La Battaglia per al-Raqqa

La capitale del Califfato è violata. I miliziani al suo interno sono ormai quasi circondati, mentre i combattimenti si sono spinti nel cuore della città.

 

Già giornali e telegiornali parlano di vittoria della coalizione anti-ISIS nella città di Raqqa, considerata da sempre la capitale de facto dello Stato islamico. I miliziani curdi stanno già combattendo nel cuore della città, ma questo altro non è che la fase finale di un’operazione congiunta avviata nella fine dello scorso anno.

 

Operazione “Ira dell’Eufrate”

Nel novembre del 2016 le forze dell’SDF (Sirian Democratic Forces), armate ed addestrate dalle truppe americane, e di cui le milizie curde compongono la gran parte, iniziarono la loro avanzata verso Sud nel tentativo di spostare la linea del fronte il più vicino possibile alla città. A questa avanzata si sono accompagnate varie altre operazioni minori contro il fronte del Califfato, ricomprese nella più ampia operazione chiamata “Ira dell’Eufrate”. Nel giro di pochi mesi, nel maggio di quest’anno, i curdi riescono ad avanzare così tanto verso la città da rendere possibile un eventuale accerchiamento da tre direttive, ossia Nord, Est ed Ovest.
Dopo alcune settimane di piccoli scontri e schermaglie, le forze dell’SDF riescono a portarsi a ridosso della città, serrandola d’assedio su tre lati e lasciando per il momento libero solo il lato Sud, quello che si affaccia sul fiume Eufrate. Un gran numero di civili ha tentato di attraversare il fiume con mezzi di fortuna fuggendo dalla città. Le stime provenienti dall’intelligence americana parlano di almeno 100.000 civili che potrebbero ora essere intrappolati nell’assedio, per quanto siano numeri da prendere con le pinze, ammontando la popolazione della città prima della guerra a non meno di 300.000 unità.

Il 6 giugno le forze della Coalizione annunciano ai media di aver iniziato l’attacco definitivo alla roccaforte del Califfato, mettendo però fin da subito in guardia coloro che speravano in una vittoria rapida: forti dell’esperienza maturata negli scontri casa per casa nella città di Mosul, che in quel momento stavano raggiungendo il loro acme, l’SDF sa bene che la completa messa in sicurezza della città richiederà almeno parecchie settimane, se non mesi.

La tana del leone

All’inizio dell’attacco le forze dell’SDF ammontavano a circa cinquemila uomini, mentre le forze dei miliziani islamici venivano stimate ad almeno quattromila o cinquemila uomini, a seconda della provenienza delle informazioni, seppure queste stime potrebbero considerarsi addirittura in ribasso.
Mentre le truppe avanzano su tre lati, il 14 giugno le truppe del Manbij Miltary Council, alleate dell’SDF, hanno incominciato ad avvicinarsi alla città da sud, ingaggiando combattimento con i miliziani islamici, nel tentativo di raggiungere i due ponti sull’Eufrate e poter definitivamente accerchiare del tutto la città.
Nel giro di tre settimane le forze dell’ISIS arretrano su tutti i fronti: a nord le truppe dell’SDF prendono il controllo dell’impianto dello zuccherificio della città, punto strategico della zona industriale; ad ovest le truppe curde avanzano lentamente ma inesorabilmente, quartiere dopo quartiere; ad est i raid della coalizione internazionale hanno aperto della strategiche brecce nella vecchia cinta muraria medioevale, consentendo alle truppe anti-ISIS di portare il combattimento nella città vecchia; infine a sud le truppe alleate dell’SDF hanno quasi completamente liberato la sponda meridionale del fiume.
Le ultime notizie della giornata di ieri riferiscono di aspri scontri che si sono consumati nell’arco di quasi due giorni nella città vecchia. In particolare, mentre le truppe dell’SDF sono quasi riusciti a liberare la vecchia moschea, vari contrattacchi delle forze dell’ISIS verso la direttrice ovest nord-ovest sono stati efficacemente respinti. Le forze dei miliziani neri pare abbiano sofferto pesanti perdite. Fonti non ufficiose parlano anche della cattura, nella zona di operazioni, di tre importanti comandanti ISIS che stavano cercando di fuggire dalla città.

 

Dopo Mosul, sembra che manchi poco anche alla caduta della capitale dello Stato islamico. La perdita di quello che ormai è rimasto l’ultimo centro abitati di rilevanti dimensioni porterebbe le rimanenti, esauste forze del Califfato a ripiegare nelle zone desertiche a ridosso di quello che una volta era il confine fra Siria ed Iraq. Non la migliore delle prospettive per un esercito già demoralizzato dalle recenti sconfitte e provato da anni di combattimenti senza fine.

GLI ULTIMI SVILUPPI MILITARI IN SIRIA E IRAQ

La guerra in Siria e in Iraq non si ferma mai ed è difficile essere sempre al corrente di tutti i fatti più importanti: riassumiamo dunque i principali avvenimenti degli ultimi giorni per tenervi aggiornati sui recenti sviluppi in questo scenario. L’Isis sta subendo pesanti contraccolpi, ma continuano le divisioni fra le potenze che lo combattono. Inoltre negli ultimi giorni i confini della Siria sono stati interessati da aspre tensioni, a sud fra Israele e Siria e a nord fra Turchia e milizie curde.

Suddivisione del territorio siriano al 29 giugno 2017: in rosso le zone controllate dalle forze pro-Assad, in nero quelle in mano all’Isis, in bianco quelle in mano ad Al-Nusra, in verde quelle in mano ai curdi, in beige quelle controllate dai ribelli (da Wikimedia Commons; Ermanarich, Syrian Civil War map, CC BY-SA 4.0)

L’ISIS A RAQQA È ACCERCHIATO

La città di Raqqa, in mano all’Isis, continua a essere assediata dalle Forze Democratiche Siriane (FDS), sigla che indica una coalizione di milizie in maggioranza curde con elementi arabi e assiri. Raqqa è di fatto la capitale dello Stato Islamico in Siria e ormai è circondata su tutti e quattro i lati: le FDS, supportate dall’alleanza a guida statunitense, affermano che la sua riconquista “è solo questione di tempo”.

Nel frattempo però vengono lanciate alcune accuse alla coalizione guidata dagli USA, che secondo Amnesty International ha utilizzato munizioni al fosforo bianco in modo illegale nella periferia Raqqa: l’uso di questa arma è infatti vietato nelle vicinanze di insediamenti di civili (il comunicato di Amnesty International risale al 16 giugno).

