London calling: a walk through history

Londra è una città fatta di simboli. Passeggiando per le sue strade ci si imbatte inevitabilmente nelle icone che da sempre nutrono l’immaginario del turista: le rosse cabine telefoniche, gli autobus a due piani (Double Decker), i Black cabs, gli ufficiali taxi neri della città. Tra le varie icone che rendono unica e riconoscibile Londra, è difficile non pensare ad uno dei suoi più antichi simboli: la Corona.

Infatti, sebbene i poteri del monarca siano oggi molto limitati, il valore simbolico della Corona è ancora molto forte. L’impronta della monarchia sulla città è evidente ma tre sono in particolare i luoghi più simbolici, dove maggiormente è possibile percepire la presenza e la storia della Royal Family.

Buckingham Palace

Buckingham Palace è il simbolo per eccellenza della monarchia inglese. Acquistato da re Giorgio III nel 1762, è solo con l’ascesa al trono della regina Vittoria nel 1837 che diventa residenza reale ufficiale. Il palazzo si trova nel quartiere di Westminster, nel cuore di Londra ed attira ogni anno migliaia di turisti curiosi di assistere al famoso “Cambio della Guardia”.

Proprio per il suo ruolo e la sua importanza simbolica, durante la Seconda Guerra Mondiale fu bombardato sedici volte (nove volte in maniera diretta) dall’armata tedesca senza però registrare gravi danni.

Kensington Palace

Kensington Palace si trova nel “Royal borough of Kensington and Chelsea”, uno dei tre borghi reali di Londra. È la residenza ufficiale del principe Henry e dei duchi di Cambridge, William e Kate, ma anche ex dimora di numerose personalità reali tra cui la regina Vittoria e lady Diana Spencer.

Il palazzo è immerso nei bellissimi giardini di Kensington, che si estendono fino a confinare con Hyde Park, nei quali è possibile vedere l’Albert Memorial e la famosa statua di Peter Pan.

Una vasta parte del palazzo è aperta al pubblico e si ha la possibilità di visitare i sontuosi appartamenti arredati e abitati dal re Guglielmo III d’Orange e dalla regina Maria e quelli in cui nacque e visse la regina Vittoria.

La mostra organizzata nei Victoria’s Apartments è un vero e proprio viaggio nella vita della regina attraverso suoi oggetti personali, estratti del suo diario e numerose lettere, scambiate soprattutto con l’amato marito Albert.

(Ritratti della regina Vittoria e del principe consorte Alberto)

Le stanze sono organizzate per tematiche e sono interattive, un must per gli appassionati di storia e della serie tv che ha riportato alla ribalta la vita della regina Vittoria (Victoria di Daisy Goodwin).

Nel palazzo è inoltre presente la mostra Fashion rules: una passeggiata tra gli abiti della regina Elisabetta, della  principessa Margaret e soprattutto di Lady D. Un’intera parte della mostra è dedicata infatti propri all’amata principessa scomparsa e ai suoi outfit più famosi e importanti.

Tower of London

(La White Tower e il Tower Bridge sullo sfondo)

La Torre di Londra è senza dubbio uno dei luoghi più affascinanti dell’intera città. Situata nei pressi del bellissimo Tower Bridge, la Torre è in realtà un castello con ventidue torri che durante i secoli ha avuto varie funzioni. Nato come residenza reale, è poi diventata un’armeria, una prigione, un luogo adibito alle esecuzioni e persino uno zoo.

Oggi è possibile visitare il sito del patibolo dove furono giustiziati personaggi famosi come Anna Bolena e Lady Jane Grey, sepolte nella vicina Cappella Reale di San Pietro in Vincoli.

(Scultura che commemora i personaggi giustiziati)

Immersi in un’atmosfera spettrale ma allo stesso tempo fiabesca si ha la possibilità di entrare in edifici pieni di storia. I più famosi sono la White Tower, la Beuchamp Tower, la Bloody Tower e le Waterloo Barracks, dove è conservato il tesoro inestimabile dei gioielli della corona. Tra i gioielli esposti ci sono scettri, piatti, magnifiche corone tempestate di pietre preziose e soprattutto l’Imperial State Crown, indossata ogni anno dall’attuale regina Elisabetta II durante la cerimonia di apertura del Parlamento.

È un posto magico, dalla storia cupa e in cui è bellissimo avventurarsi accompagnati dal gracchiare dei grossi corvi neri che da secoli vivono nella Torre.

London calling to the faraway towns

Ci sono due tipi di città: quelle belle, ma, il bello si esaurisce sulla strada verso casa, e quelle belle che non vorresti lasciare mai, che hanno sempre qualcosa di nuovo da regalare. Londra appartiene al secondo tipo. Quelle che ti fanno venire voglia di tornarci.

