Le censure e gli adattamenti applicati agli anime giapponesi

Erano gli anni ’90 e quasi tutti i cartoni che dal Giappone arrivavano in Italia venivano censurati.

In Giappone il mercato è molto più vasto rispetto al nostro e il pubblico a cui si rivolge è eterogeneo e di tutte le età. L’anime quindi non è un prodotto destinato esclusivamente ai bambini. Nel momento in cui viene esportato in altri Paesi vengono spesso operate delle censure per rendere il prodotto compatibile con il contesto culturale del Paese importatore. In Italia, essendo il cartone finalizzato ai bambini e adolescenti, si adoperano adattamenti, soprattutto quando trasmesso su reti pubbliche.

Quando si adottano le censure?

1 – Scene di sesso e di nudo. Negli anime giapponesi non è raro trovare delle scene erotiche, dei nudi, seminudi o scambi di effusioni. Queste sequenze vengono tagliate oppure modificate. Censure di questo tipo si trovano ad esempio in Occhi di gatto, Dragon Ball, Il mistero della pietra azzurra e È quasi magia Johnny.

2 – Scene di violenza. Scene in cui un personaggio muore, si ferisce o c’è troppo sangue vengono anche qui tagliate o modificate. Accadeva spesso con i cartoni degli anni ’90 e 2000; in seguito queste censure furono ridotte, con alcune eccezioni: in One piece I cavalieri dello zodiaco è stato modificato il colore del sangue, così come in Naruto hanno ritoccato le scene più violente. Anche il linguaggio ha subito delle modifiche nei cartoni trasmessi da Mediaset in quel periodo: parole come “morte”, “ammazzare” venivano sostituite da “eliminare”, “sparire”.

3 – Modifiche della trama. Spesso nella trasposizione si varia l’età dei protagonisti; nel doppiaggio italiano non si traducono alcuni termini originali, si cambiano o si aggiungono dialoghi (questa pratica scomparirà negli anni 2000) anche quando i personaggi sono in silenzio: accade in Dragon Ball e ne I cavalieri dello zodiaco. Inoltre nella trasmissione sulle nostri reti viene eliminato lo stacco, presente nell’anime giapponese e utilizzato per introdurre la pubblicità a metà episodio.

4 – Riferimenti al Giappone. I nomi giapponesi in Italia venivano tradotti con nomi italiani o inglesi, operando una sorta di “semplificazione culturale”, spesso contestata. Questa alterazione ha causato a volte alcuni incomprensioni, coma avviene in Sailor Moon: la protagonista Usagi, viene ribattezzata in Italia con il nome di Bunny, richiamando il significato del nome giapponese. Tutto bene fino alla seconda serie quando appare una bambina che si fa chiamare anch’essa Bunny e che poi verrà ribattezzata Chibiusa per non confonderla con la protagonista. In Italia non si capisce il perché di questo nome, deducibile invece in Giappone. “Chibi-usa” significa “piccola Usagi”. Altro caso di semplificazione culturale è l’eliminazione di bandiere o ideogrammi giapponesi.

5 – Scene che riguardano l’identità sessuale. Capita negli anime giapponesi che i personaggi dello stesso sesso facciano coppia fissa o che per un motivo o per un altro cambino sesso. Succede in Sailor Moon e in Ramna 1/2. Nella trasposizione questi avvenimenti vengono spiegati diversamente, come ad esempio la coppia formata da Sailor Uranus e Sailor Neptune in Sailor Moon viene mostrata come una semplice coppia di amiche, cambiando quindi anche parti della trama.

Tanti, troppi sono stati i cartoni censurati. Tra quelli maggiormente colpiti ci sono È quasi magia Johnny, Rossana, Piccoli problemi di cuore. Seguono poi una sfilza di cartoni che pure hanno subito censure, talvolta eccessive, come Lady Oscar, Sailor Moon, Mila e Shiro, Kiss me Licia. Dal 1997 però esiste un’associazione che si batte contro la censura, l’ADAM (Associazione italiana difesa anime e manga). Inoltre una scorciatoia agli adattamenti che la Rai e la Mediaset adottavano per i cartoni trasmessi era rappresentata da MTV, la quale trasmetteva anime in forma integrale.

Boldi e De Sica

Boldi e De Sica tornano “amici come prima”. A natale il film che li vede di nuovo insieme

A 13 anni di distanza dal loro ultimo cinepanettone, “Natale a Miami”, Christian De Sica e Massimo Boldi riprendono il sodalizio interrotto e lo celebrano con il film che li vede nuovamente insieme. “Amici come prima” sarà il nuovo film di Natale che vedrà protagonista il duo comico più famoso del cinema nostrano.