 

AVANZANO LE TRUPPE LEALISTE IN SIRIA, MENTRE L’ISIS ARRETRA SU VARI FRONTI

La situazione del conflitto in Siria vede un generale arretramento delle forze dell’Isis, che sta perdendo terreno su vari fronti, oltre che a Raqqa. Le forze governative siriane stanno avanzando verso Deir El Zor, città assediata dall’Isis da tre anni, e hanno conquistato alcuni villaggi a sud di questa città, vicino al confine con l’Iraq, a quanto riporta l’agenzia di stampa iraniana Fars. Inoltre i lealisti e le milizie loro alleate sono avanzate ulteriormente a est di Palmira, avvicinandosi alla città di Sukhna, in mano all’Isis.

La situazione resta comunque molto delicata, dato che il 19 giugno un caccia americano F/A-18 Super Hornet ha abbattuto un jet SU-22 siriano, accusato da Washington di aver colpito aree occupate dalle milizie curdo-arabe sostenute dagli Usa. L’abbattimento ha avuto luogo presso Resafa, località non distante da Aleppo, dove i lealisti erano avanzati rapidamente nelle settimane precedenti entrando in contatto con le formazioni curde. Pronta è arrivata la condanna di Mosca, che ha definito l’azione un “atto di aggressione” e di “violazione del diritto internazionale”.

La tensione fra Russia e Stati Uniti è salita ulteriormente quando il 26 giugno un comunicato della Casa Bianca ha affermato che “gli Stati Uniti hanno identificato potenziali preparativi per un altro attacco chimico del regime di Assad” e che nel caso ciò dovesse verificarsi “lui e il suo esercito pagheranno un prezzo alto”. Questo comunicato ha colto di sorpresa vari esponenti dello stesso esercito americano, e la sua motivazione è rimasta incerta. Non è chiaro se l’avvertimento volesse essere un deterrente o se il suo obiettivo fosse quello di mandare un segnale di forza, oppure di preparare il terreno per un successivo attacco contro la Siria. Il giorno successivo al comunicato il portavoce del Pentagono Jeff Davis ha detto che gli Stati Uniti hanno di recente notato alla base aerea di Shayrat delle attività che ritengono collegate all’uso di armi chimiche, pur non dicendo come gli Stati Uniti abbiano raccolto queste informazioni. Nessun funzionario ha specificato il grado di rischio attribuito a un’azione simile e i portavoce della Casa Bianca non hanno aggiunto ulteriori chiarimenti. Il governo siriano ha vigorosamente negato le accuse, definendo il comunicato della Casa Bianca una provocazione, mentre la Russia le ha bollate come “inaccettabili”. Il governo siriano era stato accusato dagli Stati Uniti di aver effettuato un attacco chimico il 4 aprile, anche se le responsabilità e l’effettivo svolgimento degli eventi sono ancora dibattute e poco chiare.

 

FORSE UCCISO AL-BAGHDADI

Abu Bakr Al Baghdadi, leader dell’Isis, la cui sorte è incerta

Il capo dell’Isis Al Baghdadi forse è stato ucciso in un raid dell’aviazione russa nella periferia della città siriana di Raqqa, dove si teneva una riunione di alti comandanti dello Stato Islamico. L’informazione è stata diffusa il 16 giugno dal ministero degli Esteri russo, anche se non è stata confermata dal ministro Lavrov, né dalla coalizione a guida Stati Uniti né dal governo siriano. Il 23 giugno, a quanto riporta l’agenzia di stampa Interfax, il capo del comitato di difesa del Consiglio della Federazione russo (la Camera Alta del Parlamento) Viktor Ozerov ha affermato di credere che la probabilità che il capo dello Stato Islamico sia stato ucciso è vicina al 100 per cento. La sua morte sarebbe uno dei colpi più duri al gruppo jihadista nella guerra che infuria contro l’Isis da ormai tre anni.

 

L’ISIS PERDE ALTRO TERRENO A MOSUL

Mentre a Raqqa è circondato, l’Isis perde terreno anche a Mosul, città che di fatto è la sua capitale in Iraq. L’esercito iracheno infatti sta avanzando, supportato dalla coalizione a guida statunitense, e il 28 giugno ha ripreso due quartieri nella città vecchia di Mosul. Il generale Jabbar al-Darraji ha comunicato alla televisione di stato che “il cinquanta per cento di questa area è stato liberato”. Il 29 giugno le truppe irachene hanno conquistato la Grande Moschea di Al-Nuri, che otto giorni prima era stata fatta saltare in aria dai jihadisti. Proprio in quella moschea tre anni fa era stato proclamato il Califfato dello Stato Islamico. Si tratta di una vittoria simbolica di grande spessore per l’esercito iracheno, che infligge così un duro colpo al morale dei miliziani dell’Isis. La battaglia per Mosul dura da oltre otto mesi ma sembra avviarsi ormai alla sua conclusione, nel segno di una sconfitta per l’Isis.

 

TENSIONI AL CONFINE FRA SIRIA E ISRAELE

Si sono registrate tensioni al confine fra Siria e Israele: a quanto riporta Reuters, Israele ha comunicato di aver bombardato il 23 giugno installazioni militari del governo siriano e due carri armati dopo che alcuni proiettili provenienti dalla Siria avevano colpito le alture del Golan, zona occupata da Israele. Secondo una fonte militare siriana però gli attacchi di Israele hanno colpito anche un palazzo uccidendo dei civili. L’esercito siriano ha affermato che i colpi che hanno raggiunto il territorio in mano a Israele erano proiettili vaganti e ha definito l’attacco israeliano una “inaccettabile violazione” di sovranità. La zona interessata da questi eventi è la provincia di Quneitra, al confine fra le alture del Golan (occupate da Israele) e la Siria, dove l’esercito regolare siriano combatte contro fazioni ribelli, che comprendono milizie islamiste. Non è la prima volta che Israele colpisce la Siria durante il conflitto.

 

SCONTRI FRA TURCHI E CURDI NEL NORD DELLA SIRIA E DELL’IRAQ

Miliziani curdi dell’YPG presso Raqqa (Reuters)

Nel nord della Siria le forze turche e le milizie sostenute dalla Turchia si contrappongono alle truppe curde dell’YPG, sostenute dagli Stati Uniti. L’esercito turco ha affermato che l’YPG ha colpito la sera del 27 giugno le milizie dell’Esercito Siriano Libero, sostenute dalla Turchia, nella città di Azaz nel nord della Siria. Durante la notte fra 27 e 28 giugno l’esercito turco ha reagito con uno sbarramento d’artiglieria, distruggendo obiettivi curdi. Lo scontro fra curdi e turchi coinvolge anche il nord dell’Iraq, dove a quanto riporta l’esercito turco l’aviazione ha ucciso sette combattenti del PKK.

