Le Repubbliche Popolari del Donbass | Speciale parte 2 di 4

Sono ormai quattro anni che si combatte nell’est. Le Repubbliche separatiste tengono duro, ma l’Ucraina è decisa a non demordere. Anche ricorrendo a scomodi alleati.

Eccoci con il nostro secondo appuntamento dello speciale dedicato all’attuale situazione della crisi dei rapporti Russia-Occidente, con un occhio di riguardo al conflitto ucraino. La settimana precedente si erano ripercorsi i fatti che avevano portato alla crisi politica interna al Paese, e che era culminata nella secessione degli oblast’ di Donetsk e Lugansk, nomi ormai divenuti tristemente noti. Oggi vogliamo approfondire la peculiare natura di queste due realtà territoriali ed offrirvi un quadro dell’attuale situazione politica e militare.

Le repubbliche popolari

Nell’aprile del 2014 un gran numero di manifestanti contrari alle proteste di Piazza Maidan occupano diversi edifici pubblici nell’oblast’ di Donetsk, importante centro nella zona orientale del Paese, quasi al confine con la Federazione russa. Ricordiamo al lettore che tutta la macroregione del Donbass fino al Mar Nero costituisce una delle zone più ricche di tutta l’Ucraina, soprattutto grazie alle ingenti risorse minerarie.

Il giorno successivo viene proclamata la Repubblica popolare di Donetsk, cui seguirà il 24 aprile la secessione dell’oblast’ di Lugansk. In entrambe queste circoscrizioni si tennero dei referendum sulla secessione che godettero di una affluenza superiore all’80%. Con essi la popolazione delle due regioni promosse il progetto indipendentista con percentuali quasi bulgare (nel caso di Lugansk si espresse a favore non meno del 94% della popolazione).

La “Nuova Russia” e il Protocollo di Minsk

Le due repubbliche neo costituite dovettero fin da subito fronteggiare le reazioni militari di Kiev contro l’insurrezione. Notevole è stata la capacità della “Milizia popolare del Donbass”, ovvero la forza armata delle due repubbliche, nel contenere i violenti attacchi delle forze ucraine: il primo nucleo della milizia era già in via di formazione durante i primi giorni della rivolta. Le sue file vennero costituite da un nutrito numero di volontari locali ma anche da numerosi volontari provenienti dal mondo russo (in particolare ceceni ed osseti).

Le due repubbliche cercarono di guadagnare forza l’una dall’altra allestendo il cosiddetto “Progetto Nuova Russia”, ovvero una nuova confederazione che comprendesse le due Repubbliche neo-costituite. Il progetto venne abbandonato pochi mesi dopo con il Protocollo di Minsk: questo progetto, patrocinato dall’OSCE, consisteva in un accordo di cessate il fuoco e una provvisoria delimitazione territoriale, in vista di possibili sviluppi diplomatici. Al Protocollo aderirono, fra la fine dell’estate e l’inizio di settembre, sia i rappresentanti di Kiev che quelli delle due repubbliche scissioniste. Questo tuttavia non impedì una nuova escalation delle violenze, culminate in quella che è conosciuta come la seconda battaglia per il controllo dell’aeroporto di Donetsk. Da quel momento le ostilità si trovano in una sorta di stallo.

Indicativa rappresentazione della delimitazione concordata con il Protocollo di Minsk

Lo stallo

La situazione che si è venuta a creare presenta delle caratteristiche piuttosto anomale: il confine fra l’Ucraina e le due repubbliche si è attestato su una linea piuttosto stabile, anche se i piccoli scontri e le scaramucce fra piccole formazioni sono all’ordine del giorno. Altrettanto frequenti sono i bombardamenti da parte ucraina delle zone lungo il confine, alle quali la Milizia popolare risponde con un più intenso fuoco di piccolo calibro.

Notevole è la capacità organizzativa delle forze separatiste, le quali, essendo formate da un gran numero di volontari con pregresse esperienze militari, si sono organizzate su un sistema di Brigate indipendenti che supportano la Milizia popolare e che godono di un notevole equipaggiamento di produzione russa, compresi mezzi corazzati pesanti.

L’elevata quantità e qualità dell’equipaggiamento ha sollevato molti dubbi circa la condotta della Federazione russa: se consideriamo la fortissima posizione filorussa delle due repubbliche e la possibilità per la Russia di ottenere da questi nuovi amici notevoli quantità di materie prime (soprattutto carbone), non ci appare così improbabile l’ipotesi di un proficuo rapporto di riarmo fra la Federazione e le due repubbliche.

