Le censure e gli adattamenti applicati agli anime giapponesi

Erano gli anni ’90 e quasi tutti i cartoni che dal Giappone arrivavano in Italia venivano censurati.

In Giappone il mercato è molto più vasto rispetto al nostro e il pubblico a cui si rivolge è eterogeneo e di tutte le età. L’anime quindi non è un prodotto destinato esclusivamente ai bambini. Nel momento in cui viene esportato in altri Paesi vengono spesso operate delle censure per rendere il prodotto compatibile con il contesto culturale del Paese importatore. In Italia, essendo il cartone finalizzato ai bambini e adolescenti, si adoperano adattamenti, soprattutto quando trasmesso su reti pubbliche.

Quando si adottano le censure?

1 – Scene di sesso e di nudo. Negli anime giapponesi non è raro trovare delle scene erotiche, dei nudi, seminudi o scambi di effusioni. Queste sequenze vengono tagliate oppure modificate. Censure di questo tipo si trovano ad esempio in Occhi di gatto, Dragon Ball, Il mistero della pietra azzurra e È quasi magia Johnny.

2 – Scene di violenza. Scene in cui un personaggio muore, si ferisce o c’è troppo sangue vengono anche qui tagliate o modificate. Accadeva spesso con i cartoni degli anni ’90 e 2000; in seguito queste censure furono ridotte, con alcune eccezioni: in One piece I cavalieri dello zodiaco è stato modificato il colore del sangue, così come in Naruto hanno ritoccato le scene più violente. Anche il linguaggio ha subito delle modifiche nei cartoni trasmessi da Mediaset in quel periodo: parole come “morte”, “ammazzare” venivano sostituite da “eliminare”, “sparire”.

3 – Modifiche della trama. Spesso nella trasposizione si varia l’età dei protagonisti; nel doppiaggio italiano non si traducono alcuni termini originali, si cambiano o si aggiungono dialoghi (questa pratica scomparirà negli anni 2000) anche quando i personaggi sono in silenzio: accade in Dragon Ball e ne I cavalieri dello zodiaco. Inoltre nella trasmissione sulle nostri reti viene eliminato lo stacco, presente nell’anime giapponese e utilizzato per introdurre la pubblicità a metà episodio.

4 – Riferimenti al Giappone. I nomi giapponesi in Italia venivano tradotti con nomi italiani o inglesi, operando una sorta di “semplificazione culturale”, spesso contestata. Questa alterazione ha causato a volte alcuni incomprensioni, coma avviene in Sailor Moon: la protagonista Usagi, viene ribattezzata in Italia con il nome di Bunny, richiamando il significato del nome giapponese. Tutto bene fino alla seconda serie quando appare una bambina che si fa chiamare anch’essa Bunny e che poi verrà ribattezzata Chibiusa per non confonderla con la protagonista. In Italia non si capisce il perché di questo nome, deducibile invece in Giappone. “Chibi-usa” significa “piccola Usagi”. Altro caso di semplificazione culturale è l’eliminazione di bandiere o ideogrammi giapponesi.

5 – Scene che riguardano l’identità sessuale. Capita negli anime giapponesi che i personaggi dello stesso sesso facciano coppia fissa o che per un motivo o per un altro cambino sesso. Succede in Sailor Moon e in Ramna 1/2. Nella trasposizione questi avvenimenti vengono spiegati diversamente, come ad esempio la coppia formata da Sailor Uranus e Sailor Neptune in Sailor Moon viene mostrata come una semplice coppia di amiche, cambiando quindi anche parti della trama.

Tanti, troppi sono stati i cartoni censurati. Tra quelli maggiormente colpiti ci sono È quasi magia Johnny, Rossana, Piccoli problemi di cuore. Seguono poi una sfilza di cartoni che pure hanno subito censure, talvolta eccessive, come Lady Oscar, Sailor Moon, Mila e Shiro, Kiss me Licia. Dal 1997 però esiste un’associazione che si batte contro la censura, l’ADAM (Associazione italiana difesa anime e manga). Inoltre una scorciatoia agli adattamenti che la Rai e la Mediaset adottavano per i cartoni trasmessi era rappresentata da MTV, la quale trasmetteva anime in forma integrale.

