L’ambizione della Turchia

Crescono le tensioni intorno ai giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale

Due settimane fa avevamo parlato della particolare situazione in cui si era trovata la nave di esplorazione dell’ENI “Saipem”, quando era stata bloccata dalla Marina militare turca prima di poter raggiungere la sua destinazione a largo di Cipro. La partita che si sta giocando adesso nel Mediterraneo orientale ruota intorno agli enormi giacimenti offshore di gas naturale scoperti a sud dell’isola. In particolare il giacimento chiamato “Afrodite”, che l’organizzazione governativa US Geological Survey ha stimato intorno ai 16 miliardi di piedi cubi di gas naturale. Tutta la zona fra Cipro, il Libano e Israele potrebbe nascondere un tesoro stimato intorno ai 200 miliardi di piedi cubi di gas.

Le mosse della US Navy

Il governo greco-cipriota di Nicosia ha concesso diritti di esplorazione e di sfruttamento ad altre compagnie oltre alla nostra ENI, fra cui Total, Qatar Petroleum e la Exon Mobile: in particolare, il giacimento “Afrodite” è stato assegnato alla statunitense Noble Energy. E’ questo piccolo dettaglio a rendere rilevante lo spostamento nel Mediterraneo occidentale, da parte degli Stati Uniti, di una squadra navale guidata dalla nave da assalto anfibio USS Iwo Jima.

La squadra navale, composta anche dalle navi appoggio USS New York, dalla USS Oak Hill e da un distaccamento di Marines, è un tipico esempio di forza di proiezione dal mare, ed anche se non può godere dell’appoggio di una portaerei (come la VI e la V flotta statunitensi) ha comunque a disposizione diversi cacciabombardieri “Harrier” a decollo verticale. Questa missione deve probabilmente considerarsi una sorta di “assicurazione” dopo le recenti minacce della Turchia ad agire nei confronti di qualsiasi compagnia abbia intenzione di operare senza il consenso di Ankara.

Ankara prende l’iniziativa

Il trattato di pace che aveva posto fine al confitto fra la parte greca e la parte turca dell’isola, con la conseguente nascita della Repubblica di Cipro del Nord (nei fatti, un protettorato della Turchia), prevedeva uno sfruttamento congiunto delle risorse dell’isola. Poiché il governo di Nicosia continua le sue operazioni di trivellazione e con la concessione di diritti di sfruttamento a compagnie internazionali nonostante le proteste della Turchia, quest’ultima ha preso la decisione di condurre operazioni autonome: è stata inviata la nave esplorativa “Piri Reis” nella zona del Blocco 12, di competenza greco-cipriota, ufficialmente per condurre studi sismici a largo di Cipro del Nord e costantemente scortata da cacciatorpediniere e sommergibili.

Contestualmente a questi tentativi di riaffermare la propria autorità a sud delle sue coste, la Turchia ha appena varato una nuova unità di fregata cacciamine, la Heybeyliada (classe Ada F-511), prima nave interamente costruita nei cantieri navali turchi (fonte “LIMES”) ed orgoglio della Marina di Ankara, tanto che lo stesso Erdogan è stato presente alla cerimonia del varo. Il compito della nuova unità sarà principalmente quello di pattugliare la costa meridionale della Turchia e proteggere se necessario il naviglio turco.

Scarse prospettive

Se questo atteggiamento fatto di iniziative unilaterali da parte di Nicosia e di Ankara dovesse continuare, l’obiettivo di una riunificazione dell’isola diverrebbe sempre più lontano. Questi ultimi decenni di divisione hanno portato enormi svantaggi all’isola, sia in termini economici che sotto il punto di vista politico: la peculiare posizione della Turchia in questo contesto è stata negli ultimi anni fonte di tensioni fra la Turchia e l’Unione, di cui la Repubblica meridionale di Cipro fa parte. Già nel 2012 Erdogan aveva minacciato di interrompere le relazioni con l’UE se questa avesse concesso alla Repubblica di Nicosia di assumere la presidenza di turno dell’Unione. La Turchia, che comunque si è detta più di una volta disponibile al dialogo su questo punto, ha comunque il timore che si possa verificare una riunificazione sbilanciata a favore di Nicosia, con conseguente detrimento della popolazione turca di Cipro del Nord.

 

Il programma elettorale del centrodestra

Le principali iniziative della coalizione di centrodestra per le elezioni del 4 Marzo

In questa breve rubrica ci occuperemo dei principali partiti in lizza per Palazzo Chigi. Come non occuparsi per iniziare della coalizione di centrodestra, la favorita secondo gli ultimi sondaggi. Il centrodestra si presenta senza leader, lasciando la decisione al corpo elettorale. Da quanto si evince, detterà la linea di governo il partito che raccoglierà il più alto numero di preferenze all’interno della coalizione. Per chiarezza il centrodestra si presenta composto da: Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia-Unione di Centro.

Il programma

Il documento si presenta come un elenco molto schematico, suddiviso in 10 argomenti, ognuno dei quali contenente una serie di sottopunti. Il tutto è contenuto in una dozzina di pagine, con le firme dei leader in chiusura. Per semplicità riporterò i punti che credo siano i più importanti raggruppati per categorie.

Tasse

Argomento caro al centrodestra anche per questa tornata elettorale. Due le più importanti introduzioni, la Flat Tax e la no tax area. La Flat Tax è un’imposta unica sul reddito, dovrebbe essere al 15%, indipendentemente dal livello dello stesso. Questo ovviamente avvantaggia i redditi superiori hai trecento mila euro, ultimo scaglione per incremento delle tasse nell’attuale sistemazione. L’idea di questa tassa unica è favorire gli investimenti di questi redditi, utilizzandoli come motore per la crescita. Per quello che riguarda la no tax area, l’idea è di non tassare i redditi sotto una certa soglia. Chi farà parte di quest’area pagherà solamente le imposte indirette (vedi IVA).