Il motivo della lite

Dopo aver girato insieme 23 film, Boldi e De Sica decidono consensualmente di separarsi. Il primo dichiara di non sentirsi più a suo agio con Christian, il secondo parla di invidie e gelosie da parte dell’amico. In realtà il motivo della rottura non è mai stato chiarito definitivamente. Il primo passo verso una riappacificazione viene fatto da Boldi durante l’intervista a Domenica Live. L’attore ha spiegato come la separazione fosse avvenuta in seguito alla morte della moglie Marisa e di come, a suo dire, De Sica non gli sia stato vicino durante il lutto.

La confessione di Boldi

Massimo Boldi ha spiegato alle telecamere di canale 5 di sentire la mancanza dell’amico e di essere pronto ad intraprendere una nuova avventura insieme, anche professionale. “Ma posso litigare con Christian io? È stato solamente il periodo di quando son rimasto vedovo”, ha chiarito l’attore. “Ho avuto un momento difficile della mia vita, volevo capire tante cose e non ho rinnovato il contratto con De Laurentiis. Volevo provare a fare il produttore e così ho fatto. Vuoi chiamare Christian in diretta? Chiamalo”.

Di nuovo insieme

L’invito a una riappacificazione è stato accolto da Christian De Sica il quale, nel corso della trasmissione Effetto Notte, ha dichiarato: “Mi auguro che i nostri film italiani a Natale vadano tutti bene. Un messaggio per Massimo? Beh, se abbiamo una bella idea torniamo insieme. Magari Ragazzi irresistibili, visto che siamo due vecchi”.

 

Il ritorno di Liberato, il misterioso cantante nato dal nulla

“Liberato canta ancora” così sui social vengono presentate le nuove canzoni del misterioso cantante napoletano. Nei giorni scorsi, dopo tre mesi di silenzio, sono state pubblicate a sorpresa ben due canzoni: Intostreet e Je te voglio bene assaje.

Da febbraio 2017, con la pubblicazione della prima canzone “Nove maggio”, il mistero della sua identità non è stato ancora risolto. Non è chiaro se a nascondersi dietro “Liberato” sia una singola persona o un gruppo ma è tanto l’interesse che questo progetto ha suscitato nella scena musicale alternativa. Sei canzoni all’attivo e tutti i videoclip rigorosamente diretti da Francesco Lettieri, conosciuto per le sue collaborazioni con numerosi artisti tra cui Calcutta e i TheGiornalisti.

L’anonimato

Nome e titoli delle canzoni scritti rigorosamente in caps lock, giubbotto scuro e cappuccio della felpa tirato su, una rosa come simbolo. Nelle due esibizioni live, al Mi Ami festival e al Club to Club di Torino, è riuscito a mantenere l’anonimato presentandosi incappucciato e col volto coperto oppure facendo salire sul palco alcuni suoi colleghi.

Il mistero di Liberato non sembra volersi risolvere ed è forse proprio questo uno degli ingredienti del suo successo. Nella giornata del 3 maggio, con un post sui suoi profili social, ha però annunciato una sua probabile apparizione sul lungomare di Napoli rigorosamente il nove maggio. È arrivato il momento di togliere la maschera?

#CONVERSE #RATEDONESTAR

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La tetralogia di maggio

Con l’inaspettata uscita (quasi in contemporanea) degli ultimi due videoclip si delinea una vera e propria saga. Già dal titolo del primo singolo il mese di maggio si presenta come lo sfondo temporale della storia raccontata.

Gli ultimi due video usciti ripropongono la stessa coppia di di attori presente in “Tu t’e scurdat e me”, confermando l’esistenza di un collegamento.

Quella raccontata è una storia d’amore travagliata, sullo sfondo di una Napoli fatta di mare e di sole. Da una parte c’è lui, ragazzo dei quartieri più umili sempre in giro con il suo motorino e il suo gruppo d’amici. Dall’altra parte c’è lei, appartenente ad un’altra Napoli, quella ricca, dei quartieri alti. Due mondi che si incontrano ma che non riescono ad unirsi, un amore che appare impossibile.

I videoclip delle ultime due canzoni sono paralleli, raccontano la stessa storia ma da due punti di vista diversi. In entrambi vediamo i tentativi dei due protagonisti di ricostruirsi una vita con qualcuno del “loro mondo”ma il sentimento reciproco resta. Nell’ultima scena, presente in entrambi i video, è il nove maggio e i due si incontrano in compagnia dei rispettivi nuovi partner.

