Siria, Erdogan continua l’offensiva. E Macron si preoccupa per i curdi.

Dopo la caduta di Afrin l’esercito turco non si ferma. E Macron fa impazzire la Turchia incontrando i leader curdi.

La scorsa settimana avevamo discusso della difficile situazione in Siria all’indomani della caduta di Afrin. Erdogan afferma che l’esercito turco si trova in Siria per restarci, e che la distruzione dello YPG (la milizia curda della regione settentrionale della Siria) è un obiettivo fondamentale per il governo Turco. Tuttavia, la presenza di un discreto numero di militari americani nella zona potrebbe causare spiacevoli incidenti.

Stati Uniti terzo incomodo

Sono stimati in circa 2000 i militari americani presenti nel Nord della Siria, inviati prevalentemente con il duplice compito di osservatori e di addestratori per le nuove leve della milizia curda. Ricordiamo che questa proficua collaborazione fra curdi e Coalizione è in atto fin dall’inizio della lotta all’ISIS, il cui peso è stato finora sostenuto per la maggior parte dai combattenti curdi.

La presenza di militari americani è accertata anche nella cittadina di Manbij, sita nella parte meridionale del cantone di Kobane. Tre giorni fa il Consiglio per la sicurezza militare della Turchia, presieduto dallo stesso Erdogan, ha valutato i possibili sviluppi dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”: la probabile direttrice dell’avanzata turca molto probabilmente avrà come punto cardine il controllo di questo strategico crocevia, già fortificato dalla guarnigione curda.

Il Consiglio per la sicurezza in un comunicato ha “invitato caldamente” le truppe americane a ritirarsi dalla zona di Manbij, in quanto controllata da quelli che la Turchia considera dei terroristi. E dunque, applicando la proprietà commutativa, si lascia intendere che verranno considerati come terroristi tutti coloro che verranno trovati a supportare lo YPG (in quanto la Turchia considera da sempre lo YPG come la costola armata del Partito Comunista Curdo PKK in Siria).

Un Macron filo-curdo attira le ire di Ankara

La Turchia sta creando anche forti attriti con la Francia di Macron, il quale ha ricevuto a Parigi una delegazione dell’SDF (Self Defence Forces) curdo per discutere riguardo la difficile situazione. Il Presidente Macron si dice preoccupato non solo per la grave situazione che sta attraversando la popolazione civile, ma anche delle avvisaglie di ripresa dello Stato Islamico, specialmente al confine con l’Iraq.

Circa due giorni fa alcuni elementi dello schieramento curdo avevano fatto circolare la voce che la Francia fosse pronta ad inviare aiuti alle forze curde. Ieri è giunta una netta smentita da parte dell’Eliseo riguardo un imminente invio di truppe, anche se lo stesso Macron ha affermato di valutare, insieme con i cuoi consiglieri militari, la possibilità in futuro di un intervento diretto nella zona. Queste dichiarazioni devono essere lette in concomitanza con le recenti affermazioni del Presidente Trump sulla possibilità per gli Stati Uniti di ritirarsi, in un futuro non molto lontano, da un conflitto costato 7000 miliardi di dollari “senza nessun risultato apprezzabile”.

La Turchia ha attaccato duramente il Governo francese per questo summit con le forze curde, accusando la Francia di riunirsi intorno ad un tavolo con gli stessi pericolosi terroristi che la Turchia sta combattendo strenuamente sul campo di battaglia. Il vice-presidente del Consiglio turco ha affermato che la Francia si è voluta mettere deliberatamente “in rotta di collisione” con Ankara, e che “tutti coloro che solidarizzano con i terroristi saranno considerati nemici della Turchia”.

La vittoria elettorale di Putin lo consacra a moderno Zar ?

Analisi della vittoria del nuovo Zar di Russia

A poco più di una settimana dal voto in Russia, giunge il momento d’analizzare la vittoria elettorale del più longevo leader russo,  dopo Stalin. Con il 76,7% delle preferenze, Putin raggiunge il suo più alto consenso, da quando è in carica. Se la sua vittoria sembrava scontata, il dato più importante era quello riguardante l’affluenza, che si è assetata al 67%. Combinando i risultati d’affluenza e preferenze,  più della metà dei 111 milioni d’elettori è stato favorevole all’operato dello Zar.

