Radiohead – I-days 2017 – Parola d’ordine comodità

Al tramonto.

Sotto un cielo rosa pastello.

I-days,Parco di Monza, 16 giugno 2017.

Più che il day 2 dell’imponente Festival, che accoglie numerosi artisti per quattro giorni, nell’importante cornice di un immenso parco, questo è il day 2 dei Radiohead in Italia. Dopo la strabiliante data di Firenze, svoltasi appena due giorni prima, gli artisti di Oxford hanno avuto il compito di provare a replicare, o addirittura surclassare, un concerto che è stato pressochè perfetto. Uno show all’indomani del quale si è concretizzata un’autentica gara di aggettivi, perchè descrivere quanto proposto da Thom Yorke e dalla sua band è davvero complicato. A Monza i Radiohead hanno suonato per tutti non solo per i veri appassionati. Tra i tanti pezzi abbiamo ascoltato Paranoid Android, No Surprises, Karma Police e perfino Creep, il primo brano ad averli resi celebri in tutto il mondo. Tra i sessantamila cuori e mani che battevano c’eravamo anche noi a godere di questo spettacolo e guardandoci un po’ attorno siamo accorti che oltre al gusto musicale quelle sessantamila persone avevano in comune anche un “codice di abbigliamento”. E’ bastato fare un giro nel parco, durante le ore di attesa, per capire che le parole d’ordine erano comodità e funzionalità. Cappelli e visiere ma anche foulard a mò di turbante per ripararsi dal sole cocente. Ragazzi in camicie di lino e t-shirt in tutte le gamme cromatiche, petto nudo per chi invece il caldo torrido non può proprio sopportarlo o semplicemente vuole approfittarne per un po’ di tintarella. Le ragazze indossano per lo più mini abiti o crop top e shorts. Ciò che accomuna tutti però è lo zaino in spalla o il marsupio in vita. Talvolta anche la cintura, come ormai il trend setter detta, diventa l’accessorio più utile per legare la maglietta o semplicemente tenere un pacchetto di sigarette ed avere la possibilità di far danzare libere le mani. No a sandali o ciabatte ma via libera alle sneakers . Alte, basse, in pelle o in tessuti tecnici , poca importa l’importante è sentirsi a proprio agio. Una legge non scritta dunque che non parla di moda, parla di stile e di priorità dove l’individualità regna sovrana nell’aspetto ma canta la stessa strofa della medesima canzone.

 

La violenza psicologica

Il tema della violenza psicologica e della manipolazione mentale che spesso la precede, costituisce un argomento oggetto di discussione, a causa della mancanza di dati certi riguardo il numero delle vittime di tale reato. La donna ha, con il tempo, imparato a riconoscere gli aspetti della violenza fisica, ma tende ancora ad accettarne una forma più subdola e sottile, la quale avviene spesso tra le mura domestiche ed è denominata “VIOLENZA PSICOLOGICA”,che consiste nella denigrazione e umiliazione di una persona scelta da un carnefice, il quale tramite azioni manipolatorie, finalizzate a farle perdere la fiducia in se stessa, a renderla svilita e priva di punti di riferimento. Trattasi di un omicidio dell’ anima e della mente, dai troppi esecutori impuniti, ragion per cui si richiede la sensibilizzazione da parte del maggior numero di persone possibili, affinché il fenomeno emerga e, chiunque ne sia vittima, si riappropri della dignità e integrità mentale, mentre chiunque agisca venga neutralizzato. Spesso il crimine non è denunciato, perché compiuto dalle persone che più si amano, ma anche, perché si teme che esponendosi, i figli, considerati il principale oggetto di ricatto da parte degli abusanti, possano essere sottratti dalle strutture sociali competenti. È opportuno, però dire che questi non siano gli unici motivi per i quali non si denunci, a volte non lo si fa, perché non si ha piena consapevolezza di ciò che si sta vivendo, quindi è impossibile denunciare un problema che non si riconosce. A tal proposito, è importante sottolineare che al giorno d’oggi manchi una normativa capace di tutelare contro gli abusi di natura psicologica, data la difficoltà nel riconoscerli in sede processuale. Vista la situazione, risulta di fondamentale importanza ascoltare, parlarne, creare una rete che coinvolga tutti indistintamente: medici, forze dell’ ordine, sportelli antiviolenza, pronti in primis a porre l’ abusante dinanzi l’ errore commesso, per far si che capisca quanto dolore abbia provocato. È naturale che la comunicazione e il confronto, gli incontri tra gli abusanti e gli abusati non bastino per porre fine al fenomeno, ma possano contribuire ad esorcizzare la paura di un fenomeno criminoso dalle conseguenze gravi e costi sociali elevati. Doveroso, inoltre, è coinvolgere i ragazzi, perché proprio da loro parte la prevenzione.