Rapporto tra le istituzioni

Anche in quest’ambito ritornano gli “evergreen” del centrodestra, tra cui elezione diretta Presidente della Repubblica e la riforma dei rapporti centro-periferia, tanto cari alla Lega. Da non dimenticare la riduzione della presenza dello stato, nel più puro degli spiriti del liberalismo. Presente anche la proposta d’introduzione del vincolo di mandato per i parlamentari e di rispetto del mandato degli elettori.

Politica estera

In generale il programma è europeista, con una richiesta di riforme della comunità e dei singoli trattati. Poi abbiamo la questione dei migranti, con l’obiettivo di tutelare i confini della nazione, rimpatriare i clandestini e stipulare accordi con i paesi dei migranti economici. Molto interessante è la presenza di un sottopunto che cita testualmente ”Piano Marshall per l’Africa”, sarebbe molto interessante poter approfondire tale argomento.

Welfare State

Per partire citerei l’azzeramento della legge Fornero (da sempre cavallo di battaglia della destra), l’ aumento delle pensioni minime, degli assegni familiari e delle pensioni per le mamme, l’incremento dei servizi sanitari e progetti per l’edilizia scolastica. Questi sono solo alcuni dei molti punti del programma per quello che riguarda l’intervento dello stato nella vita del cittadino. Molti punti mettono in primo piano gli anziani e le neomamme, più in generale c’è un chiaro riferimento alle famiglie con figli come soggetto centrale della proposta politica del centrodestra.

 

Conclusioni

Le pecche ci sono, quella che salta subito all’occhio è l’incongruenza tra aumento della spesa pubblica e introduzione di una tassa unica sul reddito. Per quanto mi riguarda la più pericolosa delle proposte è l’introduzione di un vincolo di mandato per i parlamentari, che causerebbe la fine del parlamentarismo, trasformando il sistema democratico in qualcos’altro.  Il programma risulta essere un buon compromesso tra le anime che compongono la coalizione, c’è da dire che non essendo un documento programmatico, il suo valore è indicativo. Sicuramente sarà valido fino al 4 Marzo, ma già dal 5 dello stesso mese potrebbe subire cambiamenti anche sostanziali.

L’ENI perde il braccio di ferro con la Turchia

Dopo due settimane di blocco, la nave esplorativa “Saipem” è costretta a cedere alle minacce della Marina turca.

Nella giornata di ieri la nave dell’ENI “Saipem 12000”, dopo aver compiuto un ultimo, infruttuoso tentativo di aggirare il blocco imposto dalla Marina Militare turca, ha definitivamente lasciato il mare Cipriota facendo rotta verso il Mediterraneo. Questo stallo durava ormai dallo scorso 9 Febbraio, quando cinque unità della Marina turca avevano bloccato la nave esplorativa “Saipem” a 30 miglia nautiche dalla zona che avrebbe dovuto scandagliare per conto della compagnia alla ricerca di giacimenti di gas naturale.

La gelosia di Ankara

Sono anni che l’ENI intrattiene rapporti privilegiati con la Repubblica cipriota, riuscendo sempre ad ottenere concessioni per la ricerca e l’estrazione dei giacimenti offshore in alcuni dei punti più promettenti. Questa ultima missione non sarebbe dovuta essere diversa da tante altre. Tuttavia il governo di Ankara ha inviato le sue navi per impedire alla “Saipem” di raggiungere una zona ritenuta dai turchi di loro pertinenza, considerando qualunque tentativo di sfruttamento delle risorse della zona un affronto alle prerogative della Turchia e, contestualmente, una minaccia alla sovranità della Repubblica turca di Cipro del Nord.

Il Sultano difende le sue colonie

E’ bene ricordare che l’isola di Cipro è divisa in due dall’ormai lontano 1974, quando l’esercito turco ne occupò la parte nord-occidentale: il colpo di Stato architettato dai regime dei colonnelli greci e l’instaurazione di un governo nazionalista filo-greco aveva spinto la Turchia ad intervenire per tutelare la minoranza turcofona dell’isola. Fu dunque creata nel 1983 la Repubblica turca di Cipro del Nord, uno stato fantoccio riconosciuto dalla sola Turchia.

Anche se la licenza di esplorazione ed estrazione era stata concessa all’ENI dalla Repubblica di Cipro (quella legittima), e nonostante la zona si trovi all’interno della ZEE – Zona economica esclusiva della stessa Repubblica, Ankara ha valutato questa operazione come una minaccia ai suoi diritti. Lo stesso Presidente Erdogan il 13 Febbraio, durante una conferenza stampa, aveva imposto alle compagnie straniere di non “superare i limiti”, invitandole a “non sottovalutare la Turchia”.

Le minacce della Marina Militare turca

Ieri questo lungo braccio di ferro ha avuto un esito sfavorevole per la compagnia italiana, dopo l’infruttuoso tentativo del capitano della “Saipem” di aggirare il blocco. In tarda mattinata il vice-portavoce del governo cipriota, stando a quanto riportato da alcune testate greche e cipriote, avrebbe dichiarato che la nave italiana è stata costretta ad invertire la rotta dopo aver ricevuto una minaccia di speronamento da parte di uno dei cacciatorpediniere turco. Ha anche affermato che le autorità marittime cipriote hanno registrato le comunicazioni fra la “Saipem” e le navi turche, garantendo che queste registrazioni sarebbero state rese note all’interno della relazione che Cipro è intenzionata a presentare alle Nazioni Unite. Ha inoltre ribadito l’impegno di Nicosia a voler difendere i propri diritti sovrani e, conseguentemente, di fare in modo che l’ENI possa raggiungere la propria concessioni il più presto possibile.

