Il ritorno di Liberato, il misterioso cantante nato dal nulla

“Liberato canta ancora” così sui social vengono presentate le nuove canzoni del misterioso cantante napoletano. Nei giorni scorsi, dopo tre mesi di silenzio, sono state pubblicate a sorpresa ben due canzoni: Intostreet e Je te voglio bene assaje.

Da febbraio 2017, con la pubblicazione della prima canzone “Nove maggio”, il mistero della sua identità non è stato ancora risolto. Non è chiaro se a nascondersi dietro “Liberato” sia una singola persona o un gruppo ma è tanto l’interesse che questo progetto ha suscitato nella scena musicale alternativa. Sei canzoni all’attivo e tutti i videoclip rigorosamente diretti da Francesco Lettieri, conosciuto per le sue collaborazioni con numerosi artisti tra cui Calcutta e i TheGiornalisti.

L’anonimato

Nome e titoli delle canzoni scritti rigorosamente in caps lock, giubbotto scuro e cappuccio della felpa tirato su, una rosa come simbolo. Nelle due esibizioni live, al Mi Ami festival e al Club to Club di Torino, è riuscito a mantenere l’anonimato presentandosi incappucciato e col volto coperto oppure facendo salire sul palco alcuni suoi colleghi.

Il mistero di Liberato non sembra volersi risolvere ed è forse proprio questo uno degli ingredienti del suo successo. Nella giornata del 3 maggio, con un post sui suoi profili social, ha però annunciato una sua probabile apparizione sul lungomare di Napoli rigorosamente il nove maggio. È arrivato il momento di togliere la maschera?

#CONVERSE #RATEDONESTAR

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La tetralogia di maggio

Con l’inaspettata uscita (quasi in contemporanea) degli ultimi due videoclip si delinea una vera e propria saga. Già dal titolo del primo singolo il mese di maggio si presenta come lo sfondo temporale della storia raccontata.

Gli ultimi due video usciti ripropongono la stessa coppia di di attori presente in “Tu t’e scurdat e me”, confermando l’esistenza di un collegamento.

Quella raccontata è una storia d’amore travagliata, sullo sfondo di una Napoli fatta di mare e di sole. Da una parte c’è lui, ragazzo dei quartieri più umili sempre in giro con il suo motorino e il suo gruppo d’amici. Dall’altra parte c’è lei, appartenente ad un’altra Napoli, quella ricca, dei quartieri alti. Due mondi che si incontrano ma che non riescono ad unirsi, un amore che appare impossibile.

I videoclip delle ultime due canzoni sono paralleli, raccontano la stessa storia ma da due punti di vista diversi. In entrambi vediamo i tentativi dei due protagonisti di ricostruirsi una vita con qualcuno del “loro mondo”ma il sentimento reciproco resta. Nell’ultima scena, presente in entrambi i video, è il nove maggio e i due si incontrano in compagnia dei rispettivi nuovi partner.

Un esperimento ben riuscito

Con quasi 9 milioni di visualizzazioni al suo video più popolare e quello di Intostreet in tendenza da due giorni, Liberato è sicuramente una delle realtà più vive del panorama musicale indipendente. Nato senza alcuna etichetta discografica alle spalle ma lanciato alla ribalta dalla forza del passaparola (di alcuni suoi colleghi famosi, a quanto pare) e di youtube, quello di Liberato sembra a tutti gli effetti un esperimento sociale. Può un cantante oggi avere successo senza nessuno dei mezzi tradizionali alle spalle? A quanto pare sì.

Certo, il mistero della sua identità aiuta a nutrire la curiosità dei suoi ascoltatori ma la sua forza è innegabile. Fin dalla prima canzone si è presentato come una novità sia nel panorama musicale napoletano che in quello indie. Autotune su basi che sono un misto di hip hop e R’n’B, testi che uniscono la tradizionale canzone neomelodica e il nuovo cantautorato indie contemporaneo. La forza del dialetto napoletano (tra parole fortemente legate alla tradizioni e slang giovanili) contaminato dall’ormai onnipresente inglese. La novità prorompente di questo misterioso personaggio ha incuriosito proprio tutti, tra critiche ed elogi riesce sempre a far parlare di sé.

