Moda uomo: Una primavera estate 2018 di revival

Si sono da poco concluse le più importanti man’s fashion week : Milano e Parigi.

Tirando le somme, vi mostriamo una piccola guida su abiti, scarpe ed accessori da avere assolutamente nel guardaroba maschile per la primavera estate 2018.

La camicia, intramontabile passe-partout dell’abbigliamento maschile, viene vista sotto una nuova luce. Destrutturata sulla passerella di Marni, con foto d’autore e over quella pensata dallo stilista Jil Sander, ricca di  ridondanti decori quella firmata Ports 1961.

Non solo camicie ma anche giacche destrutturate. Il completo perde rigidità e rigore ma non l’eleganza, accompagnando la fluidità del corpo di chi lo indossa. Così il blazer non è più solo il capo da ufficio ma diventa il compagno ideale anche per il tempo libero. Lo presenta in tessuto leggero grigio antracite il maestro indiscusso del genere, Giorgio Armani.

Come nelle passerelle femminili anche in quelle maschili vengono riproposti i bermuda cachi. Bellissime le “divise”  proposte da Prada e Salvatore Ferragamo.

Tra le stampe tipiche della primavera estate le intramontabili stripers. Si portano in estate come tutto l’anno.  A bande larghe per Vivienne Westwood, gessate dai colori soft per Diesel Black Gold e Daks.  Black and white sulla passerella di Givency by Riccardo Tisci.

Stampe floreali per gli uomini più eclettici, total look ricchi di petali e trionfanti di colori arrivano dal catwalk di Fendi ed ovviamente Gucci.

Meno banale la stampa a quadretti ed a dar vita ad outfit che non passano inosservati ci pensa J.W Anderson con una stampa multicolor e da Gosha Rubchinskiy che le abbina alle bretelle accostamento assolutamente da riproporre.

Il denim, il tessuto per eccellenza si fa spazio e regna sopra ogni altra cosa. I look diventano monotessuto c’è solo un’indicazione da tenere a mente : il lavaggio per la prossima stagione deve essere rigorosamente chiaro e delavè. Detta tale legge tra i tanti Sulvam.

 

Infine, i seventies, decennio ultimamente molto contemplato: se Ballantyne ne recupera le geometrie esagerate, stampandole sui maglioni, Ermanno Scervino trova nuovi volumi più contemporanei per i completi da dandy con microstampe e broccati in colori cupi dalle linee slim. Infine, Bally prende in prestito i colori accesi, per dare forma ai nuovi completi da giorno: abbinati a camicie dai colori pastello con stampe più tenui, gamba slim ma leggermente svasata sul fondo. I seventies sono tornati per rimanere.

 

VAR, Video Assistant Referee

Dalla prossima stagione il campionato di Serie A inizierà con un’importante novità: la VAR

 

Qualche giorno fa, il presidente della Figc Carlo Tavecchio, ha dichiarato che si inizierà ad utilizzare la VAR già dalla prima giornata di campionato. Una grande innovazione per la direzione arbitrale. Nel campionato di Serie A 2017/2018 scompariranno gli assistenti di porta, introdotti nella stagione successiva al famoso gol di Muntari in Milan-Juventus del 25 febbraio 2012. A sostituirli ci sarà la VAR. In ogni stadio verrà inserito un impianto dotato di otto telecamere e di una sala. Il costo dell’operazione è intorno ai due milioni di euro. Innanzitutto cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sull’uso di questo nuovo termine. VAR sta per Video Assistant Referee. La VAR (femminile) è lo strumento tecnologico che si sta cercando di inserire nel calcio. Invece il VAR (maschile) è l’arbitro che andrà a sostituire gli assistenti di porta. Chiuso in una sala e lontano dal campo, l’arbitro VAR aiuterà il direttore di gara a prendere delle decisioni servendosi delle immagini derivanti dalle otto telecamere. Questa nuova tecnologia non va confusa con la celebre portatrice di polemiche ”moviola in campo”. Potrà essere usata solo in alcuni casi: assegnazione di un gol o di un rigore e per le espulsioni. Oppure anche per correggere l’assegnazione errata di un’ammonizione, nel tipico caso dello scambio di persona. Una volta capito cos’è e come dovrebbe generalmente funzionare, sorge spontanea una domanda: con l’introduzione di questa nuova tecnologia finiranno le diatribe e i contrasti per le decisioni arbitrali? Un quesito delicato, al quale è difficile rispondere. I pareri sono tanti e discordanti. Infantino, presidente della Fifa, sta portando avanti la sua campagna a favore della VAR da tempo, affermando di aver avuto solo risultati positivi durante i test. Lo strumento sarà infatti impiegato nei Mondiali in Russia. Ultimamente, sia l’ex campione Zinedine Zidane, sia il centrocampista croato Luka Modric, hanno espresso le loro perplessità sull’utilizzo del nuovo strumento. In molti lo ritengono un elemento di confusione. Certamente una questione molto complicata. Pensandoci bene, è difficile credere che le polemiche possano placarsi con l’utilizzo della VAR. Il calcio è già lo sport in cui, nella maggior parte dei casi, le regole non vengono applicate, ma interpretate. Aspetto da prendere in considerazione perchè causa di non pochi disordini. Anche con questa nuova tecnologia le decisioni spetterebbero sempre all’interpretazione di una persona umana, ovvero il VAR referee che guarda le immagini sul monitor. Quest’ultimo dovrebbe comunicare la sua impressione al direttore di gara, al quale compete comunque la decisione finale. Tutto questo in uno stadio, con la pressione, la tensione e il pubblico che rumoreggia. Quanto sarebbe utile spezzare la partita un impreciso numero di volte? Per non parlare poi della complessità del gioco, tale che, in alcune situazioni, non si riesce a fare chiarezza nemmeno dopo una cinquantina di replay.
La fine dei problemi? Ai posteri l’ardua sentenza…


Acne Studios tinge Milano di rosa con il nuovo opening

Un sussurrato annuncio che qualcosa di nuovo stava per accadere. Ed è successo.

Da qualche mese nella capitale della moda italiana un tram rosa, tutto rosa, ha carpito l’attenzione di tutti.  Sabato 17 Giugno 2017, l’attesissimo opening del nuovo store di Acne Studios a Milano in piazza del Carmine, nel cuore dello shopping milanese. Complice una manovra di espansione del retail che ha visto l’inaugurazione di quattro nuovi stores worldwide, la celebre casa di moda svedese ha voluto festeggiare i suoi primi ventun anni di attività nella cornice di una delle zone più belle di questa città : Brera. Non è un caso che ci siano voluti «cinque anni per trovare la location giusta per noi a Milano. Sono felice di aver atteso perché piazza del Carmine ha il perfetto senso di individualità e dimensione sociale che mi piace. Il negozio è assolutamente unico e perfettamente Acne Studios» dice Jonny Johansson , direttore artistico del brand. Il nuovo store prenderà il posto della boutique del brand Marc by Marc Jacobs , seconda linea del marchio americano Marc Jacobs,chiuso dopo quattordici anni di attività, nel 2015. Acne studios,nato come parte del collettivo creativo ACNE , produce e commercializza abbigliamento ready-to-wear uomo e donna, linee di calzature, accessori e jeans, e nel corso del tempo ha partecipato a collaborazioni artistiche speciali e a progetti creativi unici. Abbiamo visto la visione avanguardista di questo brand in una capsule collection con Liberty London in un’altra con Lanvin, una collezione basata sulle opere della pioniera svedese dell’astrattismo pittorico Hilma af Klint, e persino una gamma di biciclette insieme all’italiana Bianchi. Forte è l’ispirazione che il brand trae dall’arte e dalla fotografia, ispirazioni che si materializzano in racconti idilliaci e totalmente innovativi. La capacità di attingere da diverse arti, dalla quotidianità, captando le esigenze e i desideri del targhet di riferimento fanno di Acne studios uno dei brand più avant garde da più di venti anni. Acne Studios è uno spirito giovane che cavalca la propria strada , con l’atteggiamento nordico che lo ha fatto nascere, ordinato nel suo totale disordine,nel tripudio di stampe e colori chiusi nella rigorosa pulizia delle forme. Una boutique non è un negozio e Jonny Johansson e il resto del team lo sanno bene. Acne arriva a Milano con un carico di granito rosa Baveno, tavoli e sedute come in pietra come piccoli monumenti ed un’illuminazione Mega, sistema creato ad hoc per lo store acceso solo dopo il tramonto. Se non siete mai stati a Milano, comprate subito un biglietto solo andata.

Wimbledon, il torneo più prestigioso di tutti i tempi

“La storia d’amore più importante della mia vita? È stata quella con Wimbledon” (Fred Perry).

Prossimo all’avvio è il torneo di Wimbledon, terzo grande slam della stagione dopo l’Australian Open e il Roland Garros, seguito poi dallo Us Open. La data prevista d’inizio è il 3 luglio fino al 16 luglio. Da poco finita la stagione sulla terra rossa, i giocatori del circuito maschile e femminile stanno ora disputando i primi tornei sull’erba in attesa dello slam.

Wimbledon è il più antico e prestigioso torneo di tennis, disputato a Londra. La genesi di questo torneo è legata a quella del tennis. Questo ha le sue origini nel “jeu de paume” (“pallacorda”) comparso nel 1874. In pochi anni un club inglese si era interessato a questa disciplina e aveva istituito il torneo nel 1877, aperto anche alle donne nel 1884. Attualmente le regole sono molto simili a quelle stabilite in quella prima edizione, la quale ebbe un grande successo con 22 partecipanti. Fino al 1922 era in vigore il sistema del challenge round: il campione uscente giocava la finale con il vincitore del torneo preliminare, senza disputare nessun incontro. Nel 1933 la stampa utilizza per la prima volta il termine “Grande slam”, ma rimarrà comunque un torneo amatoriale fino al 1968, anno in cui verrà riunito il circuito amatoriale con il circuito professionistico. Questa data segna un punto di svolta nella storia del tennis e simboleggia la nascita del tennis moderno. Il verde e il viola sono i colori di questo torneo, il quale è famoso anche per le frequenti interruzioni dovute alla pioggia. Inoltre i giocatori e le giocatrici sono tenuti ad indossare divise bianche. Tra i più grandi vincitori maschili ricordiamo: Pete Sampras, Bjorn Borg, Jimmy Connors, John McEnroe, Rod Laver e Roger Federer. Tra le donne invece: Martina Navratilova, Steffi Graff, Suzanne Lenglen, Chris Evert, Billie Jean King e Serena Williams.

Presenze e assenze in questa edizione di Wimbledon

L’anno scorso la finale è stata vinta tra gli uomini da Andy Murray, che al momento non sta disputando una buona stagione, abbiamo visto infatti la sconfitta al primo turno del Queen’s, e avrà difficoltà a difendere il titolo a queste condizioni. Anche Novak Djokovic non sta attraversando un periodo di forma perfetta e tutto volge a favore di Rafael Nadal che, dopo il decimo trofeo conquistato a Parigi, punta in alto anche a Wimbledon (potendo tornare anche n.1 al mondo per la quarta volta in carriera). Aspettative ci sono anche in Roger Federer che torna dopo la lunga pausa lontano dalla terra rossa. Tra le donne c’è il ritorno sull’erba di Victoria Azarenka (che era prevista per il cemento americano) dopo la gravidanza. Il ritorno anche di Petra Kvitova, dopo un brutto incidente che l’aveva costretta fuori dai campi per parecchio tempo. C’è invece l’assenza di Serena Williams, vincitrice dell’ultima edizione, incinta del suo primo figlio e che tornerà sui campi da tennis nel 2018.

Chi vincerà quest’anno Wimbledon?

Radiohead – I-days 2017 – Parola d’ordine comodità

Al tramonto.

Sotto un cielo rosa pastello.

I-days,Parco di Monza, 16 giugno 2017.

Più che il day 2 dell’imponente Festival, che accoglie numerosi artisti per quattro giorni, nell’importante cornice di un immenso parco, questo è il day 2 dei Radiohead in Italia. Dopo la strabiliante data di Firenze, svoltasi appena due giorni prima, gli artisti di Oxford hanno avuto il compito di provare a replicare, o addirittura surclassare, un concerto che è stato pressochè perfetto. Uno show all’indomani del quale si è concretizzata un’autentica gara di aggettivi, perchè descrivere quanto proposto da Thom Yorke e dalla sua band è davvero complicato. A Monza i Radiohead hanno suonato per tutti non solo per i veri appassionati. Tra i tanti pezzi abbiamo ascoltato Paranoid Android, No Surprises, Karma Police e perfino Creep, il primo brano ad averli resi celebri in tutto il mondo. Tra i sessantamila cuori e mani che battevano c’eravamo anche noi a godere di questo spettacolo e guardandoci un po’ attorno siamo accorti che oltre al gusto musicale quelle sessantamila persone avevano in comune anche un “codice di abbigliamento”. E’ bastato fare un giro nel parco, durante le ore di attesa, per capire che le parole d’ordine erano comodità e funzionalità. Cappelli e visiere ma anche foulard a mò di turbante per ripararsi dal sole cocente. Ragazzi in camicie di lino e t-shirt in tutte le gamme cromatiche, petto nudo per chi invece il caldo torrido non può proprio sopportarlo o semplicemente vuole approfittarne per un po’ di tintarella. Le ragazze indossano per lo più mini abiti o crop top e shorts. Ciò che accomuna tutti però è lo zaino in spalla o il marsupio in vita. Talvolta anche la cintura, come ormai il trend setter detta, diventa l’accessorio più utile per legare la maglietta o semplicemente tenere un pacchetto di sigarette ed avere la possibilità di far danzare libere le mani. No a sandali o ciabatte ma via libera alle sneakers . Alte, basse, in pelle o in tessuti tecnici , poca importa l’importante è sentirsi a proprio agio. Una legge non scritta dunque che non parla di moda, parla di stile e di priorità dove l’individualità regna sovrana nell’aspetto ma canta la stessa strofa della medesima canzone.

 

Radiohead I-days 2017 – Parola d’ordine comodità

Al tramonto.

Sotto un cielo rosa pastello

I-days,Parco di Monza, 16 giugno 2017.

Più che il day 2 dell’imponente Festival, che accoglie numerosi artisti per quattro giorni, nell’importante cornice di un immenso parco, questo è il day 2 dei Radiohead in Italia. Dopo la strabiliante data di Firenze, svoltasi appena due giorni prima, gli artisti di Oxford hanno avuto il compito di provare a replicare, o addirittura surclassare, un concerto che è stato pressochè perfetto. Uno show all’indomani del quale si è concretizzata un’autentica gara di aggettivi, perchè descrivere quanto proposto da Thom Yorke e dalla sua band è davvero complicato. A Monza i Radiohead hanno suonato per tutti non solo per i veri appassionati. Tra i tanti pezzi abbiamo ascoltato Paranoid Android, No Surprises, Karma Police e perfino Creep, il primo brano ad averli resi celebri in tutto il mondo. Tra i sessantamila cuori e mani che battevano c’eravamo anche noi a godere di questo spettacolo e guardandoci un po’ attorno siamo accorti che oltre al gusto musicale quelle sessantamila persone avevano in comune anche un “codice di abbigliamento”. E’ bastato fare un giro nel parco, durante le ore di attesa, per capire che le parole d’ordine erano comodità e funzionalità. Cappelli e visiere ma anche foulard a mò di turbante per ripararsi dal sole cocente. Ragazzi in camicie di lino e t-shirt in tutte le gamme cromatiche, petto nudo per chi invece il caldo torrido non può proprio sopportarlo o semplicemente vuole approfittarne per un po’ di tintarella. Le ragazze indossano per lo più mini abiti o crop top e shorts. Ciò che accomuna tutti però è lo zaino in spalla o il marsupio in vita. Talvolta anche la cintura, come ormai il trend setter detta, diventa l’accessorio più utile per legare la maglietta o semplicemente tenere un pacchetto di sigarette ed avere la possibilità di far danzare libere le mani. No a sandali o ciabatte ma via libera alle sneakers . Alte, basse, in pelle o in tessuti tecnici , poca importa l’importante è sentirsi a proprio agio. Una legge non scritta dunque che non parla di moda, parla di stile e di priorità dove l’individualità regna sovrana nell’aspetto ma canta la stessa strofa della medesima canzone.

NBA Finals 2017

Warriors giganteschi, mancato ritorno alla vittoria per  i Cavs

Questa volta le cose sono andate diversamente. Quest’anno l’NBA ci ha regalato un epilogo diverso. Niente miracolo per i Cleveland Cavaliers, nessun ribaltone. Sì, perché l’anno passato, di miracolo si è trattato. Nessuna squadra era mai riuscita a vincere una serie finale trovandosi sotto 3 a 1. Non è bastato Lebron James. Tripla doppia di media, devastante, mostruoso. Gli Warriors, trascinati da Kevin Durant, si sono rivelati una montagna troppo alta da scalare, anche per i campioni in carica. Il numero 35 è stato sicuramente l’uomo più chiacchierato dell’estate scorsa nel mondo NBA, da quando ha deciso di approdare agli Warriors con un solo obiettivo nella mente: vincere. Arrivato fra le critiche generali ed etichettato come ”traditore”, ha zittito tutti, anche i più scettici. Mvp delle finals meritatissimo, senza recriminazioni. 38 punti in gara 1, 33 in gara 2, 31 in gara 3, 35 in gara 4 e 39 in gara 5. Per non parlare degli assist, dei rimbalzi, dell’impegno, del piacere di vedere un giocatore alto 206 cm muoversi come una farfalla da una parte all’altra del parquet, con una leggiadria ed un’eleganza uniche. Una macchina da punti, un polverizzatore di retine. Ben inserito e amalgamato nel sistema degli Warriors, consolidato già da tempo. Lo stesso Lebron James, al termine di gara 5, è stato il primo a congratularsi con KD, mostrandogli tutto quel grande rispetto che ha dimostrato di meritarsi. Senza la sua presenza, molto probabilmente la serie sarebbe finita come lo scorso anno, con il titolo di nuovo a Cleveland. Inutile spendere parole su che cosa non ha funzionato nelle file dei Cavs. Di certo, alcuni momenti potevano essere gestiti meglio (si pensi all’ultimo quarto di gara 3) e forse ci si sarebbe aspettato qualcosa in più da Irving, Love e Smith. Ma in questo caso sono stati troppo più forti e completi gli altri per soffermarsi solamente sui demeriti degli sconfitti. Squadra compatta e panchina lunga. Anche le parole e le espressioni di Lebron ci testimoniano come non si debba far altro che onorare coloro che il verdetto incontestabile del campo ha designato come vincitori. ”The King” è apparso molto più sereno e maturo di altre volte nell’accettare la sconfitta, consapevole del fatto che meglio di così non poteva fare. Non si deve commettere l’errore di trascurare le prestazioni di Lebron in questa serie finale. Avere una tripla doppia di media in cinque partite, giocate al massimo del livello fisico, tecnico, mentale ed atletico è qualcosa di sovrumano. Roba per talenti cestistici fuori dalla norma. Dalla prossima stagione partirà una nuova sfida per l’alteta con il numero 23: togliere la supremazia ai Golden State Warriors, senza ombra di dubbio una delle squadre migliori di sempre, e riportare l’anello a casa sua. In questa maniera entrerebbe ancor di più nella storia della pallacanestro. Sarebbe affascinante vedere un’altra serie finale fra queste due squadre, la quarta di fila. Attenzione a scommettere se si tratta di Lebron James e Kevin Durant.

 

Volontariato all’estero: International Volunteer HQ (IVHQ)

Ogni mercoledì Il Momento fa chiarezza sul mondo del volontariato all’estero.

Questa rubrica nasce da un’esperienza vissuta in prima persona, o meglio, un’esperienza che verrà vissuta in prima persona sull’isola di Nosy Komba in Madagascar.

Dal prendere la decisione di partire come volontario fino alla partenza effettiva, gli ostacoli da superare sono molti, per la maggior parte di tipo psicologico.  L’entusiasmo e la frenesia con cui ci siamo decisi a partire lasciano in fretta spazio ad un senso di smarrimento completo, che annebbia tutte quelle certezze che sembravano inamovibili, lasciandoci dubbi e domande a cui è difficile trovare risposta.

Risposte che noi de Il Momento cercheremo di dare, facendo una panoramica su quelle associazioni, organizzazioni o comunità che permettono di vivere un’esperienza da volontario in terra straniera.

La prima organizzazione che racconteremo è International Volunteer HQ. Nata nel 2007 IVHQ ha base in Nuova Zelanda ed ha come scopo quello di fornire dei programmi di volontariato sicuri, accessibili e che permettano di avere un impatto concreto sulla vita delle comunità in cui operano i volontari.

Accessibilità

“Quanto ti pagano?” l’idea di andare dall’altra parte del mondo per motivi lavorativi o di studio è ormai così radicata nel nostro immaginario generazionale che anche il volontariato, dovrebbe supporre, sempre per l’immaginario comune, un ritorno economico immediato.

Purtroppo però è una delle scelte “di cuore” più costose. Mediamente i programmi di volontariato pubblicizzati on-line hanno un costo che si aggira intorno agli 800$ a settimana, comprendenti della sistemazione in loco e poco più. Non certo un viaggio accessibile a tutte le tasche.

IVHQ, organizzazione nata in seguito ad un (costoso) viaggio in Kenya del suo fondatore, Dan Radcliff, riesce a mantenere dei costi molto bassi dando la possibilità di partecipare ai suoi programmi con una quota di iscrizione che parte da 180$ a settimana, comprendete di alloggio e pasti.

Sicurezza

La sicurezza dei suoi volontari è la priorità assoluta per IVHQ. Più di 70’000 persone da tutto il mondo hanno partecipato nel corso degli anni ai programmi da loro promossi, ognuno di loro facendo affidamento sulla rete di contatti creata con le istituzioni dei paesi in cui l’organizzazione opera.

Partire per paesi in cui l’elettricità è disponibile per 1-2 ore al giorno, tuttavia, richiede una buona dose di incoscienza. Diventa allora fondamentale dotarsi di un’assicurazione che copra i possibili rischi da affrontare durante la permanenza. IVHQ ha creato una collaborazione con World Nomads ( https://www.worldnomads.com/ ), leader nel settore delle assicurazioni per viaggiatori indipendenti, agevolando così l’accesso alle assicurazioni.

Altro aspetto da non sottovalutare è la conoscenza delle abitudini e delle tradizioni del posto. Evitare zone di pericolo e rispettare eventuali coprifuoco è, ovviamente, fondamentale per una permanenza quanto più possibile serena. L’organizzazione ha ovviato a questo problema dando risonanza alla voce dei volontari passati che possono raccontare le loro esperienze, aiutando così i volontari di domani.

Making a difference

Dodici diversi programmi di volontariato. Dalla cura per lo sport, cercando di portare uno stile di vita sano, in luoghi quasi completamente privi di infrastrutture sportive, passando per la cura dell’ambiente marino e animale, fino a programmi di costruzione.

Fare la differenza. Questa è la motivazione che ci spinge a partire. Entrare in contatto con una realtà pura e diversa, portare il meglio di noi e tornare con istantanee di luoghi incontaminati, consapevolmente felici di aver regalato, a quegli stessi luoghi, una parte di noi.

ECOSIA | Come combattere i cambiamenti climatici navigando su Internet

Crescita, sviluppo e tutela dell’ecosistema. Ecosia ha la ricetta giusta.

Fondato nel 2009 da Christian Kroll, Ecosia è un motore di ricerca che si propone ormai da diversi anni come alternativa ai motori di ricerca più utilizzati, Google su tutti.

Cos’ha di speciale?

Ecosia è un motore di ricerca così detto “eco-friendly”, riesce infatti a coniugare la necessità dell’utente di avere delle risposte alle domande poste giornalmente al suo motore di ricerca predefinito, con l’urgenza di combattere i cambiamenti climatici e il disboscamento, fenomeni che incidono fortemente sul nostro eco-sistema.

Come?

Ecosia dona l’80% dei suoi profitti a progetti di riforestazione in tutto il mondo. Questo, dal 2009 a oggi ha portato Ecosia a piantare più di 9 milioni di alberi, sfruttando la sente di conoscenza dei suoi utenti che, mediamente, piantano un albero ogni 10 secondi, cliccando sui risultati di ricerca pubblicizzati.

Quali sono i benefici?

Quella che “i soldi non crescono sugli alberi”, fino ad oggi, è stata nel sentire comune la più assodata delle ovvietà. Non è così però per Ecosia e per le comunità in cui il motore di ricerca “green” ha concentrato i suoi sforzi. Madagascar, Tanzania, Perù, Nicaragua, Indonesia e Burkina Faso sono i paesi che hanno beneficiato direttamente dell’attività di riforestazione.

Maggiore biodiversità ed efficienza idrica, suoli più fertili e protetti e autonomia economica, senza contare l’enorme impatto che un albero ha nella battaglia contro la desertificazione e i cambiamenti climatici agendo proprio contro quel cancro che è il Co2.

L’obbiettivo di Ecosia, come social business, è quello di “coltivare concretamente un mondo più sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico”, piantando un miliardo di nuovi alberi entro il 2020: navigando su Internet.

Uefa Champions League, la finale

3 giugno 2017: appuntamento con la storia

Era il 6 giugno del 2015 quando La Juventus, dopo dodici anni, tornava a giocarsi una finale di Champions League. In questo arco di tempo, però, qualcosa era successo: lo scandalo di Calciopoli, un mondiale vinto, la retrocessione in Serie B, due settimi posti consecutivi, l’addio di Del Piero, il ritorno alla vittoria in Italia con l’avvento di Conte in panchina… A detta di molti, quella partita con il Barcellona avrebbe dovuto rappresentare il ritorno dei bianconeri sul tetto d’Europa, il coronamento di una rinascita iniziata nell’estate del 2006, l’anello di giuntura di un catena molto lunga. Quella sera Gianluigi Buffon avrebbe dovuto giocarsi l’ultima occasione di alzare la coppa con le grandi orecchie (unico titolo prestigioso mancante sul palmarès del portierone azzurro) per portare a compimento una carriera stellare. Sembrava fosse destino anche per tutti i romantici sportivi, visto che si giocava all’Olympiastadion di Berlino, teatro della finale del Mondiale 2006. Diciamo la verità, più o meno tutti abbiamo pensato che quel ”da Berlino alla B e dalla  B a Berlino” fosse la chiara testimonianza del disegno divino che avrebbe dovuto accompagnare la Juventus ad un trionfo indimenticabile. Eppure quel 6 giugno 2015 non andò così, perchè il paradosso dello sport, da sempre metafora della vita, è che quanto più tendiamo a dare un risultato per scontato, tanto più questo ci sorprende, divicolandosi dalle nostre superflue previsioni, dai romanticismi e dai destini segnati. Un Barcellona troppo forte si impose per 3 a 1, portandosi a casa l’ennesimo trofeo. Chi di noi, dopo quella volta, si sarebbe mai aspettato di rivedere il numero 1 della Juve a difendere la porta in un’altra finale, all’età di 39 anni? La vita è sempre piena di sorprese.
La situazione è molto diversa rispetto a quella di due anni fa e questa sì che potrebbe essere davvero l’ultima chiamata per Gigi Buffon. Dall’altra parte ci sarà da battagliare contro il solito Real Madrid, undici volte campione d’Europa e pieno zeppo di campioni. Cristiano Ronaldo e compagni non vogliono certo fermarsi qui; il portoghese, nonostante abbia segnato 25 gol in Liga e 10 in Champions, è stato criticato per essere un po’ sotto la media abituale di reti in stagione (se vi viene da ridere, è normale). Doppietta contro il Bayern all’andata, tripletta nella partita di ritorno e nuovamente una tripletta in semifinale contro l’Atletico. Roba da non credere. Probabilmente, quando CR7 e Messi si ritireranno, prenderemo coscienza di che fortuna abbiamo avuto nel vederli sfidarsi come rivali nello stesso campionato, entrambi all’apice della carriera.
La città di Cardiff ha vissuto, e sta ancora vivendo, una delle settimane più cariche ed intense della sua storia, la quale culminerà con l’assegnazione del massimo titolo europeo per le squadre di club. Non resta che scaldare i motori, ammazzare il tempo in attesa del fischio d’inizio, previsto per le 20:45 di domani sera, ascoltare quella famosa musichetta che mette sempre i brividi e godersi una finale mozzafiato, un evento mondiale tra due dei club più importanti della storia del calcio. Il Real può alzare per due volte consecutive la Champions, impresa ancora non riuscita a nessuno, e la Juve ha la possibilità di riportare sotto la Mole una coppa che manca da troppo tempo. Comunque vada, sarà emozionante.
”Millennium Stadium” è un nome che sa di storia, quella che bisogna scrivere. Saranno 74.500 i cuori roventi e impavidi, pronti a battere tutti insieme per realizzare un sogno, nella notte delle stelle, sotto il cielo gallese di Cardiff. Ci siamo, manca poco!