I punti forti di Putin per la rielezione

In queste elezioni, il presidente Putin ha potuto sfruttare gli ottimi risultati raggiunti in politica estera in questi ultimi anni. Primo fra tutti l’ingresso della Crimea nella Federazione Russa, dove le sue preferenze si sono attestate al 90% dei votanti, la stessa percentuale della Cecenia. Con l’entrata della penisola nella federazione, Putin ha riottenuto lo status di superpotenza per la Russia. A favore dello Zar anche il buon andamento della guerra in Siria. Guerra, che prima del suo intervento, sembrava in stallo con una Siria divisa in tre parti: l’Isis al confine con l’Iraq, i ribelli a nord e i lealisti a sud. Adesso la situazione risulta sostanzialmente a favore delle forze fedeli ad Assad, che controllano la maggior parte del paese, dopo la sconfitta dell’Isis. Anche il recente avvelenamento dell’ex-spia del KGB avvenuto nel Regno Unito, ha influenzato la campagna elettorale. Il tentato omicidio,  ha portato al deterioramento delle relazioni tra Regno Unito e Russia, ritenuta la mandante. Questo evento, unito alle sanzioni economiche, non ha fatto altro che aumentare la già presente crisi d’accerchiamento. Con questo termine s’indica quella sensazione dei Russi d’esser circondati da nemici. Il termine è stato coniato con l’arrivo dei Bolscevichi al potere  e caratterizza  le relazioni internazionali della Russia dal 1917

Gli scenari del prossimo mandato di Putin

Nei prossimi sei anni, il presidente russo, dovrà affrontare lo scontro con gli Stati Uniti sul piano della nuova politica nucleare. Gli americani, sotto l’amministrazione Trump, hanno deciso di potenziare l’arsenale nucleare puntando su testate miniaturizzate, meno costose di quelle convenzionali. L’obiettivo è ridurre il raggio delle esplosioni e della ricaduta radioattiva, per permettere l’utilizzo delle testate  in contesti convenzionali. Questo darebbe nuovo credito alla deterrenza nucleare statunitense. Altra sfida per l’amministrazione Putin riguarderà la lotta alle sanzioni economiche. Se da una parte le sanzioni hanno facilitato la sua rielezione, da un altra strozzano l’economia, impedendogli di crescere. Anche il buon andamento delle relazioni con la Cina, importante player internazionale, non sono da sottovalutare. Per quello che riguarda la politica interna, lo Zar Putin, in questo mandato dovrà risolvere l’arretratezza economica del paese, ancora molto legata all’estrazione di gas e impermeabile alle innovazioni tecnologiche.

Sapienza in Movimento vince superando le ideologie

Vittoria da record con oltre 6400 voti ottenuti dalla prima lista.


In quella che è di fatto una delle università più antiche e più grandi del mondo (fondata nel 1303 ed attualmente con il numero d’iscritti più alto d’Europa) si sono concluse da poco le elezioni per il rinnovo delle rappresentanze studentesche.
Teatro del ’68, come anche delle agitazioni interventiste, la Sapienza è da sempre terreno di attività e fermento tra giovani di tutte le generazioni.
Ed è proprio il dato politico che risalta all’occhio di chi, guardando i risultati, scorge una realtà mai vista prima.
Sei le liste in corsa per gli organi centrali: Athena (destra 393 voti), Lista Aperta (cattolica 594 voti), Fronte della Gioventù Comunista (666 voti), Link (vicina ai 5stelle e alla sinistra antagonista 3340 voti), Vento di Cambiamento (centrodestra presente soprattutto su medicina e nel polo di Latina 5931) e Sapienza in Movimento (prima assoluta con 6425 voti).
Fin qui potrebbe sembrare una competizione come tante altre, ma l’unicum nel panorama universitario è la coalizione messa in piedi da Sapienza in Movimento (che nasce nel lontano 2001 come associazione moderata di centrosinistra) e che, attualmente nel 2018, rappresenta a sentir parlare sia i diretti interessati sia i loro avversari, un gruppo che comprende tantissime presenze civiche ma anche ragazzi impegnati politicamente fuori dall’Università, in realtà molto diverse fra loro.
Punto d’incontro e superamento di quelle ideologie che hanno tenuto banco per decenni nelle competizioni elettorali, Sapienza in Movimento è di sicuro un laboratorio unico nel suo genere che ha perseguito il primato della pratica. Si suol dire che quando avviene qualcosa di nuovo nelle università il tutto possa essere seguito con molta probabilità da un cambiamento nella società: staremo a vedere, intanto possiamo certificare dai dati che agli studenti è piaciuto.

La caduta di Afrin. Erdogan: “Prenderemo Kobane”

Dopo la vittoria nella città siriana l’esercito turco si sta riorganizzando. Erdogan è sicuro di poter arrivare a Kobane. Intanto, il Mondo si commuove con le sofferenze del popolo curdo.