La perseveranza dell’ENI

Nel frattempo procedono le trattative fra Cipro, Italia e Turchia, con la mediazione dell’Unione Europea, per cercare di trovare una intesa duratura su questo tema, così che possano essere garantiti non solo gli interessi dell’ENI, ma anche quelli di tutte le altre compagnie occidentali che intrattengono rapporti con Cipro. Nel frattempo la nave “Saipem” sta lasciando le acque di Cipro, dirigendosi a moderata velocità verso il Mediterraneo occidentale. L’amministratore delegato dell’ENI Claudio Descalzi, in una recente intervista rilasciata due giorni fa mentre si trovava al Cairo, ha affermato che, a prescindere dalla celerità delle trattative, l’ENI non rinuncerà facilmente alla sua concessione. L’ENI è abituata ad affrontare contenziosi e a gestire situazioni difficili, ha affermato Descalzi, portando ad esempio il caso della Libia. Per quanto riguarda la nave “Saipem”, ha lasciato intendere che una possibile destinazione potrebbe essere il Marocco.

 

Una foto aerea della nave “Saipem 12000”

Conferenza di fine anno del premier Paolo Gentiloni

Il premier Gentiloni tira le somme di un anno di governo e della legislatura

Il 28 si è tenuta presso la sala dei gruppi della Camera, la conferenza di fine anno del premier Paolo Gentiloni. Il primo a parlare è stato Carlo Verna, presidente dell’ordine dei giornalisti, che dopo aver elencato i problemi dell’ordine e le sfide che il giornalismo moderno deve affrontare, ha introdotto il premier.

La conferenza

Il Presidente Gentiloni ha aperto il suo intervento con i classici ringraziamenti alla squadra di governo e a Carlo Verna. Il presidente dell’esecutivo ha presentato i successi della legislatura, tra cui l’uscita del paese dal tunnel della crisi più grave dal dopoguerra. Per il premier importanti traguardi sono stati raggiunti nel 2017. Ha ricordato il perfetto svolgimento del G7 di Taormina, in cui sono state trattate importanti questioni, ampiamente ridiscusse nel G20 di Amburgo. Pietra miliare di quest’anno, è stata la sconfitta militare di Daesh, a cui l’Italia ha contribuito attivamente, col secondo contingente militare più grande in Iraq dopo quello USA.

Economia

Ottimi risultati in questo questo frangente, le proiezioni danno dati in rialzo. L’Italia esce dalla cronica condizione di fanalino di coda dell’Europa. Sul piano dell’occupazione, sono stati creati, grazie al jobs act, un milione di posti a tempo indeterminato mentre la contemporanea crescita dell’export ha portato il paese tra i primi 5 esportatori nel mondo. Menzione anche al decreto salva risparmio, una delle prime decisioni del governo, per aiutare i risparmiatori danneggiati dal fallimento di alcune banche. Il salvataggio è costato ai contribuenti italiani meno rispetto a quello dei loro omologhi tedeschi. Il sistema bancario nazionale rappresenta un’opportunità per il paese, afferma il premier, non un nemico. Certamente le banche hanno dei limiti, ma attraverso l’attenta vigilanza da parte dello Stato, possono rappresentare un motore per la crescita degli investimenti. Industria 4.0, investimenti infrastrutturali, lotta al precariato pubblico chiudono la politica economica della legislatura.

Politica interna

Passando alle migrazioni, il 2017 ha visto importanti risultati sotto quest’aspetto, con una riduzione delle partenze e l’aumento dei rimpatri. Queste politiche hanno portato all’ottimo risultato di ridurre le morti in mare, che comunque rimangono elevate. Per quello che riguarda i diritti civili, d’importanza storica sono l’approvazione di due leggi, quella sulle unioni civili, durante la legislatura, governo Renzi, e quella sul biotestamento, nel mese di Dicembre. Il Premier ha rivolto un appello alla società civile per evitare il disfattismo, soprattutto nelle aree terremotate.

In chiusura

Il premier ha fatto riferimento alle future elezioni, senza fornire date sullo scioglimento delle camere, Mattarella detterà i tempi dei futuri passaggi parlamentari. Il Presidente Gentiloni ha terminato riconfermando l’impegno dell’esecutivo a governare l’Italia fino a quando ce n’è sarà bisogno.

Il question time con i giornalisti

Oltre alle scontate domande sulle future elezioni, ho trovato interessanti quelle relative a:

L’approvazione del DEF ad aprile. La giornalista faceva riferimento alle possibili modifiche da dover applicare alla manovra, a causa del deficit che supera la soglia imposta dall’Europa. Il premier ha risposto che non crede che il suo governo se ne dovrà occupare.

Intervento in Niger. Sono stati chiesti al presidente i motivi della missione. Il premier ha risposto che l’intervento fa parte di una strategia più ampia alla lotta al terrorismo e alla tratta degli umani. I militari italiani opereranno all’interno dei normali criteri usati fin ora nelle operazioni all’estero.

Ius Soli. Al primo ministro Gentiloni è stato fatto notare come la mancata approvazione della legge sulla cittadinanza abbia rappresentato uno smacco per la legislatura. Gentiloni ha giustificato la mancata approvazione in Senato, come unico modo per evitare che la legge venisse bocciata, portando indietro di anni l’iter per l’approvazione.

Problema della leadership nel PD. Il giornalista ha fatto riferimento agli ottimi indici di gradimento del premier e dei pessimi sondaggi del PD. Il premier ha difeso il partito, individuando nello scissionismo, tipico della sinistra, i problemi con l’elettorato.