Che si scopra o meno quello che si nasconde sotto il cappuccio nero, il successo di Liberato fa sicuramente riflettere ed è lo specchio del forte bisogno di nuove spinte nel panorama musicale, anche quello strettamente regionale e dialettale.

Beyoncé e Jay-Z tornano in tour: annunciate due date in Italia

La notizia è ufficiale: questo 2018 vedrà l’On The Run II e arriverà anche a Milano e a Roma

Dopo giorni di chiacchiere e rumors finalmente arriva la notizia ufficiale sull’account instagram di Queen B e su youtube: la coppia Jay-Z/Beyoncé tornerà in tour insieme, dopo quattro anni dall’ultima volta. Ancora una volta sul palco insieme per l’On The Run II Tour. Quattro anni prima non c’era stata nemmeno una data in Italia, quest’anno, per la prima volta, le date sono due e sono Milano (6 luglio) e Roma (8 luglio). Ieri mattina sono iniziate le vendite dei biglietti per gli iscritti al fan club di Beyoncé e gli iscritti a Tidel (piattaforma musicale gestita da Jay-Z). Per gli iscritti a MyLiveNation vedranno l’inizio della vendita dei biglietti domani dalle ore 10.00 fino alle 17.00 di sabato 17. La messa in vendita generale partirà invece alle ore 10.00 di lunedì 19 marzo in tutti i punti vendita autorizzati.

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La prima volta in Italia per Jay-Z è stata nel 2003, mentre Beyoncé registrava la sua ultima presenza a luglio del 2016. Non poteva esserci ritorno migliore se non in compagnia del rapper.

Tante sono le canzoni insieme: Crazy in love (singolo di debutto della pop star nel 2003, che riscosse subito un incredibile successo, e una delle canzoni più coverizzate nell’ultimo decennio), Deja-vu (che ha guadagnato due nomination ai Grammy Awards del 2007), Upgrade U, Bonnie And Clyde,  Drunk in love (che ai Grammy Awards del 2015 ha vinto nelle categorie “miglior canzone R&B” e “miglior performance R&B”)… Tanti sono anche gli anni di attività di entrambe le star, tante tantissime le emozioni che sanno regalare sul palco, attraverso la loro musica. Tanti i momenti superati: i presunti tradimenti di lui, poi diventati pubblici; Lemonade, uno degli album più maturi della cantante, con i suoi sfoghi, le sue accuse, le gelosie e l’assoluzione; 4:44 con le scuse prontamente arrivate da lui. E come dopo ogni tempesta, il sereno: la nascita dei gemelli a metà del 2017 e ora questo tour.

Bonnie e Clyde sono di nuovo pronti a fare scintille!

Tanti auguri Komandante!

In programma per il 2018 il tour “Vascononstop Live”

Ieri, 7 febbraio, è stato il compleanno del Blasco. Sessantasei gli anni compiuti. Gran parte dei quali impegnati a fare musica, a cantare, scrivere canzoni ed emozionarci. Per la precisione, da quest’anno, sono 41 anni di onorevole carriera. Carriera che continua a portare avanti ancora con grande passione e che l’anno scorso è stata celebrata a Modena Park. Era il primo luglio 2017 e con quell’evento, svoltosi al Parco Enzo Ferrari, Vasco Rossi ha battuto il primato mondiale del concerto con il più alto numero di spettatori paganti, con 225.173 biglietti emessi, di cui 5.000 gratuiti. Inoltre è stato il suo 781esimo concerto della vita. Tutto questo non poteva che accadere a Modena, lì dove tutto aveva avuto inizio quarant’anni prima, quando era solamente un giovanotto che faceva il dj. E il concerto, dopo una breve introduzione col poema sinfonico “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss, non poteva che aprirsi con la canzone “Colpa di Alfredo” :

«E quella stronza non si è neanche preoccupata di dirmi almeno qualche cosa, che so, una scusa… si era già dimenticata di quello che mi aveva detto prima: “Mi puoi portare a casa questa sera? Abito fuori Modena, Modena park”»

Alla fine, dopo aver ripercorso tutta la sua carriera con quaranta canzoni, lo spettacolo si è concluso con la solita dedica a Massimo Riva e con le noti di “Albachiara”.