Chi mi ama (invidia), mi segua.

AAA cercasi lavoro ben retribuito.                                 Tra sogni e like: il mercato dei social alla fiera dell’est.

E infine il Signore, sull’angelo della morte, sul macellaio
Che uccise il toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco
Che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto
Che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò”

Si canta da bambini, la si dimentica da giovani, ma certe canzoni, come i grandi amori
fanno giri immensi
e poi ritornano.
Il Branduardi è tornato sul pezzo, sulla colonna sonora della mia vita per caso: un must della mia infanzia a rispondere ai miei “perché” della giovinezza.
Da piccola volevo essere una regina perché, chiaro, una regina è più importante di una principessa.
Alla fiera dell’est volevo essere il Signore perché , chiaro, è lui la star della fiera.
E adesso?
Vorrei diventare qualcuno di importante, qualcuno che lasci il segno.
Ho pensato di diventare medico. Studio tutta l’estate per il test, se sono fortunata lo passo. Sei anni di studio matto e disperatissimo, tirocinio e bla bla bla… Per fare il lavoro più bello del mondo:
far nascere, salvare, curare vite!
Statistica MEF ricavata dagli studi di settore del 2015. Stipendio medio di un medico : 2000 / 3000 euro mensili. 4500 euro se primario.
Sono una ragazzo fortunato perché mi hanno regalato un sogno,
sono fortunato…

Ma mi sa che lo cambio!
Ho pensato di diventare insegnante.
Non farò nascere bambini, ma coltivo idee, alimento passioni, educo una nazione!
Che onere e che onore! Un lavoro di tutto rispetto!
Si, d’accordo ma poi… Dopo 35 anni di servizio riuscirò a guadagnare circa 2742 euro mensili.
Un numero nettamente inferiore al numero di ragazzi che ho conosciuto, alle ore passate a scuola, alla somma di tutti i voti che ho messo!
Non si sceglie il lavoro per i soldi. Si fa per passione.
E la passione si sa, costa fatica.
Una fatica che poi regalerà tante soddisfazioni e ci farà acquisire uno status:
il miracolo degli ospedali, la regina del teorema di Pitagora!
Chi bella vuol apparire un poco deve soffrire.

Medici e insegnanti lo sanno bene quando guardano i risultati proposti dal Daily Telegraph riguardo gli stipendi degli influencer più quotati:
La regina è Huda Kattan con ben 18000 dollari per post.
Poi c’è il Signore Cameron Dallas con niente meno che 17000 dollari per post.
La principessa di “The Blonde Salad” non è nella top ten, 12000 dollari per post… Ahi ahi!
I dati sugli stipendi degli influencer sono da capogiro.
Quelli di medici e insegnanti da voltastomaco.
Sia la testa che lo stomaco si curano con il medico, però!
Ognuno ha ciò che si merita.
Siamo noi a decidere i “re e le regine”della nostra società.
Pensiamoci.
Quando mettiamo un like, seguiamo qualcuno di importante stiamo legittimando un modello di società dove non si è re perché si cura un cancro, si è re perché si hanno tanti “mi piace”.
…. I “mi piace” vengono dalla pancia, ma il mal di pancia non si cura con la Ferragni.
Il modello a rete, dei social, sembra quasi un modello “flat,”piano. Apparentemente siamo nello stesso piano dell’inventore… liberi di “likare” a destra e a manca .
Un modello totalmente altro rispetto al modello tradizionale gerarchico dove si entra per gradi: più si sale di grado, più  si acquisisce potere: non si è bravi chirurghi dall’oggi al domani! Nel meccanismo dei social, in una struttura a rete non conta più chi è sopra e chi è sotto. Non si riconosce più uno “status”.
In un modello non gerarchico, posso parlare di diritti?