Un esperimento ben riuscito

Con quasi 9 milioni di visualizzazioni al suo video più popolare e quello di Intostreet in tendenza da due giorni, Liberato è sicuramente una delle realtà più vive del panorama musicale indipendente. Nato senza alcuna etichetta discografica alle spalle ma lanciato alla ribalta dalla forza del passaparola (di alcuni suoi colleghi famosi, a quanto pare) e di youtube, quello di Liberato sembra a tutti gli effetti un esperimento sociale. Può un cantante oggi avere successo senza nessuno dei mezzi tradizionali alle spalle? A quanto pare sì.

Certo, il mistero della sua identità aiuta a nutrire la curiosità dei suoi ascoltatori ma la sua forza è innegabile. Fin dalla prima canzone si è presentato come una novità sia nel panorama musicale napoletano che in quello indie. Autotune su basi che sono un misto di hip hop e R’n’B, testi che uniscono la tradizionale canzone neomelodica e il nuovo cantautorato indie contemporaneo. La forza del dialetto napoletano (tra parole fortemente legate alla tradizioni e slang giovanili) contaminato dall’ormai onnipresente inglese. La novità prorompente di questo misterioso personaggio ha incuriosito proprio tutti, tra critiche ed elogi riesce sempre a far parlare di sé.

Che si scopra o meno quello che si nasconde sotto il cappuccio nero, il successo di Liberato fa sicuramente riflettere ed è lo specchio del forte bisogno di nuove spinte nel panorama musicale, anche quello strettamente regionale e dialettale.

Chi mi ama (invidia), mi segua.

AAA cercasi lavoro ben retribuito.                                 Tra sogni e like: il mercato dei social alla fiera dell’est.

E infine il Signore, sull’angelo della morte, sul macellaio
Che uccise il toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco
Che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto
Che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò”

Si canta da bambini, la si dimentica da giovani, ma certe canzoni, come i grandi amori
fanno giri immensi
e poi ritornano.
Il Branduardi è tornato sul pezzo, sulla colonna sonora della mia vita per caso: un must della mia infanzia a rispondere ai miei “perché” della giovinezza.
Da piccola volevo essere una regina perché, chiaro, una regina è più importante di una principessa.
Alla fiera dell’est volevo essere il Signore perché , chiaro, è lui la star della fiera.
E adesso?
Vorrei diventare qualcuno di importante, qualcuno che lasci il segno.
Ho pensato di diventare medico. Studio tutta l’estate per il test, se sono fortunata lo passo. Sei anni di studio matto e disperatissimo, tirocinio e bla bla bla… Per fare il lavoro più bello del mondo:
far nascere, salvare, curare vite!
Statistica MEF ricavata dagli studi di settore del 2015. Stipendio medio di un medico : 2000 / 3000 euro mensili. 4500 euro se primario.
Sono una ragazzo fortunato perché mi hanno regalato un sogno,
sono fortunato…

Ma mi sa che lo cambio!
Ho pensato di diventare insegnante.
Non farò nascere bambini, ma coltivo idee, alimento passioni, educo una nazione!
Che onere e che onore! Un lavoro di tutto rispetto!
Si, d’accordo ma poi… Dopo 35 anni di servizio riuscirò a guadagnare circa 2742 euro mensili.
Un numero nettamente inferiore al numero di ragazzi che ho conosciuto, alle ore passate a scuola, alla somma di tutti i voti che ho messo!
Non si sceglie il lavoro per i soldi. Si fa per passione.
E la passione si sa, costa fatica.
Una fatica che poi regalerà tante soddisfazioni e ci farà acquisire uno status:
il miracolo degli ospedali, la regina del teorema di Pitagora!
Chi bella vuol apparire un poco deve soffrire.

Medici e insegnanti lo sanno bene quando guardano i risultati proposti dal Daily Telegraph riguardo gli stipendi degli influencer più quotati:
La regina è Huda Kattan con ben 18000 dollari per post.
Poi c’è il Signore Cameron Dallas con niente meno che 17000 dollari per post.
La principessa di “The Blonde Salad” non è nella top ten, 12000 dollari per post… Ahi ahi!
I dati sugli stipendi degli influencer sono da capogiro.
Quelli di medici e insegnanti da voltastomaco.
Sia la testa che lo stomaco si curano con il medico, però!
Ognuno ha ciò che si merita.
Siamo noi a decidere i “re e le regine”della nostra società.
Pensiamoci.
Quando mettiamo un like, seguiamo qualcuno di importante stiamo legittimando un modello di società dove non si è re perché si cura un cancro, si è re perché si hanno tanti “mi piace”.
…. I “mi piace” vengono dalla pancia, ma il mal di pancia non si cura con la Ferragni.
Il modello a rete, dei social, sembra quasi un modello “flat,”piano. Apparentemente siamo nello stesso piano dell’inventore… liberi di “likare” a destra e a manca .
Un modello totalmente altro rispetto al modello tradizionale gerarchico dove si entra per gradi: più si sale di grado, più  si acquisisce potere: non si è bravi chirurghi dall’oggi al domani! Nel meccanismo dei social, in una struttura a rete non conta più chi è sopra e chi è sotto. Non si riconosce più uno “status”.
In un modello non gerarchico, posso parlare di diritti?