Ma Vasco non si ferma. Dopo questo strepitoso successo ha preparato per il 2018 un nuovo tour, il “Vascononstop Live”, con ben dieci date. Dieci appuntamenti che attraversano tutta l’Italia: la data zero del 27 maggio a Lignano Sabbiadoro, Torino (1-2 giugno), Padova (Stadio Euganeo, 6-7 giugno), Roma (Stadio Olimpico 11-12 giugno), Bari (Stadio San Nicola, 16-17 giugno) e chiuderà con un unico show a Messina (Stadio San Filippo, 23 giugno). Tanti auguri Vasco!

 

Musica: il cantautore Francesco Mircoli racconta il suo nuovo album

“Di questa nave conosco stiva per stiva, dall’amplesso mondiale fino all’ansia cattiva. Mia madre ha paura non sia troppo tranquillo, voglio essere un suono e no uno stupido squillo”

Francesco Mircoli, cantautore della riviera marchigiana, classe ’85, lascia presto la carriera calcistica per dedicarsi alla musica, più incline alla sue emotività. Fonda il suo primo gruppo “I cavalli torti” e inizia a scrivere le sue prime canzoni (tra queste “Psicofarmaci”, ormai osannata durante i suoi concerti). Nel 2012 viene intervistato da Red Ronnie nel suo celebre programma RoxyBar e i suoi impegni aumentano. Si piazza due volte come finalista al Premio De André (nel 2014 e nel 2016) e apre il concerto come artista di spalla a molti volti noti: come i Marlene Kuntz, Teatro degli Orrori, Omar Pedrini, La Rua, Finley, Nobraino, Matthew Lee, Cosmo e Gianluca Grignani. Il suo pubblico aumenta e nel 2017 viene anche chiamato a suonare ad un dei festival più importanti delle Marche, “il May Day Festival” a Sant’Elpidio a Mare. è giunto quindi il momento di entrare in studio e registrare il suo nuovo lavoro, affidandosi al produttore marchigiano Enrico Tiberi. Il titolo del suo nuovo cd è “Vita, morte e… Mircoli” uscito il primo gennaio 2018 e anticipato il 30 dicembre dall’uscita del brano “Considerato”.

Vado a casa sua per intervistarlo e parlare un pò del suo lavoro. Mi apre la porta con la chitarra in mano e tra una domanda e l’altra improvvisiamo qualche brano al piano. Il giovane cantante, che in questa era 2.0 tiene ancora un diario segreto, è già all’opera per altre nuove canzoni anche con qualche costo umano.

Parlami di “Considerato”, il tuo primo singolo uscito su Youtube.

è un brano esistenziale. Non ha accezioni politiche ma è una sorta di resistenza verso il mondo degli adulti, di cui non si sente parte. è un mondo che mi limita e io cerco di difendere la mia creatività. è una canzone cinematografica che ragiona per scenari. C’è la voglia di crearsi la propria pelle senza prendere un pacchetto pre-confezionato. Bisogna vivere la propria vita e non quella degli altri. è una tipica canzone dopo una serata in riviera ma il giorno dopo la realtà…

“Vita, morte e… Mircoli”

è il lavoro che sognavo di fare da molto tempo. Parlo della provincia cardiopatica in cui vivo e all’interno di questo cd si possono trovare anche le persone che mi gravitano intorno negli ultimi due anni.

“La madam” è immediato, dov’è la critica?

è il non plus ultra della vanità, con cui non vai d’accordo. Rappresenta l’isola dei famosi. Sotto le lenzuola non funziona, è tutta tara e niente peso netto. Io parlo di un pubblico “privato e provato”, ovvero di una sfera emotiva e di coloro che vengono dalla provincia e vivono il loro vissuto.

“Aspettando un giovedì da copione in un posto che non offre emozione, chi ho in testa sei tu… Ti”

“Ti” nasce con la fine di una storia d’amore. Io ho sempre avuto storie serie e durature nonostante la mia fama di Don Giovanni. Questa canzone viene fuori dopo una chiacchierata con un amico e da un suo tatuaggio.. “Ti”. Credo sia il primo caso in cui viene fatto prima il tatuaggio e poi la canzone.

“Dov’è Luca?!”

Questa canzone l’ho scritta dopo la morte di due cari amici, entrambi di nome Luca. Mi sono chiesto “chissà dove sono ora” e poi nella canzone ci sono anche dei personaggi della vita quotidiana. Tocca anche la tematica dell’amore con i suoi lati negativi: “se sei stufa tornatene dai tuoi”. Questa tematica della conflittualità uomo-donna la ritroviamo anche in “Delusione numero 300”.