È Paolo Sommaggio,  professore associato della facoltà di giurisprudenza dell’università degli studi di Trento ad approfondire questo tema.

“Mentre in una struttura gerarchica la società mi riconosce uno status a cui si ricollegano una serie di prerogative. In una network society cos’ho?
Qual è la misura della mia importanza?
Non vi è più una relazione tra sopra e sotto, non è uno status, ma un “moto”.
Più relazioni ho, più mi caratterizzo in un determinato modo, più sono importante.
A seconda del numero di relazioni, della frequenza, dell’aumentare di numeri di followers si diventa più importante di un altro. Non vi è più una valutazione gerarchica, è solo il numero (quantificazione spicciola) a determinare l’importanza.
Non è più il posizionamento in una scala.
Sono importante perché piaccio, perché sono di moda, perché faccio tendenza!”.
Qual è il merito di un soggetto che non ha alcun merito?
Il merito è quello di “essere seguito”.
Sta sulla capacità di attrarre e far seguire.
Tu chiamale se vuoi, emozioni.

Il racconto dell’ancella

La distopia di Margaret Atwood

Voi come lo immaginate il futuro?

Margaret Atwood l’ha immaginato così: la fine del ventunesimo secolo vede il mondo sopraffatto dalla guerra, devastato dall’inquinamento radioattivo e la demografia testimonia una crescita zero. In questo futuro prossimo, nel luogo in cui oggi ci sono gli Stati Uniti, a seguito di un golpe, si instaura la “Repubblica di Gilead”. Questa nuova forma di governo è una teocrazia totalitaria in cui la condizione della donna è completamente asservita all’uomo per scopi riproduttivi. Le donne non fertili sono classificate come “non donne” e quindi eliminate. Le donne fertili, ovvero le ancelle, sono invece assegnate a dei Comandanti, detentori del potere all’interno della repubblica, ai quali devono dare un figlio. Questo principio si fonda su un passo della Bibbia, secondo cui un marito qualora avesse avuto una moglie sterile avrebbe potuto unirsi con una serva per generare figli (Genesi 30,1-4). Ci sono poi anche altri personaggi come: le Marte, ovvero le serve, gli Occhi, che sono delle spie, i Custodi, ovvero l’equivalente maschile delle Marte, gli Angeli, cioè i soldati, le mogli dei Comandanti e degli Angeli e le Zie, rigide guardiane del rigore morale delle donne. Le altre confessioni religiose e la lettura sono vietate. Chi tenta di ribellarsi o di fuggire viene mandato nelle colonie dove viene impiegato nello smaltimento delle sostanze tossiche.

Orwell e Huxley come modelli

Quella descritta da Margaret Atwood nel suo romanzo è una distopia. La distopia è la descrizione di un’immaginaria società del futuro indesiderabile. È considerata il contrario dell’utopia e rappresenta una comunità in cui delle caratteristiche politiche e tecnologiche che troviamo nel presente vengono portate all’estremo negativo. I maggiori esponenti della corrente distopica sono: Aldous Huxley con “Il mondo nuovo”, George Orwell con “1984” e Ray Bradbury con “Fahrenheit 451”. Proprio questi tre vengono presi come modelli dalla Atwood, che scrive il suo libro nel 1984 per poi pubblicarlo l’anno seguente. Il romanzo, che inizialmente doveva intitolarsi “Offred”, dal nome della protagonista, ha ricevuto anche diversi premi.

«Tell, rather than write, because I have nothing to write with and writing is in any case forbidden. But if it’s a story, even in my head, I must be telling it to someone. You don’t tell a story only to yourself. There’s always someone else.
Even when there is no one.»