Il ministro della Difesa ha avvertito che Ankara reagirà contro ogni mossa pericolosa dei curdi dell’YPG e sembra che la Turchia stia rinforzando la sua presenza militare nel nord della Siria. Già l’anno scorso la Turchia aveva inviato truppe in Siria per supportare i ribelli dell’Esercito Siriano Libero, che combattono sia contro lo Stato Islamico sia contro le milizie curde. La Turchia infatti tratta come terroristi i curdi dell’YPG, i quali però sono sostenuti dagli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis. Stati Uniti e Turchia dunque, pur essendo alleati nella NATO, sostengono fazioni contrapposte nella guerra in Siria.

Gli ultimi giorni del Califfato

Le milizie dello Stato islamico arretrano su tutti i fronti. Foschi scenari si mostrano all’orizzonte del dopo-ISIS.

Sembra che ormai sia rimasto poco da attendere, la fine del Califfato appare ormai vicina. I confini dell’ISIS negli ultimi mesi si sono ridotti inesorabilmente a causa degli incessanti attacchi da parte della coalizione e dei peshmerga curdi, rendendo il territorio occupato dallo Stato islamico un intricato dedalo di enclavi e sacche di resistenza, collegate fra loro da dei sottilissimi lembi di territorio occupato. Sufficienti, nella migliore delle ipotesi, a mantenere ancora attive delle precarie linee di rifornimento.

Le due più importanti città del Califfato sono ormai da settimane assediate dalle forze anti-ISIS: Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, conquistata dai miliziani nel 2014, sta per essere liberata dalle forze speciali irachene e dai combattenti curdi; le periferie di Raqqa, la capitale de facto dello Stato islamico, sono diventate teatro di violenti scontri casa per casa. Lo stato maggiore iracheno, circa tre giorni fa, ha annunciato di sperare di poter terminare le operazioni di Mosul entro la fine del Ramadan, che cade il 27 giugno. I miliziani arretrano su tutti i fronti, non riuscendo più a tenere testa né alla macchina bellica irachena e siriana, supportate rispettivamente dagli apparati americano e russo, né alla determinazione dei combattenti curdi. Molto scalpore ha fatto recentemente la notizia che l’ISIS stesso abbia dinamitato il minareto della moschea di al-Nuri, nella città vecchia di Mosul. La stessa moschea dalla quale il leader dello Stato islamico, al-Baghdadi, annunciò con un famoso sermone la nascita dell’ISIS.

Tuttavia, il sollievo che il mondo occidentale, e non solo, potrà provare dopo che il Califfato avrà cessato di esistere probabilmente non durerà a lungo. Già altre problematiche si addensano come fosche nubi all’orizzonte. Innanzitutto, sarà problematica la ri-occupazione dei territori ora controllati dall’ISIS da parte dei precedenti proprietari, con la Siria di al-Assad spalleggiata dalle forze russe e quelle irachene supportate dagli americani. Il dialogo dovrà instaurarsi fra controparti esasperate e che mal si sopportano, in uno scenario altamente militarizzato.

Inoltre non bisogna dimenticare la spinosa questione del popolo curdo, le cui rivendicazioni territoriali andranno sicuramente a scontrarsi da un lato con l’Iraq, che ha sempre negato l’effettiva indipendenza del Kurdistan iracheno, e dall’altra con la Turchia di Ergogan, il quale considera le forze combattenti curde nient’altro che il braccio armato del partito comunista curdo, il PKK, considerato dalla Turchia alla stregua di un’organizzazione terroristica.

Un altro spinoso problema sarà quello delle sacche di ribellione e resistenza siriane al regime di Bashar al-Assad: finora si era riuscito a trovare un precario, per quanto utile, equilibrio fra il potere centrale di Damasco e le varie sacche di resistenza ribelli, tanto più che le fino ad oggi è stato comprensibilmente necessario impiegare la maggior parte delle forze disponibili contro il Califfato. Queste problematiche potrebbero trovare un efficacie terreno di risoluzione nella profusione di incontri e proposte di accordi bilaterali e plurilaterali che sicuramente avranno luogo immediatamente dopo la fine dei combattimenti conto i miliziani neri. Per quanto, purtroppo, ci sembri che la possibilità di addivenire a una risoluzione diplomatica delle attuali questioni mediorientali sia assai remota.

Helmut Kohl, il “Cancelliere delle due Germanie”

Dopo una lunga malattia, si è spento all’età di 87 anni l’artefice della riunificazione della Germania.

Nella giornata di ieri è venuto a mancare all’età di 87 anni Helmut Kohl, il “Cancelliere delle due Germanie”. Da ormai 9 anni conduceva una vita sedentaria, colpito tragicamente da un ictus nel 2008, che aveva  gravemente pregiudicato la sua capacità di muoversi ed esprimersi. Leader storico dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU), il partito cristiano-liberale della Germania, è stato anche l’uomo che più a lungo ha ricoperto la carica di Cancelliere, subito dopo Otto Von Bismarck: dal 1982 al 1998, prima della Germania Federale, poi finalmente della Germania “riunificata”.

Il principale merito riconosciutogli è quello di aver portato avanti con lucida determinazione il progetto di riunificazione delle due Germanie, quella federale e quella Democratica filo-sovietica, conclusasi nel 1990. Egli riuscì a compiere un capolavoro diplomatico, approfittando da un lato dell’allentamento della morsa sovietica di Gorbaciov sulla Germania orientale, dall’altro guadagnandosi l’appoggio dell’allora presidente francese Francois Mitterrand: infatti, contrariamente a quanto si può pensare, molti leader e capi di Stato dell’Europa libera non guardavano favorevolmente all’ipotesi di una Germania nuovamente riunificata, in quanto temevano il suo potenziale e i possibili squilibri geopolitici di una nuova “grande Germania”. Celebre è rimasta la frase dell’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il quale dopo la caduta del Muro di Berlino sentenziò: “Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due.”

Questo successo fu dovuto in gran parte anche alla sua assicurazione che una Germania unita avrebbe potuto fare molto per il processo di integrazione europea. Dopotutto, egli era celebre per il suo profondo spirito europeista, ed ancora oggi, soprattutto in Germania, viene ricordato come una delle figure più importanti del processo di creazione dell’Unione. Fu colui che dapprima riuscì a far parificare, in occasione della riunificazione del 1990, il marco federale al marco democratico, pesantemente svalutato; ed in seguito riuscì a convincere i tedeschi ad accogliere l’euro al posto del lor amato marco, forse uno dei pochi, veri simboli di unità che erano rimasti al popolo tedesco durante la Cortina di Ferro.

