Volontariato all’estero: International Volunteer HQ (IVHQ)

Ogni mercoledì Il Momento fa chiarezza sul mondo del volontariato all’estero.

Questa rubrica nasce da un’esperienza vissuta in prima persona, o meglio, un’esperienza che verrà vissuta in prima persona sull’isola di Nosy Komba in Madagascar.

Dal prendere la decisione di partire come volontario fino alla partenza effettiva, gli ostacoli da superare sono molti, per la maggior parte di tipo psicologico.  L’entusiasmo e la frenesia con cui ci siamo decisi a partire lasciano in fretta spazio ad un senso di smarrimento completo, che annebbia tutte quelle certezze che sembravano inamovibili, lasciandoci dubbi e domande a cui è difficile trovare risposta.

Risposte che noi de Il Momento cercheremo di dare, facendo una panoramica su quelle associazioni, organizzazioni o comunità che permettono di vivere un’esperienza da volontario in terra straniera.

La prima organizzazione che racconteremo è International Volunteer HQ. Nata nel 2007 IVHQ ha base in Nuova Zelanda ed ha come scopo quello di fornire dei programmi di volontariato sicuri, accessibili e che permettano di avere un impatto concreto sulla vita delle comunità in cui operano i volontari.

Accessibilità

“Quanto ti pagano?” l’idea di andare dall’altra parte del mondo per motivi lavorativi o di studio è ormai così radicata nel nostro immaginario generazionale che anche il volontariato, dovrebbe supporre, sempre per l’immaginario comune, un ritorno economico immediato.

Purtroppo però è una delle scelte “di cuore” più costose. Mediamente i programmi di volontariato pubblicizzati on-line hanno un costo che si aggira intorno agli 800$ a settimana, comprendenti della sistemazione in loco e poco più. Non certo un viaggio accessibile a tutte le tasche.

IVHQ, organizzazione nata in seguito ad un (costoso) viaggio in Kenya del suo fondatore, Dan Radcliff, riesce a mantenere dei costi molto bassi dando la possibilità di partecipare ai suoi programmi con una quota di iscrizione che parte da 180$ a settimana, comprendete di alloggio e pasti.

Sicurezza

La sicurezza dei suoi volontari è la priorità assoluta per IVHQ. Più di 70’000 persone da tutto il mondo hanno partecipato nel corso degli anni ai programmi da loro promossi, ognuno di loro facendo affidamento sulla rete di contatti creata con le istituzioni dei paesi in cui l’organizzazione opera.

Partire per paesi in cui l’elettricità è disponibile per 1-2 ore al giorno, tuttavia, richiede una buona dose di incoscienza. Diventa allora fondamentale dotarsi di un’assicurazione che copra i possibili rischi da affrontare durante la permanenza. IVHQ ha creato una collaborazione con World Nomads ( https://www.worldnomads.com/ ), leader nel settore delle assicurazioni per viaggiatori indipendenti, agevolando così l’accesso alle assicurazioni.

Altro aspetto da non sottovalutare è la conoscenza delle abitudini e delle tradizioni del posto. Evitare zone di pericolo e rispettare eventuali coprifuoco è, ovviamente, fondamentale per una permanenza quanto più possibile serena. L’organizzazione ha ovviato a questo problema dando risonanza alla voce dei volontari passati che possono raccontare le loro esperienze, aiutando così i volontari di domani.

Making a difference

Dodici diversi programmi di volontariato. Dalla cura per lo sport, cercando di portare uno stile di vita sano, in luoghi quasi completamente privi di infrastrutture sportive, passando per la cura dell’ambiente marino e animale, fino a programmi di costruzione.

Fare la differenza. Questa è la motivazione che ci spinge a partire. Entrare in contatto con una realtà pura e diversa, portare il meglio di noi e tornare con istantanee di luoghi incontaminati, consapevolmente felici di aver regalato, a quegli stessi luoghi, una parte di noi.

ECOSIA | Come combattere i cambiamenti climatici navigando su Internet

Crescita, sviluppo e tutela dell’ecosistema. Ecosia ha la ricetta giusta.

Fondato nel 2009 da Christian Kroll, Ecosia è un motore di ricerca che si propone ormai da diversi anni come alternativa ai motori di ricerca più utilizzati, Google su tutti.

Cos’ha di speciale?

Ecosia è un motore di ricerca così detto “eco-friendly”, riesce infatti a coniugare la necessità dell’utente di avere delle risposte alle domande poste giornalmente al suo motore di ricerca predefinito, con l’urgenza di combattere i cambiamenti climatici e il disboscamento, fenomeni che incidono fortemente sul nostro eco-sistema.

Come?