“Raccontare, piuttosto che scrivere, perché non ho niente con cui scrivere e lo scrivere in ogni caso è proibito. Ma se è una storia, anche se nella mia testa, devo raccontarla a qualcuno. Tu non racconti una storia solo a te stesso. C’è sempre qualcun altro. Anche quando non c’è nessuno.” Questa una delle frasi pronunciate dalla protagonista Offred, il cui nome precedente alla Repubblica di Gilead era June, e che racchiude il senso di gran parte della storia. Il bisogno di raccontare. Di far arrivare la propria voce al di là di questa società che aborrisce il mondo esterno e ti intrappola al suo interno. Il bisogno di raccontare che è anche proprio del genere umano. Un’altra delle frasi, ripetute più volte nel romanzo, è una frase latina: “Nolite te bastardes carborundorum”. Tradotta come “che i bastardi non ti schiaccino” è diventata uno dei motti dell’emancipazione femminile.

L’opera, che ha venduto milioni di copie, è stata adattata per un omonimo film nel 1990 e nel 2017 è diventata inoltre una serie televisiva, vincendo anche il premio Emmy.

 

   

Le parole che volevo dirti

Le parole che volevo dirti
erano tutte qui, nella mie mente
chiare limpide e dirette
come raggi del sole.
Ma non sono mai state dette,
                                                  erano proprio lì
sulla punta della lingua
sulla punta dei capelli
sulla punta dei miei piedi.
Le parole che volevo dirti
sono ancora qui,
dure
forti
troppo spaventose per essere pronunciate.
E quando accade che mi parli
quando accade che mi inebri
tu giochi con le tue parole
che mi legano a te,
e le mie
immobili e mute
diventano caduche.

Amore con riserva

Caterina lo sa, che a volte c’è solo il bisogno di andar via, di correre lontano, verso una meta che non c’è. Dove il mare è più blu e le foglie degli alberi tutte colorate; i pesci possono stare fuori dall’acqua e finalmente i coccodrilli si sa che verso fanno. Andare via è come una malattia che cresce piano piano, si impossessa del tuo spirito e ti alimenta. Andare via è non saper rimanere nello stesso posto, perché in quel posto c’è tutto quello di cui hai bisogno.

Non si può rimanere dove si ha lasciato troppo amore.

Andare via per alcuni è scappare, per altri è ricominciare. Per Caterina è non dover più amare con riserva.

 

Tutto era iniziato qualche mese prima o forse qualche anno prima. Non sai mai quando il meccanismo del tuo cuore si inceppa. Caterina se ne andava in giro sempre con le cuffie nelle orecchie: “..ma il sentimento era già un po’ troppo denso e son restato. Chissà chissà chi sei, chissà che sarai, chissà che sarà di noi..”. Indossava t-shirt dell’Hard Rock, un Daniel Wellington al polso che la rendeva orgogliosa, ai piedi converse bianche ormai rovinate e poteva passare ore intere a fissare il mare. Quella era la sua terapia per ogni tipo di dolore.

Da quando suo padre se n’era andato la vita le appariva disperata. Scadenze da rispettare, orari da rispettare, regole da rispettare. Treni da prendere, viaggi che non fai mai in tempo a fare. Vai a fare la spesa, vai a pagare le bollette, vai in farmacia, prepara la cena, pulisci casa, vai a lavorare. Non era facile stare dietro a tutto. Dietro a una madre che ha bisogno di aiuto, dietro ad un amico che ha bisogno di aiuto, dietro a te stesso che hai bisogno di aiuto.

Caterina indossava un sorriso quando era in compagnia, per ricordarsi che l’allegria e il calore della gente fanno sempre bene. Ma, quando camminava da solo nel buio sulla strada verso casa, Caterina si toglieva quel sorriso e i lampioni le illuminavano la sua triste malinconia. Quella era Caterina, che si perdeva troppo nei suoi cupi pensieri e fantasticava sulle stranezze della vita. Nascondeva i suoi incubi alla gente, non voleva condividerli, o, più probabilmente, aveva paura di mostrarli. Credeva che le lentiggini fossero baci del sole sulla pelle chiara e che la tartaruga Holly un giorno avrebbe raggiunto il suo compagno Benji correndo più veloce di Achille. Credeva nella speranza che le scorreva nelle vene, perché, in un modo stupido e ingenuo, continuava a pensare che le cose belle potessero sempre accadere da qualche parte nel mondo e in un qualsiasi momento. Credeva che la pioggia fosse affascinante e depurativa, un modo per lavarsi via le proprie lacrime per bagnarsi con le lacrime del cielo. E credeva nel bisogno di imparare a stare da soli prima ancora di stare in compagnia.