G7, Trump protagonista

Taormina accoglie i leader del mondo libero

Giunto a conclusione il G7 di Taormina, splendida vetrina per l’Italia e per la Sicilia, è tempo di tirare le somme.
Quattro le macro aree su cui è stato incentrato il lavoro dei diplomatici e dei 7 capi di Stato: terrorismo, immigrazione, climate change, e  commercio. Dalla diffidenza della stampa internazionale sulla concreta utilità del format G7, fino ai tanti dubbi sulla apertura al dialogo del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ci si era affacciati a questa due giorni di lavoro con tante domande e la sensazione che sarebbero rimaste tali.

Terrorismo, uniti

Vividi sono il dolore e lo sgomento per gli attentati in Egitto e per l’attacco infame a Manchester del 23 maggio, così che la dichiarazione sul terrorismo è forte, pronta e condivisa e si apre proprio con il cordoglio per le vittime del terrore.
Sono quindici i punti con cui il G7 dichiara di voler combattere il terrorismo. “Raddoppiare gli sforzi” è l’imperativo comune, contro il terrorismo e dunque contro la radicalizzazione e la povertà. Maggiori risorse saranno concentrate anche sul web limitando, con la collaborazione dei server provider e dei social media, la diffusione dei contenuti d’odio.

Guerra dunque, cibernetica prima che miltare.
Presto una riunione dei Ministri dell’interno per passare dalle parole all’azione.

Più sviluppo che immigrazione

Nel G7 in cui molto tempo (“un quarto del totale” a detta del Premier Gentiloni) si è dedicato al confronto con i capi di Stato Africani e alla questione delle sviluppo e della crescita del continente nero, sull’immigrazione i 7 dichiarano che: “pur sostenendo i diritti umani di tutti i migranti e rifugiati, riaffermiamo i diritti sovrani degli Stati, individualmente e collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche nell’interesse nazionale e per la sicurezza”.
La collaborazione incondizionata sull’accoglienza non è dunque scontata, lo si è visto anche in territorio Europeo con le difficoltà enormi nella redistribuzione dei migranti.

Lo sguardo sul Mediterraneo dall’alto di Teormina e l'”outreach” sull’ l’Africa hanno però condotto il dialogo sui i binari giusti: sostenibilità, investimenti nelle infrastrutture e digitalizzazione. Questi i passi che verranno fatti per condurre l’Africa sulla strada dell’autonomia economica e politica.

Climate change, risposta americana tra una settimana

7 contro 1. Nessuno si aspettava che i proclami elettorali sarebbero stati messi da parte al primo meeting internazionale ed infatti Donald Trump non arretra, tanto meno d’altra parte i leader di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Giappone e Canada. Il fronte unico delle 6 potenze mondiali appena elencate ha messo nell’angolo la delegazione Americana che ha ottenuto una settimana in più di riflessione del proprio Presidente per redigere la dichiarazione sul Clima e per decidere se andrà rivisto, se sì in quale misura, il coinvolgimento degli Stati Uniti negli accordi di Parigi del 2015.
“Abbiamo preso atto che mentre 6 su 7 confermano gli impegni sull’accordo di Parigi – ha dichiarato Gentiloni -, gli Usa sono ancora in fase di revisione della loro politica. Mi auguro che questa fase si concluda presto e bene”.
Le difficoltà di Trump sono evidenti.
Russiagate tra le mura domestiche, molte questioni spinose da risolvere in terra straniera e un elettorato a cui rispondere. Aspettiamo, ma l’Europa e gli altri leader sul clima non cedono.