Conclusioni

La conferenza stampa di fine anno, ha mostrato un leader sicuro, degno di rappresentare l’Italia nel mondo. Dimostrando che la sinistra ha ancora persone di valore nei propri ranghi. Poche ore dopo la conclusione, il ministro degli interni Minniti e il premier Gentiloni si sono recati al Quirinale per un’udienza con Mattarella. Dopo l’incontro, il Presidente della Repubblica, ha decisione per lo scioglimento delle camere. Un Consiglio dei Ministri straordinario, ha votato il decreto col quale s’indicono le elezioni, per il 4 Marzo.

 

Il voto in Catalogna

Analisi del risultato elettorale delle elezioni in Catalogna del 21 Dicembre

 

Sono passati alcuni giorni dalle elezioni seguite allo scioglimento anticipato del parlamento della Catalogna, imposto dal governo centrale il 28 ottobre. Le elezioni sono state indette come risposta al tentativo di Puigdemont di dichiarare la repubblica Catalana.

I separatisti

La forza che preme per l’indipendenza della Catalogna è composta da tre partiti: Cup, Sinistra repubblicana e Junts per Catalogna. In queste elezioni il fronte indipendentista, ha conquistato il 47,5 %, grazie alla divisione dei collegi, occuperà 70 dei 135 seggi. La maggioranza assoluta dell’emiciclo è di 68 seggi.

Junts per Catalogna è il partito del presidente in “esilio” Carles Puigdemont.  Il partito ha avuto un buon successo elettorale, conquistandosi il ruolo di attore principale della transizione. Il leader in esilio ha già richiesto un incontro con Rajoy ma il Presidente spagnolo, che non lo riconosce come intermediario, ha rifiutato.

Sinistra repubblicana è un partito di stampo socialdemocratico, con una forte impronta indipendentista. Il suo leader Oriol Junqueras si trova in prigione per il supporto all’indipendenza. Marta Rovira ha ereditato il partito, ottenendo 32 seggi, configurandosi terza forza dell’emiciclo.

Cup è un partito di estrema sinistra, con una spiccata propensione per l’indipendentismo catalano. L’appoggio all’indipendenza della Catalogna, ha portato il partito a supportare le forze politiche presenti nelle Autonomie Locali spagnole. Ha il suo punto di forza nelle elezioni municipali, nelle aree autonome.

Gli unionisti

La compagine politica che vuole mantenere la Catalogna all’interno della Spagna ha ottenuto un ottimo risultato, con il 52,1 %.  La divisione in collegi gli ha consentito di occupare solo 65 seggi. I partiti unionisti sono: Popolari (PP), Catalunya en Comú, Partito Socialista Operaio Spagnolo, Ciutadans.

 

Partito Popolare è il partito di governo. Ha portato al potere Rajoy con tutti i limiti di un governo senza maggioranza. I popolari sono il principale partito di centro-destra della Spagna. Non hanno mai avuto un gran successo in Catalogna e in quest’ultima tornata elettorale, sono quasi spariti dalla regione. In compenso la linea dura del premier, nei confronti degli indipendentisti, ha premiato i popolari nel resto della Spagna.

Catalunya en Comú è la lista con la quale si presentava Podemos, il supporto della sindaca di Barcellona Ada Colau, non è bastato . Lista di sinistra, durante la campagna elettorale si presentava in una zona grigia, no all’indipendenza, si a al referendum sull’autonomia. Trovarsi nel guado non ha aiutato Podemos che non è riuscito a replicare l’exploit elettorale del 2015.

Partito Socialista Operaio è il più antico di Spagna, in origine di stampo socialista, ora si inquadra ideologicamente tra i partiti socialdemocratici. È il partito “stampella” del governo Rajoy, ha permesso la nascita dell’esecutivo astenendosi nelle questioni di fiducia. Questa elezione non li ha premiati, anche perché la partita politica si giocava sull’indipendenza della regione, argomento sul quale il partito non si è mai pronunciato favorevole.

Ciutadans è il vero vincitore di queste elezioni, formazione creata nel 2005 per contrastare gli indipendentisti Catalani. Nato dall’idea di Albert Rivera e portato al suo miglior risultato dalla leadership di Inés Arrimadas. Grazie all’ottimo successo elettorale, è il primo partito dell’assemblea, configurandosi come principale interlocutore del governo di Madrid.

 

Possibili scenari

Questa situazione istituzionale può portare a tre possibili conclusioni:

  • La prima vede il formarsi di un governo locale guidato dai separatisti. Prima condizione per iniziare il dialogo sarà la scarcerazione dei leader indipendentisti e un lasciapassare per l’esule Puigdemont. Risolto il problema dei leader, i separatisti dovranno decidere se cimentarsi con la secessione, rischiando lo scioglimento dell’assemblea e quindi nuove elezioni. Altrimenti potranno tentare di mediare col governo centrale una maggior autonomia della regione, restando nei canoni della costituzione.
  • La seconda possibilità potrebbe essere la creazione di un governo minoritario unionista, con l’approvazione del governo centrale. Questo governo avrà bisogno almeno di due seggi per insediarsi, o dell’astensione di una parte dei separatisti al momento del voto di fiducia. Superato lo scoglio iniziale, ci si potrà mettere d’accordo con una parte dei separatisti per far uscire la regione dalla palude in cui si trova.
  • La terza via, vede il mantenimento del commissario, per l’impossibilità di creare un governo stabile e che piaccia a Madrid. Costringendo l’esecutivo a indire al più presto nuove elezioni.

Per qualunque novità dovremmo aspettare la fine delle vacanze natalizie della cattolicissima Spagna.

Ora che un conflitto fra Corea del Nord e USA sembra sempre più vicino, la Cina si vuole preparare per ogni evenienza.