«Lascia perdere, ti fai solo del male» le ripeteva sempre un’amica.

«Non puoi capire…» rispondeva lei.

Su queste note Caterina rifletteva sul suo cuore che una sera d’estate si era inceppato. Uno sguardo furbo di chi ha la sicurezza di riuscire sempre, tanti ricci in testa, la presunzione dei vent’anni e Caterina era fottuta. Ovviamente non era successo nulla, lei era scappata prima di essere contaminata da quella strana sensazione che provava.

 

Prima di andarsene Caterina non aveva lasciato nulla, né una lettera, un saluto, un abbraccio. Niente di niente. Aveva lasciato solo l’amarezza e la tristezza in chi l’aveva amata veramente.  Caterina non poteva restare lì, non poteva più sopportarlo. Sua madre aveva raggiunto suo padre e lei era andata in Islanda, o forse in America.

Caterina voleva essere libera e volare via come un’aquila. Voleva non avere limitazioni né impedimenti. Voleva non dover spiegare più perché faceva quello che faceva e voleva essere capita. Voleva amare con il cuore pronto a scoppiare colmo di sentimento e voleva piangere così forte tutti i dolori come se stesse per morire. Per lei la vita era emozione a trecentosessanta gradi, era una macchina che corre ad alta velocità, era la ruota di un carro, possibilmente non sporca di sangue come quella del giovin signore, era tutta la cioccolata che vorresti mangiare a pranzo e a cena, era il colore del mare, era il sorriso di un bambino, era “ci vediamo domani”, era il tuo cane che ti aspetta scodinzolante dietro al cancello di casa, era tutte le parole belle dette e non dette.

Per tutto questo aveva deciso di andarsene, non poteva stare lì sapendo che l’amore gli era negato. Non avrebbe più spiegato che nella vita non esistono cose giuste e cose sbagliate, ma, la purezza di un sentimento può esprimersi anche negli angoli più bui e angusti. Non poteva continuare a guardarlo sapendo che era condannata a stare nello stesso posto, ma, con accanto un’altra persona.

«Tieniti i miei pensieri tanto non li userò più. Tieniti le mie scarpe per quando vorrai vedere come sono rotte per tutti i passi che ho fatto verso di te. Tieniti il mio profumo per ricordare le volte che il tuo mi ha fatto da coperta»

Era chiaro che, in un momento imprecisato, Caterina era stata contaminata da quella strana sensazione che tentava di evitare come fosse la peste.

 

Il sudore gli colava dalle tempie, sentiva troppo caldo sotto quel piumone e aveva gli occhi impastati. Niccolò si stirò le membra dopo un lungo sonno e diversamente da quello che gli accadeva sempre appena si svegliava, oggi ricordava tutto. Corse da suo padre «Papà ho fatto un sogno assurdo… c’era una tipa strana, si chiamava Caterina. Potevo sentire i suoi pensieri! Era interessante e amava tantissimo il mare. Solo che aveva deciso di andarsene;  amava troppo e non le era permesso e questo le causava grande sofferenza»

«Ma cosa ti sei sognato?! Dai vai a fare colazione che farai tardi a scuola!»

«Non lo so papà, però sembrava così vero.. ha scelto di andarsene per continuare ad amare, senza riserve. Comunque non importa, non è mai successo. Corro a prepararmi»

Suo padre non gli rispose, tanto Niccolò non poteva immaginare, ma egli era rimasto sorpreso, come folgorato, perché da ragazzo aveva avuto una breve storia, la più bella forse, che non aveva mai raccontato ma aveva sempre conservato, con una ragazza che poi aveva lasciato andare come un cretino, e quella ragazza si chiamava Caterina.