Dopo la sconfitta elettorale subita nel 1998 ad opera dell’SPD, si ritira definitivamente dalla vita politica, pur divenendo presidente onorario del CDU. Tuttavia la sua reputazione viene duramente colpita dallo scandalo che nell’anno successivo investe lui e il suo partito, accusato di avere per anni goduto di finanziamenti irregolari. Lo stesso Kohl viene accusato di aver gestito durante gli anni del suo Cancellierato fondi neri del partito, al punto da costringerlo nel 2000 a rinunciare alla presidenza onoraria.

 

 

La Guerra dei sei giorni

Sono passati 50 anni da quando il 5 giugno del 1967, nella stessa ora in cui viene pubblicato questo articolo, le forze aeree israeliane aprivano il fuoco contro le installazioni militari dell’aeronautica egiziana nella penisola del Sinai. Dopo poche ore, e due ondate di bombardamenti, gli aerei israeliani distruggono a terra più della metà degli apparecchi egiziani e rendono inutilizzabili le piste, lasciando l’esercito di Gamal Abd el-Nasser senza copertura aerea per i cinque giorni a seguire. Il piccolo Stato di Israele è riuscito in meno di una settimana non solo a sconfiggere sul campo di battaglia l’Egitto, la Siria e la Giordania, ma a vincere in maniera fulminante la guerra, pur avendo schierate quasi metà delle truppe avversarie. Nei mesi precedenti sia la Siria che, in particolare, l’Egitto stavano preparando le proprie truppe, convinti (anche grazie a dubbie informazioni di fonte sovietica) che gli israeliani a loro volta si stessero preparando per una azione su larga scala: essi, al contrario, non stavano facendo altro che premunirsi per una eventuale ritorsione nei loro confronti a causa delle loro continue provocazioni (anche armate) nei confronti di Giordania e Siria. La scintilla che provocò lo scoppio della guerra fu la decisione, da parte di Nasser, deciso a forzare la mano, di interdire al traffico navale israeliano gli stretti di Tiran, precludendo agli israeliani il loro unico sbocco nel Mar Rosso.

Oggi, 10 giugno del 2017, ci sembrava doveroso ricordare un anniversario così importante come il cinquantenario dalla fine della Guerra dei sei giorni, durante la quale il mondo ha rivissuto la celebre lotta di Davide conto Golia, quello che ancora oggi in Israele viene ricordato come un “miracolo”, militare ancor prima che politico. La sera di quel 10 giugno di 50 anni fa, con la cessazione delle ostilità, il piccolo Israele vedeva quadruplicata la sua estensione territoriale, soprattutto conquistando la tanto agognata Gerusalemme, dove famosi scatti ritraggono i soldati israeliani ancora in armi al loro commosso arrivo sotto il Muro del Pianto. Le truppe israeliane diedero una impensata prova di capacità, organizzazione e spirito combattivo, che si riveleranno decisive sei anni dopo nella guerra dello Yom Kippur, rendendo celebri figure di uomini come Ariel Sharon e Moshe Dayan, immortalato mentre attraversa in uniforme, con tanto di elmetto, le vie di Gerusalemme.  Dopo quasi settanta anni dalla nascita dello Stato di Israele, la pace sembra ancora lontana dalla città “tre volte santa”.

Dopo il “Rosatellum”, ecco il “Tedescum”!

Lo stallo sulla legge elettorale sembra aver trovato un punto di sblocco

Dopo mesi di febbrile attesa sembra finalmente giunto il momento che tutti gli italiani (o quasi) stavano aspettando: dopo la bocciatura del famigerato “Rosatellum” è stato in settimana depositato il nuovo progetto di legge elettorale, latinizzato in “Tedescum”, la cui votazione alle Camere sembra sia stata fissata per il 7 luglio. Dopo un il raggiungimento di un accordo fra PD, Movimento 5 Stelle e Forza Italia si è optato per una soluzione ispirata la modello elettorale tedesco, da qui l’appellativo teutonico.Il modello tedesco prevede che l’elettore esprima due voti: il primo elegge un candidato scelto in un collegio uninominale, di modo che il candidato che abbia ricevuto più voti possa sicuramente avere un posto riservato (un modo, si spera, per ridurre la distanza che divide il cittadino con i suoi rappresentanti eletti); con il secondo voto invece, l’elettore individua il partito preferito, in un sistema di liste bloccate, così poi da permettere una redistribuzione proporzionale dei seggi.

Come si è giustamente osservato però, la soluzione che si è adottata non convince tutti fino in fondo. Per prima cosa bisogna considerare che, come per il sistema elettorale tedesco, è prevista una soglia di sbarramento del 5% che ha messo in allarme i partiti più piccoli, in primis Area Popolare di Angelino Alfano. Ci sono state scintille fra il Segretario del PD Matteo Renzi e il Ministro degli Esteri Alfano, il quale teme fortemente che il suo partito, non riuscendo a superare la soglia di sbarramento, rimanga fuori dai giochi.Ma dopotutto lo stesso Matteo Renzi non si è detto entusiasta di questo sistema, che costringerebbe molto probabilmente a scomode alleanze post-voto anche i partiti più importanti del nostro panorama politico. Andrea Orlando, il principale avversario di Matteo Renzi alle ultime primarie del PD, ha addirittura sostenuto che questo sistema, e in particolare la soglia di sbarramento, potrebbero “mettere un tratto definitivo sul centro-sinistra”, arrivando perfino a proporre un referendum interno al partito per decidere le eventuali future alleanze.

Vi sono tuttavia, fra il sistema tedesco e questa sorta di ibrido nostrano, notevoli differenze: poiché il nostro sistema prevede un numero fisso di parlamentari, coloro che verranno eletti nei collegi uninominali verranno scalati dalle liste bloccate in maniera proporzionale. Ma soprattutto, molto probabilmente, non sarà possibile il voto disgiunto fra il candidato prescelto dall’elettore nei collegi uninominali e le liste bloccate individuate dal secondo voto. Queste significative “correzioni” hanno fatto a molti ritenere che l’effettiva somiglianza con il modello tedesco sia ben poca. L’ex Presidente del Consiglio Enrico Letta, intervistato dai giornalisti al Festival dell’Economia di Trento, ha pronunciato parole pesanti nei confronti di questa ultima legislatura, sostenendo che “[…] con questa legge elettorale è peggio che nella prima Repubblica”: l’eccessiva velocità con cui si sta passando dalla proposizione al voto, sostiene l’ex Presidente, non permette che essa sia valutata con la dovuta ponderazione, ed aggiunge che il sistema delle liste bloccate può perfino essere considerato un passo indietro rispetto alla prima Repubblica, dove almeno al cittadino era concesso di scegliere i propri parlamentari.