Dopo quasi due mesi di assedio, la città di Afrin è stata ridotta quasi completamente ad un cumulo di macerie dall’artiglieria turca. I media di tutto il mondo trasmettono immagini di migliaia di profughi che cercano di abbandonare la linea del fronte portando con sé quel poco che è rimasto.  Dopo i bombardamenti turchi sulle strade di accesso all’abitato e dopo aver colpito deliberatamente i depositi di acqua della zona, le stime delle organizzazioni internazionali segnalano approssimativamente 200.000 persone rimaste senza acqua potabile né generi di prima necessità. Queste ennesime scene di sofferenza per il popolo curdo hanno il sapore di una beffa se si pensa che questo è l’epilogo di un’operazione denominata “Ramoscello d’ulivo”.

“Ramoscello d’Ulivo”

Nonostante le affermazioni della Turchia, lo scopo delle sue divisioni in territorio siriano (o magari curdo, a piacer vostro) è ormai chiaro a tutti. La Turchia incominciò le sue operazioni militari nel nord della Siria quasi due anni fa, con il pretesto di combattere da un lato lo Stato islamico (per il bene di tutti), dall’altro le milizie curde (per il bene loro). Tuttavia non può passare inosservato come le ultime sacche di resistenza dell’ISIS nell’area fossero state debellate dalle forze curde mesi or sono, nelle settimane successive alla presa di Raqqa, cosa di cui avevamo avuto modo di parlare a suo tempo. Dunque l’unica spiegazione logica a questi mesi di massacro è che l’idea di uno Stato curdo immediatamente a sud dei suoi confini spaventa la Turchia più di ogni altra cosa.

 

Mappa dell’attuale situazione territoriale della Siria

 

Erdogan ha cominciato l’offensiva alla fine di gennaio, presentando all’opinione pubblica l’operazione “Ramoscello d’ulivo” come la naturale prosecuzione dell’operazione “Scudo dell’Eufrate”. Se osserviamo la cartina, possiamo vedere come l’esercito turco abbia abilmente sfruttato i suoi alleati siriani attuando una manovra molto semplice: la zona curda di Afrin viene investita dall’offensiva turca proveniente da Ovest, mentre i territori in mano ai ribelli ad est impediscono l’afflusso di rinforzi e rifornimenti. La classica incudine e martello. Ora le rimanenti forze curde sono completamente tagliate fuori, accerchiate a Nord dalle forze curde e a sud dalle forze lealiste di Damasco

A fare da contorno vi sono le strazianti scene che ormai abbiamo imparato a conoscere bene: colonne di vecchi, donne e bambini che cercano la salvezza mentre alle loro spalle rimbombano i colpi di mortaio; saccheggi indiscriminati; in alcuni casi, combattenti abbrutiti e spossati che infieriscono sui cadaveri dei nemici. Su quest’ultimo punto, in effetti, bisogna segnalare che in diverse occasioni le forze curde hanno denunciato una condotta di guerra, da parte della Turchia e dei suoi alleati, contraria al diritto internazionale. Non ci si riferiva solo agli episodi di mutilazione dei cadaveri, ma anche all’utilizzo di armi come il napalm da parte dell’aviazione di Ankara. Per ora  non ci sono stati riscontri ufficiali al riguardo.

L’esercito ottomano festeggia le sue vittorie

La Turchia pare non intenda fermarsi ad Afrin. Cinque giorni fa Erdogan, nel corso del discorso che ha tenuto durante le celebrazioni per il 103° anniversario della battaglia di Gallipoli, ha annunciato come le forze turche siano pronte ad affrontare anche la battaglia per strappare ai curdi Kobane, la città divenuta simbolo della lotta all’ISIS.

Questo primo successo è stato salutato con grande entusiasmo dal popolo turco, anche perché le perdite turche sembra si aggirino intorno ai cinquanta soldati morti in combattimento. Poco se sei considera quanto siano duri e lenti gli assedi, con combattimenti ravvicinati, casa per casa. Tuttavia, a ben vedere, le perdite dei ribelli alleati della Turchia sembra siano superiori ai seicento uomini. Probabilmente sono stati loro a sopportare maggiormente il contatto diretto con il nemico.

Comunque a toccare gli animi di buona parte dell’opinione pubblica internazionale sono stati i 3500 morti sofferti dall’esercito curdo. Tutti uomini e donne che avevano combattuto strenuamente per anni contro le forze dell’ISIS e che ora sono stati abbattuti dall’artiglieria turca. Ogni volta che sui media si annunciava una nuova vittoria sul Califfato, i loro volti stanchi ma sorridenti erano sempre forieri di buone notizie. Purtroppo, quando si affronta un nemico superiore, con truppe corazzate, artiglieria ed appoggio aereo il coraggio e l’abilità da soli non sempre sono sufficienti.

L’INTERVISTA | L’ex ambasciatore Sanguini: “Nella politica mediterranea l’Italia deve essere capace di trainare l’Europa”

Secondo Lei di quale visione vi è oggi bisogno per la politica estera italiana nell’ottica della Libia e del Mediterraneo?