Il mito americano ne “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald

Jay Gatsby, simbolo del mito americano, dell’American dream che si infrange. Siamo nell’America degli anni ’20, negli anni ruggenti, in quell’età del jazz così ben descritta da Francis Scott Fitzgerald. Anni in cui questo genere musicale ebbe un grande incremento di popolarità, in cui si tende verso il progresso e la modernità e ci sono i primi movimenti di emancipazione femminile. Tutto questo si stoppò con la grande depressione del 1929 e il proibizionismo. Gli anni del sogno americano sono segnati dalla rottura con la tradizione e il conseguente avvicinamento alla tecnologia, con l’introduzione di nuovi beni di consumo. Si avvia così una produzione di massa che assoggetta la popolazione al consumismo. Gran parte però della classe operaia, così come gli immigrati e gli afro-americani rimasero fuori dal boom economico. Tra le nuove scoperte ci furono: l’automobile, la radio, il cinema, il grammofono e il fonografo (che portarono molti individui ad avvicinarsi alla cultura musicale).

“The Great Gatsby” da iniziale disastro a capolavoro

Questo sogno però aveva i suoi limiti e le sue tragedie, che ci vengono mostrate nel romanzo di Fitzgerald, “Il grande Gatsby”, uscito nel 1925. Definito da T. S. Eliot «Il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James». Ambientato a New York, precisamente a Long Island, nell’estate del 1922, quest’opera è un perfetto ritratto della società degli anni ’20. È inoltre una sorta di autobiografia dello scrittore statunitense, che annebbiato dal consumo di alcol e dalla sua vita un po’ sopra le righe, cerca di capire quali erano gli ostacoli che stavano facendo affondare la sua esistenza. Il libro racconta la storia di un giovane, di nome James Gatz, che fugge dalla sua famiglia per trasformare se stesso e cambiare identità, Jay Gatsby per l’appunto. Ci viene raccontato il suo amore per Daisy da ragazzo e la sua illusione di poterla riconquistare nonostante il tempo passato e l’indifferenza di lei.

Ma Nick dice: “Non si può ripetere il passato”. “Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può” risponde Gatsby.

Il personaggio a dialogare con Gatsby è Nick Carraway, vicino di casa, che ha il ruolo di narratore. Nick rappresenta l’esatto opposto di quella società consumista. È un uomo modesto, puritano e moralista. Dalla sua casa nota tutte le feste che vengono date nella casa del suo ricco vicino, osserva il giovane fissare la “luce verde” in lontananza (luce verde che è simbolo di quell’illusorio mito americano) ed infine organizza il suo funerale, quando Gatsby verrà ucciso per un malinteso. Qui emerge il tema della solitudine: Gatsby è solo. Non partecipa alle sue feste, alle quali le persone che vi prendono parte non si conoscono e non comunicano, e nessuno viene al suo funerale. Vivono tutti nell’indifferenza. Egli è una sorta di eroe romantico destinato al fallimento, vive solo per il suo sogno d’amore ed è inadeguato al mondo che lo circonda. Infatti, essendo egli l’incarnazione della purezza umana, arriverà all’autodistruzione.

Il mito americano in Italia

In Italia, intorno gli anni ’30, tra i maggiori interpreti del mito americano troviamo Cesare Pavese e Elio Vittorini. La conoscenza di questi scrittori americani era ristretta solo a poche persone e divenne presto l’antitesi del fascismo. Fascismo che tentava in tutti i modi di censurare le letture straniere, favorendo i classici italiani. Così questi scrittori italiani tentavano di recuperare il mito americano, vedendo nell’America una terra promessa, nel progresso un atto di libertà e trovando anche una risoluzione alla questione della lingua con l’introduzione dello slang (il dialetto). Il mito americano però era destino a finire anche in Italia: le generazioni successive avevano infatti messo in luce tutte le contraddizioni che questo sogno americano aveva in sé.

