Bonucci, un addio sorprendente

Tutta l’imprevedibilità del calcio mercato nella vicenda Bonucci

Ventiquattro ore. Ecco il tempo necessario per sorprendere tutto il mondo del calcio italiano. Ecco il tempo sufficiente per stravolgere il mercato e riconfermare la sua imprevedibilità durante le roventi estati, fatte di sogni sotto l’ombrellone, gossip, chiacchiere e acquisti. Ecco il tempo utile a Leonardo Bonucci per percorrere la strada che va da Torino a Milano, la stessa tracciata da Andrea Pirlo nell’estate del 2011, e per catapultarsi in una realtà diametralmente opposta, ma stimolante e affascinante allo stesso momento, di quella in cui aveva trascorso gli ultimi sette anni della sua carriera. Non proprio pochissimo. Eccolo, il tempo, quello occorrente per riaccendere una delle più classiche rivalità della nostra penisola: Juventus-Milan.

Mettendosi nei panni di un tifoso rossonero, come è possibile non sognare? Una campagna acquisti del genere non si ricordava dai tempi d’oro del presidente Berlusconi. Un mercato che manda un segnale forte, che evidenzia la volontà della nuova società di riportare il Milan alla gloria di un tempo. Non ci si può più nascondere, il diavolo è uscito allo scoperto. Inutile cercare di capire le ragioni che hanno spinto l’ormai ex difensore bianconero a prendere questa decisione. Perciò è superfluo ipotizzare liti, contrasti con Allegri e avvenimenti che non troveranno mai conferme, perché le notizie escono difficilmente dagli spogliatoi. Con l’acquisto di Bonucci potrebbero cambiare molte cose, specialmente dal punto di vista psicologico, per l’esperienza e l’abitudine a vincere che un giocatore come Leonardo porta a Milanello. L’obiettivo principale rimane la qualificazione alla Champions (e non centrarla potrebbe già considerarsi un fallimento) , perché Juve e Napoli sono certamente ancora più avanti del Milan. Ci sarà da allenarsi, da mettere la squadra in campo, da sudare e guadagnare punti. Ma con la gestione intelligente di Montella, con la voglia di tornare in alto, con un pizzico di entusiasmo e un po’ di fortuna che sempre serve, pensare allo scudetto non è più una cosa così impossibile. Anche se la Juve rimane la Juve. Ed è sempre fortissima, pronta a dire di nuovo la sua in tutte le competizioni. La cessione di Bonucci testimonia la linea forte della società, sempre seguita in questi anni. Tutti importanti, nessuno indispensabile. Vale per il difensore azzurro, così come è valso per Pogba, Vidal, Tevez e Pirlo, giusto per citarne qualcuno degli ultimi. L’acquisto di Douglas Costa non è roba da poco. Se il brasiliano torna ad esprimersi sui livelli di quando era allenato da Guardiola, è veramente devastante. Per conferma, chiedere ad Evra, Alex Sandro e Lichtsteiner, costretti a marcarlo negli ottavi della Champions League 2016 contro il Bayern Monaco. Il mercato della Juve è appena cominciato. In attesa che si sciolga il nodo Schick, Marotta sta trattando seriamente Bernardeschi, ma ciò di cui adesso ha maggiormente bisogno la Signora, è un terzino destro. Inoltre serve un centrocampista di spessore europeo, capace di fare bene le due fasi, e di un centrale per sostituire Bonucci. Si può scegliere di anticipare l’arrivo di Caldara, oppure di andare a pescare da altre parti.

     

Siamo solo a luglio, ma l’estate è calda. Non da meno lo è la sfida fra Juve e Milan, cominciata ancor prima del campionato e infiammata dal trasferimento di Bonucci. L’ultima volta che il titolo si decise con un testa a testa vero, fu nella stagione 2011\2012, proprio fra bianconeri e rossoneri, nello stesso anno in cui Pirlo andò a Torino, dando il via al ciclo di vittorie della Juve. La rivalità ricomincia oggi, quando Bonucci passa al Milan, cercando nuovi stimoli. Vedremo quanto varrà Bonucci senza Barzagli, Chiellini e Buffon. Vedremo quanto sarà in grado di fare la difesa della Juventus, senza il membro più giovane della BBC, arrivata ai titoli di coda. 

VAR, Video Assistant Referee

Dalla prossima stagione il campionato di Serie A inizierà con un’importante novità: la VAR

 

Qualche giorno fa, il presidente della Figc Carlo Tavecchio, ha dichiarato che si inizierà ad utilizzare la VAR già dalla prima giornata di campionato. Una grande innovazione per la direzione arbitrale. Nel campionato di Serie A 2017/2018 scompariranno gli assistenti di porta, introdotti nella stagione successiva al famoso gol di Muntari in Milan-Juventus del 25 febbraio 2012. A sostituirli ci sarà la VAR. In ogni stadio verrà inserito un impianto dotato di otto telecamere e di una sala. Il costo dell’operazione è intorno ai due milioni di euro. Innanzitutto cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sull’uso di questo nuovo termine. VAR sta per Video Assistant Referee. La VAR (femminile) è lo strumento tecnologico che si sta cercando di inserire nel calcio. Invece il VAR (maschile) è l’arbitro che andrà a sostituire gli assistenti di porta. Chiuso in una sala e lontano dal campo, l’arbitro VAR aiuterà il direttore di gara a prendere delle decisioni servendosi delle immagini derivanti dalle otto telecamere. Questa nuova tecnologia non va confusa con la celebre portatrice di polemiche ”moviola in campo”. Potrà essere usata solo in alcuni casi: assegnazione di un gol o di un rigore e per le espulsioni. Oppure anche per correggere l’assegnazione errata di un’ammonizione, nel tipico caso dello scambio di persona. Una volta capito cos’è e come dovrebbe generalmente funzionare, sorge spontanea una domanda: con l’introduzione di questa nuova tecnologia finiranno le diatribe e i contrasti per le decisioni arbitrali? Un quesito delicato, al quale è difficile rispondere. I pareri sono tanti e discordanti. Infantino, presidente della Fifa, sta portando avanti la sua campagna a favore della VAR da tempo, affermando di aver avuto solo risultati positivi durante i test. Lo strumento sarà infatti impiegato nei Mondiali in Russia. Ultimamente, sia l’ex campione Zinedine Zidane, sia il centrocampista croato Luka Modric, hanno espresso le loro perplessità sull’utilizzo del nuovo strumento. In molti lo ritengono un elemento di confusione. Certamente una questione molto complicata. Pensandoci bene, è difficile credere che le polemiche possano placarsi con l’utilizzo della VAR. Il calcio è già lo sport in cui, nella maggior parte dei casi, le regole non vengono applicate, ma interpretate. Aspetto da prendere in considerazione perchè causa di non pochi disordini. Anche con questa nuova tecnologia le decisioni spetterebbero sempre all’interpretazione di una persona umana, ovvero il VAR referee che guarda le immagini sul monitor. Quest’ultimo dovrebbe comunicare la sua impressione al direttore di gara, al quale compete comunque la decisione finale. Tutto questo in uno stadio, con la pressione, la tensione e il pubblico che rumoreggia. Quanto sarebbe utile spezzare la partita un impreciso numero di volte? Per non parlare poi della complessità del gioco, tale che, in alcune situazioni, non si riesce a fare chiarezza nemmeno dopo una cinquantina di replay.
La fine dei problemi? Ai posteri l’ardua sentenza…


Wimbledon, il torneo più prestigioso di tutti i tempi

“La storia d’amore più importante della mia vita? È stata quella con Wimbledon” (Fred Perry).

Prossimo all’avvio è il torneo di Wimbledon, terzo grande slam della stagione dopo l’Australian Open e il Roland Garros, seguito poi dallo Us Open. La data prevista d’inizio è il 3 luglio fino al 16 luglio. Da poco finita la stagione sulla terra rossa, i giocatori del circuito maschile e femminile stanno ora disputando i primi tornei sull’erba in attesa dello slam.

Wimbledon è il più antico e prestigioso torneo di tennis, disputato a Londra. La genesi di questo torneo è legata a quella del tennis. Questo ha le sue origini nel “jeu de paume” (“pallacorda”) comparso nel 1874. In pochi anni un club inglese si era interessato a questa disciplina e aveva istituito il torneo nel 1877, aperto anche alle donne nel 1884. Attualmente le regole sono molto simili a quelle stabilite in quella prima edizione, la quale ebbe un grande successo con 22 partecipanti. Fino al 1922 era in vigore il sistema del challenge round: il campione uscente giocava la finale con il vincitore del torneo preliminare, senza disputare nessun incontro. Nel 1933 la stampa utilizza per la prima volta il termine “Grande slam”, ma rimarrà comunque un torneo amatoriale fino al 1968, anno in cui verrà riunito il circuito amatoriale con il circuito professionistico. Questa data segna un punto di svolta nella storia del tennis e simboleggia la nascita del tennis moderno. Il verde e il viola sono i colori di questo torneo, il quale è famoso anche per le frequenti interruzioni dovute alla pioggia. Inoltre i giocatori e le giocatrici sono tenuti ad indossare divise bianche. Tra i più grandi vincitori maschili ricordiamo: Pete Sampras, Bjorn Borg, Jimmy Connors, John McEnroe, Rod Laver e Roger Federer. Tra le donne invece: Martina Navratilova, Steffi Graff, Suzanne Lenglen, Chris Evert, Billie Jean King e Serena Williams.

Presenze e assenze in questa edizione di Wimbledon

L’anno scorso la finale è stata vinta tra gli uomini da Andy Murray, che al momento non sta disputando una buona stagione, abbiamo visto infatti la sconfitta al primo turno del Queen’s, e avrà difficoltà a difendere il titolo a queste condizioni. Anche Novak Djokovic non sta attraversando un periodo di forma perfetta e tutto volge a favore di Rafael Nadal che, dopo il decimo trofeo conquistato a Parigi, punta in alto anche a Wimbledon (potendo tornare anche n.1 al mondo per la quarta volta in carriera). Aspettative ci sono anche in Roger Federer che torna dopo la lunga pausa lontano dalla terra rossa. Tra le donne c’è il ritorno sull’erba di Victoria Azarenka (che era prevista per il cemento americano) dopo la gravidanza. Il ritorno anche di Petra Kvitova, dopo un brutto incidente che l’aveva costretta fuori dai campi per parecchio tempo. C’è invece l’assenza di Serena Williams, vincitrice dell’ultima edizione, incinta del suo primo figlio e che tornerà sui campi da tennis nel 2018.

Chi vincerà quest’anno Wimbledon?

NBA Finals 2017

Warriors giganteschi, mancato ritorno alla vittoria per  i Cavs

Questa volta le cose sono andate diversamente. Quest’anno l’NBA ci ha regalato un epilogo diverso. Niente miracolo per i Cleveland Cavaliers, nessun ribaltone. Sì, perché l’anno passato, di miracolo si è trattato. Nessuna squadra era mai riuscita a vincere una serie finale trovandosi sotto 3 a 1. Non è bastato Lebron James. Tripla doppia di media, devastante, mostruoso. Gli Warriors, trascinati da Kevin Durant, si sono rivelati una montagna troppo alta da scalare, anche per i campioni in carica. Il numero 35 è stato sicuramente l’uomo più chiacchierato dell’estate scorsa nel mondo NBA, da quando ha deciso di approdare agli Warriors con un solo obiettivo nella mente: vincere. Arrivato fra le critiche generali ed etichettato come ”traditore”, ha zittito tutti, anche i più scettici. Mvp delle finals meritatissimo, senza recriminazioni. 38 punti in gara 1, 33 in gara 2, 31 in gara 3, 35 in gara 4 e 39 in gara 5. Per non parlare degli assist, dei rimbalzi, dell’impegno, del piacere di vedere un giocatore alto 206 cm muoversi come una farfalla da una parte all’altra del parquet, con una leggiadria ed un’eleganza uniche. Una macchina da punti, un polverizzatore di retine. Ben inserito e amalgamato nel sistema degli Warriors, consolidato già da tempo. Lo stesso Lebron James, al termine di gara 5, è stato il primo a congratularsi con KD, mostrandogli tutto quel grande rispetto che ha dimostrato di meritarsi. Senza la sua presenza, molto probabilmente la serie sarebbe finita come lo scorso anno, con il titolo di nuovo a Cleveland. Inutile spendere parole su che cosa non ha funzionato nelle file dei Cavs. Di certo, alcuni momenti potevano essere gestiti meglio (si pensi all’ultimo quarto di gara 3) e forse ci si sarebbe aspettato qualcosa in più da Irving, Love e Smith. Ma in questo caso sono stati troppo più forti e completi gli altri per soffermarsi solamente sui demeriti degli sconfitti. Squadra compatta e panchina lunga. Anche le parole e le espressioni di Lebron ci testimoniano come non si debba far altro che onorare coloro che il verdetto incontestabile del campo ha designato come vincitori. ”The King” è apparso molto più sereno e maturo di altre volte nell’accettare la sconfitta, consapevole del fatto che meglio di così non poteva fare. Non si deve commettere l’errore di trascurare le prestazioni di Lebron in questa serie finale. Avere una tripla doppia di media in cinque partite, giocate al massimo del livello fisico, tecnico, mentale ed atletico è qualcosa di sovrumano. Roba per talenti cestistici fuori dalla norma. Dalla prossima stagione partirà una nuova sfida per l’alteta con il numero 23: togliere la supremazia ai Golden State Warriors, senza ombra di dubbio una delle squadre migliori di sempre, e riportare l’anello a casa sua. In questa maniera entrerebbe ancor di più nella storia della pallacanestro. Sarebbe affascinante vedere un’altra serie finale fra queste due squadre, la quarta di fila. Attenzione a scommettere se si tratta di Lebron James e Kevin Durant.

 

Uefa Champions League, la finale

3 giugno 2017: appuntamento con la storia

Era il 6 giugno del 2015 quando La Juventus, dopo dodici anni, tornava a giocarsi una finale di Champions League. In questo arco di tempo, però, qualcosa era successo: lo scandalo di Calciopoli, un mondiale vinto, la retrocessione in Serie B, due settimi posti consecutivi, l’addio di Del Piero, il ritorno alla vittoria in Italia con l’avvento di Conte in panchina… A detta di molti, quella partita con il Barcellona avrebbe dovuto rappresentare il ritorno dei bianconeri sul tetto d’Europa, il coronamento di una rinascita iniziata nell’estate del 2006, l’anello di giuntura di un catena molto lunga. Quella sera Gianluigi Buffon avrebbe dovuto giocarsi l’ultima occasione di alzare la coppa con le grandi orecchie (unico titolo prestigioso mancante sul palmarès del portierone azzurro) per portare a compimento una carriera stellare. Sembrava fosse destino anche per tutti i romantici sportivi, visto che si giocava all’Olympiastadion di Berlino, teatro della finale del Mondiale 2006. Diciamo la verità, più o meno tutti abbiamo pensato che quel ”da Berlino alla B e dalla  B a Berlino” fosse la chiara testimonianza del disegno divino che avrebbe dovuto accompagnare la Juventus ad un trionfo indimenticabile. Eppure quel 6 giugno 2015 non andò così, perchè il paradosso dello sport, da sempre metafora della vita, è che quanto più tendiamo a dare un risultato per scontato, tanto più questo ci sorprende, divicolandosi dalle nostre superflue previsioni, dai romanticismi e dai destini segnati. Un Barcellona troppo forte si impose per 3 a 1, portandosi a casa l’ennesimo trofeo. Chi di noi, dopo quella volta, si sarebbe mai aspettato di rivedere il numero 1 della Juve a difendere la porta in un’altra finale, all’età di 39 anni? La vita è sempre piena di sorprese.
La situazione è molto diversa rispetto a quella di due anni fa e questa sì che potrebbe essere davvero l’ultima chiamata per Gigi Buffon. Dall’altra parte ci sarà da battagliare contro il solito Real Madrid, undici volte campione d’Europa e pieno zeppo di campioni. Cristiano Ronaldo e compagni non vogliono certo fermarsi qui; il portoghese, nonostante abbia segnato 25 gol in Liga e 10 in Champions, è stato criticato per essere un po’ sotto la media abituale di reti in stagione (se vi viene da ridere, è normale). Doppietta contro il Bayern all’andata, tripletta nella partita di ritorno e nuovamente una tripletta in semifinale contro l’Atletico. Roba da non credere. Probabilmente, quando CR7 e Messi si ritireranno, prenderemo coscienza di che fortuna abbiamo avuto nel vederli sfidarsi come rivali nello stesso campionato, entrambi all’apice della carriera.
La città di Cardiff ha vissuto, e sta ancora vivendo, una delle settimane più cariche ed intense della sua storia, la quale culminerà con l’assegnazione del massimo titolo europeo per le squadre di club. Non resta che scaldare i motori, ammazzare il tempo in attesa del fischio d’inizio, previsto per le 20:45 di domani sera, ascoltare quella famosa musichetta che mette sempre i brividi e godersi una finale mozzafiato, un evento mondiale tra due dei club più importanti della storia del calcio. Il Real può alzare per due volte consecutive la Champions, impresa ancora non riuscita a nessuno, e la Juve ha la possibilità di riportare sotto la Mole una coppa che manca da troppo tempo. Comunque vada, sarà emozionante.
”Millennium Stadium” è un nome che sa di storia, quella che bisogna scrivere. Saranno 74.500 i cuori roventi e impavidi, pronti a battere tutti insieme per realizzare un sogno, nella notte delle stelle, sotto il cielo gallese di Cardiff. Ci siamo, manca poco!