Una (a prima vista) eclatante confusione ideologica

Ciò che appare fin da subito molto interessante è la peculiare situazione politica ed organizzativa delle due repubbliche, soprattutto per quanto riguarda Donetsk. Pur essendo una “Repubblica popolare” vi sono articoli contenenti statuizioni particolarmente reazionarie. Ad esempio, l’Art. 9 pone il cristianesimo ortodosso del Patriarcato di Mosca come religione ufficiale, mentre gli articoli 31 e 12 censurano rispettivamente i rapporti omosessuali (definendoli espressamente “perversi”) e l’aborto.

Inoltre numerosi componenti del governo hanno un passato molto contrastante. L’attuale “Governatore del popolo” Pavel Gubarev non solo iniziò la propria esperienza nella politica all’interno di un’organizzazione neonazista russa, ma ha dimostrato in molte occasioni pubbliche vicinanza a personaggi come il filosofo e politologo russo Alexander Dugin.

Dugin è universalmente noto come colui che ha rilanciato, verso la fine del secolo scorso, l’ideologia nazional-bolscevica (una sorta di sincretismo fra il comunismo più spinto ed una matrice di fondo nazionalista) e come aperto sostenitore di una nuova politica imperialista da parte della Russia. Tanto per dare un’idea del personaggio citiamo due fra le sue opere più famose: “Il Fascismo immenso e rosso” e “Eurasia. La Rivoluzione conservatrice”.

Aleksandr Zacharčenko, Presidente della Repubblica Popolare di Donetsk.

Il fascino della svastica

Ma le forze armate separatiste non sono le sole ad ospitare soggetti quantomeno dubbi nelle loro fila. Dall’altra parte del fronte, anche l’esercito ucraino non disdegna l’aiuto della svastica. Nei mesi subito successivi alla cruenta separazione, a causa della contestuale caduta del governo di Viktor Janukovyč, i militari ucraini non potevano godere di piena libertà di azione e dislocamento per tentare di contrastare i ribelli. Hanno sopperito a questo limite con la creazione di brigate formate da volontari provenienti da tutta Europa (soprattutto Italia, Francia e Spagna) ma che avevano quasi tutti in comune una spiccata propensione per la destra estrema. Vi vogliamo citare solo la più nota di queste formazioni, il Battaglione “Azov”.

Nato appunto come una formazione indipendente di combattenti, nello stesso 2014 è stata inquadrata dall’esercito ucraino all’interno del nucleo forze speciali della Guardia Nazionale (tanto da condurre un gran numero di operazioni insieme ai paracadutisti dell’esercito regolare ucraino). Sono stati ripetutamente accusati da agenzie di tutto il mondo di ripetuti e sistematici crimini di guerra, come torture, esecuzioni e mutilazioni. Il loro simbolo richiama lo Schwartze Sonne (il Sole nero molto amato dalla simbologia nazista) accompagnato dalla runa Wolfsangel (anch’esso simbolo runico molto amato dai nazisti, tanto che fu usato come stemma della 2° SS-Panzerdivision “Das Reich” durante la seconda guerra mondiale).

Ad esso si sono aggiunti altri reparti, come il Battaglione “Donbass”, i cui membri, come sorta di rito di iniziazione, sembra si facciano tatuare dai compagni delle svastiche sul petto.

Alcuni membri del Battaglione “Azov”. Appare evidente la simbologia nazista

La Siria e le armi chimiche

Assad sta vincendo la guerra ? E se si, usa ancora le armi chimiche ?

Le armi chimiche colpiscono ancora una volta un paese dilaniato dalla guerra civile. L’area colpita corrisponde grosso modo alle zone di Douma, area a est di Damasco e alla parte orientale di Ghouta. Entrambe le zone fanno parte di una sacca di resistenza ormai finita nelle mani del regime.

L’attacco

L’8 Aprile fonti dei ribelli, affermano d’aver visto soldati d’Assad, rilasciare grossi contenitori nei dintorni delle aree colpite. Questi potrebbero essere i vettori del gas. Le vittime dell’attacco sembrano essere una cinquantina mentre centinaia gli intossicati. Se questo dovesse corrispondere al vero, la situazione potrebbe essere peggiore del previsto.