Commercio, no al protezionismo 

Anche qui Donald Trump protagonista. Intenzionato a reintrodurre un minimo sistema di dazi e a proteggere le famiglie e gli imprenditori americani, si scontra con la maggioranza dei leader, decisi a mantenere lo stato delle cose. Ancora un sì quindi alla globalizzazione, ma con la consapevolezza che è necessario, almeno in parte, cambiare le regole del gioco per non farsi trasportare da l’ebrezza del libero scambio incondizionato che tanti danni ha fatto alle famiglie della classe media di tutto il mondo.

 

Social Network

Occhio non vede, Social Network te lo dice

Viviamo in una società in cui anche l’ impossibile diventa possibile. Ebbene si,per quanto assurdo possa sembrare,al giorno d’ oggi, basta accedere un pc per essere aggiornati riguardo la vita di altre persone che vivono lontane da noi, il tutto grazie ai social network,i quali come tutte le cose,posseggono lati positivi e negativi che sembrano emergere sempre più. Da recenti studi,infatti si evince che l’ uso frequente dei social comporti non pochi problemi o addirittura dipendenze paragonabili a quelle da alcol o droga. Non è facile diagnosticare ad una persona un disturbo causato dal frequente utilizzo dei social,perché non vi sono sintomi i quali permettono di riconoscerlo, ma lo si può evincere. Basta osservare quanta poca importanza si conferisca al relazionarsi con gli altri. Basta pensare si preferisca parlare con una persona separati da uno schermo e non davanti ad un buon caffè,guardandosi negli occhi. E quando ci si ritrova l’ uno accanto all’ altro,cosa accade? Nulla. Il silenzio finisce per essere il protagonista,perché non si ha niente da dirsi,il social ha già rivelato più del dovuto. È evidente che questi ultimi abbiano reso la società in cui viviamo definibile “società dell’occhio non vede,social te lo dice. O forse,sarebbe meglio dire,l’ abbiano resa “social dipendente”. Infatti,si sente il bisogno di condividere con il mondo ogni istante della vita,come se ciò servisse a far sentire forti e a far nascondere le debolezze,violando la privacy. La dipendenza da social network è diventata una vera e propria emergenza alla quale far fronte. Occorre far comprendere,soprattutto agli adolescenti,che i social siano un qualcosa di positivo solo se utilizzati correttamente,ossia evitando di condividervi vari aspetti di vita quotidiana e conferendo più spazio alle chiacchierate guardando l’ altra persona negli occhi,perché questa è la vita vera,queste sono le vere relazioni.

Valori

Recuperiamo i valori perduti

Combattere per i propri ideali, per trasmettere i propri valori, anche a costo di lasciarci la pelle.

Questo facevano i giovani del passato. E adesso, cosa resta di quel passato? Nulla, tranne l’ amaro in bocca causato dai ricordi e dalla consapevolezza del fatto che purtroppo le cose siano cambiate. In peggio, per alcuni versi. Viviamo in una società in cui si conferisce più importanza all’ apparire che all’essere. In cui non c’è spazio per chiunque non possieda un cellulare all’ ultimo grido o non indossi capi griffati. Come se l’ abito facesse il monaco! Ebbene si, per quanto brutto possa sembrare, quella odierna è una società che si dispera se si rompe un cellulare, che si innamora tramite un social network e, quando ci si vede tra amici, non si parla. Ciò, indica che valori come amicizia, amore e famiglia siano ormai scomparsi, soprattutto tra i giovani. Tutto questo non è tollerabile, occorre recuperare questi valori. È necessario che i giovani ricomprendano il senso della riservatezza, smettendo di condividere ogni attimo della propria vita, perché questo non significa vivere realmente.