“Ho uno spicchio di cuore che batte a ritmo lento mancata comprensione fa male, in questa delusione numero trecento. Dolcezza c’è un problema comune malattia di cui non sono autoimmune, l’orgoglio è il tuo solo portento in questa delusione numero trecento.”

Questo è Francesco Mircoli che riesce a coniugare con credibilità la canzone d’autore e le varie sfaccettature del pop rock, proiettando con l’efficacia dei testi uno scenario ben preciso dove la provincia è il punto di partenza dei propri slanci emotivi. Questo è il suo primo album ufficiale, che ha tutte le carte per sfondare. I temi trattati sono la critica alla società, la provincia cardiopatica, le problematiche derivate dall’amore. Tanti i prossimi appuntamenti del cantautore marchigiano, tra i quali il 9 febbraio a Sant’Egidio alla Vibrata con “Gli amari”. Ad accompagnare Francesco Mircoli c’è la sua band formata da: Marco Raccichini (alla chitarra), Valerio Massetti (al basso), Mattia Cotechini (alla batteria) e Sasha Paolini (alle tastiere).

 

Faber non muore mai

Esattamente una settimana fa ricorreva la morte del grande cantautore genovese Fabrizio De André. Diciannove anni dalla sua scomparsa. Diciannove anni in cui il panorama musicale italiano è cambiato, ma, il ricordo e la memoria della sua arte non se ne sono andati. Conosciuto anche con l’appellativo di Faber, datogli dal suo amico di infanzia Paolo Villagio per via della sua predilezione per i pastelli della Faber-Castell e per l’assonanza con il suo nome. Aveva simpatie anarchiche e libertine e faceva parte della Scuola genovese insieme a Gino Paoli e Luigi Tenco. Fu l’artista con il maggior numero di riconoscimenti da parte del Club Tenco e molte delle sue canzoni, che parlano di emarginati e prostitute, sono considerate da gran parte dei critici come vere e proprie poesie. Tanto che vengono inserite nelle antologie scolastiche di letteratura già dai primi anni Settanta.

«…pensavo: è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra» (Amico fragile)

Nato da una famiglia benestante, De André visse la sua infanzia e adolescenza con comportamenti fuori dagli schemi. A diciotto anni, a causa del brutto rapporto con il padre, andò via di casa e intraprese gli studi di giurisprudenza. A sei esami dalla laurea decise però di smettere e avviò la carriera musicale. Fu proprio questa decisione a creare il personaggio che noi tutti conosciamo. Fondamentale fu l’ascolto del cantautore francese Georges Brassens, del quale tradusse alcune canzoni. Una di queste è “Il gorilla”: animale che si fa strumento di vendetta contro la categoria del giudice, che ha il potere di mandare a morte esseri umani e con indifferenza. Nessuna delle sue canzoni è mai banale, mai scontata. Dietro ognuna di esse c’è un insegnamento, una morale, una storia da raccontare, una condanna, una censura.

«Lessi Croce, l’Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante.»

Pubblicò i suoi primi 45 giri e i suoi primi 33 giri e ottenne il successo grazie all’interpretazione di Mina de “La canzone di Marinella”. Arrivarono i primi album: “Tutto Fabrizio De André”, “Volume I”, “Tutti morimmo a stento”… e già il suo stile era inconfondibile. L’atmosfera dei cantautori francesi, le tematiche sociali, trattate a volte con crudezza a volte con ironia, le metafore poetiche, l’esistenzialismo e il suo agnosticismo. Ci furono poi gli anni delle sperimentazioni ed esplorò l’ambiente degli autori americani (lo si nota ad esempio nell’album “Rimini”). Si avvicinò alla musica etnica, alla realtà mediterranea con l’album “Crêuza de mä” (cantato interamente in lingua genovese) e alle minoranze linguistiche. Ci fu anche un’evoluzione religiosa a seguito del rapimento insieme alla moglie Dori Ghezzi. Quell’esperienza, unita ad un’analisi della realtà sarda, gli ispirò alcune canzoni che confluirono nel disco conosciuto come “L’indiano”. All’interno di questo cd possiamo notare dei parallelismi tra il popolo dei pellerossa con quello sardo e richiami del sequestro avvenuto, come ad esempio avviene in “Hotel Supramonte” che intreccia anche la tematica dell’amore:

«E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome. Ora il tempo è un signore distratto, è un bambino che dorme. Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano. Cosa importa se sono caduto, se sono lontano. Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole. Perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole. Ma dove, dov’è il tuo amore. Ma dove è finito il tuo amore»

Un percorso documentato dalle sue canzoni, dalle sue ballate, dalle sue filastrocche, dalle sue liriche. Un percorso che si è fermato troppo presto.