Le motivazioni

Perché un governo che sta vincendo la guerra dovrebbe fare uso di sostanze chimiche ?Forse per velocizzare la resa delle ultime forze ribelli? Oppure per dare un segnale di forza ? Nel primo caso, si è raggiunto l’obbiettivo: i ribelli di Jaish al Islam in seguito all’attacco hanno accettato di sgomberare il campo. Sostanzialmente l’uso dei gas ha funzionato, causando però un contraccolpo dal punto di vista mediatico, danneggiando la credibilità del regime. Nel secondo caso, il segnale arrivato è contraddittorio. Il regime non è cosi solido come vuol far credere. Quando si utilizzano armi di distruzione di massa, gli americani insegnano, vuol dire che gli sforzi convenzionali non sono sufficienti a sconfiggere l’avversario.

I commenti dei principali attori coinvolti nella guerra civile siriana

Il presidente Donald J. Trump come sempre è partito con le minacce che risultano essere molto credibili. Basti pensare alla risposta americana agli attacchi del 4 Aprile del 2017, compiuti dal regime d’Assad sempre con il gas, quando furono lanciati 59 missili cruise contro una base siriana. La Turchia, tramite una nota del proprio ministro degli esteri, ha condannato l’accaduto. Assad ha ovviamente respinto le accuse, protetto dallo Zar Putin. Interessante anche il commento dell’Iran, che grida al complotto ai danni del regime Ba’th.

Conclusioni

In attesa che un’indagine internazionale accerti le, eventuali, responsabilità siriane la guerra sembra volgere al termine con una vittoria, qualche tempo fa inaspettata del regime di Damasco.

Pillole di politica estera – settimana XIV

I principali avvenimenti di politica estera della XIV° settimana dell’anno

Niger, alt alla missione

La tanto controversa missione in Niger dell’esercito italiano, approvata durante la scorsa legislatura, si trova ad un punto inaspettato. La resistenza della popolazione locale, alla presenza straniera, hanno convinto il presidente nigerino Mahamadou Issoufou a richiedere un rallentamento nello spiegamento delle truppe. Adesso bisognerà decidere se ritirare il contingente di 40 unità già presenti sul territorio. I militari erano arrivati nell’area per preparare la base per le nostre truppe, ma al momento risultano confinati all’interno della base USA.

Continuano gli scontri nella striscia di Gaza

La settimana di Pasqua, non ha visto diminuire le tensioni nell’area di Gaza, le proteste continuano. Quella di cui parliamo è la più importante manifestazione organizzata dai palestinesi negli ultimi anni. Iniziata in concomitanza con la pasqua ebraica, terminerà il 18 Maggio giorno della nascita d’Israele. Quella che nei piani degli organizzatori doveva essere una manifestazione pacifica è rapidamente degenerata in scontri con l’esercito d’Israele, causando migliaia di ferite e una decina di morti.

Scontro Dazi Cina-Stati Uniti

Il presidente Donald Trump, ha deciso d’imporre dazi alla Cina dal valore di oltre 100 miliardi di dollari. In risposta il governo di Pechino ha minacciato di tassare i prodotti importati da dagli Stati Uniti, soprattutto soia ed aerei entrambi prodotti negli stati che nelle scorse elezioni hanno supportato il presidente. Questa potrebbe essere un ottima arma in mano alla Cina perché le elezioni di metà mandato sono alle porte.

L’ex-presidente brasiliano Lula in carcere

Questa settimana il tribunale supremo brasiliano ha rigettato la richiesta di habeas corpus presentata da Lula, il quale ora dovrà scontare in galera la pena di 12 anni per corruzione e riciclaggio. L’ex- presidente per evitare l’incarcerazione si è rifugiato presso la sede del sindacato degli operai dove era politicamente cresciuto. Dopo essersi rifiutato di consegnarsi alle autorità, per partecipare alla messa in ricordo della moglie, l’ex-presidente Lula si è nuovamente rifugiato nel sindacato. Dopo alcune ore Lula nel della notte si è consegnato alle autorità, per essere trasferito in carcere.

La crisi dei rapporti Russia-Occidente | Speciale parte 1 di 4

La crisi che portò alla rottura

Oggi parte una nuova rubrica in più parti con la quale noi del Team Esteri del Momento ci proponiamo, ogni mese, di descrivere un argomento di politica estera.  Per iniziare tratteremo della crisi dei rapporti Russia-Occidente. La rubrica uscirà ogni weekend trattando di volta in volta  un aspetto diverso dell’argomento.