Il test missilistico condotto dalla Corea del Nord il 28 novembre ha destato tutti quanti da un torpore che proseguiva dallo scorso settembre, quando era stato compiuto il test dello Hwasong-14. Non che il minaccioso discorso di Trump all’Assemblea Generale dell’ONU fosse stato molto rassicurante, ma ciò nonostante siamo ormai abituati a veementi scambi di opinioni a livello internazionale. I fatti invece valgono più di mille parole. Nell’ultimo mese sembrava che la Corea stesse eccezionalmente cercando di dimostrarsi più conciliante, forse anche considerando il mutato atteggiamento del vicino cinese nei suoi confronti.

Monitoraggio sul confine

La notizia della conclusione del test missilistico dello Hwasong-15 è stata accompagnata da una affermazione delle autorità nordcoreane secondo cui sarebbe ormai possibile per la Corea applicare con successo cariche atomiche a questa generazione di missili, i quali hanno ormai teoricamente l’autonomia sufficiente per poter raggiungere le principali città americane sulla costa del Pacifico.Anche se diversi esperti sono scettici riguardo la reale fondatezza del recente annuncio, tuttavia la Cina ha inviato un contingente di circa 2000 fra soldati e tecnici militari a ridosso del confine con la Corea, ufficialmente per monitorare le eventuali emissioni radioattive a ridosso del confine sino-coreano. Si tratta del terzo dispiegamento di forze su un confine già blindatissimo.

L’alleanza sino-coreana sembra ormai un ricordo

L’atteggiamento della Cina nei confronti del suo piccolo ma rumoroso vicino è mutata molto in questi ultimi anni: sin dai tempi della Guerra di Corea la Repubblica cinese è sempre stato, seppur con fasi alterne, un vero alleato della Corea del Nord. Tuttavia, a partire dalla morte di Kim Jong-il è cominciato un lento processo di deterioramento delle relazioni bilaterali che si è acuito durante questi anni di Presidenza di Kim Jong-un. Anche se per motivi diversi e con differenti modalità, sia la Cina che gli Stati Uniti desiderano ridimensionare la Corea del Nord. Ai cinesi, in particolare, risulta molto comodo avere uno Stato cuscinetto ideologicamente affine nella penisola coreana, così da controbilanciare l’influenza sudcoreana e giapponese e, in ultima analisi, quella americana. A patto però che vengano rispettate certe condizioni. In merito si è espresso recentemente Shi Yinhong, uno dei consiglieri del governo cinese, sul quotidiano “South China Morning Post” ha definito la Corea del Nord una “bomba a tempo”. Uno dei tanti segnali di aperta insoddisfazione che il Celeste Impero sta dimostrando.

Proposte cinesi

Già da tempo i cinesi suggeriscono una soluzione implicante una concessione reciproca: la Corea del Nord dovrebbe sospendere i sui test balistici e il suo programma nucleare mentre le forze americane e sudcoreane dovrebbero cessare i periodici cicli di addestramento ed esercitazione vicino al 38° parallelo. Dopotutto, non bisogna dimenticare che la principale motivazione addotta dal regime nordcoreano per giustificare il suo programma nucleare sono proprio le “minacce” alla sua sicurezza dovute alla presenza di truppe americane in Corea del Sud (“minacce” che furono addotte a suo tempo dalla Corea del Nord come causa del suo recesso dal Trattato di Non Proliferazione nucleare). Tuttavia questa proposta viene sempre sostenuta inaccettabile dagli Stati Uniti.

L’ipotesi peggiore

Il giornale di Hong Kong “Oriental Daily” ha riferito la notizia che China Telecom sta pianificando l’installazione di infrastrutture per cinque campi profughi al confine con la Corea del Nord. Dato che molti elementi cinesi sembrano ormai considerare un conflitto nella zona come inevitabile, vi è la preoccupazione di come gestire l’enorme massa di profughi che dalla penisola si getterebbe verso il territorio cinese cercando rifugio in caso di guerra . Ma c’è anche chi pensa che Pechino stia progettando qualcosa di ancora più significativo: sono circolate voci circa la possibilità che le forza armate cinesi stiano attuando le fasi preparatorie e logistiche per un massiccio intervento armato nella Repubblica Democratica di Corea, con o senza l’assenso di Kim. Magari per cercare di mettere al sicuro l’arsenale nordcoreano nel caso vi sia un significativo rivolgimento dello status quo. A sostegno di questa teoria viene addotta la costruzione di una enorme autostrada a sei corsie in territorio mancese, diretta verso il confine con la Corea del Nord. Una eccellente arteria stradale per poter far affluire rapidamente uomini, mezzi e materiali.

 

 

 

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele

Analisi degli ultimi eventi accaduti in Palestina, all’ombra di Trump

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato il 6 Dicembre, l’atto col quale ha disposto il trasferimento dell’ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.  Con questa mossa Trump ha riconosciuto ufficialmente la città Santa capitale d’Israele.

La decisione di Trump

The Donald, pare aver deciso unilateralmente di spostare l’ambasciata, andando contro i pareri dei suoi segretari e consiglieri. L’unico a essere favorevole al progetto, è il senior Advisor Jared Kushner, cognato del presidente, la cui famiglia ha legami parentali storici col premier israeliano Benjamin Netanyahu. Se la decisione sembra presa in solitaria, va ricordato che è nelle prerogative presidenziali la possibilità di spostare la sede delle ambasciate. In questo caso, così facendo, il POTUS ha eliminato la sospensione alla legge congressuale del 1995 che riconosceva Gerusalemme capitale d’Israele.