Ecosia dona l’80% dei suoi profitti a progetti di riforestazione in tutto il mondo. Questo, dal 2009 a oggi ha portato Ecosia a piantare più di 9 milioni di alberi, sfruttando la sente di conoscenza dei suoi utenti che, mediamente, piantano un albero ogni 10 secondi, cliccando sui risultati di ricerca pubblicizzati.

Quali sono i benefici?

Quella che “i soldi non crescono sugli alberi”, fino ad oggi, è stata nel sentire comune la più assodata delle ovvietà. Non è così però per Ecosia e per le comunità in cui il motore di ricerca “green” ha concentrato i suoi sforzi. Madagascar, Tanzania, Perù, Nicaragua, Indonesia e Burkina Faso sono i paesi che hanno beneficiato direttamente dell’attività di riforestazione.

Maggiore biodiversità ed efficienza idrica, suoli più fertili e protetti e autonomia economica, senza contare l’enorme impatto che un albero ha nella battaglia contro la desertificazione e i cambiamenti climatici agendo proprio contro quel cancro che è il Co2.

L’obbiettivo di Ecosia, come social business, è quello di “coltivare concretamente un mondo più sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico”, piantando un miliardo di nuovi alberi entro il 2020: navigando su Internet.

Uefa Champions League, la finale

3 giugno 2017: appuntamento con la storia

Era il 6 giugno del 2015 quando La Juventus, dopo dodici anni, tornava a giocarsi una finale di Champions League. In questo arco di tempo, però, qualcosa era successo: lo scandalo di Calciopoli, un mondiale vinto, la retrocessione in Serie B, due settimi posti consecutivi, l’addio di Del Piero, il ritorno alla vittoria in Italia con l’avvento di Conte in panchina… A detta di molti, quella partita con il Barcellona avrebbe dovuto rappresentare il ritorno dei bianconeri sul tetto d’Europa, il coronamento di una rinascita iniziata nell’estate del 2006, l’anello di giuntura di un catena molto lunga. Quella sera Gianluigi Buffon avrebbe dovuto giocarsi l’ultima occasione di alzare la coppa con le grandi orecchie (unico titolo prestigioso mancante sul palmarès del portierone azzurro) per portare a compimento una carriera stellare. Sembrava fosse destino anche per tutti i romantici sportivi, visto che si giocava all’Olympiastadion di Berlino, teatro della finale del Mondiale 2006. Diciamo la verità, più o meno tutti abbiamo pensato che quel ”da Berlino alla B e dalla  B a Berlino” fosse la chiara testimonianza del disegno divino che avrebbe dovuto accompagnare la Juventus ad un trionfo indimenticabile. Eppure quel 6 giugno 2015 non andò così, perchè il paradosso dello sport, da sempre metafora della vita, è che quanto più tendiamo a dare un risultato per scontato, tanto più questo ci sorprende, divicolandosi dalle nostre superflue previsioni, dai romanticismi e dai destini segnati. Un Barcellona troppo forte si impose per 3 a 1, portandosi a casa l’ennesimo trofeo. Chi di noi, dopo quella volta, si sarebbe mai aspettato di rivedere il numero 1 della Juve a difendere la porta in un’altra finale, all’età di 39 anni? La vita è sempre piena di sorprese.
La situazione è molto diversa rispetto a quella di due anni fa e questa sì che potrebbe essere davvero l’ultima chiamata per Gigi Buffon. Dall’altra parte ci sarà da battagliare contro il solito Real Madrid, undici volte campione d’Europa e pieno zeppo di campioni. Cristiano Ronaldo e compagni non vogliono certo fermarsi qui; il portoghese, nonostante abbia segnato 25 gol in Liga e 10 in Champions, è stato criticato per essere un po’ sotto la media abituale di reti in stagione (se vi viene da ridere, è normale). Doppietta contro il Bayern all’andata, tripletta nella partita di ritorno e nuovamente una tripletta in semifinale contro l’Atletico. Roba da non credere. Probabilmente, quando CR7 e Messi si ritireranno, prenderemo coscienza di che fortuna abbiamo avuto nel vederli sfidarsi come rivali nello stesso campionato, entrambi all’apice della carriera.
La città di Cardiff ha vissuto, e sta ancora vivendo, una delle settimane più cariche ed intense della sua storia, la quale culminerà con l’assegnazione del massimo titolo europeo per le squadre di club. Non resta che scaldare i motori, ammazzare il tempo in attesa del fischio d’inizio, previsto per le 20:45 di domani sera, ascoltare quella famosa musichetta che mette sempre i brividi e godersi una finale mozzafiato, un evento mondiale tra due dei club più importanti della storia del calcio. Il Real può alzare per due volte consecutive la Champions, impresa ancora non riuscita a nessuno, e la Juve ha la possibilità di riportare sotto la Mole una coppa che manca da troppo tempo. Comunque vada, sarà emozionante.
”Millennium Stadium” è un nome che sa di storia, quella che bisogna scrivere. Saranno 74.500 i cuori roventi e impavidi, pronti a battere tutti insieme per realizzare un sogno, nella notte delle stelle, sotto il cielo gallese di Cardiff. Ci siamo, manca poco!