Uomini e no

“Uomini e no” romanzo di Elio Vittorini scritto nel 1944 e pubblicato nel 1945, è uno dei primi romanzi della Resistenza italiana. Il protagonista è Enne2, capo dei partigiani a Milano; di lui non vengono raccontate solo le imprese partigiane, ma anche le vicende amorose con Berta, donna sposata, restia a lasciare il marito e legarsi a lui. Il romanzo ci mostra come ad ogni azione partigiana seguisse subito una rappresaglia tedesca. Durante una di queste azioni Enne2 viene identificato e viene messa una taglia su di lui. I suoi compagni decidono di fuggire, egli, invece, decide di restare spinto da un senso del dovere e da una sofferenza personale. Il suo obiettivo è quello di uccidere il capo dei fascisti: riesce nell’impresa, ma per farlo sacrifica la sua di vita. La storia si conclude con un giovane operaio, che aveva avvertito Enne2 dell’arrivo dei fascisti, e al quale Enne2 aveva chiesto di lottare contro i tedeschi, ma il giovane nel momento in cui dovrebbe uccidere il soldato tedesco, non ci riesce rivedendosi negli occhi della vittima.

Da un lato questo romanzo rientra nel neorealismo, corrente letteraria di quegli anni, per il contenuto tematico e l’ambientazione storica, dall’altro si discosta da questa, soprattutto in quei capitoli scritti in corsivo che denotano uno stile più elaborato. Il libro è composto da 136 brevi capitoli, di cui 23 scritti in corsivo con uno stile differente e in cui sono contenute le riflessioni dell’autore che discorre con Enne2. Questi 23 capitoli rallentano la narrazione, che scorre veloce a causa della presenza dei dialoghi, e la commentano. In generale lo stile è chiaro e immediato, con l’uso di alcune parole straniere nelle scene in cui sono presenti dei tedeschi, per rendere tutto più realistico.

“Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un’altra donna: questo era il modo migliore di colpir l’uomo. Colpirlo dove l’uomo era più debole, dove aveva l’infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dov’era più uomo.”

Il titolo dell’opera non sta tanto ad indicare la differenza tra chi si comporta da uomo e chi no, piuttosto sta ad evidenziare la componente umana e la componente bestiale che coesistono in una persona. Il romanzo quindi è anche un’analisi della natura umana, oltre che avere un valore esistenziale e politico. Enne2 combatte per il suo paese e vedendo nel suo nemico una figura da distruggere. Tutto questo viene superato alla fine dal giovane operaio che, riconoscendosi negli occhi del soldato tedesco, riconosce la stessa umanità. Questo indica una nuova speranza dopo gli orrori della guerra: la speranza di una solidarietà che possa spezzare tutte le differenze che dividono gli uomini.

Diabolik il re del terrore

Il primo novembre 1962 usciva il primo albo di Diabolik, con il titolo “Il re del terrore”. Questo fumetto viene ideato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani, che scrivono i testi e si occupano della sceneggiatura. È il primo fumetto nero italiano che ribalta la morale in voga nei fumetti di quegli anni. Il male con tutto il suo fascino diventa il protagonista assoluto andando a scardinare quelli che erano i valori fondamentali: ovvero la ricerca del bene, la giustizia e la conseguente sconfitta del male.

Diabolik, abile ladro e assassino spietato, ci appare nel primo numero sotto l’identità di Walter Dorian; qui facciamo la conoscenza anche di Elisabeth Gay, prima ragazza di Diabolik, che nei numeri successivi, scoperta la seconda vita del suo compagno, lo denuncia all’ispettore Ginko. Nel terzo albo appare per la prima volta Eva Kant, quella che diventerà la compagna di tutta una vita per Diabolik. Già dal loro primo, casuale, incontro scoppia la passione tra i due e sarà proprio lei che riuscirà a salvare il ladro dalla ghigliottina e a far uccidere un suo sfiancante pretendente. Grazie a lei il carattere di Diabolik si ammorbidisce con il tempo e da feroce, crudele e cinico diventerà più umano e con una sua morale. Dal suo canto Eva, da compagna inizialmente sottomessa sarà man mano un’indispensabile complice su cui fare affidamento. Il suo personaggio inoltre è il primo personaggio donna che nel mondo del fumetto porta avanti i valori di emancipazione e indipendenza femminile.