Ma Faber non muore mai. È come se fosse ancora qui e i suoi testi li stesse scrivendo ora. Perché ora e in ogni epoca c’è una bocca di rosa che fa l’amore con passione; c’è un chimico che non gli riesce di capire gli uomini; c’è un testamento lasciato dopo una morte; c’è un malato di cuore che non può bere alla coppa d’un fiato; c’è sempre una guerra, due uomini con lo stesso umore e la divisa di un altro colore. Faber non è solo una canzone alla radio. Faber è uno stato d’animo. Faber è una serata con un amico. Faber è un libro di Marquez. È cent’anni di solitudine. Faber è Andrea; un blasfemo; un bombarolo. Faber è per i tuoi larghi occhi. Faber è quando hai un bicchiere di vino in mano e vuoi cantare l’amore.

Faber è sempre attuale e non muore mai.

Non dite che Faber è morto. Perché l’11 gennaio del 1999 il suo corpo si è spento ma la sua anima rimane.

La storia dell’unico e inimitabile John Coltrane

Dalla fine del periodo bop allo spiritualismo e al free jazz

John Coltrane apparve sulla scena musicale jazz di New York alla fine degli anni Quaranta, quando il bebop stava ormai scomparendo insieme al suo leader simbolico Charlie Parker. Coltrane da piccolo cominciò a suonare il clarinetto e il sassofono contralto; stava avviando la sua carriera musicale, quando dovette arruolarsi nella Marina militare. Al suo ritorno prese in mano il sax tenore e iniziò a suonare con i migliori jazzisti del momento: come Dizzy Gillespie, che rimase sempre fedele al bebop e fu l’unico in grado di tenere le fila di quel movimento, e Miles Davis, che non solo prese parte alla rivoluzione bebop ma fu anche ideatore di numerosi stili jazz (come il cool jazz, l’hard bop, il modal jazz), nonché fu un influente personaggio pubblico.

«Vedete, io ho vissuto per molto tempo nell’oscurità perché mi accontentavo di suonare quello che ci si aspettava da me, senza cercare di aggiungerci qualcosa di mio… Credo che sia stato con Miles Davis, nel 1955, che ho cominciato a rendermi conto che avrei potuto fare qualcosa di più.» (John Coltrane)

Comunque, in quei primi anni Cinquanta, John Coltrane non era l’unico a suonare il sax tenore ma c’era anche Sonny Rollins, che spesso veniva preferito a lui. Anche Davis lo preferiva a lui, ma, di frequente, Rollins spariva dalle scene per riapparire improvvisamente. Così nel 1955 la svolta. Miles Davis chiamò Coltrane per un provino ed entrò a fare parte del quintetto. Per via di alcune incongruenze musicali e del suo abuso di eroina, John Coltrane venne spesso cacciato dal gruppo e poi richiamato. Durante le rotture suonava con il grande pianista Thelonious Monk, intervallando l’hard bop, la musica preferita dai musicisti neri, al cool jazz, quella preferita dai musicisti bianchi come Dave Brubeck e Chet Backer. Nel 1959 il quintetto di Miles Davis, diventato nel frattempo sestetto, incise il suo capolavoro “Kind of Blue”, nel quale Coltrane giocò un ruolo fondamentale.

