Tanti auguri Komandante!

In programma per il 2018 il tour “Vascononstop Live”

Ieri, 7 febbraio, è stato il compleanno del Blasco. Sessantasei gli anni compiuti. Gran parte dei quali impegnati a fare musica, a cantare, scrivere canzoni ed emozionarci. Per la precisione, da quest’anno, sono 41 anni di onorevole carriera. Carriera che continua a portare avanti ancora con grande passione e che l’anno scorso è stata celebrata a Modena Park. Era il primo luglio 2017 e con quell’evento, svoltosi al Parco Enzo Ferrari, Vasco Rossi ha battuto il primato mondiale del concerto con il più alto numero di spettatori paganti, con 225.173 biglietti emessi, di cui 5.000 gratuiti. Inoltre è stato il suo 781esimo concerto della vita. Tutto questo non poteva che accadere a Modena, lì dove tutto aveva avuto inizio quarant’anni prima, quando era solamente un giovanotto che faceva il dj. E il concerto, dopo una breve introduzione col poema sinfonico “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss, non poteva che aprirsi con la canzone “Colpa di Alfredo” :

«E quella stronza non si è neanche preoccupata di dirmi almeno qualche cosa, che so, una scusa… si era già dimenticata di quello che mi aveva detto prima: “Mi puoi portare a casa questa sera? Abito fuori Modena, Modena park”»

Alla fine, dopo aver ripercorso tutta la sua carriera con quaranta canzoni, lo spettacolo si è concluso con la solita dedica a Massimo Riva e con le noti di “Albachiara”.

Ma Vasco non si ferma. Dopo questo strepitoso successo ha preparato per il 2018 un nuovo tour, il “Vascononstop Live”, con ben dieci date. Dieci appuntamenti che attraversano tutta l’Italia: la data zero del 27 maggio a Lignano Sabbiadoro, Torino (1-2 giugno), Padova (Stadio Euganeo, 6-7 giugno), Roma (Stadio Olimpico 11-12 giugno), Bari (Stadio San Nicola, 16-17 giugno) e chiuderà con un unico show a Messina (Stadio San Filippo, 23 giugno). Tanti auguri Vasco!

 

Musica: il cantautore Francesco Mircoli racconta il suo nuovo album

“Di questa nave conosco stiva per stiva, dall’amplesso mondiale fino all’ansia cattiva. Mia madre ha paura non sia troppo tranquillo, voglio essere un suono e no uno stupido squillo”

Francesco Mircoli, cantautore della riviera marchigiana, classe ’85, lascia presto la carriera calcistica per dedicarsi alla musica, più incline alla sue emotività. Fonda il suo primo gruppo “I cavalli torti” e inizia a scrivere le sue prime canzoni (tra queste “Psicofarmaci”, ormai osannata durante i suoi concerti). Nel 2012 viene intervistato da Red Ronnie nel suo celebre programma RoxyBar e i suoi impegni aumentano. Si piazza due volte come finalista al Premio De André (nel 2014 e nel 2016) e apre il concerto come artista di spalla a molti volti noti: come i Marlene Kuntz, Teatro degli Orrori, Omar Pedrini, La Rua, Finley, Nobraino, Matthew Lee, Cosmo e Gianluca Grignani. Il suo pubblico aumenta e nel 2017 viene anche chiamato a suonare ad un dei festival più importanti delle Marche, “il May Day Festival” a Sant’Elpidio a Mare. è giunto quindi il momento di entrare in studio e registrare il suo nuovo lavoro, affidandosi al produttore marchigiano Enrico Tiberi. Il titolo del suo nuovo cd è “Vita, morte e… Mircoli” uscito il primo gennaio 2018 e anticipato il 30 dicembre dall’uscita del brano “Considerato”.

Vado a casa sua per intervistarlo e parlare un pò del suo lavoro. Mi apre la porta con la chitarra in mano e tra una domanda e l’altra improvvisiamo qualche brano al piano. Il giovane cantante, che in questa era 2.0 tiene ancora un diario segreto, è già all’opera per altre nuove canzoni anche con qualche costo umano.

Parlami di “Considerato”, il tuo primo singolo uscito su Youtube.