È Paolo Sommaggio,  professore associato della facoltà di giurisprudenza dell’università degli studi di Trento ad approfondire questo tema.

“Mentre in una struttura gerarchica la società mi riconosce uno status a cui si ricollegano una serie di prerogative. In una network society cos’ho?
Qual è la misura della mia importanza?
Non vi è più una relazione tra sopra e sotto, non è uno status, ma un “moto”.
Più relazioni ho, più mi caratterizzo in un determinato modo, più sono importante.
A seconda del numero di relazioni, della frequenza, dell’aumentare di numeri di followers si diventa più importante di un altro. Non vi è più una valutazione gerarchica, è solo il numero (quantificazione spicciola) a determinare l’importanza.
Non è più il posizionamento in una scala.
Sono importante perché piaccio, perché sono di moda, perché faccio tendenza!”.
Qual è il merito di un soggetto che non ha alcun merito?
Il merito è quello di “essere seguito”.
Sta sulla capacità di attrarre e far seguire.
Tu chiamale se vuoi, emozioni.

The Handmaid’s Tale torna con una nuova stagione

The Handmaid’s Tale è tornata con una seconda stagione il 25 aprile (il 26 in Italia su TIMvision).

La serie, basata sul romanzo omonimo della scrittrice Margaret Atwood, ha vinto otto Emmy Awards e due Golden Globes. I riconoscimenti hanno premiato sia le performance attoriali del cast sia la regia e gli aspetti più tecnici, confermandola come uno dei prodotti migliori degli ultimi anni.

La storia è ambientata in un futuro distopico in cui il tasso di fertilità umano è molto basso. In seguito ad una guerra civile gli Stati Uniti d’America sono stati trasformati in Gilead, un mondo governato da un gruppo di fanatici religiosi. Ai vertici della società ci sono gli uomini, i “comandanti”. Le donne sono divise in tre gruppi contraddistinti da divise dai colori diversi: Mogli, Marta e Ancelle. Le Ancelle (Handmaids in lingua originale) sono le poche donne fertili rimaste e in virtù di questa caratteristica ricoprono il ruolo di vere e proprie incubatrici umane.

La protagonista assoluta della serie – interpretata da una sempre più eccezionale Elisabeth Moss- è June Osbourne, proprio una delle ancelle. Così come tutte le altre, June viene assegnata ad una coppia comandante-moglie ed ogni mese è sottoposta alla “Cerimonia”: viene stuprata dal comandante davanti agli occhi della moglie. Questa pratica viene mostrata diverse volte in tutta la sua assurdità e crudeltà. Trova il suo fondamento in un passo della Genesi che racconta la storia di Giacobbe, unitosi con la serva della moglie per ovviare alla sterilità di quest’ultima.

La “cerimonia” in una scena della prima stagione.

Un futuro lontano?

Guardando la serie ci si trova catapultati in un mondo claustrofobico in cui la violenza e la sopraffazione sono all’ordine del giorno. Un mondo retrogrado in cui l’omosessualità è considerata un crimine e in cui la donna ha perso tutti i suoi diritti. Alle donne, infatti, non è permesso leggere, guidare, lavorare o possedere denaro. Le ancelle hanno perso persino il diritto di avere un nome e vengono chiamate usando il nome del comandante al quale sono assegnate. La protagonista è ad esempio Of-Fred (nella versione italiana Di-Fred) a simboleggiare brutalmente il possesso assoluto dell’uomo su quella che in effetti è considerata una merce, un oggetto.

È un mondo spaventoso che genera nello spettatore un mix di rabbia e paura. Nelle sue caratteristiche distopiche, infatti, riesce ad essere assolutamente credibile e vicino al nostro presente. Indubbiamente uno dei punti forti di questa serie è proprio questo. Ha la capacità di mostrare, con vari dettagli, che quello che lo spettatore sta guardando non è poi così lontano dalla sua vita quotidiana, non è una deriva così improbabile e fantascientifica. Infatti, le tendenze che nella serie hanno portato a costruire una società del genere (omofobia, misoginia, fanatismo e bigottismo) sono indubbiamente presenti nella nostra società.

