L’escalation militare in Siria

Escalate to de-escalate, sembra essere il mantra di questi giorni all’interno dell’amministrazione statunitense, rappresentando un chiaro ritorno alla Madman Theory dei tempi di Nixon e Kissinger. Questa forma di politica estera impediva alle cancellerie dei vari paesi di prevedere le mosse della Casa Bianca.

Le motivazioni di Francia e Regno Unito

Prima di lanciare la sua rappresaglia, il presidente Donald Trump ha cercato alleati in Europa. Favorevoli all’intervento si sono dimostrati essere solo Inghilterra e Francia. La prima è decisa a rinsaldare la special relationship, che dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, permette all’Inghilterra di attingere agli armamenti americani e a speciali partnership economiche. In cambio il Regno Unito ha partecipato attivamente alle attività militari statunitensi, supportandole anche all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Francia dal canto suo è decisa a imporsi come leader europeo in vista della Brexit. Il paese resta l’unico dell’Unione Europea ad avere armamento nucleare e un posto permanente nel Consiglio di Sicurezza.

L’attacco

Fonti della CNN, riportano che durante l’attacco sono state utilizzate 118 munizioni di diverso tipo. I Panavia Tornado dell’aeronautica inglese, partiti dalle basi di Cipro hanno sganciato 8 missili Storm Shadow. Per quanto riguarda l’intervento francese, i suoi Rafale hanno sganciato sui bersaglio 9 missili Storm Shadow. La fregata multimissione classe FREMM della Marine Nationale ha lanciato sui bersagli assegnatigli 3 missili da crociera MdCN (Missile de Croisière Naval). Come sempre il supporto americano è risultato essere il più sostanzioso, la marina statunitense ha lanciato 60 missili Tomahawk, da due cacciatorpediniere classe Arleigh Burke e da un incrociatore lanciamissili classe Ticonderoga. Allo strike ha partecipato anche un sottomarino d’attacco nucleare classe Virginia, che ha lanciato 6 missili Tomahawk. Secondo indiscrezioni l’aeronautica USA è intervenuta sul teatro siriano con bombardieri B-1B, partiti da Qatar, che hanno rilasciato 19 JASSM. Tutti i bersagli sembra siano stati colpiti, senza causare danni collaterali. Differente la versione russa, secondo la quale, la contraerea siriana dotata di batterie risalenti all’epoca sovietica, sia riuscita ad abbattere un buon numero di missili.

La risposta internazionale

A livello internazionale, Germania e Italia hanno deciso di non partecipare al raid. I due paesi hanno supportato gli alleati nella scelta di colpire gli impianti chimici di produzione dei gas. L’Italia in un momento di orgoglio nazionale, pare abbia impedito l’uso delle basi logistiche presenti sul territorio nazionale. Gli altri paesi della NATO e il Giappone hanno semplicemente condannato l’uso delle armi chimiche, senza soffermarsi sullo strike. Russia, Iran e Siria hanno condannato l’accaduto, considerato un atto criminale. Anche la Cina si è schierata contro ogni intervento militare non approvato dall’ONU.

Possibili scenari

Se la crisi siriana sembrava ad un punto di svolta prima del 7 Aprile, adesso l’intera questione andrà riconsiderata. Intanto pare che gli USA vogliano far approvare una nuova tranche di sanzioni economiche ai danni della Federazione Russa e di alcuni oligarchi. D’altro canto pare che Trump abbia deciso il ritiro totale delle truppe dalla Siria. Sembra proprio il caso di dire che gli Stati Uniti stiano tentando di attuare la tattica dell’escalate to de-escalate. La Francia invece sembra convinta di voler intervenire per risolvere la situazione, magari come intermediario tra Russia e Occidente. In generale, possiamo affermare che lo strike non abbia sortito alcun effetto nei confronti del regime Baath.

Pillole di politica estera – settimana XV

I principali avvenimenti di politica estera della XV settimana del 2018

 

L’attacco missilistico in Siria

Nella notte italiana fra il 13 e il 14 aprile Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno dato il via a un attacco contro tre obiettivi in Siria. Un totale di 105 missili sono stati lanciati contro un centro di ricerca e sviluppo a Damasco e due installazioni a Homs, che secondo il Pentagono sono strutture collegate alla produzione di armi chimiche. L’incursione è stata lanciata in seguito a un presunto attacco chimico avvenuto il 7 aprile a Duma: secondo le potenze occidentali tale attacco sarebbe stato compiuto dal governo siriano contro i ribelli e avrebbe colpito anche i civili, mentre Siria e Russia negano un qualsiasi coinvolgimento nell’accaduto.