Sono due logiche complementari. Oggi l’Italia potrebbe giocare un ruolo importante facendosi promotore di un incontro con le potenze regionali, soprattutto, e con quelle locali libiche, d’accordo con l’inviato delle Nazioni Unite Ghassan (Salamè n.d.r.), per metterle intorno a un tavolo e vedere se si riesce a trovare un punto di sintesi. Infatti fino a quando si va in ordine sparso, con l’Egitto, l’Arabia Saudita, il Qatar, Mosca, la Francia che tirano tutti da parti diverse, alla fine non se ne esce. Quindi mettersi al servizio di una conferenza multilaterale, internazionale, d’accordo con le Nazioni Unite per vedere di indurre soprattutto i locali a fare uno sforzo, cominciando da Tripoli e Tobruk (le città dove hanno sede i due governi libici ndr).

Riguardo al Mediterraneo, l’Italia in realtà continua a ribadirne l’importanza nevralgica; Gentiloni lo andava ripetendo a più riprese. È chiaro che però nell’attenzione sul Mediterraneo bisogna avere capacità di traino dell’Europa. Oggi ho l’impressione che questa capacità di traino sia abbastanza indebolita.

Parlo della capacità di traino dell’Italia verso l’Europa: trainare l’Europa per una politica concertata, come era previsto nel processo di Barcellona, nell’Unione per il Mediterraneo, in quelle configurazioni multilaterali che potevano servire allo scopo.

Tuttavia la premessa per fare questo discorso allargato al Mediterraneo è trovare uno sbocco al discorso libico, perché se non si trova uno sbocco a quello libico, neanche il Mediterraneo occidentale può entrare in un discorso complessivo.

L’ex ambasciatore Sanguini (foto tratta da lettera43.it)

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Pakistan e Afghanistan nelle nuove Vie della Seta

Mentre l’Afghanistan continua ad essere lo snodo principale dei terroristi, la Cina diventa sempre più ingombrante in Pakistan. E l’India è costretta a fare buon viso a cattivo gioco .

Negli ultimi giorni si è parlato molto della riforma costituzionale avvenuta in Cina, per la gioia del Presidente Xi Jinping. Questo importante avvenimento istituzionale ha naturalmente catalizzato l’attenzione dei media occidentali, distogliendoli da alcuni notevoli sviluppi della situazione nello scacchiere mediorientale.

L’importanza del Pakistan

Sono ormai note a tutti le iniziative e gli investimenti cinesi nell’ambito delle cosiddette nuove “Vie della Seta”. Parte di questi investimenti sono stati indirizzati verso i porti Pakistani sull’Oceano Indiano, presumibilmente per poter evitare lo Stretto di Malacca come luogo di transito delle merci cinesi, facilmente controllabile dagli Stati Uniti in caso di embargo.

Tuttavia, una potenziale minaccia per le merci cinesi in transito attraverso il Pakistan è rappresentato dal tormentato Afghanistan. La Cina sta cercando di stabilizzare la situazione per un duplice motivo: da un lato, cercare di limitare le infiltrazioni di jihadisti di etnia uigura nella regione occidentale dello Xinjiang; dall’altro cercare appunto di evitare ritardi o danni all’apparato infrastrutturale che si sta sviluppando nel Paese limitrofo.

La Cina e l’estremismo islamico

Gli ultimi cinque anni sono stati problematici per la Cina dal punto di vista della sicurezza interna. Lo Xinjiang rappresenta la regione più occidentale della Cina, la cui popolazione autoctona è costituita dagli uiguri, una etnia turcofona di religione islamica. I continui tentativi di sinizzazione della regione hanno esacerbato i difficili rapporti con le comunità islamiche e con le frange indipendentiste. Questo ha causato l’infiltrazione di elementi estremisti affiliati ad Al-Qaeda e all’ISIS nella regione, seguita da terribili attentati a Pechino, nello stesso Xinjiang e addirittura un attacco con autobomba all’ambasciata cinese in Kirghizistan due anni fa. Riuscire a normalizzare la situazione in Afghanistan significherebbe poter attuare un controllo molto più efficace sulla principale porta dei jihadisti nella Repubblica.

Presenza cinese in Pakistan

Un maggiore controllo sul territorio garantirebbe anche una maggiore sicurezza all’apparato infrastrutturale che la Cina sta approntando sul territorio pakistano. Ormai da tempo sono presenti stabilmente nei presi dei principali cantieri distaccamenti di truppe cinesi, tali da garantire l’incolumità della manodopera cinese e la sorveglianza necessaria.