Cosa aspettarsi dalla seconda stagione

La seconda stagione inizia esattamente dal finale della prima.  June è stata prelevata dalla casa del comandante ma non sa se andrà incontro alla libertà o a qualche forma di punizione. I primi cinque minuti della prima puntata sono silenziosi, c’è solo la colonna sonora ad accompagnare le riprese. Ritornano i primi piani che dicono molto più di mille parole, fatti di espressioni e di occhi sofferenti. Lo spettatore ritrova subito tutti gli elementi che hanno caratterizzato la prima stagione, primo fra tutti la splendida fotografia.

Con queste prime due puntate The Handmaid’s Tale si conferma come un prodotto di qualità, imperdibile per tanti motivi. È una serie che vuole scuotere lo spettatore, vuole farlo arrabbiare, indignare. Vuole portarlo a farsi domande scomode per fare in modo che il vero futuro sia il più diverso possible da quello di Gilead. Per questo motivo, la violenza, la rabbia e le ingiustizie in queste due puntate si fanno ancora più intense, fino quasi a diventare insopportabili.

Una serie quindi che, oltre ad essere qualitativamente validissima, è socialmente indispensabile: vietato perderla.

Il biondo rapisce, il moro colpisce

“Loro” lo sanno. Sorrentino anche.

La Costituzione italiana all’art.104 recita:

“La magistratura è indipendente da ogni altro potere”

… Anche dal Fascino?

 

“Caro Presidente, caro Silvio,

ti scrivo una lettera aperta perché sto cominciando seriamente a dubitare del fatto che le pratiche dell’Ovra siano definitivamente cessate con la caduta del fascismo. (…) Ritenevo in buona fede di essere un uomo libero in un Paese ancora libero e di avere il diritto ”umano” di invitare a casa mia un amico di vecchia data quale tu sei.

Ho sempre intrattenuto con te rapporti di grande civiltà e di reciproca e rispettosa stima. Vederti in compagnia di persone a me altrettanto care e conversare tutti assieme in tranquilla amicizia non mi era sembrato un misfatto(…). La libertà di cronaca è una cosa, la licenza di raccontare frottole ad ignari lettori è ben altra! Soprattutto quando il fine non è proprio nobile.

Caro presidente, l’amore per la libertà e la fiducia nella intelligenza e nella grande civiltà degli italiani che entrambi nutriamo ci consente di guardare alla barbarie di cui siamo fatti oggetto in questi giorni con sereno distacco. L’Italia continuerà ad essere, ne sono sicuro, il Paese civile in cui una persona perbene potrà invitare alla sua tavola un amico stimato. Con questa fiducia, un caro saluto».

Dal 2009 con furore la lettera al Cavaliere, allora premier, dal giudice della Consulta.

Dal 24 aprile, “Loro 1”, l’ultimo film di Sorrentino, ci ricorda che la moda passa, ma Silvio resta.

Nella lettera a scrivere è Luigi Mazzella, ex giudice della Corte costituzionale.

Ora a scrivere di Silvio è Paolo, non il “balsamo”, non la “camomilla” e nemmeno in maniera tanto “gentil(oni)ca”.

A rubare la scena è Paolo Sorrentino.

Ma il vero attore nella scena e nella realtà è sempre Lui, Silvio.

Interpretato da un Tony Servillo che in modo “tutto documentato, tutto arbitrario” ci fa conoscere da vicino un Pinocchio affascinante, un po’ più di plastica che di legno, un sorriso bianco che dagli anni ‘90 del secolo scorso fa sperare, gioire, sognare e arrabbiare una nazione e oltre.

Uno che trasforma la “merda” in cioccolato, che non pianta alberi di zecchini d’oro ma capelli: un sogno per alcuni, un incubo per altri.

Ad ognuno un effetto diverso.

A tutti un fascino uguale, nella cattiva e nella buona sorte.

Ed è questo Fascino italiano e degli italiani che Sorrentino riesce a fotografare con grande maestria e forza poetica.

Un film denso di metafore, un labirinto di simboli, un climax ascendente.

Siamo la dolce pecora di villa Certosa, ingenua e affascinata dal programma del buon pastore, Mike Bongiorno.

Un popoloso gregge intento ad indovinare l’ennesimo quiz di storia senza accorgerci che, inesorabilmente, la temperatura del condizionatore della sala scende, e scende ancora.

3°, 2°,1°, 0°… E la pecora muore.

Siamo un po’ tutti i figli di “Sé”, Sergio Morra, il manager di un’agenzia di prostituzione interpretato da Riccardo Scamarcio, parcheggiati di fronte alla televisione con un microonde in funzione che, come il condizionatore di villa Certosa, segna, non i gradi, ma i secondi che ci restano prima di assaggiare l’ennesimo pasto surgelato (o forse riscaldato)… Ma sempre “fresco e vario”.

Siamo la studentessa della Sapienza che ama l’arte, la letteratura, ha tanti sogni nel cassetto… Ma che vuoi che siano 30 minuti in sauna con il potente “Dio”?

Non sono forse 20 anni di fatica risparmiati?

Siamo “Sé” e le prostitute in processione, in via dei Fori Imperiali, al seguito dell’ipotetica scorta di “Lui”. La scena si blocca e tutti si fermano allibiti di fronte all’ingenuo spazzino alla guida del camion dei rifiuti che esce di strada e muore per evitare di schiacciare un topo che in quel momento sta attraversano la strada.

loro sorrentino fori imperiali

Di fronte alla tragica scena del furgoncino rovesciato, nell’eternità dei Fori Imperiali, si rendono tutti conto della vacuità del fascino verso “Lui”.

L’eterno e l’effimero.

La concretezza della vita e la fuggitiva fila di auto blu.

La realtà li tocca con la tempesta di rifiuti causata dall’esplosione del furgoncino.

Ma “le cose nel ricordo poi si sfumano” e la tempesta di marciume diventa una pioggerellina di tante pastiglie colorate di MDMA, nel bel mezzo di un’eccitante festa estiva con sesso e droga qb.

Un gioco di contrasti alla ricerca costante di un equilibrio che sembra però farci paura. Meglio avere un filtro. Un paio di occhiali da sole, un buon “libro difficile”, come lo chiama Silvio… Magari “Cecità” di José Samarago su suggerimento di Veronica Lario, ex moglie di Silvio, interpretata dall’affascinante Elena Sofia Ricci.

È Veronica il personaggio che pare spezzare il fascino del mito.

Dopotutto conosce l’irraggiungibile, l’idolo, “Lui”.

Lo conosce e lo disprezza.

Ma “chi disprezza compra” e comprare non è un problema per Silvio.

Basta giocarsi la carta emozione, pagare un buon musicista, la canzone del primo bacio e il gioco è fatto.

Il moro ha colpito.

L’Italia è (quasi) affondata.

Adesso in campo c’è il biondo.

Il curriculum per un buon passaggio di testimone c’è.

Il gregge americano è un po’ più grande, certo, e di conseguenza l’azione più forte.

“Amici miei”,

«Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.»

Il Perozzi, nel grande capolavoro diretto da Mario Monicelli, lo descriveva cosi, il Genio.

“Loro” è frutto del “Genio”.

Il biondo e il moro no.

L’oro non sempre luccica, ma ciò che luccica affascina sempre!

B.

Sense8 – esce la data dell’episodio finale

Sembrava impossibile, ma, ce l’abbiamo fatta!

Segnate in agenda l’8 giugno. È questa la data prevista per mandare in onda l’episodio finale della travagliata serie televisiva Sense8. La notizia è stata divulgata nei giorni scorsi, tramite una locandina, sulle pagine ufficiali della Serie e dai vari membri del cast. I sensates stanno tornando!

Insieme fino alla fine. È stato difficile ottenere questo finale, ma, finalmente ce l’abbiamo fatta. La serie delle sorelle Wachowski era stata cancellata da Netflix dopo solo due stagioni, a causa degli elevati costi di produzione, spezzando il cuore di tutti i fan e anche degli attori protagonisti. I primi allora si erano mossi attivamente per ottenere una terza stagione, una continuazione della storia lasciata completamente appesa, con quella suspence da batticuore. Avevano iniziato a condividere foto della serie sui social con gli hashtag #BringbackSense8 o #RenewSense8. Avevano avviato anche una petizione su Change.org per chiedere il rinnovo della terza stagione.  Purtroppo la risposta di Netflix era arrivata come il colpo netto di un boia che smorza ogni speranza: Abbiamo visto le petizioni. Abbiamo letto ogni messaggio […]. Avremmo voluto poter continuare questa avventura. Se ci abbiamo messo tanto a rispondere è perché abbiamo pensato a lungo a come farlo. Ma non è possibile”. L’attore che interpreta Will Gorski, Brian J. Smith, ormai abbattuto, aveva voluto ringraziare di cuore i fan, affermando che essi avevano comunque fatto la differenza. Sembrava non ci fosse più niente da fare quando, a giugno dell’anno scorso, all’improvviso arriva l’annuncio di Netflix sull’uscita dello speciale finale. E ora abbiamo anche una data.

I fan non smettono lo stesso di sognare un’intera terza stagione. I protagonisti hanno dato la loro disponibilità a continuare Sense8; le sorelle Wachowski hanno sempre detto di avere in mente i copioni per ben cinque stagioni; perfino il produttore italiano della serie Malerba ha parlato della possibilità di una continuazione. Egli ha affermato: “Sense8 ha un grandissimo significato a livello umano e personale per tantissima gente. […] Parla di temi sociali attuali molto importanti. […] C’è un bel messaggio in Sense8. L’ho visto nei fan, che sono impazziti”. Ci sono tutte le premesse per mandare avanti questa serie televisiva, ora bisogna solo vedere se la pensa allo stesso modo anche la piattaforma che la trasmette. Intanto abbiamo questo finale. Andrà in onda l’8 giugno alle ore 9:00 in Italia, il titolo dell’episodio sarà “Amor Vincit Omnia” e durerà 151 minuti. Preparate i pop-corn, i fazzoletti and tell your cluster!

Isabella Biagini

Morta Isabella Biagini: l’ex soubrette viveva con 700 euro di pensione

Isabella Biagini si è spenta il 14 aprile nella clinica “Antea Hospice” al Santa Maria della Pietà a Roma dove era ricoverata da un mese a causa di complicazioni a seguito di un’ischemia. Aveva 74 anni.
Biondissima, occhi sgranati, fisico procace, Isabella Biagini, classe 1942, è nata per fare la televisione, non a caso fu notata nemmeno adolescente dal grande Michelangelo Antonioni che le diede subito un ruolo in Le amiche del 1955. Ma il vero successo la Biagini lo conobbe quando ad un concorso per annunciatrici tv si presenta conciata da “fatalona” e crea talmente tanto scompiglio e ilarità che il giorno dopo viene ingaggiata per un ruolo comico.

Una carriera sfavillante tra lustrini e scollature

Isabella Biagini, nata Concetta Biagini, è riuscita in quello che poche showgirl riescono a fare (soprattutto oggi!): essere divertenti e sexy, un binomio cucito alla perfezione su di lei. Perché la bionda più svampita d’Italia faceva ridere davvero e non a caso era considerata “la Marilyn italiana”. Fra gli anni Sessanta e la fine dei Settanta partecipa a numerosi film, prevalentemente commedie, riproponendo al pubblico il fortunato cliché della svampita procace. Poi i varietà in Rai, dove conquista tutti con il suo fisico da pin-up e la sua dissacrante ironia.

Il declino e la morte

Ma spentesi le luci della ribalta, la Biagini ha dovuto affrontare un lento e inarrestabile declino, costellato da lutti, relazioni complicate e salute cagionevole.  Dopo la morte della figlia Monica nel 1998, stroncata da un tumore fulminante, la Biagini ha sofferto di una lunga depressione. Nel 2016 ha dichiarato di vivere con 700 euro di pensione, di essere stata truffata dal fratellastro e di essere stata investita da un’auto mentre inseguiva il suo cagnolino. Dopo il grande successo che lo star system le aveva regalato, Isabella Biagini è tornata ad essere Concetta. Fu lei stessa a dichiarare che già da viva si considerava morta, e che tutto quello che desiderava era andarsene e senza nemmeno troppo scalpore.

London calling: a walk through history

Londra è una città fatta di simboli. Passeggiando per le sue strade ci si imbatte inevitabilmente nelle icone che da sempre nutrono l’immaginario del turista: le rosse cabine telefoniche, gli autobus a due piani (Double Decker), i Black cabs, gli ufficiali taxi neri della città. Tra le varie icone che rendono unica e riconoscibile Londra, è difficile non pensare ad uno dei suoi più antichi simboli: la Corona.

Infatti, sebbene i poteri del monarca siano oggi molto limitati, il valore simbolico della Corona è ancora molto forte. L’impronta della monarchia sulla città è evidente ma tre sono in particolare i luoghi più simbolici, dove maggiormente è possibile percepire la presenza e la storia della Royal Family.

Buckingham Palace

Buckingham Palace è il simbolo per eccellenza della monarchia inglese. Acquistato da re Giorgio III nel 1762, è solo con l’ascesa al trono della regina Vittoria nel 1837 che diventa residenza reale ufficiale. Il palazzo si trova nel quartiere di Westminster, nel cuore di Londra ed attira ogni anno migliaia di turisti curiosi di assistere al famoso “Cambio della Guardia”.

Proprio per il suo ruolo e la sua importanza simbolica, durante la Seconda Guerra Mondiale fu bombardato sedici volte (nove volte in maniera diretta) dall’armata tedesca senza però registrare gravi danni.

Kensington Palace

Kensington Palace si trova nel “Royal borough of Kensington and Chelsea”, uno dei tre borghi reali di Londra. È la residenza ufficiale del principe Henry e dei duchi di Cambridge, William e Kate, ma anche ex dimora di numerose personalità reali tra cui la regina Vittoria e lady Diana Spencer.