La risposta dei palestinesi

La risposta di Hamas non si è fatta aspettare, poche ore dopo la dichiarazione, hanno avuto inizio i primi disordini che, con il passare dei giorni, si sono trasformati in guerriglia urbana. Gli israeliani non si sono fatti cogliere impreparati, riuscendo ad arginare i manifestanti. Al momento in cui l’articolo è redatto il numero dei feriti, è di almeno 1250 e 4 morti. L’Autorità palestinese, non cela la volontà di chiamare una nuova Intifada, se la situazione non si dovesse stabilizzare.

Il mondo arabo

Da sempre diviso da problemi religiosi e d’influenza, il mondo arabo scopre nella questione palestinese un background comune. Niente unisce gli arabi come gli scontri tra palestinesi e israeliani, anche questa volta, la risposta non si è fatta attendere. Nella riunione del 9 Dicembre a Il Cairo, la Lega Araba oltre a denunciare le prevaricazioni d’Israele, ha richiesto una riunione del consiglio di sicurezza dell’Onu. La riunione verterà sulla decisione dell’America e i paesi della Lega sperano che al momento delle votazioni, l’unico veto sia quello degli Usa. Dimostrando così che la decisione di Trump non è supportata dalla comunità internazionale. Il 13 Dicembre l’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) ha riconosciuto “Gerusalemme est come capitale dello stato di Palestina occupato”.

Sostenitori e Detrattori

Al momento la decisione di The Donald non ha conseguito il successo sperato. Il supporto è, ovviamente, arrivato solo da Israele. L’Europa molto attenta al problema, a causa dell’alto numero di musulmani presenti nel continente, tiene un basso profilo. All’unanimità è stato stabilito il rifiuto della decisione americana, appellandosi alle risoluzioni del consiglio di sicurezza dell’Onu. L’unico paese che esce dal coro è la Francia di Macron, la quale pur condannando la scelta americana tenta di trovare un in Erdogan un mediatore. Il presidente turco, critica duramente la decisione di Trump, nel tentativo di sostituire l’Arabia Saudita nel ruolo di leadership dei paesi Sunniti. Quest’ultima, in questo frangente, mantiene un atteggiamento distaccato.

Le motivazioni degli USA

Gli Stati Uniti, possono aver deciso di muoversi in questo modo, per due ordini di motivi: il più probabile è il tentativo di sbloccare la situazione in cui si trovava la Palestina, toccando uno dei taboo principali. L’altra possibilità, meno credibile, può riguardare la determinazione di Trump di ricondurre il paese nell’isolazionismo. Se il motivo era scongelare la questione palestinese, gli è riuscito, costringendo entrambe le comunità ad aprire un tavolo delle trattative sulla situazione di Gerusalemme. In caso l’obiettivo fosse il disimpegno, la situazione si fa problematica. Se gli USA vogliono mettere da parte i panni del poliziotto, dovranno risolvere i dossier rimasti aperti con metodi tradizionali, altrimenti rischiano di peggiorare, la già instabile, situazione internazionale.

La legge sul Biotestamento

Biotestamento, breve analisi della legge appena approvata in parlamento

Il biotestamento è uno degli argomenti caldi nel panorama politico. Su questo e lo Ius soli si combattono le ultime battaglie di questa legislatura. Vediamo di fare un po’ di chiarezza sul biotestamento.

Biotestamento vs Eutanasia

Per Biotestamento s’intende la legge riguardante le “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento sanitario”. La legge racchiude le norme che permettono al malato di decidere quando far cessare nutrizione e idratazione, venendo accompagnato verso la fine dei giorni. Da non confondere con l’eutanasia, la quale rappresenta un suicidio assistito, di solito provocato tramite cocktail di sonniferi.

Il contenuto della legge

Le norme principali contenute nella legge sono:

  • Consenso informato. presente nel sistema sanitario nazionale per quello che riguarda la conoscenza dei rischi che il paziente corre sottoponendosi a un’operazione. Con la nuova legge sarà arricchito con le norme in materia di trattamento sanitario anticipato.
  • Possibile stop a nutrizione e idratazione artificiale. E’ il cuore della legge e permette ai maggiorenni, capaci d’agire, di rifiutare nutrizione e idratazione.
  • Abbandono delle cure e obiezione di coscienza per i medici. Poiché il paziente può rifiutare le cure, è data ai medici la possibilità di fare obiezione di coscienza, rifiutandosi di “staccare la spina.”
  • Divieto di accanimento terapeutico e sedazione profonda. In caso di malattia incurabile, nel breve periodo, il medico si dovrà astenere da applicare cure sproporzionate al paziente. Il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente, nel caso in cui la situazione di quest’ultimo sia irreversibile.
  • Sostegno psicologico. Nel caso in cui la paziente faccia rinuncia al trattamento sanitario questo ha diritto di essere seguito da uno psicologo.
  • Minori e incapaci. In questo caso, dopo le dovute informazioni, se il minore o l’incapace decidono di interrompere il trattamento, si dovrà passare dal tutore. Se quest’ultimo rifiuterà le cure, si dovrà andare dal giudice tutelare, il quale avrà l’ultima parola.
  • Le Dat. Sono disposizioni anticipate di trattamento, con le quali un maggiorenne capace d’agire, può decidere di rifiutare le cure nel caso in cui diventi incapace. Le Dat saranno vincolanti per il medico curante, salvo che nel frattempo non siano state trovate nuove cure.

Il 14 dicembre 2017, il Senato ha approvato la legge. Segno che alla fine anche in Italia le riforme avvengono.

Dibattito politico tra Bergamini e Verini sulla legge elettorale: opinioni a confronto

La sera del 5 dicembre, nel ristorante “Edoardo” nella zona di via Veneto a Roma, si è svolto un incontro tra le varie organizzazioni studentesche, come Progetto Roma Tre, European People e Sapienza in Movimento. Un saluto prima delle feste di Natale e un’altra occasione per assistere ad un dibattito sulla legge elettorale tra la deputata di Forza Italia Deborah Bergamini e il deputato del Partito Democratico Walter Verini. Un’occasione non solo per scambiarsi gli auguri ma anche per scambiarsi idee,  come ha affermato il presidente di Europeam People Marco Parroccini.