« Ginko: “Noi stiamo per morire, e questo è il momento della verità. Diabolik, chi sei?”
Diabolik: “Non so chi sono!” »

Le origini del personaggio vengono svelate solamente nel fumetto numero 107 intitolato “Diabolik chi sei?”. Qui si racconta di come da piccolo, rimasto orfano in seguito ad un naufragio, viene allevato in un’isola abitata da soli criminali. Su quest’isola si aggirava una pantera nera di nome Diabolik, che spaventata gli abitanti e che era stata uccisa da King, il boss della banda criminale. Sarà proprio King, poco prima di morire, a battezzare il giovane con il nome di “Diabolik” in ricordo di quella pantera che seminava morte e terrore. Tra i gadget di Diabolik ci sono le maschere, che fabbrica lui, per poter assumere le identità delle altre persone; raramente usa armi da fuoco, infatti la sua arma preferita è il pugnale. Conosce tanti tipi di veleni e droghe e va in giro con una Jaguar E con installati dispositivi per seminari eventuali avversari.

Il successo di questo fu straordinario, tanto che i primi numeri sono ricercati dai collezionisti a prezzi esorbitanti. Dopo più di 800 numeri pubblicati, una trasposizione cinematografica e numerosi accessori, Diabolik continua ancora ad appassionare tanti giovani lettori.

Radiohead – I-days 2017 – Parola d’ordine comodità

Al tramonto.

Sotto un cielo rosa pastello.

I-days,Parco di Monza, 16 giugno 2017.

Più che il day 2 dell’imponente Festival, che accoglie numerosi artisti per quattro giorni, nell’importante cornice di un immenso parco, questo è il day 2 dei Radiohead in Italia. Dopo la strabiliante data di Firenze, svoltasi appena due giorni prima, gli artisti di Oxford hanno avuto il compito di provare a replicare, o addirittura surclassare, un concerto che è stato pressochè perfetto. Uno show all’indomani del quale si è concretizzata un’autentica gara di aggettivi, perchè descrivere quanto proposto da Thom Yorke e dalla sua band è davvero complicato. A Monza i Radiohead hanno suonato per tutti non solo per i veri appassionati. Tra i tanti pezzi abbiamo ascoltato Paranoid Android, No Surprises, Karma Police e perfino Creep, il primo brano ad averli resi celebri in tutto il mondo. Tra i sessantamila cuori e mani che battevano c’eravamo anche noi a godere di questo spettacolo e guardandoci un po’ attorno siamo accorti che oltre al gusto musicale quelle sessantamila persone avevano in comune anche un “codice di abbigliamento”. E’ bastato fare un giro nel parco, durante le ore di attesa, per capire che le parole d’ordine erano comodità e funzionalità. Cappelli e visiere ma anche foulard a mò di turbante per ripararsi dal sole cocente. Ragazzi in camicie di lino e t-shirt in tutte le gamme cromatiche, petto nudo per chi invece il caldo torrido non può proprio sopportarlo o semplicemente vuole approfittarne per un po’ di tintarella. Le ragazze indossano per lo più mini abiti o crop top e shorts. Ciò che accomuna tutti però è lo zaino in spalla o il marsupio in vita. Talvolta anche la cintura, come ormai il trend setter detta, diventa l’accessorio più utile per legare la maglietta o semplicemente tenere un pacchetto di sigarette ed avere la possibilità di far danzare libere le mani. No a sandali o ciabatte ma via libera alle sneakers . Alte, basse, in pelle o in tessuti tecnici , poca importa l’importante è sentirsi a proprio agio. Una legge non scritta dunque che non parla di moda, parla di stile e di priorità dove l’individualità regna sovrana nell’aspetto ma canta la stessa strofa della medesima canzone.