“The city now doth, like a garment, wear

the beauty of the morning, silent, bare

ships, towers, domes, theatres, and temples lie

open unto the fields, and to the sky”

 

(Vista dal London Eye)

Così recita una parte della poesia di William Wordsworth scritta nel 1802, posizionata sul Westminster Bridge e intitolata proprio “Composed upon the Westminster Bridge”. È la descrizione di un panorama che si estende immenso davanti agli occhi e anche la descrizione di un sentimento che si percepisce di fronte a tanta bellezza. Da una parte il London Eye e dall’altra il Big Ben e la House of Parliament. Basta camminare un pò per trovare le classiche cabine telefoniche rosse; per vedere in strada il classico taxi nero e l’autobus rosso a due piani. Basta entrare in uno dei tipici pub per assaggiare un hamburger – purché sia entro le 21 che poi le cucine chiudono – , una birra e  giocare a freccette. Basta guardarsi intorno per sentire il calore di un popolo devoto ad una regina. God save the queen.

From District line to Circle line, from Piccadilly line to Northern line

(Piccadilly Circus)

Tantissimi i quartieri da visitare e tantissime le tradizioni: Piccadilly Circus, Wimbledon, King’s Cross, Bloomsbury, Earl’s Court, il thé nel pomeriggio, il cambio della guardia, il brunch. Piccadilly la sera è un insieme di luci, di voci, di rumori, di clacson, di canzoni, di emozioni. Piccadilly è il punto di ritrovo dei giovani, è la zona dei locali, dei ristoranti aperti anche fino a mezzanotte, dello spettacolo a cielo aperto. Piccadilly è vivace.

(Camden Town)

Al contrario di Earl’s Court, che è silenziosa e ordinata, con la famosa cabina di Doctor Who piazzata davanti la fermata della metro. Earl’s Court è un quartiere discreto, che non ambisce alla vita movimentata, ma, è un piacere per gli occhi e la mente per la sua bellezza e tranquillità. Poi c’è Notting Hill, conosciuta per il film con Julia Roberts e Hugh Grant, che ha fatto sognare tanti ragazzi. Caratterizzata da particolari casette, la “Portobello Road” è ricoperta da mercatini che si estendono per quasi tutte le vie del quartiere. Questa aria un po’ più dimessa, più caotica in mezzo ai fiumi di gente, la si ritrova anche a Camden Town. Qui anche gli odori sono diversi. Cibi speziati ed erba si mischiano nelle narici; mentre le mani si stringono intorno alle borse per evitare scippi improvvisi. È una Londra diversa, ma, affascinante anche essa: come tutte le cose più oscure e difficili che hanno lo charme del mistero.

Londra che emerge in superficie è straordinaria, ma c’è anche un’altra Londra, quella sotterranea, l’Underground – o anche detta The Tube. È la più antica rete metropolitana del mondo e la più estesa d’Europa. Qui è straordinaria la sua efficienza nonostante la complessità. Grazie ad essa è possibile spostarsi da una zona all’altra della city e senza troppe difficoltà.

 

Trieste, un ritorno a casa

Un ritorno a casa, ma una casa fino ad allora sconosciuta, vista solo in un sogno dai contorni sfumati. A Trieste sono capitato quasi per caso: tre giorni liberi prima di Natale, un’occasione buona per fuggire dal luccichio tedioso di Milano e visitare un fratello trasferito lì.

Quando sono arrivato, il mare è stata la prima impressione. Per un figlio dell’Adriatico, il mare è una cosa seria, è una cosa che stringe le viscere e paralizza in estasi. Mentre il treno sferragliava in direzione della città, sussurravo il suo nome aspro, Trieste, come per cercare tra le labbra il suono delle onde che si infrangono sulla costa.

Mi accompagnava una guida d’eccezione, un compagno d’università triestino incontrato per caso a Venezia al momento del cambio di treno. Figlio di esuli istriani, nei suoi occhi si leggeva l’amore per la sua terra e per quel mare che è sempre lì ad aspettarti, come l’abbraccio di una madre che rivede il figlio emigrato.

Il mare di Trieste (foto dell’autore)

 

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Volontariato all’estero: International Volunteer HQ (IVHQ)

Ogni mercoledì Il Momento fa chiarezza sul mondo del volontariato all’estero.

Questa rubrica nasce da un’esperienza vissuta in prima persona, o meglio, un’esperienza che verrà vissuta in prima persona sull’isola di Nosy Komba in Madagascar.

Dal prendere la decisione di partire come volontario fino alla partenza effettiva, gli ostacoli da superare sono molti, per la maggior parte di tipo psicologico.  L’entusiasmo e la frenesia con cui ci siamo decisi a partire lasciano in fretta spazio ad un senso di smarrimento completo, che annebbia tutte quelle certezze che sembravano inamovibili, lasciandoci dubbi e domande a cui è difficile trovare risposta.