Gli scenari possibili con la nuova legge elettorale

Una volta serviti gli antipasti, un tavolo al centro della sala ha lasciato spazio ai due deputati per scambiarsi le loro opinioni e alternarsi nei loro discorsi. Il moderatore dell’intervista è stato il Dottor Emilio Russo e la prima domanda da lui posta è stata se secondo i due politici questa legge elettorale, da poco approvata, avrebbe prodotto un vincitore e se sì, chi. La prima a rispondere è stata l’Onorevole Bergamini: inizia dicendo che per fortuna il Governo è riuscito a licenziare questa legge e che la maggior parte delle forze politiche si siano trovate d’accordo al riguardo. Legge che torna un pò su i suoi passi. Si riprende un cammino che è più proporzionale che maggioritario, non a tutti può piacere ma si inserisce nella nostra tradizione storica. Non per forza un sistema maggioritario può portare un vincitore. FI comunque ha fatto valere un principio, quello di non forzare gli elettori. La Bergamini ricorda che in Italia non ci sono stati tanti vincitori; è difficile prevedere se con le prossime elezioni possa uscirne uno, bisognerà essere convincenti. Non bisogna disperdere il voto e indirizzarlo verso quelle forze politiche in grado di vincere. Questa legge premia le coalizioni e se i voti finiscono qui allora verrà prodotto un vincitore; se prevarrano scelte particolaristiche rischiamo di ricominciare da zero. È seguita la risposta dell’Onorevole Verini: inizia nel concordare con la Bergamini nel dire che i sistemi elettorali non garantiscono governabilità se non sono sostenuti da proposte politiche convincenti e coerenti (riscontrabile anche in altri Paesi). La legge approvata crede che sia il male minore rispetto a quello che si stava prefigurando; avrebbe preferito una quantità superiore di collegi uninominali, però questa legge, che preferisce le coalizione, è comunque preferibile ad una rigidamente proporzionale. Verini esprime la propria simpatia verso la legge che governa i Comuni, perché nei Comuni c’è equilibrio tra rappresentanza e capacità di avere una governabilità, e c’è un leader eletto. Afferma che è difficile fare previsioni perché siamo in un sistema tripolare, il centro destra, il polo dei 5 stelle e un centro sinistra. C’è una concreta possibilità che non vinca nessuno, che nessuno schieramento abbia la maggioranza. Questa cosa non lo soddisfa, inoltre è difficile mettere insieme forze politiche che per lungo tempo si sono combattute. Si augura che ci sia un vincitore e conclude nell’affermare i rischi in cui incorre la democrazia.

L’esperienza dei 5 stelle e il lavoro dei partiti oggi

Si è giunti così alla seconda parte del dibattito in cui il moderatore ha posto tre domande: cosa rischia l’Italia qualora le prossime elezioni le dovesse vincere il M5S? Cosa c’è di male nel M5S e cosa hanno i partiti tradizionali dei due deputati da imparare dal M5S? L’esperienza amministrativa del M5S e di Matteo Renzi hanno consentito di ridare valore all’esperienza e alla competenza di chi fa politica?

Comincia anche questa volta L’On. Bergamini per prima. La vittoria dei 5 stelle è uno scenario improbabile ma possibile e la deputata di FI si augura che non vincano. Secondo lei se vincessero ancora, l’Italia uscirebbe dal radar dei paesi leader del mondo. La visione ideologica e poco pragmatica del M5S, mutevole, fa di loro dei mutanti della politica e non rappresentano un vantaggio per il nostro paese. La nullafacenza che è alla base del loro messaggio politico, non crede che questo paese se lo meriti. Il modello del dissenzo, della rabbia, della frustrazione sociale e del non aver fatto nulla sia quello che ci serva per risollevarci. Per quanto riguarda i partiti tradizionali hanno tanto lavoro da fare e si sono chiusi in se stessi. Hanno perso il polso del paese ma lei ci crede ancora, non solo perché sono previsti dalla Costituzione, ma perché inoltre hanno il coraggio e la gioia di fare il loro lavoro ed essere selezionatori di programmi, di visioni, di dialoghi e personale politico. La Bergamini approva il nuovismo e la gente che si butta, però amministrare oggi è difficile… perciò occorre slancio, competenza e mestiere. Il M5S ha portato inesperienza amministrativa. I partiti hanno l’opportunità, quindi, di premiare l’esperienza e concedere spazio a chi vuole mettersi in gioco.

È il turno dell’On. Verini. Afferma che i grillini vivano come una setta dove gli altri rappresentano il male e teme questa logica della politica. L’avversario non ha sempre torto. Ha ragione Deborah nel dire che le risposte che ci servono oggi non sono semplici. Parla poi dell’esperienza dei 5 stelle attraverso la rete: oggi qualsiasi opinione, di una persone che ha studiato e chi no, ha lo stesso peso e questo non lo convince. Non è solo colpa dell’anti-politca ma il fatto è che la buona politica è latitante. I partiti oggi litigano per chi fa l’assessore, ci si scanna per il potere locale e nazionale. Bisognerebbe secondo Verini “Bergoglizzare” la politica. Chi fa politica deve essere percepito come uno che lo fa per gli altri, perché la politica è la migliore attività umana al servizio degli altri. Questa è la vocazione che dovrebbe recuperare i partiti. Essere giovani non è un merito, ma una condizione, così come essere anziani. Ci sono giovani vecchi dentro e 80enni più freschi dei ventenni. Chiude dicendo che il compito dei giovani è quello di non chiedere permesso, di combattere e mettersi in gioco rispettando le presenze politiche esistenti; mentre i politici più anziani non dovrebbe fare da tappo, alimentando una virtuosa collaborazione.