RUSSIAGATE | Per Donald Trump un giro senza fine sulle montagne russe

Maggio è stato un mese di fuoco sul fronte interno per Donald Trump, con i media statunitensi nuovamente scatenati all’attacco nella questione Russiagate. La situazione è più confusa che mai, il clamore mediatico intorno alla vicenda è enorme e da più parti si grida all’impeachment del presidente. Ma prima facciamo un po’ di chiarezza.

Che cosa significa Russiagate? Con questa espressione (che ricorda il Watergate, ossia lo scandalo che nel 1974 portò alle dimissioni di Richard Nixon dalla presidenza degli Stati Uniti) ci si riferisce allo scandalo relativo alle sospette interferenze della Russia nelle elezioni americane e alla presunta collusione di esponenti della campagna elettorale di Trump con il governo russo. Anche se non risultano prove verificate che confermino ciò, la vicenda ha avuto enorme risonanza ed è uno dei principali cavalli di battaglia dell’opposizione al presidente. Stanno investigando sulla vicenda l’FBI, le commissioni di intelligence del Congresso e il Dipartimento di Giustizia (il cui operato è supervisionato dal procuratore speciale Robert Mueller). Le indagini furono avviate segretamente dall’allora direttore dell’FBI James Comey nel luglio del 2016 e furono successivamente rese note da Comey stesso il 20 marzo del 2017.

È importante sottolineare che, dalle (poche) informazioni note, le indagini non riguardano direttamente la persona di Trump, ma hanno coinvolto membri della sua squadra, in primis Michael Flynn.

Costui, ex generale, fu nominato consigliere per la sicurezza nazionale ma dovette dare le dimissioni già il 14 febbraio, solo 24 giorni dopo essere entrato in carica. Il motivo delle dimissioni fu il fatto di aver comunicato “al vice presidente eletto e ad altri informazioni incomplete sulle telefonate con l’ambasciatore russo”, con il quale, secondo le accuse, avrebbe discusso telefonicamente delle sanzioni applicate dall’amministrazione Obama alla Russia. Michael Flynn era già stato messo in bilico dalle notizie riguardanti suoi contatti con funzionari russi e ora è stato convocato dal Senato per chiarire i suoi rapporti con il Cremlino. È del 23 maggio però la notizia che Flynn si è avvalso del Quinto Emendamento per rifiutarsi di presentare al Senato i documenti relativi ai rapporti con i russi, notizia che di certo non ha calmato le acque.

Il 9 maggio accade un altro evento importante: il direttore dell’FBI James Comey, responsabile delle indagini sul Russiagate, viene licenziato da Trump dopo che sul tavolo del presidente è arrivata una lettera in tal senso da parte del Vice Ministro della Giustizia Rod Rosenstein, che sottolinea l’inadeguatezza di Comey. La motivazione inizialmente addotta da Trump per il licenziamento è il modo in cui Comey ha gestito le informazioni sul caso delle email di Hillary Clinton (il cosiddetto mailgate dell’anno scorso). La Casa Bianca nega subito qualsiasi relazione fra il licenziamento di Comey e l’affare Russiagate, anche se nei giorni successivi all’accaduto Trump ammette di aver considerato anche l’affare russo nella sua decisione e ciò scatena da parte dei democratici accuse di interferenza nelle indagini.

L’ex direttore dell’FBI James Comey, licenziato da Trump il 9 maggio

Nuove accuse di relazioni pericolose coi russi vengono fatte dal Washington Post, il quale afferma che Jared Kushner, genero di Trump e suo importante consigliere, avrebbe proposto una linea di contatto segreta con la Russia in un incontro di dicembre. Sempre il Washington Post afferma che un alto funzionario USA è persona d’interesse nelle indagini FBI sul Russiagate (notizia del 19 maggio) e secondo alcuni si tratterebbe ancora di Kushner, il quale non sarebbe indagato, ma semplicemente sotto controllo. Nonostante l’accusa non sia stata verificata la notizia ha messo sotto pressione ancor maggiore l’amministrazione Trump. Tuttavia l’FBI non ha mai detto esplicitamente che Kushner è un obiettivo delle indagini e inoltre Kushner stesso si è proposto volontario per testimoniare di fronte alle commissioni del congresso.

Un altro evento che scatena clamore mediatico è l’incontro diplomatico fra Trump, alcuni suoi collaboratori, l’ambasciatore russo Kislyak e il ministro degli esteri russo Lavrov nello studio ovale il 10 maggio. In questo incontro Trump condivide delle informazioni su terrorismo e sicurezza aerea (come è in suo pieno potere fare), confermando una linea collaborativa in politica estera con il governo russo. Ma una fuga di notizie scatena la bufera. Il Washington Post accusa Trump di aver condiviso con i russi in questo incontro informazioni classificate e di aver messo a rischio le fonti e il partner che le aveva fornite (secondo il Post un Paese del Medio Oriente). La Casa Bianca risponde che non sono state condivise né fonti, né metodi di raccolta dell’intelligence, né operazioni militari che non fossero già pubbliche, definendo “pienamente appropriato” l’agire del presidente. Infatti il presidente ha ampio potere di declassificare informazioni segrete e quindi la sua azione non sembra essere illegale. Il senso delle accuse è dunque che Trump avrebbe violato l’etichetta dello spionaggio (condividendo con la Russia intelligence fornita da un Paese terzo) e soprattutto avrebbe fatto una mossa incauta verso la Russia, che da molti è vista non come un alleato contro il terrorismo ma come un rivale con cui collaborare il meno possibile. Tale avvenimento, anche se non ha nulla a che fare con le indagini, è stato assorbito ben presto dal clamore mediatico intorno al Russiagate e ha messo ancora più sotto pressione l’amministrazione. Il 17 maggio Putin ha offerto la trascrizione dell’incontro e ora si attendono ulteriori sviluppi.

Il ministro degli Esteri russo Lavrov e Donald Trump

Dall’atmosfera che si respira e soprattutto da quest’ultimo episodio appare come ormai la pressione mediatica sulla questione Russiagate (e più in generale sui rapporti con la Russia) sia altissima. Tuttavia a un occhio attento non sfugge il fatto che ormai tale pressione è intrecciata in parte a motivi politici, che hanno a che fare sia con il tentativo di destabilizzare l’amministrazione corrente e agitare lo spettro dell’impeachment, sia con l’ostilità verso la Russia di alcuni settori politici americani (democratici e repubblicani neocon), settori che non vedono di buon occhio il riavvicinamento alla Russia voluto da Trump. La loro ostilità è ben espressa dalle recenti dichiarazioni del senatore repubblicano John McCain, secondo il quale “Putin è la minaccia più grande, più ancora dell’Isis”.