è un brano esistenziale. Non ha accezioni politiche ma è una sorta di resistenza verso il mondo degli adulti, di cui non si sente parte. è un mondo che mi limita e io cerco di difendere la mia creatività. è una canzone cinematografica che ragiona per scenari. C’è la voglia di crearsi la propria pelle senza prendere un pacchetto pre-confezionato. Bisogna vivere la propria vita e non quella degli altri. è una tipica canzone dopo una serata in riviera ma il giorno dopo la realtà…

“Vita, morte e… Mircoli”

è il lavoro che sognavo di fare da molto tempo. Parlo della provincia cardiopatica in cui vivo e all’interno di questo cd si possono trovare anche le persone che mi gravitano intorno negli ultimi due anni.

“La madam” è immediato, dov’è la critica?

è il non plus ultra della vanità, con cui non vai d’accordo. Rappresenta l’isola dei famosi. Sotto le lenzuola non funziona, è tutta tara e niente peso netto. Io parlo di un pubblico “privato e provato”, ovvero di una sfera emotiva e di coloro che vengono dalla provincia e vivono il loro vissuto.

“Aspettando un giovedì da copione in un posto che non offre emozione, chi ho in testa sei tu… Ti”

“Ti” nasce con la fine di una storia d’amore. Io ho sempre avuto storie serie e durature nonostante la mia fama di Don Giovanni. Questa canzone viene fuori dopo una chiacchierata con un amico e da un suo tatuaggio.. “Ti”. Credo sia il primo caso in cui viene fatto prima il tatuaggio e poi la canzone.

“Dov’è Luca?!”

Questa canzone l’ho scritta dopo la morte di due cari amici, entrambi di nome Luca. Mi sono chiesto “chissà dove sono ora” e poi nella canzone ci sono anche dei personaggi della vita quotidiana. Tocca anche la tematica dell’amore con i suoi lati negativi: “se sei stufa tornatene dai tuoi”. Questa tematica della conflittualità uomo-donna la ritroviamo anche in “Delusione numero 300”.

“Ho uno spicchio di cuore che batte a ritmo lento mancata comprensione fa male, in questa delusione numero trecento. Dolcezza c’è un problema comune malattia di cui non sono autoimmune, l’orgoglio è il tuo solo portento in questa delusione numero trecento.”

Questo è Francesco Mircoli che riesce a coniugare con credibilità la canzone d’autore e le varie sfaccettature del pop rock, proiettando con l’efficacia dei testi uno scenario ben preciso dove la provincia è il punto di partenza dei propri slanci emotivi. Questo è il suo primo album ufficiale, che ha tutte le carte per sfondare. I temi trattati sono la critica alla società, la provincia cardiopatica, le problematiche derivate dall’amore. Tanti i prossimi appuntamenti del cantautore marchigiano, tra i quali il 9 febbraio a Sant’Egidio alla Vibrata con “Gli amari”. Ad accompagnare Francesco Mircoli c’è la sua band formata da: Marco Raccichini (alla chitarra), Valerio Massetti (al basso), Mattia Cotechini (alla batteria) e Sasha Paolini (alle tastiere).

 

Faber non muore mai

Esattamente una settimana fa ricorreva la morte del grande cantautore genovese Fabrizio De André. Diciannove anni dalla sua scomparsa. Diciannove anni in cui il panorama musicale italiano è cambiato, ma, il ricordo e la memoria della sua arte non se ne sono andati. Conosciuto anche con l’appellativo di Faber, datogli dal suo amico di infanzia Paolo Villagio per via della sua predilezione per i pastelli della Faber-Castell e per l’assonanza con il suo nome. Aveva simpatie anarchiche e libertine e faceva parte della Scuola genovese insieme a Gino Paoli e Luigi Tenco. Fu l’artista con il maggior numero di riconoscimenti da parte del Club Tenco e molte delle sue canzoni, che parlano di emarginati e prostitute, sono considerate da gran parte dei critici come vere e proprie poesie. Tanto che vengono inserite nelle antologie scolastiche di letteratura già dai primi anni Settanta.