Vivere realmente significa cadere sette volte e rialzarsi otto, significa sacrificarsi pur di raggiungere un traguardo e innamorarsi dopo aver guardato una persona negli occhi, apprezzandola per come è, non per come appare. La vita è il dono più prezioso che si possieda, perciò recuperiamone il senso. Ciò non significa di certo non favorire il progresso o la tecnologia, significa saper equilibrare le cose, ritagliando del tempo per spegnere i cellulari ed accendere i cuori, proprio come un tempo.

Why Most of Golf Clubs Are The Same Length

Sharp-peered toward observers watching Jordan Spieth play the initial two rounds with all due respect of the Masters title may see something uncommon around one of his playing accomplices.

At six feet one inch and 200 pounds, novice Bryson DeChambeau positively resembles a top golfer. Be that as it may, what separates him from the other 88 Masters contenders is the accumulation of clubs in his sack.

Not at all like his opponents’, the greater part of DeChambeau’s irons and wedges – the workhorse clubs that propel the ball from the fairway to the green – have the same 37-1/2-inch length. Similarly striking, all the metal leaders of those clubs measure the same sum, just shy of 10 ounces.

Irons and wedges in a run of the mill set of clubs differ from 36 inches to 39 inches long and their heads from 8-1/2 to 10-1/4 ounces in weight.

DeChambeau’s bizarre lineup has given him a lot of progress. He won a year ago’s U.S. Beginner title, which earned him his spot in the Masters. Furthermore, as an understudy at Southern Methodist University, he additionally won the NCAA’s 2015 individual title. Just four past players, Jack Nicklaus, Tiger Woods, Phil Mickelson, and Ryan Moore had accomplished that twofold.

The steady length club accumulation and the “single plane” swing that it encourages have hugeness past DeChambeau’s Masters welcome.

Weekend golfers who regularly locate the amusement annoyingly troublesome could likewise profit by the uncommon lineup. That is on account of they for the most part need a somewhat distinctive swing for each of the 14 clubs they convey. A commonplace golf sack contains three woods or half and half clubs, ten irons and wedges, and a putter.

Having clubs of the same length and head weight “is much, significantly more easy to use for the normal golfer,” said Peter Dewhurst. A teacher emeritus in hypothetical and connected mechanics, and modern building at the University of Rhode Island, in Kingston, Dewhurst is the creator of “The Science of the Perfect Swing,” distributed by Oxford University Press before the end of last year.

The innovation has the key point of preference of giving consistency to the golf swing. A customary arrangement of clubs requires an alternate ball position for every club. So every swing moves the golf club through an alternate plane.

“Golf is one of only a handful few games where you utilize an entire cluster of various actualizes,” said Steven Nesbit, an educator of mechanical building at Lafayette College in Easton, Pennsylvania. “So the golfer confronts the test of having the capacity to modify from one to the next. DeChambeau has taken that out of thought.”

In his grasp, Nesbit included, “all the clubs have the same inertial resistance when he swings them. From the perspective of feel, each stroke feels the same.” Consistency additionally comes from the way that the ball lies in the very same spot concerning the golfer for each same-length iron and wedge.

“You are viably playing each shot with a 7-iron, a club that most players can hit genuinely well,” Dewhurst clarified. “Regularly as you run with a more drawn out club the ball makes tracks in an opposite direction from you.” By differentiation, having the ball similarly situated for every iron shot permits the golfer to swing in the very same route, on the same plane, every time.

Nesbit brings up one drawback of same-length clubs. “For the lower number irons the club head speed will be lower,” he clarified. “So you won’t get as much separation from the long irons.”

As indicated by Tom Wishon of Durango, Colorado-based Tom Wishon Golf Technology, a skilled player, for example, DeChambeau would likely hit his 37-1/2-inch 3-iron with six or seven miles for each hour less speed than he would with the typical 39-inch club. “He would most likely lose 12 to 15 yards long,” Wishon said.