In realtà allo stato attuale dei fatti le indagini sul Russiagate sono ancora in pieno sviluppo e non sono giunte ad alcuna conclusione certa. Non risultano prove verificate che dimostrino che azioni russe d’interferenza nel processo elettorale erano coordinate con consiglieri della campagna di Trump. Solo con lo sviluppo delle indagini sapremo quanto c’è di vero nelle accuse del Russiagate e se un eventuale procedimento di impeachment sarà giustificato. E ci vorrà del tempo.

G7, Trump protagonista

Taormina accoglie i leader del mondo libero

Giunto a conclusione il G7 di Taormina, splendida vetrina per l’Italia e per la Sicilia, è tempo di tirare le somme.
Quattro le macro aree su cui è stato incentrato il lavoro dei diplomatici e dei 7 capi di Stato: terrorismo, immigrazione, climate change, e  commercio. Dalla diffidenza della stampa internazionale sulla concreta utilità del format G7, fino ai tanti dubbi sulla apertura al dialogo del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ci si era affacciati a questa due giorni di lavoro con tante domande e la sensazione che sarebbero rimaste tali.

Terrorismo, uniti

Vividi sono il dolore e lo sgomento per gli attentati in Egitto e per l’attacco infame a Manchester del 23 maggio, così che la dichiarazione sul terrorismo è forte, pronta e condivisa e si apre proprio con il cordoglio per le vittime del terrore.
Sono quindici i punti con cui il G7 dichiara di voler combattere il terrorismo. “Raddoppiare gli sforzi” è l’imperativo comune, contro il terrorismo e dunque contro la radicalizzazione e la povertà. Maggiori risorse saranno concentrate anche sul web limitando, con la collaborazione dei server provider e dei social media, la diffusione dei contenuti d’odio.

Guerra dunque, cibernetica prima che miltare.
Presto una riunione dei Ministri dell’interno per passare dalle parole all’azione.

Più sviluppo che immigrazione

Nel G7 in cui molto tempo (“un quarto del totale” a detta del Premier Gentiloni) si è dedicato al confronto con i capi di Stato Africani e alla questione delle sviluppo e della crescita del continente nero, sull’immigrazione i 7 dichiarano che: “pur sostenendo i diritti umani di tutti i migranti e rifugiati, riaffermiamo i diritti sovrani degli Stati, individualmente e collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche nell’interesse nazionale e per la sicurezza”.
La collaborazione incondizionata sull’accoglienza non è dunque scontata, lo si è visto anche in territorio Europeo con le difficoltà enormi nella redistribuzione dei migranti.

Lo sguardo sul Mediterraneo dall’alto di Teormina e l'”outreach” sull’ l’Africa hanno però condotto il dialogo sui i binari giusti: sostenibilità, investimenti nelle infrastrutture e digitalizzazione. Questi i passi che verranno fatti per condurre l’Africa sulla strada dell’autonomia economica e politica.

Climate change, risposta americana tra una settimana

7 contro 1. Nessuno si aspettava che i proclami elettorali sarebbero stati messi da parte al primo meeting internazionale ed infatti Donald Trump non arretra, tanto meno d’altra parte i leader di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Giappone e Canada. Il fronte unico delle 6 potenze mondiali appena elencate ha messo nell’angolo la delegazione Americana che ha ottenuto una settimana in più di riflessione del proprio Presidente per redigere la dichiarazione sul Clima e per decidere se andrà rivisto, se sì in quale misura, il coinvolgimento degli Stati Uniti negli accordi di Parigi del 2015.
“Abbiamo preso atto che mentre 6 su 7 confermano gli impegni sull’accordo di Parigi – ha dichiarato Gentiloni -, gli Usa sono ancora in fase di revisione della loro politica. Mi auguro che questa fase si concluda presto e bene”.
Le difficoltà di Trump sono evidenti.
Russiagate tra le mura domestiche, molte questioni spinose da risolvere in terra straniera e un elettorato a cui rispondere. Aspettiamo, ma l’Europa e gli altri leader sul clima non cedono.

Commercio, no al protezionismo 

Anche qui Donald Trump protagonista. Intenzionato a reintrodurre un minimo sistema di dazi e a proteggere le famiglie e gli imprenditori americani, si scontra con la maggioranza dei leader, decisi a mantenere lo stato delle cose. Ancora un sì quindi alla globalizzazione, ma con la consapevolezza che è necessario, almeno in parte, cambiare le regole del gioco per non farsi trasportare da l’ebrezza del libero scambio incondizionato che tanti danni ha fatto alle famiglie della classe media di tutto il mondo.

 

L’aborto fra gli intrecci della politica internazionale

Siamo abituati a pensare la politica internazionale in termini di guerre, di confini, di relazioni economiche e politiche fra gli Stati. Negli ultimi giorni però a dividere il panorama mondiale è stato un tema che di solito non è sotto i riflettori della politica internazionale, un tema delicato dietro il quale si celano enormi interessi e circolano fiumi di denaro da un continente all’altro: l’aborto.

Il ripristino della “Mexico City Policy” da parte di Trump

Tutto ha inizio il 23 gennaio, quando il neo-eletto Presidente degli Stati Uniti Donald Trump firma nello studio ovale un memorandum1 che ripristina la “Mexico City Policy”, abolita da Obama otto anni prima. Con la reintroduzione di tale politica, viene bandito il finanziamento federale degli Stati Uniti a ONG straniere che offrono o promuovono attivamente l’aborto, qualunque sia la provenienza dei fondi usati a tale scopo2 (la politica ha comunque eccezioni per gli aborti in seguito a stupri, incesti o condizioni che minacciano la vita della donna).

Donald Trump firma il memorandum che ripristina la “Mexico City Policy”

È necessario ricordare che anche in precedenza, sotto Obama, la legge USA vietava il finanziamento federale diretto per servizi d’aborto. Ma prima del ripristino della “Mexico City Policy”, le ONG che fornivano o promuovevano l’aborto usando a tal fine fondi non statunitensi, potevano comunque ricevere finanziamenti dagli USA per altri programmi, per esempio la contraccezione.

