Wimbledon, il torneo più prestigioso di tutti i tempi

“La storia d’amore più importante della mia vita? È stata quella con Wimbledon” (Fred Perry).

Prossimo all’avvio è il torneo di Wimbledon, terzo grande slam della stagione dopo l’Australian Open e il Roland Garros, seguito poi dallo Us Open. La data prevista d’inizio è il 3 luglio fino al 16 luglio. Da poco finita la stagione sulla terra rossa, i giocatori del circuito maschile e femminile stanno ora disputando i primi tornei sull’erba in attesa dello slam.

Wimbledon è il più antico e prestigioso torneo di tennis, disputato a Londra. La genesi di questo torneo è legata a quella del tennis. Questo ha le sue origini nel “jeu de paume” (“pallacorda”) comparso nel 1874. In pochi anni un club inglese si era interessato a questa disciplina e aveva istituito il torneo nel 1877, aperto anche alle donne nel 1884. Attualmente le regole sono molto simili a quelle stabilite in quella prima edizione, la quale ebbe un grande successo con 22 partecipanti. Fino al 1922 era in vigore il sistema del challenge round: il campione uscente giocava la finale con il vincitore del torneo preliminare, senza disputare nessun incontro. Nel 1933 la stampa utilizza per la prima volta il termine “Grande slam”, ma rimarrà comunque un torneo amatoriale fino al 1968, anno in cui verrà riunito il circuito amatoriale con il circuito professionistico. Questa data segna un punto di svolta nella storia del tennis e simboleggia la nascita del tennis moderno. Il verde e il viola sono i colori di questo torneo, il quale è famoso anche per le frequenti interruzioni dovute alla pioggia. Inoltre i giocatori e le giocatrici sono tenuti ad indossare divise bianche. Tra i più grandi vincitori maschili ricordiamo: Pete Sampras, Bjorn Borg, Jimmy Connors, John McEnroe, Rod Laver e Roger Federer. Tra le donne invece: Martina Navratilova, Steffi Graff, Suzanne Lenglen, Chris Evert, Billie Jean King e Serena Williams.

Presenze e assenze in questa edizione di Wimbledon

L’anno scorso la finale è stata vinta tra gli uomini da Andy Murray, che al momento non sta disputando una buona stagione, abbiamo visto infatti la sconfitta al primo turno del Queen’s, e avrà difficoltà a difendere il titolo a queste condizioni. Anche Novak Djokovic non sta attraversando un periodo di forma perfetta e tutto volge a favore di Rafael Nadal che, dopo il decimo trofeo conquistato a Parigi, punta in alto anche a Wimbledon (potendo tornare anche n.1 al mondo per la quarta volta in carriera). Aspettative ci sono anche in Roger Federer che torna dopo la lunga pausa lontano dalla terra rossa. Tra le donne c’è il ritorno sull’erba di Victoria Azarenka (che era prevista per il cemento americano) dopo la gravidanza. Il ritorno anche di Petra Kvitova, dopo un brutto incidente che l’aveva costretta fuori dai campi per parecchio tempo. C’è invece l’assenza di Serena Williams, vincitrice dell’ultima edizione, incinta del suo primo figlio e che tornerà sui campi da tennis nel 2018.

Chi vincerà quest’anno Wimbledon?

NBA Finals 2017

Warriors giganteschi, mancato ritorno alla vittoria per  i Cavs

Questa volta le cose sono andate diversamente. Quest’anno l’NBA ci ha regalato un epilogo diverso. Niente miracolo per i Cleveland Cavaliers, nessun ribaltone. Sì, perché l’anno passato, di miracolo si è trattato. Nessuna squadra era mai riuscita a vincere una serie finale trovandosi sotto 3 a 1. Non è bastato Lebron James. Tripla doppia di media, devastante, mostruoso. Gli Warriors, trascinati da Kevin Durant, si sono rivelati una montagna troppo alta da scalare, anche per i campioni in carica. Il numero 35 è stato sicuramente l’uomo più chiacchierato dell’estate scorsa nel mondo NBA, da quando ha deciso di approdare agli Warriors con un solo obiettivo nella mente: vincere. Arrivato fra le critiche generali ed etichettato come ”traditore”, ha zittito tutti, anche i più scettici. Mvp delle finals meritatissimo, senza recriminazioni. 38 punti in gara 1, 33 in gara 2, 31 in gara 3, 35 in gara 4 e 39 in gara 5. Per non parlare degli assist, dei rimbalzi, dell’impegno, del piacere di vedere un giocatore alto 206 cm muoversi come una farfalla da una parte all’altra del parquet, con una leggiadria ed un’eleganza uniche. Una macchina da punti, un polverizzatore di retine. Ben inserito e amalgamato nel sistema degli Warriors, consolidato già da tempo. Lo stesso Lebron James, al termine di gara 5, è stato il primo a congratularsi con KD, mostrandogli tutto quel grande rispetto che ha dimostrato di meritarsi. Senza la sua presenza, molto probabilmente la serie sarebbe finita come lo scorso anno, con il titolo di nuovo a Cleveland. Inutile spendere parole su che cosa non ha funzionato nelle file dei Cavs. Di certo, alcuni momenti potevano essere gestiti meglio (si pensi all’ultimo quarto di gara 3) e forse ci si sarebbe aspettato qualcosa in più da Irving, Love e Smith. Ma in questo caso sono stati troppo più forti e completi gli altri per soffermarsi solamente sui demeriti degli sconfitti. Squadra compatta e panchina lunga. Anche le parole e le espressioni di Lebron ci testimoniano come non si debba far altro che onorare coloro che il verdetto incontestabile del campo ha designato come vincitori. ”The King” è apparso molto più sereno e maturo di altre volte nell’accettare la sconfitta, consapevole del fatto che meglio di così non poteva fare. Non si deve commettere l’errore di trascurare le prestazioni di Lebron in questa serie finale. Avere una tripla doppia di media in cinque partite, giocate al massimo del livello fisico, tecnico, mentale ed atletico è qualcosa di sovrumano. Roba per talenti cestistici fuori dalla norma. Dalla prossima stagione partirà una nuova sfida per l’alteta con il numero 23: togliere la supremazia ai Golden State Warriors, senza ombra di dubbio una delle squadre migliori di sempre, e riportare l’anello a casa sua. In questa maniera entrerebbe ancor di più nella storia della pallacanestro. Sarebbe affascinante vedere un’altra serie finale fra queste due squadre, la quarta di fila. Attenzione a scommettere se si tratta di Lebron James e Kevin Durant.