Sempre nello stesso anno, uscì uno dei dischi sostanziali per Coltrane “Giant Steps”, che è uno dei migliori esempi dell’improvvisazione. Il 1960 fu invece l’anno della fondazione del suo quartetto e del sax soprano, donatogli da Davis. Con questo e con lo studio della musica modale, in particolare quella orientale, incise uno dei suoi album più famosi: “My favorite things”. Arrivati al 1964, arrivò anche il capolavoro di Coltrane e quello che viene considerato quasi da tutti come uno degli album migliori della storia del jazz, “A love supreme”. Si narra che una sera, mentre praticava la meditazione yoga, a Coltrane risuonò una musica in testa. Si convinse che quello fu un messaggio di Dio: il disco non è quindi altro che una dichiarazione di fede, un ringraziamento a Dio per averlo riportato sulla retta via.  All’interno della copertina non fece stampare le solite note, ma, una sua breve presentazione e una sua poesia, le cui ultime parole recitano: «ELATION-ELEGANCE-EXALTATION- All from God. Thank you God. Amen.» (cioè «Gioia. Eleganza. Esaltazione. Tutto da Dio. Grazie Dio. Amen»).

Negli ultimi due anni di vita, tra il 1965 e il 1967, si dedicò al free jazz, un’evoluzione del jazz modale, libero da ogni regola, che non era apprezzato da tutti – lo stesso Davis non era un suo fautore – ma di cui Coltrane ne divenne un convinto sostenitore. Tre album cardine di quel periodo furono: “Om”, “Kulù Sé Mama” e “Selflessness”. John Coltrane morì il 17 luglio 1967, a soli 40 anni, allo Huntington Hospital di Long Island stroncato da un tumore al fegato. Pochi sapevano della sua malattia. Il suo terrore per i medici, la sua noncuranza per i controlli e la sua sfiducia nella scienza lo portarono ad una accettazione passiva del destino, quindi anche della sua morte, e lo guidarono nella sua frenetica ricerca artistica che lo consacrò come uno dei più grandi sassofonisti di sempre, se non IL più grande.

Amami o faccio un casino!

FUCT, questo l’acronimo dell’ultimo tour di Coez, che slegato sarebbe “faccio un casino tour”.  Faccio un casino è il titolo del suo ultimo cd, uscito a maggio, e anticipato dall’omonimo singolo il 10 marzo. Diventato disco d’oro insieme ad altri suoi singoli, Jet e La musica non c’è, gli ha portato un grande successo sulla scena italiana. Il tour, che è iniziato a giugno e sta giungendo ormai alla fine, ha riscosso grande entusiasmo e grande clamore. Tante date sold out, tanti live strapieni di fan. Coez c’è e il pubblico risponde.

In arte Coez, nella vita Silvano Albanese, nasce in provincia di Salerno ma si trasferisce presto a Roma. All’età di 19 anni avvia la carriera di rapper e insieme a due amici forma il gruppo “Circolo Vizioso”. Poi con l’unione di un altro gruppo rap forma i “Brokenspeakers”. Con questi ultimi raggiunge un certo successo portando avanti collaborazioni con Colle der Fomento, Ghemon, Noyz Narcos. Parallelamente Coez intraprende la carriera da solista pubblicando nel 2009 l’album Figlio di nessuno. Il successo però arriva nel 2013 quando esce per la Carosello Records Non erano fiori, prodotto da Riccardo Senigallia con il quale aveva avviato una stretta collaborazione da un anno. Inizia così la scalata di Coez, che da questo momento comincia a vendere singoli di successo.

“Mi metti in crisi e in questo testo non ti riesco a disegnare. Vorrei portarti al mare, anzi portarti il mare”

Dagli amori più difficili che se non funzionano «faccio un casino», agli occhiali scuri da non dimenticare mai quando non si dorme a casa. Dalle luci della città, che vista dall’alto ci ricorda che questo è un mondo fatto per due e che alla fine ti porta a chiedere «vanno via tutti resti con me?», ad un sentimento bello, sincero, a volte taciturnal, che puoi condividere con qualcuno anche quando la musica non c’è. Dall’erotismo che ti fa scivolare i cliché sul parquet, alla dedica alla mamma, che è la nostra metà migliore. Questi i temi trattati dal cantautore romano, il quale assicura che la pausa dopo la fine del tour migliore di sempre non sarà lunga, e che è pronto ad infiammare ancora la scena musicale.

Il Modena Park di Vasco Rossi

Grande festa il primo luglio per festeggiare a Modena i quarant’anni di carriera di Vasco Rossi. Quarant’anni di successi, concerti sold out e 30 album pubblicati dal 1977 ad oggi (di cui 17 in studio, 9 dal vivo e 4 raccolte ufficiali). Modena Park non è un semplice concerto. È la celebrazione di un’artista che nella sua lunga gavetta è partito proprio da quella città.

