro le macro aree su cui è stato incentrato il lavoro dei diplomatici e dei 7 capi di Stato: terrorismo, immigrazione, climate change, e  commercio. Dalla diffidenza della stampa internazionale sulla concreta utilità del format G7, fino ai tanti dubbi sulla apertura al dialogo del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ci si era affacciati a questa due giorni di lavoro con tante domande e la sensazione che sarebbero rimaste tali.

Terrorismo, uniti

Vividi sono il dolore e lo sgomento per gli attentati in Egitto e per l’attacco infame a Manchester del 23 maggio, così che la dichiarazione sul terrorismo è forte, pronta e condivisa e si apre proprio con il cordoglio per le vittime del terrore.
Sono quindici i punti con cui il G7 dichiara di voler combattere il terrorismo. “Raddoppiare gli sforzi” è l’imperativo comune, contro il terrorismo e dunque contro la radicalizzazione e la povertà. Maggiori risorse saranno concentrate anche sul web limitando, con la collaborazione dei server provider e dei social media, la diffusione dei contenuti d’odio.

Guerra dunque, cibernetica prima che miltare.
Presto una riunione dei Ministri dell’interno per passare dalle parole all’azione.

Più sviluppo che immigrazione

Nel G7 in cui molto tempo (“un quarto del totale” a detta del Premier Gentiloni) si è dedicato al confronto con i capi di Stato Africani e alla questione delle sviluppo e della crescita del continente nero, sull’immigrazione i 7 dichiarano che: “pur sostenendo i diritti umani di tutti i migranti e rifugiati, riaffermiamo i diritti sovrani degli Stati, individualmente e collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche nell’interesse nazionale e per la sicurezza”.
La collaborazione incondizionata sull’accoglienza non è dunque scontata, lo si è visto anche in territorio Europeo con le difficoltà enormi nella redistribuzione dei migranti.

Lo sguardo sul Mediterraneo dall’alto di Teormina e l'”outreach” sull’ l’Africa hanno però condotto il dialogo sui i binari giusti: sostenibilità, investimenti nelle infrastrutture e digitalizzazione. Questi i passi che verranno fatti per condurre l’Africa sulla strada dell’autonomia economica e politica.

Climate change, risposta americana tra una settimana

7 contro 1. Nessuno si aspettava che i proclami elettorali sarebbero stati messi da parte al primo meeting internazionale ed infatti Donald Trump non arretra, tanto meno d’altra parte i leader di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Giappone e Canada. Il fronte unico delle 6 potenze mondiali appena elencate ha messo nell’angolo la delegazione Americana che ha ottenuto una settimana in più di riflessione del proprio Presidente per redigere la dichiarazione sul Clima e per decidere se andrà rivisto, se sì in quale misura, il coinvolgimento degli Stati Uniti negli accordi di Parigi del 2015.
“Abbiamo preso atto che mentre 6 su 7 confermano gli impegni sull’accordo di Parigi – ha dichiarato Gentiloni -, gli Usa sono ancora in fase di revisione della loro politica. Mi auguro che questa fase si concluda presto e bene”.
Le difficoltà di Trump sono evidenti.
Russiagate tra le mura domestiche, molte questioni spinose da risolvere in terra straniera e un elettorato a cui rispondere. Aspettiamo, ma l’Europa e gli altri leader sul clima non cedono.

Commercio, no al protezionismo 

Anche qui Donald Trump protagonista. Intenzionato a reintrodurre un minimo sistema di dazi e a proteggere le famiglie e gli imprenditori americani, si scontra con la maggioranza dei leader, decisi a mantenere lo stato delle cose. Ancora un sì quindi alla globalizzazione, ma con la consapevolezza che è necessario, almeno in parte, cambiare le regole del gioco per non farsi trasportare da l’ebrezza del libero scambio incondizionato che tanti danni ha fatto alle famiglie della classe media di tutto il mondo.

 

La nuova limousine di TRUMP avrà; sacche di sangue, fucili e cannoni a gas.

Ha suscitato curiosità la richiesta del Presidente Trump di apportare alcune modifiche alla limousine presidenziale.

La nuova limousine presidenziale di Donald Trump sarà completamente rifornito di armi, finestre e porte a prova di proiettile, e persino di sacche di sangue per il presidente eletto in caso di emergenze.


La limousine "Cadillac One", verrà inaugurata il giorno di presentazione del nuovo Presidente alla Casa Bianca.

La nuova limousine presidenziale, avrà un costo di $ 1,5 milioni, il New York Post ha riferito.

E´ curioso anche il fatto che l´auto sarà blindata come un mezzo militare rendendo le porte così pesanti che il presidente Trump non sarà in grado di aprirle dall'interno.