Partito Democratico e Forza Italia: coalizione possibile?

Il moderatore qui ha concluso l’incontro chiedendo come si comporterebbero i loro partiti se si trovassero a governare coalizzati. La Bergamini crede che ciascuno dovrebbe lavorare nell’ambito delle proprie convinzioni affinché questo scenario non avvenga, perché il centro-destra e il centro-sinistra hanno imparato a convivere ma è sempre distinto da profonde differenze. Le riesce difficile pensare ad un incontro tra PD e FI. L’importante sarebbe riuscire ad abbassare la pressione fiscale. Verini afferma che chiunque vincesse sarebbe bello stabilire un doppio binario in cui il centro destra avrebbe le sue proposte su cui il centro sinistra potrebbe convergere su alcune e viceversa. Sarebbe utile poi definire un altro binario per le risposte incompiute, costruire quindi insieme una proposta di semplificazione delle istituzioni, di velocizzazione della democrazia e maggiore trasparenza. Perché quindi non lavorare anche tra schieramenti diversi con questo interesse comune? E se i numeri ci dicessero che non vince nessuno e che per un tratto di strada bisognerebbe unire forze diverse lì dovrebbe esserci una regia molto forte del Quirinale. E intorno a questa regia costruire un esecutivo che guidi questo paese.

I colonnelli dello Zimbabwe

A nemmeno una settimana dalle candide promesse del presidente Mnangagwa, la democrazia sembra già lontana anni luce.

Nelle ultime due settimane abbiamo avuto modo di parlare più volte della difficile situazione che sta attraversando lo Zimbabwe, da quando il 15 novembre scorso l’ex presidente Robert Mugabe è stato deposto da un colpo di Stato. Il nuovo Presidente Emmerson Mnangagwa, giurando fedeltà alla Costituzione la scorsa settimana, durante la cerimonia di insediamento, aveva portato una nuova ventata di speranza in un Paese che aveva dovuto sopportare per trenta lunghi anni il giogo della dittatura di Mugabe. Sono passati solo pochi giorni dalle pubbliche promesse di maggiore libertà e democrazia per il popolo dello Zimbabwe, eppure Mnangagwa è già riuscito a smorzare la fiamma della speranza.

Un rimpasto con le stesse facce

Nella giornata di ieri sono stati resi noti i nomi dei membri del nuovo governo, nel quale figurano da un lato alcune vecchie conoscenze dei precedenti governi Mugabe. Tanto per citare uno dei più discussi, Patrick Chinamasa, ex ministro delle finanze e riconfermato da Mnangagwa nello stesso ruolo, è stato più volte ritenuto coinvolto in episodi di corruzione e peculato (come avvenne, ad esempio, nel 2003, quando fece arrestare Peter Baker, un contadino di origini europee che si era rifiutato di vendere la Ministro la sua fattoria).

“Vogliamo i colonnelli!”

Per quanto riguarda l’apporto delle Forze Armate, il Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga, braccio del fatidico Colpo di Stato del 15 novembre, è stato riconfermato Capo delle Forze Armate, mentre il generale Sibussio Moyo, il “volto” che due settimane fa annunciò sulla rete nazione lo svolgimento del Colpo di Stato (o meglio, che annunciò lo svolgimento di una “pacifica transizione” al vertice), è stato nominato Ministro degli Esteri.

Ma forse il nome più controverso è quello del Comandante dell’Aviazione militare dello Zimbabwe, Perence Shiri, nominato Ministro dell’Agricoltura e dello sviluppo rurale: tra il 1983 e il 1984, durante la sanguinosa guerra civile che precedette la presa di potere di Mugabe, Shiri comandava la famigerata Quinta Brigata zimbawiana, che si rese colpevole di omicidi, furti, stupri ed altri efferati crimini nei confronti della popolazione del Metabeleland (una regione dello Zimbabwe occidentale). Nel 2002 l’Unione Europea annunciò che non avrebbe più ammesso sul proprio suolo il Comandante. L’anno successivo il presidente G. W. Bush ha congelato i beni e la liquidità di Shriri sul territorio statunitense.

La delusione accomuna tutta la società civile

Nessuno può negare che la popolazione abbia reagito molto male all’impostazione che il nuovo Presidente sembra voglia dare al Paese, inerendosi nel solco di quella che ormai può considerarsi una tradizione nello Zimbabwe, ossia tutto il potere nelle mani di chi meglio sa gestire le forze di sicurezza. L’organizzazione dei sindacati, attraverso il suo Segretario generale, ha fatto saper pubblicamente la sua profonda delusione riguardo gli ultimi sviluppi, e perfino la “Confindustria” zimbawiana, la CZI, pur approvando a denti stretti il nuovo esecutivo ha affermato di aver sperato in una diversa composizione del Gabinetto presidenziale.

Soprattutto si sperava in scelte incisive nel settore minerario, poiché non solo il direttore dei giacimenti diamantiferi statali, nominato a suo tempo da Mugabe, è stato riconfermato da Mnangagwa nei suoi uffici, ma anche perché è ben noto che la Cina ha da tempo ottenuto tramite una joint venture il controllo di gran parte dell’estrazione mineraria nel Paese. Imprenditori pubblici e privati cinesi sono riusciti, anno dopo anno, a monopolizzare il settore delle materie prime. L’unica cosa che ci è possibile fare in questa sede è sperare che, per il bene del popolo dello Zimbabwe, un giorno i diamanti, il rame e le altre preziose risorse dell’Africa centrale possano davvero portare benessere al Paese, invece che costituire la causa principale delle sue disgrazie.