Vasco Rossi nasce a Zocca nel 1952 e il nome glielo aveva dato il padre in omaggio ad un compagno di prigionia in Germania durante la seconda guerra mondiale. La sua prima esibizione è al concorso Usignolo d’Oro a Modena, a soli 10 anni, che vincerà con il punteggio massimo. Continua da lì la sua scalata musicale: a 14 anni aveva messo su la sua prima band, poco dopo scriveva già canzoni e nel 1975 aveva fondato una delle prime radio libere d’Italia, “Punto Radio”, grazie anche alla partecipazione di Gaetano Curreri. Con quest’ultimo nascerà anche un profondo rapporto di amicizia e collaborazione, che li porterà a scrivere testi insieme. Sarà Curreri a spronare Vasco nell’incisione dei suoi primi dischi. Vasco che nel mentre lascia la facoltà di Economia e inizia a frequentare Pedagogia. Proprio dalle letture complesse che affronterà qui, vari testi di filosofia e psicanalisi, tirerà fuori le strofe che ritroviamo nelle sue canzoni.

Il 1977 è l’anno del suo primo 45 giri “Jenny/Silvia” e l’anno successivo è l’anno del suo primo album “…Ma cosa vuoi che sia una canzone…”. Seguirà l’anno dopo “Non siamo mica gli americani” con la traccia “Albachiara”, che verrà scoperta anni dopo dal pubblico, divenendo uno dei suoi maggiori successi. Nel 1979 muore il padre e sarà per Vasco un grande shock, tanto da pensare di abbandonare la musica. Ma nel 1980 uscirà “Colpa d’Alfredo”, censurato da alcune radio, e inizierà una collaborazione anche con la “Steve Rogers Band” con la quale organizzerà anche il suo primo tour ufficiale. Vasco Rossi era molto legato a Massimo Riva, frontman della Steve Rogers Band, che morirà nel 1999 in seguito ad una crisi respiratoria dopo un’iniezione di eroina. Da allora Vasco lo ricorderà in ogni suo concerto dedicandogli “Canzone”.

“Nessuno, nessuno muore mai completamente. Qualche cosa di lui rimane sempre vivo dentro di noi. Viva Massimo Riva!”

Sarà con il quarto album che finalmente arriverà il successo, “Siamo solo noi”, che ad oggi è considerato ancora uno dei suoi migliori lavori. Nel 1992 c’è la prima partecipazione a Sanremo con “Vado al Massimo”. Alla fine dell’esibizione si infilò il microfono nella tasca con l’intenzione di consegnarlo al concorrente successivo, ma, il filo era troppo corto così il microfono volò a terra creando un boato enorme in sala. Fece scalpore e tutti pensarono ad un gesto di ribellione nei confronti del festival. Arrivò ultimo. L’anno dopo tornò di nuovo con “Vita spericolata” ma questa volta non arrivò ultimo. Penultimo. Non importa, Vasco sarebbe comunque diventato una delle più grandi rock star in Italia. In grado di riempire San Siro e l’Olimpico, di emozionare i suoi fans con testi del calibro di “Anima Fragile”, “Sally”, “Toffee”, “Jenny è pazza”, “La nostra relazione”, “Va bene, va bene così” e tanti tanti altri ancora.

Il primo luglio Vasco riempirà il Modena Park con 220.000 persone andando in onda anche in Rai e in oltre 150 sale cinematografiche. Portando una scaletta di quaranta canzoni. Che Vasco piace è un fatto. Che può non piacere sono gusti. Comunque sia ci saranno ragazzi e generazioni intere che continueranno ad ascoltare i suoi cd, indossare le magliette dei concerti e ad inneggiare al Blasco.

 

Radiohead – I-days 2017 – Parola d’ordine comodità

Al tramonto.

Sotto un cielo rosa pastello.

I-days,Parco di Monza, 16 giugno 2017.