«…pensavo: è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra» (Amico fragile)

Nato da una famiglia benestante, De André visse la sua infanzia e adolescenza con comportamenti fuori dagli schemi. A diciotto anni, a causa del brutto rapporto con il padre, andò via di casa e intraprese gli studi di giurisprudenza. A sei esami dalla laurea decise però di smettere e avviò la carriera musicale. Fu proprio questa decisione a creare il personaggio che noi tutti conosciamo. Fondamentale fu l’ascolto del cantautore francese Georges Brassens, del quale tradusse alcune canzoni. Una di queste è “Il gorilla”: animale che si fa strumento di vendetta contro la categoria del giudice, che ha il potere di mandare a morte esseri umani e con indifferenza. Nessuna delle sue canzoni è mai banale, mai scontata. Dietro ognuna di esse c’è un insegnamento, una morale, una storia da raccontare, una condanna, una censura.

«Lessi Croce, l’Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante.»

Pubblicò i suoi primi 45 giri e i suoi primi 33 giri e ottenne il successo grazie all’interpretazione di Mina de “La canzone di Marinella”. Arrivarono i primi album: “Tutto Fabrizio De André”, “Volume I”, “Tutti morimmo a stento”… e già il suo stile era inconfondibile. L’atmosfera dei cantautori francesi, le tematiche sociali, trattate a volte con crudezza a volte con ironia, le metafore poetiche, l’esistenzialismo e il suo agnosticismo. Ci furono poi gli anni delle sperimentazioni ed esplorò l’ambiente degli autori americani (lo si nota ad esempio nell’album “Rimini”). Si avvicinò alla musica etnica, alla realtà mediterranea con l’album “Crêuza de mä” (cantato interamente in lingua genovese) e alle minoranze linguistiche. Ci fu anche un’evoluzione religiosa a seguito del rapimento insieme alla moglie Dori Ghezzi. Quell’esperienza, unita ad un’analisi della realtà sarda, gli ispirò alcune canzoni che confluirono nel disco conosciuto come “L’indiano”. All’interno di questo cd possiamo notare dei parallelismi tra il popolo dei pellerossa con quello sardo e richiami del sequestro avvenuto, come ad esempio avviene in “Hotel Supramonte” che intreccia anche la tematica dell’amore:

«E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome. Ora il tempo è un signore distratto, è un bambino che dorme. Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano. Cosa importa se sono caduto, se sono lontano. Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole. Perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole. Ma dove, dov’è il tuo amore. Ma dove è finito il tuo amore»

Un percorso documentato dalle sue canzoni, dalle sue ballate, dalle sue filastrocche, dalle sue liriche. Un percorso che si è fermato troppo presto.

Ma Faber non muore mai. È come se fosse ancora qui e i suoi testi li stesse scrivendo ora. Perché ora e in ogni epoca c’è una bocca di rosa che fa l’amore con passione; c’è un chimico che non gli riesce di capire gli uomini; c’è un testamento lasciato dopo una morte; c’è un malato di cuore che non può bere alla coppa d’un fiato; c’è sempre una guerra, due uomini con lo stesso umore e la divisa di un altro colore. Faber non è solo una canzone alla radio. Faber è uno stato d’animo. Faber è una serata con un amico. Faber è un libro di Marquez. È cent’anni di solitudine. Faber è Andrea; un blasfemo; un bombarolo. Faber è per i tuoi larghi occhi. Faber è quando hai un bicchiere di vino in mano e vuoi cantare l’amore.

Faber è sempre attuale e non muore mai.

Non dite che Faber è morto. Perché l’11 gennaio del 1999 il suo corpo si è spento ma la sua anima rimane.

Trieste, un ritorno a casa

Un ritorno a casa, ma una casa fino ad allora sconosciuta, vista solo in un sogno dai contorni sfumati. A Trieste sono capitato quasi per caso: tre giorni liberi prima di Natale, un’occasione buona per fuggire dal luccichio tedioso di Milano e visitare un fratello trasferito lì.

Quando sono arrivato, il mare è stata la prima impressione. Per un figlio dell’Adriatico, il mare è una cosa seria, è una cosa che stringe le viscere e paralizza in estasi. Mentre il treno sferragliava in direzione della città, sussurravo il suo nome aspro, Trieste, come per cercare tra le labbra il suono delle onde che si infrangono sulla costa.