Ma l’interesse cinese ad espandere la propria influenza nella zona potrebbe essere ancora più consistente: la testata giornalistica South China Morning Post, citando fonti anonime vicine ai vertici delle Forze Armate cinesi, negli ultimi giorni ha riportato la notizia di un possibile progetto per la costruzione di una base navale cinese nella penisola di Jiwani, vicino allo strategico porto pakistano di Gwadar. Una simile eventualità aumenterebbe notevolmente l’autonomia della Marina Militare cinese nell’Oceano Indiano, soprattutto in una zona relativamente vicina all’imboccatura del Golfo Persico e alle rotte marittime dirette verso il Canale di Suez. A ben vedere, sempre nell’ottica di un tentativo di messa in sicurezza delle rotte, la Cina nell’agosto del 2017 ha inaugurato la sua prima (imponente) base militare permanente all’estero in Gibuti, proprio sull’entrata del Mar Rosso.

L’eterno rivale

Queste cospicue iniziative cinesi in Pakistan ed Afghanistan non mancano di infastidire notevolmente l’india, per tutta una serie di ragioni. Sono ben note le tensioni e la rivalità che hanno sempre diviso le due potenze, sia dal punto di vista politico che territoriale. Di conseguenza, i ritorni economici di un’iniziativa imponente come quella della nuova Via della Seta non può che infastidire l’India.

A questo si aggiunga che i cospicui investimenti cinesi vedono come partner il Pakistan, l’antagonista per eccellenza dell’India fin dall’indipendenza da Sua Maestà britannica.

 

L’ambizione della Turchia

Crescono le tensioni intorno ai giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale

Due settimane fa avevamo parlato della particolare situazione in cui si era trovata la nave di esplorazione dell’ENI “Saipem”, quando era stata bloccata dalla Marina militare turca prima di poter raggiungere la sua destinazione a largo di Cipro. La partita che si sta giocando adesso nel Mediterraneo orientale ruota intorno agli enormi giacimenti offshore di gas naturale scoperti a sud dell’isola. In particolare il giacimento chiamato “Afrodite”, che l’organizzazione governativa US Geological Survey ha stimato intorno ai 16 miliardi di piedi cubi di gas naturale. Tutta la zona fra Cipro, il Libano e Israele potrebbe nascondere un tesoro stimato intorno ai 200 miliardi di piedi cubi di gas.

Le mosse della US Navy

Il governo greco-cipriota di Nicosia ha concesso diritti di esplorazione e di sfruttamento ad altre compagnie oltre alla nostra ENI, fra cui Total, Qatar Petroleum e la Exon Mobile: in particolare, il giacimento “Afrodite” è stato assegnato alla statunitense Noble Energy. E’ questo piccolo dettaglio a rendere rilevante lo spostamento nel Mediterraneo occidentale, da parte degli Stati Uniti, di una squadra navale guidata dalla nave da assalto anfibio USS Iwo Jima.

La squadra navale, composta anche dalle navi appoggio USS New York, dalla USS Oak Hill e da un distaccamento di Marines, è un tipico esempio di forza di proiezione dal mare, ed anche se non può godere dell’appoggio di una portaerei (come la VI e la V flotta statunitensi) ha comunque a disposizione diversi cacciabombardieri “Harrier” a decollo verticale. Questa missione deve probabilmente considerarsi una sorta di “assicurazione” dopo le recenti minacce della Turchia ad agire nei confronti di qualsiasi compagnia abbia intenzione di operare senza il consenso di Ankara.

Ankara prende l’iniziativa

Il trattato di pace che aveva posto fine al confitto fra la parte greca e la parte turca dell’isola, con la conseguente nascita della Repubblica di Cipro del Nord (nei fatti, un protettorato della Turchia), prevedeva uno sfruttamento congiunto delle risorse dell’isola. Poiché il governo di Nicosia continua le sue operazioni di trivellazione e con la concessione di diritti di sfruttamento a compagnie internazionali nonostante le proteste della Turchia, quest’ultima ha preso la decisione di condurre operazioni autonome: è stata inviata la nave esplorativa “Piri Reis” nella zona del Blocco 12, di competenza greco-cipriota, ufficialmente per condurre studi sismici a largo di Cipro del Nord e costantemente scortata da cacciatorpediniere e sommergibili.

Contestualmente a questi tentativi di riaffermare la propria autorità a sud delle sue coste, la Turchia ha appena varato una nuova unità di fregata cacciamine, la Heybeyliada (classe Ada F-511), prima nave interamente costruita nei cantieri navali turchi (fonte “LIMES”) ed orgoglio della Marina di Ankara, tanto che lo stesso Erdogan è stato presente alla cerimonia del varo. Il compito della nuova unità sarà principalmente quello di pattugliare la costa meridionale della Turchia e proteggere se necessario il naviglio turco.