Il palazzo è immerso nei bellissimi giardini di Kensington, che si estendono fino a confinare con Hyde Park, nei quali è possibile vedere l’Albert Memorial e la famosa statua di Peter Pan.

Una vasta parte del palazzo è aperta al pubblico e si ha la possibilità di visitare i sontuosi appartamenti arredati e abitati dal re Guglielmo III d’Orange e dalla regina Maria e quelli in cui nacque e visse la regina Vittoria.

La mostra organizzata nei Victoria’s Apartments è un vero e proprio viaggio nella vita della regina attraverso suoi oggetti personali, estratti del suo diario e numerose lettere, scambiate soprattutto con l’amato marito Albert.

(Ritratti della regina Vittoria e del principe consorte Alberto)

Le stanze sono organizzate per tematiche e sono interattive, un must per gli appassionati di storia e della serie tv che ha riportato alla ribalta la vita della regina Vittoria (Victoria di Daisy Goodwin).

Nel palazzo è inoltre presente la mostra Fashion rules: una passeggiata tra gli abiti della regina Elisabetta, della  principessa Margaret e soprattutto di Lady D. Un’intera parte della mostra è dedicata infatti propri all’amata principessa scomparsa e ai suoi outfit più famosi e importanti.

Tower of London

(La White Tower e il Tower Bridge sullo sfondo)

La Torre di Londra è senza dubbio uno dei luoghi più affascinanti dell’intera città. Situata nei pressi del bellissimo Tower Bridge, la Torre è in realtà un castello con ventidue torri che durante i secoli ha avuto varie funzioni. Nato come residenza reale, è poi diventata un’armeria, una prigione, un luogo adibito alle esecuzioni e persino uno zoo.

Oggi è possibile visitare il sito del patibolo dove furono giustiziati personaggi famosi come Anna Bolena e Lady Jane Grey, sepolte nella vicina Cappella Reale di San Pietro in Vincoli.

(Scultura che commemora i personaggi giustiziati)

Immersi in un’atmosfera spettrale ma allo stesso tempo fiabesca si ha la possibilità di entrare in edifici pieni di storia. I più famosi sono la White Tower, la Beuchamp Tower, la Bloody Tower e le Waterloo Barracks, dove è conservato il tesoro inestimabile dei gioielli della corona. Tra i gioielli esposti ci sono scettri, piatti, magnifiche corone tempestate di pietre preziose e soprattutto l’Imperial State Crown, indossata ogni anno dall’attuale regina Elisabetta II durante la cerimonia di apertura del Parlamento.

È un posto magico, dalla storia cupa e in cui è bellissimo avventurarsi accompagnati dal gracchiare dei grossi corvi neri che da secoli vivono nella Torre.

Cameron Diaz

Cameron Diaz dice addio al cinema: la superstar va in pensione

Si spengono i riflettori su Cameron Diaz. La star di Hollywood saluta definitivamente il mondo del cinema. Dopo averci fatto ridere, sognare e anche commuovere con pellicole come The Mask, La cosa più dolce e La custode di mia sorella, la bionda più famosa di Hollywood si considera ufficialmente in pensione.

La prima indiscrezione è arrivata qualche tempo fa dall’amica e collega di set Selma Blair. La co-star de La cosa più dolce si sarebbe fatta scappare a MetroNews che Cameron avrebbe intenzione di abbandonare definitivamente il cinema. La notizia è stata poi confermata dalla stessa Diaz in un’intervista rilasciata a Entertainment Weekly. “Al momento non sto facendo assolutamente nulla e ormai sono in pensione” ha dichiarato l’attrice.

Cameron Diaz è lontana dagli schermi dal 2014, quando prese parte al suo ultimo film, il musical Annie. L’attrice continua ad essere molto richiesta ad Hollywood. Una fonte a lei molto vicina ha dichiarato che è sommersa dalle sceneggiature, ma che lei non prova alcun interesse a riprendere in mano la sua carriera e che anzi vorrebbe dedicarsi esclusivamente alla sua vita privata.

Cameron Diaz ha partecipato a molti film di successo, dimostrando una spiccata versatilità nel cimentarsi in ruoli di vario genere e uno spiccato talento comico. Nel corso della sua carriera ha ricevuto 4 candidature ai Golden Globe, una ai Premi BAFTA e 3 agli Screen Actors Guild.

La Diaz si è sposata nel 2015 con il rocker dei Good Charlotte,  Benji Madden. A soli 45 anni considera ormai conclusa la sua carriera di star del cinema e il suo unico scopo, adesso, è concentrarsi sulla sua vita matrimoniale e, magari, anche su un futuro ruolo di madre.