Mi accompagnava una guida d’eccezione, un compagno d’università triestino incontrato per caso a Venezia al momento del cambio di treno. Figlio di esuli istriani, nei suoi occhi si leggeva l’amore per la sua terra e per quel mare che è sempre lì ad aspettarti, come l’abbraccio di una madre che rivede il figlio emigrato.

Il mare di Trieste (foto dell’autore)

 

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La storia dell’unico e inimitabile John Coltrane

Dalla fine del periodo bop allo spiritualismo e al free jazz

John Coltrane apparve sulla scena musicale jazz di New York alla fine degli anni Quaranta, quando il bebop stava ormai scomparendo insieme al suo leader simbolico Charlie Parker. Coltrane da piccolo cominciò a suonare il clarinetto e il sassofono contralto; stava avviando la sua carriera musicale, quando dovette arruolarsi nella Marina militare. Al suo ritorno prese in mano il sax tenore e iniziò a suonare con i migliori jazzisti del momento: come Dizzy Gillespie, che rimase sempre fedele al bebop e fu l’unico in grado di tenere le fila di quel movimento, e Miles Davis, che non solo prese parte alla rivoluzione bebop ma fu anche ideatore di numerosi stili jazz (come il cool jazz, l’hard bop, il modal jazz), nonché fu un influente personaggio pubblico.

«Vedete, io ho vissuto per molto tempo nell’oscurità perché mi accontentavo di suonare quello che ci si aspettava da me, senza cercare di aggiungerci qualcosa di mio… Credo che sia stato con Miles Davis, nel 1955, che ho cominciato a rendermi conto che avrei potuto fare qualcosa di più.» (John Coltrane)

Comunque, in quei primi anni Cinquanta, John Coltrane non era l’unico a suonare il sax tenore ma c’era anche Sonny Rollins, che spesso veniva preferito a lui. Anche Davis lo preferiva a lui, ma, di frequente, Rollins spariva dalle scene per riapparire improvvisamente. Così nel 1955 la svolta. Miles Davis chiamò Coltrane per un provino ed entrò a fare parte del quintetto. Per via di alcune incongruenze musicali e del suo abuso di eroina, John Coltrane venne spesso cacciato dal gruppo e poi richiamato. Durante le rotture suonava con il grande pianista Thelonious Monk, intervallando l’hard bop, la musica preferita dai musicisti neri, al cool jazz, quella preferita dai musicisti bianchi come Dave Brubeck e Chet Backer. Nel 1959 il quintetto di Miles Davis, diventato nel frattempo sestetto, incise il suo capolavoro “Kind of Blue”, nel quale Coltrane giocò un ruolo fondamentale.

Sempre nello stesso anno, uscì uno dei dischi sostanziali per Coltrane “Giant Steps”, che è uno dei migliori esempi dell’improvvisazione. Il 1960 fu invece l’anno della fondazione del suo quartetto e del sax soprano, donatogli da Davis. Con questo e con lo studio della musica modale, in particolare quella orientale, incise uno dei suoi album più famosi: “My favorite things”. Arrivati al 1964, arrivò anche il capolavoro di Coltrane e quello che viene considerato quasi da tutti come uno degli album migliori della storia del jazz, “A love supreme”. Si narra che una sera, mentre praticava la meditazione yoga, a Coltrane risuonò una musica in testa. Si convinse che quello fu un messaggio di Dio: il disco non è quindi altro che una dichiarazione di fede, un ringraziamento a Dio per averlo riportato sulla retta via.  All’interno della copertina non fece stampare le solite note, ma, una sua breve presentazione e una sua poesia, le cui ultime parole recitano: «ELATION-ELEGANCE-EXALTATION- All from God. Thank you God. Amen.» (cioè «Gioia. Eleganza. Esaltazione. Tutto da Dio. Grazie Dio. Amen»).