Scarse prospettive

Se questo atteggiamento fatto di iniziative unilaterali da parte di Nicosia e di Ankara dovesse continuare, l’obiettivo di una riunificazione dell’isola diverrebbe sempre più lontano. Questi ultimi decenni di divisione hanno portato enormi svantaggi all’isola, sia in termini economici che sotto il punto di vista politico: la peculiare posizione della Turchia in questo contesto è stata negli ultimi anni fonte di tensioni fra la Turchia e l’Unione, di cui la Repubblica meridionale di Cipro fa parte. Già nel 2012 Erdogan aveva minacciato di interrompere le relazioni con l’UE se questa avesse concesso alla Repubblica di Nicosia di assumere la presidenza di turno dell’Unione. La Turchia, che comunque si è detta più di una volta disponibile al dialogo su questo punto, ha comunque il timore che si possa verificare una riunificazione sbilanciata a favore di Nicosia, con conseguente detrimento della popolazione turca di Cipro del Nord.

 

Il programma elettorale del centrodestra

Le principali iniziative della coalizione di centrodestra per le elezioni del 4 Marzo

In questa breve rubrica ci occuperemo dei principali partiti in lizza per Palazzo Chigi. Come non occuparsi per iniziare della coalizione di centrodestra, la favorita secondo gli ultimi sondaggi. Il centrodestra si presenta senza leader, lasciando la decisione al corpo elettorale. Da quanto si evince, detterà la linea di governo il partito che raccoglierà il più alto numero di preferenze all’interno della coalizione. Per chiarezza il centrodestra si presenta composto da: Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia-Unione di Centro.

Il programma

Il documento si presenta come un elenco molto schematico, suddiviso in 10 argomenti, ognuno dei quali contenente una serie di sottopunti. Il tutto è contenuto in una dozzina di pagine, con le firme dei leader in chiusura. Per semplicità riporterò i punti che credo siano i più importanti raggruppati per categorie.

Tasse

Argomento caro al centrodestra anche per questa tornata elettorale. Due le più importanti introduzioni, la Flat Tax e la no tax area. La Flat Tax è un’imposta unica sul reddito, dovrebbe essere al 15%, indipendentemente dal livello dello stesso. Questo ovviamente avvantaggia i redditi superiori hai trecento mila euro, ultimo scaglione per incremento delle tasse nell’attuale sistemazione. L’idea di questa tassa unica è favorire gli investimenti di questi redditi, utilizzandoli come motore per la crescita. Per quello che riguarda la no tax area, l’idea è di non tassare i redditi sotto una certa soglia. Chi farà parte di quest’area pagherà solamente le imposte indirette (vedi IVA).

Rapporto tra le istituzioni

Anche in quest’ambito ritornano gli “evergreen” del centrodestra, tra cui elezione diretta Presidente della Repubblica e la riforma dei rapporti centro-periferia, tanto cari alla Lega. Da non dimenticare la riduzione della presenza dello stato, nel più puro degli spiriti del liberalismo. Presente anche la proposta d’introduzione del vincolo di mandato per i parlamentari e di rispetto del mandato degli elettori.

Politica estera

In generale il programma è europeista, con una richiesta di riforme della comunità e dei singoli trattati. Poi abbiamo la questione dei migranti, con l’obiettivo di tutelare i confini della nazione, rimpatriare i clandestini e stipulare accordi con i paesi dei migranti economici. Molto interessante è la presenza di un sottopunto che cita testualmente ”Piano Marshall per l’Africa”, sarebbe molto interessante poter approfondire tale argomento.

Welfare State

Per partire citerei l’azzeramento della legge Fornero (da sempre cavallo di battaglia della destra), l’ aumento delle pensioni minime, degli assegni familiari e delle pensioni per le mamme, l’incremento dei servizi sanitari e progetti per l’edilizia scolastica. Questi sono solo alcuni dei molti punti del programma per quello che riguarda l’intervento dello stato nella vita del cittadino. Molti punti mettono in primo piano gli anziani e le neomamme, più in generale c’è un chiaro riferimento alle famiglie con figli come soggetto centrale della proposta politica del centrodestra.

 

Conclusioni

Le pecche ci sono, quella che salta subito all’occhio è l’incongruenza tra aumento della spesa pubblica e introduzione di una tassa unica sul reddito. Per quanto mi riguarda la più pericolosa delle proposte è l’introduzione di un vincolo di mandato per i parlamentari, che causerebbe la fine del parlamentarismo, trasformando il sistema democratico in qualcos’altro.  Il programma risulta essere un buon compromesso tra le anime che compongono la coalizione, c’è da dire che non essendo un documento programmatico, il suo valore è indicativo. Sicuramente sarà valido fino al 4 Marzo, ma già dal 5 dello stesso mese potrebbe subire cambiamenti anche sostanziali.

L’ENI perde il braccio di ferro con la Turchia

Dopo due settimane di blocco, la nave esplorativa “Saipem” è costretta a cedere alle minacce della Marina turca.

Nella giornata di ieri la nave dell’ENI “Saipem 12000”, dopo aver compiuto un ultimo, infruttuoso tentativo di aggirare il blocco imposto dalla Marina Militare turca, ha definitivamente lasciato il mare Cipriota facendo rotta verso il Mediterraneo. Questo stallo durava ormai dallo scorso 9 Febbraio, quando cinque unità della Marina turca avevano bloccato la nave esplorativa “Saipem” a 30 miglia nautiche dalla zona che avrebbe dovuto scandagliare per conto della compagnia alla ricerca di giacimenti di gas naturale.

La gelosia di Ankara

Sono anni che l’ENI intrattiene rapporti privilegiati con la Repubblica cipriota, riuscendo sempre ad ottenere concessioni per la ricerca e l’estrazione dei giacimenti offshore in alcuni dei punti più promettenti. Questa ultima missione non sarebbe dovuta essere diversa da tante altre. Tuttavia il governo di Ankara ha inviato le sue navi per impedire alla “Saipem” di raggiungere una zona ritenuta dai turchi di loro pertinenza, considerando qualunque tentativo di sfruttamento delle risorse della zona un affronto alle prerogative della Turchia e, contestualmente, una minaccia alla sovranità della Repubblica turca di Cipro del Nord.

Il Sultano difende le sue colonie

E’ bene ricordare che l’isola di Cipro è divisa in due dall’ormai lontano 1974, quando l’esercito turco ne occupò la parte nord-occidentale: il colpo di Stato architettato dai regime dei colonnelli greci e l’instaurazione di un governo nazionalista filo-greco aveva spinto la Turchia ad intervenire per tutelare la minoranza turcofona dell’isola. Fu dunque creata nel 1983 la Repubblica turca di Cipro del Nord, uno stato fantoccio riconosciuto dalla sola Turchia.

Anche se la licenza di esplorazione ed estrazione era stata concessa all’ENI dalla Repubblica di Cipro (quella legittima), e nonostante la zona si trovi all’interno della ZEE – Zona economica esclusiva della stessa Repubblica, Ankara ha valutato questa operazione come una minaccia ai suoi diritti. Lo stesso Presidente Erdogan il 13 Febbraio, durante una conferenza stampa, aveva imposto alle compagnie straniere di non “superare i limiti”, invitandole a “non sottovalutare la Turchia”.

Le minacce della Marina Militare turca

Ieri questo lungo braccio di ferro ha avuto un esito sfavorevole per la compagnia italiana, dopo l’infruttuoso tentativo del capitano della “Saipem” di aggirare il blocco. In tarda mattinata il vice-portavoce del governo cipriota, stando a quanto riportato da alcune testate greche e cipriote, avrebbe dichiarato che la nave italiana è stata costretta ad invertire la rotta dopo aver ricevuto una minaccia di speronamento da parte di uno dei cacciatorpediniere turco. Ha anche affermato che le autorità marittime cipriote hanno registrato le comunicazioni fra la “Saipem” e le navi turche, garantendo che queste registrazioni sarebbero state rese note all’interno della relazione che Cipro è intenzionata a presentare alle Nazioni Unite. Ha inoltre ribadito l’impegno di Nicosia a voler difendere i propri diritti sovrani e, conseguentemente, di fare in modo che l’ENI possa raggiungere la propria concessioni il più presto possibile.

La perseveranza dell’ENI

Nel frattempo procedono le trattative fra Cipro, Italia e Turchia, con la mediazione dell’Unione Europea, per cercare di trovare una intesa duratura su questo tema, così che possano essere garantiti non solo gli interessi dell’ENI, ma anche quelli di tutte le altre compagnie occidentali che intrattengono rapporti con Cipro. Nel frattempo la nave “Saipem” sta lasciando le acque di Cipro, dirigendosi a moderata velocità verso il Mediterraneo occidentale. L’amministratore delegato dell’ENI Claudio Descalzi, in una recente intervista rilasciata due giorni fa mentre si trovava al Cairo, ha affermato che, a prescindere dalla celerità delle trattative, l’ENI non rinuncerà facilmente alla sua concessione. L’ENI è abituata ad affrontare contenziosi e a gestire situazioni difficili, ha affermato Descalzi, portando ad esempio il caso della Libia. Per quanto riguarda la nave “Saipem”, ha lasciato intendere che una possibile destinazione potrebbe essere il Marocco.

 

Una foto aerea della nave “Saipem 12000”

Conferenza di fine anno del premier Paolo Gentiloni

Il premier Gentiloni tira le somme di un anno di governo e della legislatura

Il 28 si è tenuta presso la sala dei gruppi della Camera, la conferenza di fine anno del premier Paolo Gentiloni. Il primo a parlare è stato Carlo Verna, presidente dell’ordine dei giornalisti, che dopo aver elencato i problemi dell’ordine e le sfide che il giornalismo moderno deve affrontare, ha introdotto il premier.