Risposte che noi de Il Momento cercheremo di dare, facendo una panoramica su quelle associazioni, organizzazioni o comunità che permettono di vivere un’esperienza da volontario in terra straniera.

La prima organizzazione che racconteremo è International Volunteer HQ. Nata nel 2007 IVHQ ha base in Nuova Zelanda ed ha come scopo quello di fornire dei programmi di volontariato sicuri, accessibili e che permettano di avere un impatto concreto sulla vita delle comunità in cui operano i volontari.

Accessibilità

“Quanto ti pagano?” l’idea di andare dall’altra parte del mondo per motivi lavorativi o di studio è ormai così radicata nel nostro immaginario generazionale che anche il volontariato, dovrebbe supporre, sempre per l’immaginario comune, un ritorno economico immediato.

Purtroppo però è una delle scelte “di cuore” più costose. Mediamente i programmi di volontariato pubblicizzati on-line hanno un costo che si aggira intorno agli 800$ a settimana, comprendenti della sistemazione in loco e poco più. Non certo un viaggio accessibile a tutte le tasche.

IVHQ, organizzazione nata in seguito ad un (costoso) viaggio in Kenya del suo fondatore, Dan Radcliff, riesce a mantenere dei costi molto bassi dando la possibilità di partecipare ai suoi programmi con una quota di iscrizione che parte da 180$ a settimana, comprendete di alloggio e pasti.

Sicurezza

La sicurezza dei suoi volontari è la priorità assoluta per IVHQ. Più di 70’000 persone da tutto il mondo hanno partecipato nel corso degli anni ai programmi da loro promossi, ognuno di loro facendo affidamento sulla rete di contatti creata con le istituzioni dei paesi in cui l’organizzazione opera.

Partire per paesi in cui l’elettricità è disponibile per 1-2 ore al giorno, tuttavia, richiede una buona dose di incoscienza. Diventa allora fondamentale dotarsi di un’assicurazione che copra i possibili rischi da affrontare durante la permanenza. IVHQ ha creato una collaborazione con World Nomads ( https://www.worldnomads.com/ ), leader nel settore delle assicurazioni per viaggiatori indipendenti, agevolando così l’accesso alle assicurazioni.

Altro aspetto da non sottovalutare è la conoscenza delle abitudini e delle tradizioni del posto. Evitare zone di pericolo e rispettare eventuali coprifuoco è, ovviamente, fondamentale per una permanenza quanto più possibile serena. L’organizzazione ha ovviato a questo problema dando risonanza alla voce dei volontari passati che possono raccontare le loro esperienze, aiutando così i volontari di domani.

Making a difference

Dodici diversi programmi di volontariato. Dalla cura per lo sport, cercando di portare uno stile di vita sano, in luoghi quasi completamente privi di infrastrutture sportive, passando per la cura dell’ambiente marino e animale, fino a programmi di costruzione.

Fare la differenza. Questa è la motivazione che ci spinge a partire. Entrare in contatto con una realtà pura e diversa, portare il meglio di noi e tornare con istantanee di luoghi incontaminati, consapevolmente felici di aver regalato, a quegli stessi luoghi, una parte di noi.

Un viaggio ha senso solo

Quando finisce la speranza

“Un viaggio ha senso solo senza ritorno se non in volo, senza fermate nè confini, solo orizzonti neanche troppo lontani” afferma una famosa canzone di Gianluca Grignani. Viaggio che chiaramente implica un biglietto di solo andata, con un’unica direzione, quella della morte. Ma ci sono tanti altri modi di viaggiare: viaggiare con la mente, viaggiare per lavoro, viaggiare per piacere ed esplorare il mondo, viaggiare sul web. Possiamo fare tanti biglietti di andata e ritorno, tante fermate, tante soste, tante pause. Possiamo fare anche un solo biglietto, una sola fermata e una sola sosta, ma questo non deve necessariamente coincidere con quel viaggio senza ritorno chiamato suicidio.

Oggigiorno sembra quasi che si dia meno peso a questo tragico gesto. Gesto che storicamente e stoicamente si compiva per affermare i propri valori e pur di non consegnarsi nelle mani di un carnefice (come fece Seneca pur di non morire per mano di Nerone). Nella seconda metà del Novecento molti cantanti si sono suicidati, consumati dalla loro vita, dalla loro musica, dalla pressione. Forse per affermare ancora di più il loro nome. Forse per dare una maggiore dignità a tutto quello che avevano scritto e urlato. Forse perché semplicemente si erano spenti. Oggi invece si gioca al #BlueWhale e ci si toglie la vita, come se questa non avesse nessun valore, come se fosse un semplice gesto di emulazione nei confronti di tanti altri ragazzini, che davanti ad una diretta su un social network si uccidono.