Negli ultimi due anni di vita, tra il 1965 e il 1967, si dedicò al free jazz, un’evoluzione del jazz modale, libero da ogni regola, che non era apprezzato da tutti – lo stesso Davis non era un suo fautore – ma di cui Coltrane ne divenne un convinto sostenitore. Tre album cardine di quel periodo furono: “Om”, “Kulù Sé Mama” e “Selflessness”. John Coltrane morì il 17 luglio 1967, a soli 40 anni, allo Huntington Hospital di Long Island stroncato da un tumore al fegato. Pochi sapevano della sua malattia. Il suo terrore per i medici, la sua noncuranza per i controlli e la sua sfiducia nella scienza lo portarono ad una accettazione passiva del destino, quindi anche della sua morte, e lo guidarono nella sua frenetica ricerca artistica che lo consacrò come uno dei più grandi sassofonisti di sempre, se non IL più grande.

Il ritorno della serie televisiva “Black Mirror”

Manca poco al ritorno di Black Mirror con la quarta stagione!

Secondo le indiscrezioni la serie dovrebbe andare in onda nel mese di dicembre ed è formata da sei episodi proprio come la stagione precedente. In produzione dal 2011, Black Mirror è una serie televisiva antologica, ovvero è una serie fiction in cui ogni episodio è composto da personaggi e scenari diversi. Il titolo prende il nome dagli schermi televisivi, degli smartphone, in pratica ogni genere di monitor e vuole essere una critica alla tecnologia.

Qual è la tematica principale?

Il filo conduttore di Black Mirror è la tecnologia e gli effetti che questa ha. Ogni puntata mostra come una nuova invenzione o semplicemente il progredire delle tecnologie che già conosciamo possano portare effetti collaterali e destabilizzare una società. Si immagina quindi un futuro, neanche troppo distopico, in cui si ha un chip per la memoria che ti permette di rivedere i ricordi in qualsiasi momento. Oppure si immagina una persona ossessionata da una votazione da uno a cinque che le viene affibbiata e come la sua vita dipenda da questo (evidente satira nei confronti dei social). Ogni episodio ha qualcosa da raccontare e obbliga lo spettatore a una profonda riflessione sulla piega che potrebbe prendere la società contemporanea con i suoi infiniti progressi. È sempre un bene la tecnologia? Quanto siamo assuefatti ad essa? Se esistesse un paradiso virtuale?

Black Mirror analizza questo aspetto del progresso e immagina come potrebbe essere una popolazione che ormai è dipendente dal così detto “schermo nero”, da questi monitor che monitorizzano ogni aspetto della vita. Una ragazza a cui è morto il fidanzato potrebbe chiedere una copia esatta del suo amato defunto; un hacker potrebbe rubarti i tuoi video più intimi e segreti; la morte potrebbe essere superata da una vita eterna virtuale. C’è il dramma, c’è la fantasia, c’è la distopia, la satira, il thriller. Black Mirror è un concentrato di idee.

«The future is bright»

Da pochi giorni sono usciti i trailer di alcuni degli episodi della quarta stagione e tra i vari argomenti spicca il rapporto genitori/figli e come i primi diventino ossessivi nei confronti dei secondi. Torna anche la tematica dei ricordi e come questi vengano registrati non ammettendo più nessun segreto. Alla regia figura tra i nomi Jodie Foster, due volte premio Oscar, e tra gli attori ci sono volti conosciuti in altre serie televisive e film. La serie targata Netflix e creata da Charlie Brooker ha tutte le carte per essere spettacolare, continuare ad appassionare i suoi spettatori e, diciamolo, anche per spaventare un po’.

Il racconto dell’ancella

La distopia di Margaret Atwood

Voi come lo immaginate il futuro?

Margaret Atwood l’ha immaginato così: la fine del ventunesimo secolo vede il mondo sopraffatto dalla guerra, devastato dall’inquinamento radioattivo e la demografia testimonia una crescita zero. In questo futuro prossimo, nel luogo in cui oggi ci sono gli Stati Uniti, a seguito di un golpe, si instaura la “Repubblica di Gilead”. Questa nuova forma di governo è una teocrazia totalitaria in cui la condizione della donna è completamente asservita all’uomo per scopi riproduttivi. Le donne non fertili sono classificate come “non donne” e quindi eliminate. Le donne fertili, ovvero le ancelle, sono invece assegnate a dei Comandanti, detentori del potere all’interno della repubblica, ai quali devono dare un figlio. Questo principio si fonda su un passo della Bibbia, secondo cui un marito qualora avesse avuto una moglie sterile avrebbe potuto unirsi con una serva per generare figli (Genesi 30,1-4). Ci sono poi anche altri personaggi come: le Marte, ovvero le serve, gli Occhi, che sono delle spie, i Custodi, ovvero l’equivalente maschile delle Marte, gli Angeli, cioè i soldati, le mogli dei Comandanti e degli Angeli e le Zie, rigide guardiane del rigore morale delle donne. Le altre confessioni religiose e la lettura sono vietate. Chi tenta di ribellarsi o di fuggire viene mandato nelle colonie dove viene impiegato nello smaltimento delle sostanze tossiche.

Orwell e Huxley come modelli

Quella descritta da Margaret Atwood nel suo romanzo è una distopia. La distopia è la descrizione di un’immaginaria società del futuro indesiderabile. È considerata il contrario dell’utopia e rappresenta una comunità in cui delle caratteristiche politiche e tecnologiche che troviamo nel presente vengono portate all’estremo negativo. I maggiori esponenti della corrente distopica sono: Aldous Huxley con “Il mondo nuovo”, George Orwell con “1984” e Ray Bradbury con “Fahrenheit 451”. Proprio questi tre vengono presi come modelli dalla Atwood, che scrive il suo libro nel 1984 per poi pubblicarlo l’anno seguente. Il romanzo, che inizialmente doveva intitolarsi “Offred”, dal nome della protagonista, ha ricevuto anche diversi premi.

«Tell, rather than write, because I have nothing to write with and writing is in any case forbidden. But if it’s a story, even in my head, I must be telling it to someone. You don’t tell a story only to yourself. There’s always someone else.
Even when there is no one.»

“Raccontare, piuttosto che scrivere, perché non ho niente con cui scrivere e lo scrivere in ogni caso è proibito. Ma se è una storia, anche se nella mia testa, devo raccontarla a qualcuno. Tu non racconti una storia solo a te stesso. C’è sempre qualcun altro. Anche quando non c’è nessuno.” Questa una delle frasi pronunciate dalla protagonista Offred, il cui nome precedente alla Repubblica di Gilead era June, e che racchiude il senso di gran parte della storia. Il bisogno di raccontare. Di far arrivare la propria voce al di là di questa società che aborrisce il mondo esterno e ti intrappola al suo interno. Il bisogno di raccontare che è anche proprio del genere umano. Un’altra delle frasi, ripetute più volte nel romanzo, è una frase latina: “Nolite te bastardes carborundorum”. Tradotta come “che i bastardi non ti schiaccino” è diventata uno dei motti dell’emancipazione femminile.

L’opera, che ha venduto milioni di copie, è stata adattata per un omonimo film nel 1990 e nel 2017 è diventata inoltre una serie televisiva, vincendo anche il premio Emmy.

 

   

Russia, 1917: la rivoluzione d’ottobre che portava alla conseguente nascita dell’Unione Sovietica

Cento anni fa la rivoluzione russa ribaltava per sempre il sistema zarista portando inizialmente alla formazione della Repubblica socialista federativa sovietica russa e, nel 1922, in seguito alla guerra civile, alla formazione dell’Unione Sovietica.

All’inizio del ventesimo secolo la qualità della vita nelle campagne russe era bassa e le sempre più frequenti manifestazioni degli operai indebolivano il regime. Il popolo protestava pacificamente per chiedere la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore, il salario minimo giornaliero e la convocazione di un’assemblea costituente. In una di queste proteste, avvenuta il 9 gennaio del 1905, gli scioperanti si recarono davanti al Palazzo d’Inverno, convinti che lo Zar sarebbe venuto loro incontro, e per tutta risposta le truppe imperiali fecero fuoco sulla folla uccidendo centinaia di persone. Viene ricordata come la domenica di sangue. Lo sdegno suscitato da questo episodio aumentava le manifestazioni di protesta e i socialdemocratici, divisi in due fazioni (bolscevichi e menscevichi), tentavano di porsi a capo dei moti popolari. A Mosca nascevano anche i Soviet, consigli di operai e lavoratori, e il tradizionale sistema di potere autocritico andava mostrando sempre più le proprie debolezze.

Dalla rivoluzione di febbraio alla rivoluzione d’ottobre

Nel 1914 la Russia scendeva in campo nella prima guerra mondiale schierata con l’Intesa. Dopo iniziali successi, si era manifestata l’arretratezza economica del paese e le gravi condizioni di vita. Il malumore dilagava tra il popolo e il rapporto con l’autocrazia era sempre più compromesso, così, nel 1917, avviene la rivoluzione di febbraio che porta alla deposizione dello zar Nicola II e alla formazione di un governo provvisorio (composto per lo più da menscevichi). Nel paese c’erano ora due poteri: quello del governo provvisorio e quello dei Soviet (che comprendevano i bolscevichi). Quando Lenin tornò dall’esilio suggerì di trasformare la rivoluzione borghese di febbraio in una rivoluzione proletaria. Così nell’ottobre dello stesso anno i bolscevichi occupavano i punti nevralgici della capitale e davano vita alla rivoluzione d’ottobre. La vittoria dei bolscevichi portava al rovesciamento del governo provvisorio e alla nascita della Repubblica socialista federativa sovietica russa. In seguito alla rivoluzione d’ottobre scoppiava una guerra civile combattuta dai bolscevichi, che costituivano l’Armata Rossa, contro vari gruppi controrivoluzionari, i quali costituivano l’Armata Bianca, appoggiata anche dal Regno Unito, Stati Uniti e Francia. Il conflitto, protrattosi fino al 1922, fu vinto dall’Armata Rossa che instaurò il potere su tutto il territorio della nascente Unione Sovietica.

Nel frattempo, nel 1918, la Russia si era ritirata dalla prima guerra mondiale e aveva firmato la pace di Brest-Litovsk con la Germania accettando di perdere la Finlandia, l’Ucraina, la Polonia e i paesi baltici.

Oggi, a distanza di cento anni da quella rivoluzione d’ottobre, non c’è più l’Unione Sovietica, scioltasi ufficialmente il 26 dicembre 1991. Era composta da quindici repubbliche socialistiche, di cui la più estesa era la Repubblica socialista federativa sovietica russa, e dopo il suo scioglimento le quindici repubbliche sovietiche sono diventate stati indipendenti. Nasce così la Federazione russa.

Amami o faccio un casino!

FUCT, questo l’acronimo dell’ultimo tour di Coez, che slegato sarebbe “faccio un casino tour”.  Faccio un casino è il titolo del suo ultimo cd, uscito a maggio, e anticipato dall’omonimo singolo il 10 marzo. Diventato disco d’oro insieme ad altri suoi singoli, Jet e La musica non c’è, gli ha portato un grande successo sulla scena italiana. Il tour, che è iniziato a giugno e sta giungendo ormai alla fine, ha riscosso grande entusiasmo e grande clamore. Tante date sold out, tanti live strapieni di fan. Coez c’è e il pubblico risponde.

In arte Coez, nella vita Silvano Albanese, nasce in provincia di Salerno ma si trasferisce presto a Roma. All’età di 19 anni avvia la carriera di rapper e insieme a due amici forma il gruppo “Circolo Vizioso”. Poi con l’unione di un altro gruppo rap forma i “Brokenspeakers”. Con questi ultimi raggiunge un certo successo portando avanti collaborazioni con Colle der Fomento, Ghemon, Noyz Narcos. Parallelamente Coez intraprende la carriera da solista pubblicando nel 2009 l’album Figlio di nessuno. Il successo però arriva nel 2013 quando esce per la Carosello Records Non erano fiori, prodotto da Riccardo Senigallia con il quale aveva avviato una stretta collaborazione da un anno. Inizia così la scalata di Coez, che da questo momento comincia a vendere singoli di successo.

“Mi metti in crisi e in questo testo non ti riesco a disegnare. Vorrei portarti al mare, anzi portarti il mare”

Dagli amori più difficili che se non funzionano «faccio un casino», agli occhiali scuri da non dimenticare mai quando non si dorme a casa. Dalle luci della città, che vista dall’alto ci ricorda che questo è un mondo fatto per due e che alla fine ti porta a chiedere «vanno via tutti resti con me?», ad un sentimento bello, sincero, a volte taciturnal, che puoi condividere con qualcuno anche quando la musica non c’è. Dall’erotismo che ti fa scivolare i cliché sul parquet, alla dedica alla mamma, che è la nostra metà migliore. Questi i temi trattati dal cantautore romano, il quale assicura che la pausa dopo la fine del tour migliore di sempre non sarà lunga, e che è pronto ad infiammare ancora la scena musicale.

Il mito americano ne “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald

Jay Gatsby, simbolo del mito americano, dell’American dream che si infrange. Siamo nell’America degli anni ’20, negli anni ruggenti, in quell’età del jazz così ben descritta da Francis Scott Fitzgerald. Anni in cui questo genere musicale ebbe un grande incremento di popolarità, in cui si tende verso il progresso e la modernità e ci sono i primi movimenti di emancipazione femminile. Tutto questo si stoppò con la grande depressione del 1929 e il proibizionismo. Gli anni del sogno americano sono segnati dalla rottura con la tradizione e il conseguente avvicinamento alla tecnologia, con l’introduzione di nuovi beni di consumo. Si avvia così una produzione di massa che assoggetta la popolazione al consumismo. Gran parte però della classe operaia, così come gli immigrati e gli afro-americani rimasero fuori dal boom economico. Tra le nuove scoperte ci furono: l’automobile, la radio, il cinema, il grammofono e il fonografo (che portarono molti individui ad avvicinarsi alla cultura musicale).

“The Great Gatsby” da iniziale disastro a capolavoro

Questo sogno però aveva i suoi limiti e le sue tragedie, che ci vengono mostrate nel romanzo di Fitzgerald, “Il grande Gatsby”, uscito nel 1925. Definito da T. S. Eliot «Il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James». Ambientato a New York, precisamente a Long Island, nell’estate del 1922, quest’opera è un perfetto ritratto della società degli anni ’20. È inoltre una sorta di autobiografia dello scrittore statunitense, che annebbiato dal consumo di alcol e dalla sua vita un po’ sopra le righe, cerca di capire quali erano gli ostacoli che stavano facendo affondare la sua esistenza. Il libro racconta la storia di un giovane, di nome James Gatz, che fugge dalla sua famiglia per trasformare se stesso e cambiare identità, Jay Gatsby per l’appunto. Ci viene raccontato il suo amore per Daisy da ragazzo e la sua illusione di poterla riconquistare nonostante il tempo passato e l’indifferenza di lei.

Ma Nick dice: “Non si può ripetere il passato”. “Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può” risponde Gatsby.

Il personaggio a dialogare con Gatsby è Nick Carraway, vicino di casa, che ha il ruolo di narratore. Nick rappresenta l’esatto opposto di quella società consumista. È un uomo modesto, puritano e moralista. Dalla sua casa nota tutte le feste che vengono date nella casa del suo ricco vicino, osserva il giovane fissare la “luce verde” in lontananza (luce verde che è simbolo di quell’illusorio mito americano) ed infine organizza il suo funerale, quando Gatsby verrà ucciso per un malinteso. Qui emerge il tema della solitudine: Gatsby è solo. Non partecipa alle sue feste, alle quali le persone che vi prendono parte non si conoscono e non comunicano, e nessuno viene al suo funerale. Vivono tutti nell’indifferenza. Egli è una sorta di eroe romantico destinato al fallimento, vive solo per il suo sogno d’amore ed è inadeguato al mondo che lo circonda. Infatti, essendo egli l’incarnazione della purezza umana, arriverà all’autodistruzione.

Il mito americano in Italia

In Italia, intorno gli anni ’30, tra i maggiori interpreti del mito americano troviamo Cesare Pavese e Elio Vittorini. La conoscenza di questi scrittori americani era ristretta solo a poche persone e divenne presto l’antitesi del fascismo. Fascismo che tentava in tutti i modi di censurare le letture straniere, favorendo i classici italiani. Così questi scrittori italiani tentavano di recuperare il mito americano, vedendo nell’America una terra promessa, nel progresso un atto di libertà e trovando anche una risoluzione alla questione della lingua con l’introduzione dello slang (il dialetto). Il mito americano però era destino a finire anche in Italia: le generazioni successive avevano infatti messo in luce tutte le contraddizioni che questo sogno americano aveva in sé.