La conferenza

Il Presidente Gentiloni ha aperto il suo intervento con i classici ringraziamenti alla squadra di governo e a Carlo Verna. Il presidente dell’esecutivo ha presentato i successi della legislatura, tra cui l’uscita del paese dal tunnel della crisi più grave dal dopoguerra. Per il premier importanti traguardi sono stati raggiunti nel 2017. Ha ricordato il perfetto svolgimento del G7 di Taormina, in cui sono state trattate importanti questioni, ampiamente ridiscusse nel G20 di Amburgo. Pietra miliare di quest’anno, è stata la sconfitta militare di Daesh, a cui l’Italia ha contribuito attivamente, col secondo contingente militare più grande in Iraq dopo quello USA.

Economia

Ottimi risultati in questo questo frangente, le proiezioni danno dati in rialzo. L’Italia esce dalla cronica condizione di fanalino di coda dell’Europa. Sul piano dell’occupazione, sono stati creati, grazie al jobs act, un milione di posti a tempo indeterminato mentre la contemporanea crescita dell’export ha portato il paese tra i primi 5 esportatori nel mondo. Menzione anche al decreto salva risparmio, una delle prime decisioni del governo, per aiutare i risparmiatori danneggiati dal fallimento di alcune banche. Il salvataggio è costato ai contribuenti italiani meno rispetto a quello dei loro omologhi tedeschi. Il sistema bancario nazionale rappresenta un’opportunità per il paese, afferma il premier, non un nemico. Certamente le banche hanno dei limiti, ma attraverso l’attenta vigilanza da parte dello Stato, possono rappresentare un motore per la crescita degli investimenti. Industria 4.0, investimenti infrastrutturali, lotta al precariato pubblico chiudono la politica economica della legislatura.

Politica interna

Passando alle migrazioni, il 2017 ha visto importanti risultati sotto quest’aspetto, con una riduzione delle partenze e l’aumento dei rimpatri. Queste politiche hanno portato all’ottimo risultato di ridurre le morti in mare, che comunque rimangono elevate. Per quello che riguarda i diritti civili, d’importanza storica sono l’approvazione di due leggi, quella sulle unioni civili, durante la legislatura, governo Renzi, e quella sul biotestamento, nel mese di Dicembre. Il Premier ha rivolto un appello alla società civile per evitare il disfattismo, soprattutto nelle aree terremotate.

In chiusura

Il premier ha fatto riferimento alle future elezioni, senza fornire date sullo scioglimento delle camere, Mattarella detterà i tempi dei futuri passaggi parlamentari. Il Presidente Gentiloni ha terminato riconfermando l’impegno dell’esecutivo a governare l’Italia fino a quando ce n’è sarà bisogno.

Il question time con i giornalisti

Oltre alle scontate domande sulle future elezioni, ho trovato interessanti quelle relative a:

L’approvazione del DEF ad aprile. La giornalista faceva riferimento alle possibili modifiche da dover applicare alla manovra, a causa del deficit che supera la soglia imposta dall’Europa. Il premier ha risposto che non crede che il suo governo se ne dovrà occupare.

Intervento in Niger. Sono stati chiesti al presidente i motivi della missione. Il premier ha risposto che l’intervento fa parte di una strategia più ampia alla lotta al terrorismo e alla tratta degli umani. I militari italiani opereranno all’interno dei normali criteri usati fin ora nelle operazioni all’estero.

Ius Soli. Al primo ministro Gentiloni è stato fatto notare come la mancata approvazione della legge sulla cittadinanza abbia rappresentato uno smacco per la legislatura. Gentiloni ha giustificato la mancata approvazione in Senato, come unico modo per evitare che la legge venisse bocciata, portando indietro di anni l’iter per l’approvazione.

Problema della leadership nel PD. Il giornalista ha fatto riferimento agli ottimi indici di gradimento del premier e dei pessimi sondaggi del PD. Il premier ha difeso il partito, individuando nello scissionismo, tipico della sinistra, i problemi con l’elettorato.

Conclusioni

La conferenza stampa di fine anno, ha mostrato un leader sicuro, degno di rappresentare l’Italia nel mondo. Dimostrando che la sinistra ha ancora persone di valore nei propri ranghi. Poche ore dopo la conclusione, il ministro degli interni Minniti e il premier Gentiloni si sono recati al Quirinale per un’udienza con Mattarella. Dopo l’incontro, il Presidente della Repubblica, ha decisione per lo scioglimento delle camere. Un Consiglio dei Ministri straordinario, ha votato il decreto col quale s’indicono le elezioni, per il 4 Marzo.