Un viaggio ha senso solo

Quando finisce la speranza

“Un viaggio ha senso solo senza ritorno se non in volo, senza fermate nè confini, solo orizzonti neanche troppo lontani” afferma una famosa canzone di Gianluca Grignani. Viaggio che chiaramente implica un biglietto di solo andata, con un’unica direzione, quella della morte. Ma ci sono tanti altri modi di viaggiare: viaggiare con la mente, viaggiare per lavoro, viaggiare per piacere ed esplorare il mondo, viaggiare sul web. Possiamo fare tanti biglietti di andata e ritorno, tante fermate, tante soste, tante pause. Possiamo fare anche un solo biglietto, una sola fermata e una sola sosta, ma questo non deve necessariamente coincidere con quel viaggio senza ritorno chiamato suicidio.

Oggigiorno sembra quasi che si dia meno peso a questo tragico gesto. Gesto che storicamente e stoicamente si compiva per affermare i propri valori e pur di non consegnarsi nelle mani di un carnefice (come fece Seneca pur di non morire per mano di Nerone). Nella seconda metà del Novecento molti cantanti si sono suicidati, consumati dalla loro vita, dalla loro musica, dalla pressione. Forse per affermare ancora di più il loro nome. Forse per dare una maggiore dignità a tutto quello che avevano scritto e urlato. Forse perché semplicemente si erano spenti. Oggi invece si gioca al #BlueWhale e ci si toglie la vita, come se questa non avesse nessun valore, come se fosse un semplice gesto di emulazione nei confronti di tanti altri ragazzini, che davanti ad una diretta su un social network si uccidono.

Non si muore più dopo aver scritto belle canzoni sul malessere esistenziale, non si muore più per amore, non si muore più per una perdita… si muore per gioco. Cesare Pavese, uomo consumato dai propri drammi esistenziali, con sconfitte personali, delusioni amorose, sessuali, affettive, ha anelato il suicidio per molto tempo (annotando il suo dolore e le sue intenzioni nel diario tenuto fino a dieci giorni prima della morte), ma ha impiegato parecchi anni per metterlo in pratica. Oggi i millenials impiegano anche pochi secondi.

“Un viaggio ha senso solo senza ritorno se non in volo”, non per forza, non per tutti.

Travel, trip, journey… le mille sfumature di un viaggio

Un viaggio può assumere molti sensi: ci si muove per conoscere nuove terre, nuove culture, nuove persone, nuovi usi e costumi. Ci si muove a volte per ricominciare una vita e non per finirla. Ci si muove per sognare. Il bello del viaggio è nella scoperta, nell’avventura, nei cibi nuovi a volte così speziati a volte troppo piccanti a volte sorprendentemente deliziosi, negli incontri casuali e fortuiti, nei panorami mozzafiato che ti fanno riflettere per ore e per giorni, che ti fanno prendere la penna in mano e cominciare a scrivere o disegnare. Il bello è nella ricerca di qualcosa che ancora non conosciamo, nel rendere chiaro tutto quello che per noi è ancora oscuro. Il bello del viaggio è anche nelle lunghe attese alla stazione quando il treno ancora non arriva e noi con lo zaino in spalla, circondati dalla folla, osservando i saluti strazianti e innamorati delle giovani coppie o di chiunque si aspetta da chissà quanto e che si ritrova dopo tanto tempo.

Viaggiare è partire, camminare, correre, pattinare, salpare, nuotare e ritornare. Si torna sempre da qualche parte: in un posto che abbiamo amato, in una casa. Si torna al punto di partenza, all’origine per poi magari andarsene di nuvo. E via una nuova stazione, un nuovo areoporto con in mano un’altra penna e un altro taccuino per appuntare nuove storie, nuove immagini, nuovi pensieri. Magari scrivere anche canzoni straordinari… “I am a passenger and I ride and I ride, I ride through the city’s backside, I see the stars come out of the sky”.

Incontro Trump e Papa

Melania Trump in viaggio con stile

In valigia il glamour da 40 mila dollari.

Qualche giorno fa si è concluso il primo viaggio all’estero del presidente degli U.S.A Donald Trump e della First Lady Melania che li ha visti in visita in Arabia Saudita, Israele, Vaticano, Roma e Bruxelles.Viaggio che sicuramente non cadrà nel dimenticatoio, sia per le importanti tappe che sono state fatte, sia per le polemiche ed i “meme” che riecheggiano sul web, ma anche per gli impeccabili look sfoggiati dalla signora Trump. D’accordo o meno con la linea di pensiero dei due personaggi in questione,una cosa bisogna dirla l’ex modella Melania è stata capace di calamitare l’attenzione dei media su di sé.A tratti una sfinge, a tratti espressiva, comunque sempre molto “trendy”, con un guardaroba che ha spaziato da Michael Kors a Dolce & Gabbana. A Riad l’abbiamo vista scendere dall’Air Force One indossando una jumpsuit nera morbida. Con essa coperta in ogni centimetro di pelle ma in ogni caso “glamour” grazie ad un cinturone oro in vita, che le è valsa l’ammirazione di tutti i presenti. Al Vaticano ha rispettato le tradizioni, seppur trasmettendo un senso di eccessivo rigore, con veletta e tubino nero in pizzo ma anche in questo caso senza rinunciare alla più classica forma di femminilità , tacchi a spillo per slanciare la figura. Tra i tanti il capo più discusso è stato senza alcun dubbio lo spolverino a fiori “3D”, tripudio di colori, da cinquanta mila dollari sfoggiato per la visita a Palazzo Chierici di Catania.

Un omaggio allo stile italiano e ai nostri designer siculi?

Che la first lady amasse il marchio italiano Dolce&Gabbana non era un mistero, ammirazione a quanto pare ricambiata che ha sollevato l’ennesima polemica sui social. I profili dei due designer sono stati invasi da commenti durissimi per aver “aver sostenuto “ la controversa politica del tycoon.Questioni mediatiche a parte, il guardaroba da viaggio della prima signora d’America è stato studiato accuratamente, puntando soprattutto su spolverini e capi spalla ben costruiti, tailleur dal fit perfetto e alte cinture da strizzare in vita. A questo punto non ci resta che aspettare di vedere cosa metterà nella prossima valigia.

Tendenze primavera estate 2017

Il recap.

Si sa la natura della donna è completa e ineffabile e le tendenze di questa primavera estate intendono elogiarla.

Completi in gessato, dal taglio maschile ed austero, diventano oversize per un look carico di personalità. Lo ritroviamo in passerella da Acquilano Raimondi nel classico blu, da DKNY in versione sporty e in una strabiliante tinta gialla da Damir Doma.

Monospalla dalle gonne vertiginose, degni dei migliori party anni settanta allo Studio 54, tornano in auge grazie a  Anthony Vaccarello da Saint Laurent ,in velluto e satin, must have di questa primavera.

Come la scorsa stagione il protagonista di giochi di sensualità è la lingerie, riproposta però lì dove dovrebbe essere. Non sono più quindi bustier e reggiseni ad abbellire classiche t-shirt in cotone bianco ma trasparenze femminili che lasciano intravedere panties e biancheria intima. Anelli metallici come decoro di capispalla e giuntura di abiti,sino a diventare il focus di cinte in pelle extralunghe. Immancabile la contaminazione dello streetwear che porta una ventata di anni novanta in passerella. Track suit sfilano orgogliose da Moschino in block color grigio da House of Holland con inserti girlie e da Vetements in fitting over. Tra i colori a far da padrone durante la bella stagione troviamo il fucsia shocking ,tinta inventata da Elsa Schiaparelli all’inizio dello scorso secolo tutt’oggi attualissima. Scelto da Bottega Veneta, sotto forma d’abito in pelle lucida, da Hermès e da Valentino, dove Pierpaolo Piccioli crea una croma decisamente interessante accostandola al rosso e al  bordeaux.

Attenzione alle spalle.

Ci si concentra e si rivisita in chiave contemporanea la classica forma a Y, pensata e ideata negli anni quaranta e ripresa diventando canonica negli anni ottanta.

 Issey Miyake gioca con il motivo plissé, suo marchio di fabbrica, Salvatore Ferragamo accorcia le maniche e alza il punto vita mentre Jil Sander propone un abito dal design leggero, che rievoca la carta pesta.Da Prada a Emilio Pucci passando per Tome arrivano invece, quei pattern psichedelici tanto cari e decisamente caratteristici degli anni sessanta e settanta in sfumature di rosso,blu e giallo.

Utilità è la parola chiave. Maxi tasche e cargo bermuda per Mulberry, Yeezy e Alexander Wang.

Si rimane sulla stessa lunghezza d’onda anche per l’accessorio.

Le tasche sostituiscono la borsa, sono componibili e da portare anche legate a una cintura importante. Le vediamo in Fendi che predilige la giacca con tasche utility, Marni che rende il tutto contemporaneo ed edgy ponendole sopra a mise elegantissime in tessuto tecnico e Givenchy che snellisce le silhouette e vira l’attenzione sul punto vita.