Non si muore più dopo aver scritto belle canzoni sul malessere esistenziale, non si muore più per amore, non si muore più per una perdita… si muore per gioco. Cesare Pavese, uomo consumato dai propri drammi esistenziali, con sconfitte personali, delusioni amorose, sessuali, affettive, ha anelato il suicidio per molto tempo (annotando il suo dolore e le sue intenzioni nel diario tenuto fino a dieci giorni prima della morte), ma ha impiegato parecchi anni per metterlo in pratica. Oggi i millenials impiegano anche pochi secondi.

“Un viaggio ha senso solo senza ritorno se non in volo”, non per forza, non per tutti.

Travel, trip, journey… le mille sfumature di un viaggio

Un viaggio può assumere molti sensi: ci si muove per conoscere nuove terre, nuove culture, nuove persone, nuovi usi e costumi. Ci si muove a volte per ricominciare una vita e non per finirla. Ci si muove per sognare. Il bello del viaggio è nella scoperta, nell’avventura, nei cibi nuovi a volte così speziati a volte troppo piccanti a volte sorprendentemente deliziosi, negli incontri casuali e fortuiti, nei panorami mozzafiato che ti fanno riflettere per ore e per giorni, che ti fanno prendere la penna in mano e cominciare a scrivere o disegnare. Il bello è nella ricerca di qualcosa che ancora non conosciamo, nel rendere chiaro tutto quello che per noi è ancora oscuro. Il bello del viaggio è anche nelle lunghe attese alla stazione quando il treno ancora non arriva e noi con lo zaino in spalla, circondati dalla folla, osservando i saluti strazianti e innamorati delle giovani coppie o di chiunque si aspetta da chissà quanto e che si ritrova dopo tanto tempo.

Viaggiare è partire, camminare, correre, pattinare, salpare, nuotare e ritornare. Si torna sempre da qualche parte: in un posto che abbiamo amato, in una casa. Si torna al punto di partenza, all’origine per poi magari andarsene di nuvo. E via una nuova stazione, un nuovo areoporto con in mano un’altra penna e un altro taccuino per appuntare nuove storie, nuove immagini, nuovi pensieri. Magari scrivere anche canzoni straordinari… “I am a passenger and I ride and I ride, I ride through the city’s backside, I see the stars come out of the sky”.

Incontro Trump e Papa

Melania Trump in viaggio con stile

In valigia il glamour da 40 mila dollari.

Qualche giorno fa si è concluso il primo viaggio all’estero del presidente degli U.S.A Donald Trump e della First Lady Melania che li ha visti in visita in Arabia Saudita, Israele, Vaticano, Roma e Bruxelles.Viaggio che sicuramente non cadrà nel dimenticatoio, sia per le importanti tappe che sono state fatte, sia per le polemiche ed i “meme” che riecheggiano sul web, ma anche per gli impeccabili look sfoggiati dalla signora Trump. D’accordo o meno con la linea di pensiero dei due personaggi in questione,una cosa bisogna dirla l’ex modella Melania è stata capace di calamitare l’attenzione dei media su di sé.A tratti una sfinge, a tratti espressiva, comunque sempre molto “trendy”, con un guardaroba che ha spaziato da Michael Kors a Dolce & Gabbana. A Riad l’abbiamo vista scendere dall’Air Force One indossando una jumpsuit nera morbida. Con essa coperta in ogni centimetro di pelle ma in ogni caso “glamour” grazie ad un cinturone oro in vita, che le è valsa l’ammirazione di tutti i presenti. Al Vaticano ha rispettato le tradizioni, seppur trasmettendo un senso di eccessivo rigore, con veletta e tubino nero in pizzo ma anche in questo caso senza rinunciare alla più classica forma di femminilità , tacchi a spillo per slanciare la figura. Tra i tanti il capo più discusso è stato senza alcun dubbio lo spolverino a fiori “3D”, tripudio di colori, da cinquanta mila dollari sfoggiato per la visita a Palazzo Chierici di Catania.

Un omaggio allo stile italiano e ai nostri designer siculi?

Che la first lady amasse il marchio italiano Dolce&Gabbana non era un mistero, ammirazione a quanto pare ricambiata che ha sollevato l’ennesima polemica sui social. I profili dei due designer sono stati invasi da commenti durissimi per aver “aver sostenuto “ la controversa politica del tycoon.Questioni mediatiche a parte, il guardaroba da viaggio della prima signora d’America è stato studiato accuratamente, puntando soprattutto su spolverini e capi spalla ben costruiti, tailleur dal fit perfetto e alte cinture da strizzare in vita. A questo punto non ci resta che aspettare di vedere cosa metterà nella prossima valigia.