I tre Paesi che hanno diretto i raid missilistici contro gli impianti siriani hanno affermato che non intendono rimuovere dal potere il presidente siriano Assad, ma soltanto colpire le sue capacità di condurre attacchi chimici in futuro.

 

Le reazioni all’attacco in Siria

La Siria e i suoi alleati hanno definito illegale l’attacco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna: la Russia, in particolare, li ha condannati per non aver atteso lo svolgimento di indagini indipendenti sullo svolgimento e sulle effettive responsabilità del presunto attacco chimico. Putin, inoltre, a quanto riporta l’agenzia russa Tass, ha dichiarato che “attraverso le loro azioni gli Stati Uniti (…) stanno di fatto collaborando con i terroristi”. Secondo il Ministero della Difesa russo, 71 dei missili lanciati sono stati abbattuti dalla difesa aerea siriana e non vi sono stati feriti. Dimostrazioni di piazza si sono svolte in Siria a sostegno del regime.

Inviati dell’OPAC (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) sono giunti nel frattempo a Damasco per svolgere indagini indipendenti sul presunto attacco chimico che ha scatenato le tensioni internazionali intorno alla Siria.

 

Nuove sanzioni degli Usa contro la Russia

La tensione fra Paesi occidentali e Russia continua a crescere anche dopo il lancio di missili contro Assad. Domenica 15 aprile infatti l’ambasciatrice degli Usa presso l’ONU, Nikki Haley, ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca per il suo sostegno al governo siriano. La Russia ha reagito con durezza: la portavoce del Ministero degli Esteri ha affermato che gli Usa vogliono colpire il Paese eurasiatico per il semplice fatto di essere un attore globale.

 

Orban trionfa nelle elezioni ungheresi

Il primo ministro ungherese Viktor Orban è stato riconfermato per la terza volta nelle elezioni tenutesi l’8 aprile. Orban ha ottenuto una larga vittoria, raccogliendo il 49,27% dei voti, grazie ai quali il suo partito Fidesz può occupare 133 dei 199 seggi dell’Assemblea Nazionale: un numero sufficiente anche per apportare modifiche alla Costituzione. La crescita dell’affluenza elettorale, al contrario di quanto prevedevano vari analisti, non ha indebolito il premier sovranista, anzi l’ha rafforzato. Nella gara elettorale si è posizionato in seconda posizione il partito nazionalista Jobbik (19%) e in terza posizione la coalizione di centrosinistra (12%).

 

Nuove manifestazioni pro-indipendenza in Catalogna

Centinaia di migliaia di manifestanti pro-indipendenza hanno marciato domenica per le strade di Barcellona per chiedere la liberazione dei politici indipendentisti incarcerati. I dimostranti erano 750mila secondo gli organizzatori, 315mila secondo le autorità. La manifestazione avviene in un periodo di forte instabilità politica per la Catalogna, che ancora non è riuscita a nominare un presidente in una situazione di perdurante scontro con le autorità centrali spagnole.

 

Il partito laburista israeliano rompe le relazioni con Corbyn

Il capo del partito laburista israeliano, Avi Gabbay, ha dichiarato in una lettera diffusa sui media la temporanea sospensione di tutte le relazioni formali fra il suo partito e il leader dei laburisti inglesi Jeremy Corbyn. Gabbay ha accusato Corbyn di permettere atteggiamenti antisemiti nel suo partito e di mostrare ostilità alle politiche del governo israeliano. Tale rimostranza formale segue alcune proteste che lo scorso mese dei gruppi ebraici britannici avevano svolto di fronte al Parlamento. Corbyn, sostenitore dei diritti dei palestinesi e critico verso Israele, si è scusato per i comportamenti antisemiti di frange del suo partito e ha promesso di raddoppiare gli sforzi per evitare che essi si ripetano.

Guerra in Siria. A chi vogliamo credere?

Per l’ennesima volta in Siria civili muoiono soffocati dai gas. Tutti si accusano a vicenda, ma qualcuno deve essere il colpevole.

I media di tutto il Mondo sono impegnati con il recente tiro al bersaglio di Gran Bretagna, Francia e Usa sulle installazioni militari siriane.

Come è noto, l’attacco è stato deciso come “punizione” per il recente uso che l’esercito siriano ha fatto nel Ghouta di agenti chimici. In particolare, nella città di Duma pare siano stati usati iprite e sarin per supportare le operazioni militari dell’esercito di Assad, il quale ha ormai strappato ai ribelli tuta la parte orientale della regione.

La Siria e la Russia gridano al complotto

Tuttavia, tre giorni fa alle Nazioni Unite, l’ambasciatore siriano Bashar al Jaafari aveva riaffermato che l’esercito siriano non ha mai fatto uso di gas durante il conflitto, e che questo non è altro che una macchinazione ordita dagli USA e dai sui alleati per screditare il regime di Assad. L’ambasciatore ha citato espressamente i servizi segreti Turchi e Sauditi, i quali avrebbero agito sotto direzione statunitense.

Subito gli aveva fatto eco il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, il quale aveva affermato che la Russia è in possesso di prove determinanti del coinvolgimento di “servizi segreti stranieri” in questa presunta messinscena. Inoltre, si è detto sicuro che gli operatori dell’OPAC non avrebbero trovato alcuna prova dell’uso di armi chimiche da parte siriana.

All’Ovest niente di nuovo

Gli esperti dell’OPAC, l’organizzazione internazionale per la proibizione e il disarmo chimico, proprio nella giornata di ieri hanno cominciato le loro indagini. Per parte loro, Francia e Gran Bretagna sono sicurissimi del fatto che il regime di Assad abbia di nuovo fatto ricorso alle armi chimiche. Nelle loro dichiarazioni pubbliche, sia il Presidente Macron che il Primo Ministro Theresa May  hanno sostenuto la necessità di questo attacco, affermando di essere in possesso di prove sicure dell’uso di armi chimiche lo scorso 7 aprile.

Il generale James Mattis, Segretario della Difesa degli USA, si è detto preoccupato per il fatto che ogni ulteriore attacco contro Assad, con la Russia e l’Iran in pieno stato di allerta, potrebbe portare ad una escalation potenzialmente incontrollabile. Probabilmente dello stesso parere sono Angela Merkel e il nostro Paolo Gentiloni, i quali hanno escluso un coinvolgimento armato dei rispettivi Paesi nel conflitto.

L’Italia al tempo stesso però, recita una nota di palazzo Chigi, non mette in discussione l’uso “difensivo” che l’aviazione statunitense fa delle basi di Aviano e Sigonella, in quanto operazioni volte al “supporto logistico delle forze alleate” e alla loro sicurezza. In effetti tutto ciò è davvero molto comodo, in quanto le operazioni altrimenti qualificate come offensive avrebbero bisogno di esplicita approvazione parlamentare. Ma la domanda che ci poniamo è: come si fa a capire se un drone armato americano è diretto a proteggere un convoglio di rifornimenti piuttosto che a bombardare una installazione militare siriana?

La Siria e le armi chimiche

Assad sta vincendo la guerra ? E se si, usa ancora le armi chimiche ?

Le armi chimiche colpiscono ancora una volta un paese dilaniato dalla guerra civile. L’area colpita corrisponde grosso modo alle zone di Douma, area a est di Damasco e alla parte orientale di Ghouta. Entrambe le zone fanno parte di una sacca di resistenza ormai finita nelle mani del regime.

L’attacco

L’8 Aprile fonti dei ribelli, affermano d’aver visto soldati d’Assad, rilasciare grossi contenitori nei dintorni delle aree colpite. Questi potrebbero essere i vettori del gas. Le vittime dell’attacco sembrano essere una cinquantina mentre centinaia gli intossicati. Se questo dovesse corrispondere al vero, la situazione potrebbe essere peggiore del previsto.

Le motivazioni

Perché un governo che sta vincendo la guerra dovrebbe fare uso di sostanze chimiche ?Forse per velocizzare la resa delle ultime forze ribelli? Oppure per dare un segnale di forza ? Nel primo caso, si è raggiunto l’obbiettivo: i ribelli di Jaish al Islam in seguito all’attacco hanno accettato di sgomberare il campo. Sostanzialmente l’uso dei gas ha funzionato, causando però un contraccolpo dal punto di vista mediatico, danneggiando la credibilità del regime. Nel secondo caso, il segnale arrivato è contraddittorio. Il regime non è cosi solido come vuol far credere. Quando si utilizzano armi di distruzione di massa, gli americani insegnano, vuol dire che gli sforzi convenzionali non sono sufficienti a sconfiggere l’avversario.

I commenti dei principali attori coinvolti nella guerra civile siriana

Il presidente Donald J. Trump come sempre è partito con le minacce che risultano essere molto credibili. Basti pensare alla risposta americana agli attacchi del 4 Aprile del 2017, compiuti dal regime d’Assad sempre con il gas, quando furono lanciati 59 missili cruise contro una base siriana. La Turchia, tramite una nota del proprio ministro degli esteri, ha condannato l’accaduto. Assad ha ovviamente respinto le accuse, protetto dallo Zar Putin. Interessante anche il commento dell’Iran, che grida al complotto ai danni del regime Ba’th.

Conclusioni

In attesa che un’indagine internazionale accerti le, eventuali, responsabilità siriane la guerra sembra volgere al termine con una vittoria, qualche tempo fa inaspettata del regime di Damasco.