Trump non ha solo ripristinato la norma, ma l’ha estesa: in passato, quando era stata in vigore sotto Reagan e i Bush, la misura si applicava solo alle organizzazioni che ricevevano finanziamenti dagli USA per la pianificazione familiare, ora invece il requisito di “non eseguire o promuovere attivamente l’aborto” si applica a tutte le organizzazioni che ricevono fondi per attività sanitarie in genere. A tal proposito va sottolineato che gli Stati Uniti sono il maggior singolo donatore ai gruppi che forniscono servizio sanitario nel mondo3. I fondi destinati a programmi di sanità globale costituiscono la voce più ricca della previsione di bilancio del 2017 delle spese degli USA dirette all’estero, ammontando a ben 8,6 miliardi di dollari (fonte: Washington Post4).

Ma quali saranno gli effetti nell’immediato? Secondo Jennifer Kates, vice presidente della Kaiser Family Foundation, in passato la “Mexico City Policy” ha riguardato 600 milioni di dollari di fondi pubblici e la nuova misura ne potrebbe tirare in ballo fino a 8 miliardi5. Comunque vada, saranno ingenti i finanziamenti non più elargiti alle ONG internazionali pro-aborto.

La reintroduzione della norma ha scatenato reazioni contrapposte nella società civile americana. Secondo i gruppi pro-vita finalmente si è riconosciuto che i soldi dei contribuenti non possono essere usati per sostenere organizzazioni di cui molti non condividono gli ideali. Alcuni suggeriscono che i fondi non più conferiti alle ONG pro-aborto potranno essere ridestinati a quelle che forniscono assistenza alle madri senza ricorrere all’interruzione di gravidanza. D’altro canto i gruppi pro-scelta si sono scagliati contro quella che chiamano global gag rule (“legge bavaglio globale”), sostenendo che danneggerà le donne e sarà controproducente, perché aumenterà il numero di aborti insicuri, morti per parto e gravidanze indesiderate6.

Due fra le maggiori ONG sanitarie che sostengono l’aborto nel mondo, cioè l’International Planned Parenthood Federation (IPPF) e la Marie Stopes International (MSI), hanno reso noto che non si adegueranno alla norma e dunque perderanno i finanziamenti federali statunitensi. L’IPPF ha parlato di una perdita di fondi per 100 milioni di dollari all’anno3. Anche Marie Stopes International perderà una notevole quantità di denaro: dati del governo USA mostrano che fra 2010 e 2015 il solo programma governativo SIFPO (Support for International Family Planning Organizations) ha permesso il conferimento a tale gruppo di circa 40 milioni di dollari7. Per avere un’idea dell’attività di queste organizzazioni basta leggere il “Rapporto sull’Impatto Globale” della Marie Stopes International: nel solo 2015 questa associazione ha eseguito ben 3,4 milioni di aborti e cure post-aborto in tutto il mondo8. Infatti obiettivo di queste ONG è, oltre a fornire servizio sanitario, diffondere ed estendere i cosiddetti “diritti riproduttivi”, fra i quali appunto il diritto all’aborto.

I legami politici delle ONG pro-aborto dalle Nazioni Unite alla Clinton

Ovviamente gli interessi in gioco sono grandi e superano il mero dato finanziario. Infatti i legami politici delle ONG sanitarie pro-aborto sono numerosi e si estendono a tutto il mondo, comprendendo anche attività di pressione sui governi e sull’opinione pubblica degli Stati in cui l’aborto non è ancora legale. Nonostante la loro attività non sia sempre cristallina, godono di un’influenza enorme sui Paesi cosiddetti in via di sviluppo e spesso hanno rapporti privilegiati con le Nazioni Unite. Basti pensare che la già citata IPPF è attiva in oltre 180 Paesi attraverso gruppi affiliati e altre associazioni ed è supportata da istituzioni potenti, come il fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNPFA), la Banca Mondiale e la Commissione Europea, che fra il 2010 e il 2015 destinò circa 20 milioni di euro all’IPPF (fonte: European Central Database). Considerati i forti rapporti di potere di queste ONG, probabilmente non saranno danneggiate più di tanto dalla decisione di Trump.

Rapporti di potere: Hillary Clinton parla a un evento della Planned Parenthood, ONG sanitaria pro-aborto

L’intreccio politico si allarga quando si scopre che alcuni progetti a cui partecipano l’IPPF9 e Marie Stopes International10 sono supportati anche dalla fondazione Clinton. Non è un mistero che la Clinton sia un’accanita sostenitrice dell’aborto: fra le altre cose, nel 2003 votò al Senato contro il divieto all’aborto con nascita parziale (Partial Birth Abortion Act). Ma c’è dell’altro. Hillary Clinton è molto legata anche a un’altra associazione pro-aborto: Planned Parenthood, filiale statunitense della già citata IPPF e organizzazione controversa che nel 2015 fu colpita da uno scandalo riguardante la vendita di tessuti fetali di bambini abortiti11.

Nelle presidenziali 2016 Cecile Richards, presidente di Planned Parenthood, diede il suo sostegno alla Clinton e l’organizzazione finanziò copiosamente la campagna elettorale dei democratici. Attraverso il suo braccio politico Planned Parenthood Action Fund e donazioni di individui e comitati legati all’associazione, il gruppo arrivò a donare direttamente 1.100.272 dollari ai democratici, senza contare i fondi investiti in attività di lobbismo (fonte: Center for Responsive Politics – 8 febbraio 2017)12.

 

Scontro aperto fra pro e antiabortisti

Dati questi presupposti, i rapporti con il neo-eletto presidente Trump non potevano essere dei migliori. Il 21 gennaio 2017, proprio il giorno successivo all’insediamento di Trump, la Marcia delle Donne invade le strade di Washington per protestare contro Trump. Ma l’evento, fatto passare per spontaneo e popolare, non avrebbe mai avuto così tanta risonanza senza l’appoggio decisivo di gruppi potenti, fra i quali proprio Planned Parenthood, che è premier partner della marcia13 e il cui simbolo campeggia in bella mostra su alcuni cartelli dei manifestanti e sul palco da cui intervengono gli oratori. È un’occasione per l’organizzazione di mostrare i muscoli e di farsi pubblicità davanti al mondo, facendo vedere quanto sia forte la lobby abortista.

Il 23 gennaio Trump risponde ripristinando la “Mexico City Policy”.