 

Uefa Champions League, la finale

3 giugno 2017: appuntamento con la storia

Era il 6 giugno del 2015 quando La Juventus, dopo dodici anni, tornava a giocarsi una finale di Champions League. In questo arco di tempo, però, qualcosa era successo: lo scandalo di Calciopoli, un mondiale vinto, la retrocessione in Serie B, due settimi posti consecutivi, l’addio di Del Piero, il ritorno alla vittoria in Italia con l’avvento di Conte in panchina… A detta di molti, quella partita con il Barcellona avrebbe dovuto rappresentare il ritorno dei bianconeri sul tetto d’Europa, il coronamento di una rinascita iniziata nell’estate del 2006, l’anello di giuntura di un catena molto lunga. Quella sera Gianluigi Buffon avrebbe dovuto giocarsi l’ultima occasione di alzare la coppa con le grandi orecchie (unico titolo prestigioso mancante sul palmarès del portierone azzurro) per portare a compimento una carriera stellare. Sembrava fosse destino anche per tutti i romantici sportivi, visto che si giocava all’Olympiastadion di Berlino, teatro della finale del Mondiale 2006. Diciamo la verità, più o meno tutti abbiamo pensato che quel ”da Berlino alla B e dalla  B a Berlino” fosse la chiara testimonianza del disegno divino che avrebbe dovuto accompagnare la Juventus ad un trionfo indimenticabile. Eppure quel 6 giugno 2015 non andò così, perchè il paradosso dello sport, da sempre metafora della vita, è che quanto più tendiamo a dare un risultato per scontato, tanto più questo ci sorprende, divicolandosi dalle nostre superflue previsioni, dai romanticismi e dai destini segnati. Un Barcellona troppo forte si impose per 3 a 1, portandosi a casa l’ennesimo trofeo. Chi di noi, dopo quella volta, si sarebbe mai aspettato di rivedere il numero 1 della Juve a difendere la porta in un’altra finale, all’età di 39 anni? La vita è sempre piena di sorprese.
La situazione è molto diversa rispetto a quella di due anni fa e questa sì che potrebbe essere davvero l’ultima chiamata per Gigi Buffon. Dall’altra parte ci sarà da battagliare contro il solito Real Madrid, undici volte campione d’Europa e pieno zeppo di campioni. Cristiano Ronaldo e compagni non vogliono certo fermarsi qui; il portoghese, nonostante abbia segnato 25 gol in Liga e 10 in Champions, è stato criticato per essere un po’ sotto la media abituale di reti in stagione (se vi viene da ridere, è normale). Doppietta contro il Bayern all’andata, tripletta nella partita di ritorno e nuovamente una tripletta in semifinale contro l’Atletico. Roba da non credere. Probabilmente, quando CR7 e Messi si ritireranno, prenderemo coscienza di che fortuna abbiamo avuto nel vederli sfidarsi come rivali nello stesso campionato, entrambi all’apice della carriera.
La città di Cardiff ha vissuto, e sta ancora vivendo, una delle settimane più cariche ed intense della sua storia, la quale culminerà con l’assegnazione del massimo titolo europeo per le squadre di club. Non resta che scaldare i motori, ammazzare il tempo in attesa del fischio d’inizio, previsto per le 20:45 di domani sera, ascoltare quella famosa musichetta che mette sempre i brividi e godersi una finale mozzafiato, un evento mondiale tra due dei club più importanti della storia del calcio. Il Real può alzare per due volte consecutive la Champions, impresa ancora non riuscita a nessuno, e la Juve ha la possibilità di riportare sotto la Mole una coppa che manca da troppo tempo. Comunque vada, sarà emozionante.
”Millennium Stadium” è un nome che sa di storia, quella che bisogna scrivere. Saranno 74.500 i cuori roventi e impavidi, pronti a battere tutti insieme per realizzare un sogno, nella notte delle stelle, sotto il cielo gallese di Cardiff. Ci siamo, manca poco!