La crisi in Ucraina

Le relazioni tra paesi dell’Europa dell’Est e i restanti paesi europei, hanno visto un sostanziale miglioramento in seguito alla caduta del muro di Berlino. Lo stesso non si può dire dei paesi fuoriusciti dall’Unione Sovietica che, a parte le tre repubbliche baltiche, sono rimasti sostanzialmente sotto l’egemonia russa. Qualcosa cambia nel 2004, quando sull’onda della rivoluzione arancione arriva al potere Viktor Juščenko, il quale decide di uscire dall’ombra russa, per migliorare le relazioni con l’Europa. In risposta, Putin iniziò a fare pressioni sulla vulnerabile economia del paese, riuscendo alle elezioni del 2010 a far arrivare al potere Viktor Janukovyč. Il nuovo presidente, per tornare nelle grazie della Russia, decide di ritirare le richieste per entrare in Unione Europea e nella NATO, permettendo a Putin l’utilizzo delle basi navali in Crimea. Verso la fine del 2013, iniziarono le manifestazioni in piazza contro alcune misure pro Russia e anti europee, decise dal governo, la situazione degenerò rapidamente. A Febbraio 2014, il parlamento riesci a destituire Janukovyč, il quale si rifugia in Russia. Venne nominato ad interim Oleksandr Turčynov, il quale decise d’indire le elezioni per Maggio.

La Crimea

Pochi giorni dopo la destituzione di Viktor Janukovyč, in Crimea, che  era una repubblica autonoma dell’Ucraina  alcuni uomini armati entrarono nel parlamento locale sventolando una bandiera russa. Il giorno seguente uomini armati e con uniformi russe presero il controllo dei punti nevralgici della penisola, tra cui l’unica via d’accesso terrestre che collegasse la Crimea all’Ucraina. Il 16 Marzo, si tenne un referendum per decidere le sorti della penisola, il risultato fu assolutamente a favore dei Russi.

La guerra civile

Ad Aprile, manifestanti armati entrarono nel parlamento di Donetsk, nell’Ucraina Orientale, anche loro sventolando bandiere russe. Poco dopo dichiararono l’indipendenza e la nascita della repubblica. Nello stesso periodo, in un Oblast vicino nacque la Repubblica Popolare di Lugansk. Gli eventi che caratterizzarono la sua nascita sono del tutto simili a quelli avvenuti a Donetsk. Il governo Ucraino attese fino alle elezioni di Maggio per prendere dei provvedimenti a riguardo. Dalle elezioni uscì vincitore Petro Porošenko, che decise per la linea dura contro i ribelli. Se per la Crimea il nuovo presidente non poté fare molto perché  la penisola entrò di fatto nella federazione Russa, in questo caso decise di reprimere la rivolta nella zona del Dombass. In aiuto degli Ucraini, la NATO aumentò le esercitazioni  mentre Stati Uniti ed Europa imposero delle dure sanzioni alla Russia. Le sanzioni furono imposte, quando ormai era palese il coinvolgimento diretto di unità russe nella guerra.  A ormai 4 anni dall’inizio delle ostilità, l’esercito ucraino non è riuscito a sconfiggere la rivolta, mentre l’orso dell’Est combatte la recessione causata dalle sanzioni. La situazione sembra ancora molto lontana da una soluzione sia militare che diplomatica.

Senza metafore: il Qatar diventa un isola

 

Al 305° giorno dall’inizio del blocco del Qatar, “Arab News” annuncia il lancio di un nuovo progetto Saudita proprio al confine con la piccola, ma ricca monarchia: un piano turistico integrato per trasformare l’area arida tra Arabia Saudita e Qatar in un canale marittimo aperto ad una varietà di imprese.

Dettagli del progetto

Il progetto prevede lo scavo di un canale sulla striscia di terra che separa l’Arabia Saudita dal Qatar. Il territorio si estende per 60 km e collegherebbe le città di Salwa e Khawr Al-Udayd. Pur essendo ancora in attesa di approvazione ufficiale, il piano di investimenti verrà sostenuto da nove società per un costo di circa 2,8 miliardi di Riyad e sarà concluso in 12 mesi dalla data di approvazione. Il canale sarà in grado di accogliere tutti i tipi di navi, comprese le navi container e da passeggeri.