Più che il day 2 dell’imponente Festival, che accoglie numerosi artisti per quattro giorni, nell’importante cornice di un immenso parco, questo è il day 2 dei Radiohead in Italia. Dopo la strabiliante data di Firenze, svoltasi appena due giorni prima, gli artisti di Oxford hanno avuto il compito di provare a replicare, o addirittura surclassare, un concerto che è stato pressochè perfetto. Uno show all’indomani del quale si è concretizzata un’autentica gara di aggettivi, perchè descrivere quanto proposto da Thom Yorke e dalla sua band è davvero complicato. A Monza i Radiohead hanno suonato per tutti non solo per i veri appassionati. Tra i tanti pezzi abbiamo ascoltato Paranoid Android, No Surprises, Karma Police e perfino Creep, il primo brano ad averli resi celebri in tutto il mondo. Tra i sessantamila cuori e mani che battevano c’eravamo anche noi a godere di questo spettacolo e guardandoci un po’ attorno siamo accorti che oltre al gusto musicale quelle sessantamila persone avevano in comune anche un “codice di abbigliamento”. E’ bastato fare un giro nel parco, durante le ore di attesa, per capire che le parole d’ordine erano comodità e funzionalità. Cappelli e visiere ma anche foulard a mò di turbante per ripararsi dal sole cocente. Ragazzi in camicie di lino e t-shirt in tutte le gamme cromatiche, petto nudo per chi invece il caldo torrido non può proprio sopportarlo o semplicemente vuole approfittarne per un po’ di tintarella. Le ragazze indossano per lo più mini abiti o crop top e shorts. Ciò che accomuna tutti però è lo zaino in spalla o il marsupio in vita. Talvolta anche la cintura, come ormai il trend setter detta, diventa l’accessorio più utile per legare la maglietta o semplicemente tenere un pacchetto di sigarette ed avere la possibilità di far danzare libere le mani. No a sandali o ciabatte ma via libera alle sneakers . Alte, basse, in pelle o in tessuti tecnici , poca importa l’importante è sentirsi a proprio agio. Una legge non scritta dunque che non parla di moda, parla di stile e di priorità dove l’individualità regna sovrana nell’aspetto ma canta la stessa strofa della medesima canzone.

 

Radiohead I-days 2017 – Parola d’ordine comodità

Al tramonto.

Sotto un cielo rosa pastello

I-days,Parco di Monza, 16 giugno 2017.

Più che il day 2 dell’imponente Festival, che accoglie numerosi artisti per quattro giorni, nell’importante cornice di un immenso parco, questo è il day 2 dei Radiohead in Italia. Dopo la strabiliante data di Firenze, svoltasi appena due giorni prima, gli artisti di Oxford hanno avuto il compito di provare a replicare, o addirittura surclassare, un concerto che è stato pressochè perfetto. Uno show all’indomani del quale si è concretizzata un’autentica gara di aggettivi, perchè descrivere quanto proposto da Thom Yorke e dalla sua band è davvero complicato. A Monza i Radiohead hanno suonato per tutti non solo per i veri appassionati. Tra i tanti pezzi abbiamo ascoltato Paranoid Android, No Surprises, Karma Police e perfino Creep, il primo brano ad averli resi celebri in tutto il mondo. Tra i sessantamila cuori e mani che battevano c’eravamo anche noi a godere di questo spettacolo e guardandoci un po’ attorno siamo accorti che oltre al gusto musicale quelle sessantamila persone avevano in comune anche un “codice di abbigliamento”. E’ bastato fare un giro nel parco, durante le ore di attesa, per capire che le parole d’ordine erano comodità e funzionalità. Cappelli e visiere ma anche foulard a mò di turbante per ripararsi dal sole cocente. Ragazzi in camicie di lino e t-shirt in tutte le gamme cromatiche, petto nudo per chi invece il caldo torrido non può proprio sopportarlo o semplicemente vuole approfittarne per un po’ di tintarella. Le ragazze indossano per lo più mini abiti o crop top e shorts. Ciò che accomuna tutti però è lo zaino in spalla o il marsupio in vita. Talvolta anche la cintura, come ormai il trend setter detta, diventa l’accessorio più utile per legare la maglietta o semplicemente tenere un pacchetto di sigarette ed avere la possibilità di far danzare libere le mani. No a sandali o ciabatte ma via libera alle sneakers . Alte, basse, in pelle o in tessuti tecnici , poca importa l’importante è sentirsi a proprio agio. Una legge non scritta dunque che non parla di moda, parla di stile e di priorità dove l’individualità regna sovrana nell’aspetto ma canta la stessa strofa della medesima canzone.