Il nuovo scontro fra abortisti e antiabortisti, ormai infuocato, non rimane circoscritto ai confini statunitensi e arriva in Europa, dove le classi dirigenti socialdemocratiche colgono l’occasione per rimarcare ancor più la loro distanza dal neoeletto presidente statunitense. Il 24 gennaio, appena un giorno dopo l’ordine esecutivo di Trump, avviene un colpo di scena, sicuramente già pronto nel cassetto e tirato fuori con magistrale tempismo. Il ministro olandese per il commercio internazionale e la cooperazione per lo sviluppo, Lilianne Ploumen, lancia un’iniziativa di raccolta fondi dal nome “She Decides” (“Decide Lei”) per finanziare le organizzazioni internazionali pro-aborto che perderanno i fondi federali USA per effetto della “Mexico City Policy”14. Un tema di bioetica entra dunque con prepotenza nella politica internazionale e, mentre i media dipingono Trump come un oppressore dei diritti delle donne, i socialdemocratici europei – in pieno declino politico – cercano di riguadagnare parte della popolarità perduta accreditandosi come eroi anti-Trump.

Lilianne Ploumen, ministro olandese per il commercio internazionale e la cooperazione per lo sviluppo e lanciatrice del fondo “She Decides”

L’iniziativa – si legge sul sito ufficiale – “mira ad aumentare il supporto finanziario e politico per la salute sessuale e la pianificazione familiare nel mondo e a mitigare l’impatto dei diminuiti fondi USA”15. Si comprende dunque che la questione dell’aborto a livello mondiale è innanzitutto una questione politica: vi sono organizzazioni sanitarie e Stati che ne supportano apertamente la legalizzazione e la diffusione in tutto il mondo, in un’operazione che alcuni definiscono di estensione dei diritti umani e di miglioramento della sanità globale, altri invece di mero colonialismo ideologico.

Infatti la presenza delle ONG sanitarie che hanno fra i loro obiettivi la diffusione del diritto all’aborto e della sua pratica è rilevante nei cosiddetti Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo, spesso poco indipendenti politicamente e in mano a governanti corrotti: vi è dunque il rischio che essi divengano ostaggio di queste potenti organizzazioni pro-aborto. Come a dire: “se vuoi che offriamo assistenza sanitaria al tuo popolo, devi lasciarci promuovere l’aborto”. Questi gruppi internazionali, come visto, dispongono di grandi finanziamenti e sostegni politici, grazie ai quali possono facilmente installarsi in molti Paesi e agire direttamente per la legalizzazione dell’interruzione di gravidanza o per l’estensione delle norme a essa relative, infiltrandosi nelle questioni interne di altre nazioni. Perciò viene spontaneo chiedersi: siamo forse di fronte a un nuovo colonialismo? Inoltre il sostegno indiscriminato di molti Stati, soprattutto occidentali, permette a queste ONG di sdoganare l’aborto a livello mondiale, facendolo passare come una pratica normale, una semplice cura medica. Infine non dimentichiamo che tali sforzi politico-finanziari sono sostenuti dagli Stati attraverso i soldi dei loro contribuenti, che sono obbligati a pagare per l’aborto e la promozione di esso all’estero.

Tornando all’iniziativa “She Decides”, dopo il lancio del neonato fondo il governo olandese vi destina subito una somma di 10 milioni di euro16, seguito da Belgio e Danimarca17, che contribuiscono con un’identica cifra. Anche Svezia, Canada, Lussemburgo, Finlandia, Capo Verde, Estonia e Portogallo aderiscono al progetto, mentre nel frattempo Australia18 e Norvegia19, pur non supportando direttamente l’iniziativa, annunciano un aumento dei fondi a sostegno della pianificazione familiare e dell’aborto.

Ma non è finita qui.

Il 2 marzo il governo belga ospita a Bruxelles una conferenza ministeriale con lo scopo di far partire il supporto finanziario all’iniziativa. Rappresentanti di circa 50 governi assistono all’evento e intervengono, fra gli altri, l’ideatrice del progetto e ministro dello sviluppo olandese Lilianne Ploumen, la sua controparte belga Alexander De Croo e quella canadese Marie-Claude Bibeau20,21.

Una sorta di alleanza internazionale socialdemocratica si sta formando intorno al tema: se in pochi giorni così tanti governi si stanno schierando in difesa delle ONG pro-aborto, questo è un ulteriore segno che vi sono grandi interessi e legami politici nascosti dietro la promozione della pratica a livello mondiale.

 

Fonti:

  1. https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/01/23/presidential-memorandum-regarding-mexico-city-policy
  2. http://kff.org/global-health-policy/fact-sheet/mexico-city-policy-explainer/
  3. https://www.theguardian.com/world/2017/jan/23/trump-abortion-gag-rule-international-ngo-funding
  4. https://www.washingtonpost.com/graphics/world/which-countries-get-the-most-foreign-aid/
  5. http://www.politico.com/story/2017/01/trump-revives-funding-ban-to-groups-promoting-abortion-overseas-234038
  6. http://edition.cnn.com/2017/01/23/politics/trump-mexico-city-policy/index.html
  7. http://pdf.usaid.gov/pdf_docs/PA00JQ1X.pdf
  8. http://global-impact-report.mariestopes.org/
  9. https://www.clintonfoundation.org/clinton-global-initiative/commitments/experiment-health-financing-and-social-enterprise
  10. https://www.clintonfoundation.org/clinton-global-initiative/commitments/creating-healthiest-generation-ever
  11. http://www.politico.com/story/2015/07/hillary-clinton-planned-parenthood-ties-120794
  12. https://www.opensecrets.org/orgs/totals.php?id=D000000591&cycle=2016
  13. https://www.womensmarch.com/partners/
  14. https://www.nytimes.com/2017/02/20/health/lilianne-ploumen-abortion-gag-rule-she-decides.html?_r=1
  15. https://www.shedecides.com/the-initiative.html
  16. https://www.government.nl/latest/news/2017/01/28/minister-ploumen-launches-she-decides
  17. https://www.devex.com/news/europe-raises-at-least-32-2m-to-plug-global-gag-rule-shortfall-89659
  18. https://www.devex.com/news/australia-responds-to-the-global-gag-rule-89654
  19. http://www.reuters.com/article/us-usa-trump-norway-abortion-idUSKBN15Z1KL
  20. http://www.government.se/4927a5/contentassets/55e247b70faf4f1485e2c58b413c8a10/she-decides-one-pager.pdf
  21. https://www.theguardian.com/global-development/2017/mar/02/countries-to-join-forces-to-raise-funds–safe-abortions-trump-order-conference-global-gag-rule
  22. https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/soldi-ue-per-gli-aborti
  23. https://www.rtbf.be/info/monde/detail_conference-she-decides-181-millions-d-euros-deja-recoltes?id=9543688

 

Presidente PE a Pieve Torina

Il Presidente del Parlamento Europeo visita le zone terremotate

Le immagini sopra si riferiscono a Pieve Torina, mentre sotto possiamo vedere le immagini della visita a Camerino.

 

Ed ecco alcuni brevi video della visita: