Un viaggio ha senso solo

Quando finisce la speranza

“Un viaggio ha senso solo senza ritorno se non in volo, senza fermate nè confini, solo orizzonti neanche troppo lontani” afferma una famosa canzone di Gianluca Grignani. Viaggio che chiaramente implica un biglietto di solo andata, con un’unica direzione, quella della morte. Ma ci sono tanti altri modi di viaggiare: viaggiare con la mente, viaggiare per lavoro, viaggiare per piacere ed esplorare il mondo, viaggiare sul web. Possiamo fare tanti biglietti di andata e ritorno, tante fermate, tante soste, tante pause. Possiamo fare anche un solo biglietto, una sola fermata e una sola sosta, ma questo non deve necessariamente coincidere con quel viaggio senza ritorno chiamato suicidio.

Oggigiorno sembra quasi che si dia meno peso a questo tragico gesto. Gesto che storicamente e stoicamente si compiva per affermare i propri valori e pur di non consegnarsi nelle mani di un carnefice (come fece Seneca pur di non morire per mano di Nerone). Nella seconda metà del Novecento molti cantanti si sono suicidati, consumati dalla loro vita, dalla loro musica, dalla pressione. Forse per affermare ancora di più il loro nome. Forse per dare una maggiore dignità a tutto quello che avevano scritto e urlato. Forse perché semplicemente si erano spenti. Oggi invece si gioca al #BlueWhale e ci si toglie la vita, come se questa non avesse nessun valore, come se fosse un semplice gesto di emulazione nei confronti di tanti altri ragazzini, che davanti ad una diretta su un social network si uccidono.

Non si muore più dopo aver scritto belle canzoni sul malessere esistenziale, non si muore più per amore, non si muore più per una perdita… si muore per gioco. Cesare Pavese, uomo consumato dai propri drammi esistenziali, con sconfitte personali, delusioni amorose, sessuali, affettive, ha anelato il suicidio per molto tempo (annotando il suo dolore e le sue intenzioni nel diario tenuto fino a dieci giorni prima della morte), ma ha impiegato parecchi anni per metterlo in pratica. Oggi i millenials impiegano anche pochi secondi.

“Un viaggio ha senso solo senza ritorno se non in volo”, non per forza, non per tutti.

Travel, trip, journey… le mille sfumature di un viaggio

Un viaggio può assumere molti sensi: ci si muove per conoscere nuove terre, nuove culture, nuove persone, nuovi usi e costumi. Ci si muove a volte per ricominciare una vita e non per finirla. Ci si muove per sognare. Il bello del viaggio è nella scoperta, nell’avventura, nei cibi nuovi a volte così speziati a volte troppo piccanti a volte sorprendentemente deliziosi, negli incontri casuali e fortuiti, nei panorami mozzafiato che ti fanno riflettere per ore e per giorni, che ti fanno prendere la penna in mano e cominciare a scrivere o disegnare. Il bello è nella ricerca di qualcosa che ancora non conosciamo, nel rendere chiaro tutto quello che per noi è ancora oscuro. Il bello del viaggio è anche nelle lunghe attese alla stazione quando il treno ancora non arriva e noi con lo zaino in spalla, circondati dalla folla, osservando i saluti strazianti e innamorati delle giovani coppie o di chiunque si aspetta da chissà quanto e che si ritrova dopo tanto tempo.

Viaggiare è partire, camminare, correre, pattinare, salpare, nuotare e ritornare. Si torna sempre da qualche parte: in un posto che abbiamo amato, in una casa. Si torna al punto di partenza, all’origine per poi magari andarsene di nuvo. E via una nuova stazione, un nuovo areoporto con in mano un’altra penna e un altro taccuino per appuntare nuove storie, nuove immagini, nuovi pensieri. Magari scrivere anche canzoni straordinari… “I am a passenger and I ride and I ride, I ride through the city’s backside, I see the stars come out of the sky”.

Salviamo la nostra cultura

“La cultura è l’ arma più potente che abbiamo per cambiare il mondo”

Così recita una citazione di Nelson Mandela, la quale, in un mondo in cui ci si inventa di tutto per camminare di pari passo con l’era della modernizzazione, sembra essere più attuale che mai. Peccato siano sempre meno le persone capaci di comprenderlo: per questa ragione, la nostra è una cultura che necessità di essere salvata. Purtroppo ci ritroviamo davanti scuole le quali hanno smesso di pretendere e sono sempre più classiste: da tempo chi può fa frequentare ai propri figli scuole private, mentre chi ha meno possibilità, ma è consapevole di tale catastrofe, compensa con impegno personale, tramite corsi estivi e ripetizioni. Vedere ragazzi che, trovatisi dinanzi una cartina muta dell’ Italia non sappiano distinguere una regione dall’altra, oppure dichiarino di non sapere chi sia Cavour, è davvero raccapricciante. È un’ offesa nei confronti di tutti i genitori i quali, pur non avendo grandi possibilità economiche, compiono enormi sacrifici per mandare a scuola i propri figli, sicuri del fatto che venga impartita loro una giusta istruzione. Naturalmente l’ esclusiva responsabilità di tutto non può essere attribuita solo agli insegnanti e al sistema scolastico in generale, perché è ben noto che una parte dei ragazzi non manifesti grande interesse nei confronti della cultura e sia propensa a considerare quest’ultima come un qualcosa di molto lontano dal mondo in cui preferiscono vivere, fatto di tecnologia e tempo trascorso con gli amici. A tal proposito occorre dire che sostituire un libro di carta con un e-book o un tablet per far si che la scuola diventi a “passo di adolescente”, non è il giusto modo per trasmettere l’ importanza e il fascino della cultura, bisogna piuttosto cercare metodi innovativi, conferire maggiore importanza alla cultura classica la quale permette di venire a conoscenza del mondo dal quale proveniamo, di tutto ciò che prima di noi è esistito. Perché, solo attraverso la conoscenza del passato è possibile determinare il futuro che abbia come protagonista la cultura, determinata ad attuare il cambiamento utile per migliorare la società in cui viviamo.

Disoccupazione giovanile

Disoccupazione e esodo giovanile

Si dice che la speranza sia l’ ultima a morire. Peccato,da qualche tempo a questa parte,sia anche la prima ad illudere. Le vittime di tale illusione sono soprattutto i giovani,i quali dopo aver sperato a lungo,aver visto i propri sogni andare in frantumi e aver capito che in Italia per loro non vi sia alcuna opportunità lavorativa o formativa,hanno preferito lasciare amici,famiglia,tutto e andare lontano,in un posto capace di offrire loro lavoro,di conferire merito. Ciò si verifica in particolare al Sud,infatti ogni anno circa centomila giovani lo lasciano e si recano all’ estero,per conseguire un titolo di studio che faciliti l’ ingresso nel mondo del lavoro,oppure per lavorare direttamente. Recenti indagini dimostrano che le mete più gettonate siano: Inghilterra,Germania,Cina,Spagna. Molti tra questi giovani hanno meno di trenta anni e possono essere definiti “cittadini a termine”,perché quasi la metà possiede contratti a termine,i quali non permettono cambi di residenza e fanno si anche le famiglie debbano restare in terra d’ origine e aspettare i propri figli far ritorno ogni fine settimana o una volta al mese. Un ragazzo su quattro è laureato,mentre la restante parte sono operai specializzati che lavorano in cantieri dell’ Italia centro settentrionale. Questi dati permettono di comprendere il divario  tra Nord e Sud e dimostrano che la flessibilità dei rapporti di lavoro si traduca in precarietà,per questa ragione l’esodo giovanile è visto come una transizione,probabilmente destinata a diventare definitiva. Bisogna impedire che i ragazzi lascino la propria terra d’ origine,creando maggiori opportunità lavorative e nel campo dell’ istruzione. Più fatti,meno parole,questo chiedono i giovani.