L’obiettivo dell’ambizioso piano di investimenti ed infrastrutture è quello di energizzare l’economia locale della zona desertica e sfruttarne la posizione geo-strategica, stimolando la crescita della popolazione della zona, creando nuove opportunità di lavoro, espandendo l’industria della pesca ed investendo in agricoltura salina. La nuova costa avrà cinque importanti resort con spiagge private e due porti, uno a Salwa e l’altro a Khawr Al-Udayd. Già allo stato attuale il progetto viene considerato il più importante nella regione del Golfo grazie alla sua posizione centrale tra i paesi limitrofi.

Scenario geopolitico

Il canale non sarà considerato internazionale, come tiene a precisare la fedele agenzia di informazione Saudita “Arab News”; il progetto verrà infatti realizzato all’interno del confine. Tuttavia, è stato specificato che l’area terrestre adiacente al Qatar sarà soggetta alla presenza militare per la protezione e il monitoraggio.

Gia’ da dieci mesi un blocco aereo, marittimo e terrestre è stato imposto al Qatar da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait ed Egitto, che accusano Doha di sponsorizzare il terrorismo nel Medio Oriente finanziando proxy groups Iraniani come Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano. Data la sua posizione geografica, il Qatar è costantemente sotto pressione sia dall’Iran che dall’Arabia Saudita a prendere posizione sotto una delle due sfere di influenza nella regione. Inoltre, il Qatar è economicamente legato ad entrambi i paesi. L’esportazione principale del Qatar è il gas naturale e condivide il più grande giacimento di gas naturale del mondo con l’Iran. Allo stesso tempo, il Qatar è anche membro della Coalizione dei Paesi del Golfo, un’unione economica guidata dall’Arabia Saudita basata sul controllo della produzione di petrolio.

Sarebbe dunque azzardato considerare l’ennesimo progetto avanguardista della famiglia Saud come un’ulteriore manovra dei paesi del Golfo al fine di isolare il mezzo amico dell’Iran?

La Corte di Giustizia UE: il Sahara Occidentale non fa parte del Marocco. Un passo in avanti per il popolo saharawi?

Una sentenza che sembra accontentare un po’ tutti, ma in realtà non soddisfa appieno nessuno. Il 27 febbraio 2018 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dichiarato valido l’accordo di pesca fra UE e Marocco, ma ha precisato che esso non è applicabile al Sahara Occidentale. La ragione è che “il territorio del Sahara occidentale non fa parte del territorio del Regno del Marocco”, una netta presa di posizione che rischia di complicare le relazioni diplomatiche fra i Paesi europei e il regno nordafricano.

Il Sahara Occidentale è una regione contesa, tradizionalmente abitata dal popolo saharawi. Sotto amministrazione spagnola fino al 1975, in seguito gran parte del suo territorio fu occupato dal Marocco e fu teatro di scontri militari fra indipendentisti ed esercito marocchino fino alla tregua del 1991. Il Fronte Polisario, che si batte per la libertà dei saharawi, reclama l’indipendenza della regione e l’ONU ha riconosciuto il diritto della popolazione ad autodeterminarsi e a svolgere un referendum sull’appartenenza al Marocco, anche se la consultazione è stata rinviata sine die in seguito a divergenze fra le parti in causa.

La lotta dei saharawi per l’indipendenza aveva un tempo molta risonanza a livello internazionale e nell’opinione pubblica occidentale, ma anche a causa di un perdurante stallo politico e militare è progressivamente finita nel dimenticatoio e non si è mai giunti a una soluzione definitiva del conflitto.

Il Sahara Occidentale: in chiaro la parte controllata dal Marocco, in giallo quella controllata dal Fronte Polisario

 

La sentenza

Il recente verdetto della Corte di Giustizia europea è un’altra tappa di questo travagliato percorso. La disputa era sorta nel 2016: l’organizzazione britannica Western Sahara Campaign (WSC), che difende i diritti dei saharawi, aveva presentato due ricorsi dinanzi all’Alta Corte di Giustizia di Inghilterra e Galles contestando l’inclusione delle acque adiacenti al Sahara Occidentale nell’accordo di pesca fra UE e Marocco. L’Alta Corte aveva poi deciso di sospendere il procedimento e di sollevare una domanda di pronuncia pregiudiziale presso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) riguardo alla validità del patto.

La CGUE ha deliberato che l’accordo di partenariato nel settore della pesca tra la Comunità Europea e il Marocco è valido. Tuttavia, esso non è applicabile alle acque adiacenti al Sahara Occidentale “in considerazione del fatto che il territorio del Sahara occidentale non fa parte del territorio del Regno del Marocco”. La Corte, che aveva espresso già in passato la precedente opinione, sottolinea inoltre che “l’inclusione del territorio del Sahara occidentale nell’ambito di applicazione dell’accordo di associazione […] violerebbe alcune norme di diritto internazionale generale”, compreso il principio di autodeterminazione.

Un verdetto un po’ salomonico, che mantiene valido l’accordo e tenta di non scontentare troppo nessuna delle parti in causa, allontanando lo spettro di uno scontro diplomatico immediato.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea

 

L’accordo UE-Marocco

Il patto di pesca è in vigore dal 28 febbraio 2007 e scadrà il 14 luglio prossimo. In cambio di circa 36 milioni di euro all’anno, il Marocco lascia pescare nelle sue acque più di un centinaio di navi europee, la maggioranza spagnole. Come riporta il quotidiano spagnolo “El Paìs”, il 91% delle catture europee si realizzano in acque prossime al Sahara Occidentale, la zona al centro delle controversie di cui abbiamo parlato.

Di fatto ora l’Unione Europea dovrebbe garantire che non si peschi in queste acque e il nuovo accordo dovrà essere rinegoziato rispettando quanto stabilito dalla Corte. Le incognite tuttavia sono molte, poiché un nuovo trattato che escluda queste acque rischierebbe di avere una ricaduta pesante sul lavoro dei pescatori europei.

 

Le conseguenze e le reazioni alla sentenza

Nell’immediato, i pescatori europei che operano nei pressi del Marocco possono però tirare un sospiro di sollievo, perché la decisione del massimo tribunale dell’Unione scaccia il timore di uno stralcio completo dell’accordo. Il 10 gennaio l’avvocato generale della Corte, Melchior Wathelet, aveva proposto infatti alla Corte europea di dichiarare invalido l’accordo di pesca, perché esso avrebbe violato l’obbligo da parte dell’UE di rispettare il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi. La Corte si è invece distanziata dal parere (non vincolante) dell’avvocato generale, adottando una linea più morbida.

Dall’altro lato, affermando che il territorio del Marocco non include il Sahara Occidentale, la Corte di Giustizia ha concesso ai saharawi una vittoria politica e diplomatica di una certa rilevanza, sebbene non completa né risolutiva. I saharawi infatti vedono sottolineato da un importante organismo internazionale il fatto che il territorio di cui reclamano l’indipendenza non è sotto la sovranità del Marocco. Questa notizia si aggiunge a un altro successo recente: il 23 febbraio un tribunale sudafricano ha stabilito che un carico di fosfato estratto nel Sahara Occidentale da imprese marocchine e bloccato dai sudafricani non appartiene ai marocchini, ma alla Repubblica dei Saharawi.

La reazione della diplomazia europea e marocchina alla sentenza della Corte di Giustizia europea è stata cauta. Il giorno stesso della sentenza l’Alto rappresentante per la Politica Estera dell’UE, Federica Mogherini, e il ministro degli Esteri marocchino, Nasser Bourita, hanno emesso un comunicato congiunto dichiarando di rimanere “determinati a preservare la cooperazione nel campo della pesca” ed esprimendo “la loro volontà di negoziare gli strumenti necessari” a tale scopo. Inoltre hanno sottolineato “la vitalità delle relazioni” e il supporto a “una soluzione politica definitiva” per il Sahara Occidentale.

Il Ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE Federica Mogherini

Alla fine di marzo sono iniziati i preparativi dei negoziati per il rinnovo del trattato di pesca fra Marocco ed UE, che dovrà tenere in considerazione la sentenza della Corte di Giustizia.

Resta ora da vedere se le esigenze commerciali spingeranno di nuovo a trascurare le richieste di indipendenza dei saharawi o se gli eventi recenti sbloccheranno una situazione ormai incancrenita qual è quella del Sahara Occidentale. Una situazione che per anni non si è risolta né con la guerra, né con la politica, e che forse nei meandri delle Corti e della diplomazia può trovare uno sbocco.