Pillole di politica estera – settimana XIX

Manifestazioni contro l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme

In questi giorni, si stanno moltiplicando gli attriti tra palestinesi e israeliani. Alla manifestazione nella striscia di Gaza, che si dovrebbe terminare il 14 Maggio, si aggiunge l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme che getta nuova benzina sul fuoco. Le manifestazioni sono esplose in tutta la Cisgiordania, in mano israeliana dal 1967, causando migliaia di feriti e decine di morti. Al momento solo alcuni paesi, tra cui la repubblica Ceca e l’Austria, hanno confermato la propria presenza all’inaugurazione.

Attentato a Parigi

Tornano il terrore e la morte nelle strade di Parigi. Un uomo solo, gridando «Allah Akbar!» ha inseguito i passanti con un coltello, lungo le stradine attorno all’Opera, fra ristoranti, bar e teatri. L’assalitore che ha ucciso una persona e ferite altre 4, si chiamava Khamzat Azimov ed era nato in Cecenia nel 1997. L’attentato è stato rivendicato dall’ISIS, che ha anche diffuso un video girato dall’attentatore prima di colpire. Identificato poche ore dopo, era sotto sorveglianza perché radicalizzato.

Attacco contro i cristiani in Indonesia

Dieci morti e 41 feriti. Questo il bilancio provvisorio di tre attentati dinamitardi compiuti in altrettante chiese a Surabaya, città portuale dell’Indonesia. A riferirlo la polizia che ritiene che i kamikaze facessero tutti parte della stessa famiglia legata all’Isis. Questo è il primo attacco ai cristiani indonesiani dopo quello del 2016. L’Indonesia, paese a maggioranza mussulmana, ha visto negli ultimi anni uno dei tassi più alti di radicalizzazione e foreign fighters nella regione.

Usa fuori da accordo nucleare

Gli americani, l’8 maggio, hanno ufficializzato la volontà di voler fuoriuscire dall’accordo sul nucleare iraniano. La motivazione principale non va trovata nel mancato rispetto degli accordi da parte dell’Iran. Il paese sciita, secondo gli organismi internazionali, sta rispettando la sua parte dell’accordo cioè quella riguardante l’arricchimento dell’uranio. La causa della fuoriuscita degli Stati Uniti va cercata nelle sanzioni. Secondo Washington, togliere le sanzioni, vorrebbe dire permettere all’Iran di finanziare il terrorismo di matrice islamica e di diventare un pericoloso vicino.

Pillole di politica estera – settimana XVIII

Elezioni parlamentari in Libano

Dopo più di 9 anni, i cittadini del paese dei cedri sono chiamati a eleggere i nuovi rappresentanti dell’assemblea nazionale. Le elezioni avvengono in un momento critico per il paese. Il Libano, in  questo momento, si trova schiacciato da una parte dall’Arabia Saudita che supporta l’attuale presidente Hariri e dall’altro da Hezbollah, partito Sciita attivamente coinvolto nella guerra in Siria. Hezbollah ha il supporto dell’Iran, che in questo momento sfrutta il buon andamento della guerra in Siria per allargare la propria area d’influenza.

Il nucleare iraniano

L’Iran è nuovamente sotto i riflettori, a causa della decisione di Trump d’uscire dall’accordo sul nucleare. L’economia del paese sciita è ancora stretta dalle sanzioni, che giorno dopo giorno impediscono al paese di esportare gas e petrolio. Come risposta il governo di Teheran ha minacciato ritorsioni contro gli Stati Uniti.

Distensione tra le due coree

Dopo l’incontro del 27 Aprile, si moltiplicano le iniziative per ridurre la tensione tra i due paesi.  Solo in questa settimana ne possiamo contare due: l’unificazione delle squadre di ping pong al torneo mondiale e l’adozione di un unico fuso orario in entrambe le coree. Anche se di portata ridotta, i segni della distensione ci sono. Bisognerà solo aspettare per vedere se le iniziative sono prettamente simboliche, oppure porteranno a un risultato concreto.

Manifestazioni in Russia

In questi giorni, in Russia, si sono tenute alcune manifestazioni  contro l’elezione di Putin. La più importante è avvenuta il 5 maggio a Mosca ed è stata organizzata da Navalny, il blogger a capo  dell’opposizione. Navalny è stato arrestato, per l’ennesima volta, insieme ad altri mille attivisti.

Rivoluzione di Velluto in Armenia

Va avanti la rivoluzione in Armenia. Guidati da Pashinyan, i “rivoluzionari” vogliono porre fine al dominio di Sargsyan, al potere dal 1991. Lo sciopero generale di questi giorni sta mandando in tilt il paese, costringendo il governo a scendere a patti con i manifestanti. L’obiettivo di Pashinyan è di guidare il paese verso una transizione democratica.

Un nuovo líder, non proprio máximo

Aprile è un mese denso di significati per la República de Cuba.

Il 10 aprile 1892 José Martí, eroe nazionale cubano, creò il Partido Revolucionario Cubano, con lo scopo di organizzare l’indipendenza di Cuba.

L’invasión de Playa Girón, organizzata dagli Stati Uniti, in particolare dalla CIA, per mettere fine al regime di Fidel Castro, avvenne nell’aprile del 1961.

Anche gli ultimi due Congressi del Partido Comunista, nel 2011 e nel 2016, sono stati organizzati in questo mese storico.

Quale data migliore, dunque, del 19 aprile 2018 per eleggere Miguel Mario Díaz-Canel Bermúdez quale nuovo presidente cubano?

È lecito chiedersi il presidente di cosa, di quale organo. A voi la sfida di capire se Jefe de Estado, Jefe de Gobierno, Presidente del Consejo de los Ministros, Presidente del Consejo de Estado oppure una bella insalata mista e tutti in ‘dieta comunista’.

Raúl Castro e Miguel Díaz-Canel

Essere capo scout e guidare un gruppo di giovani lupetti alla volta di escursioni montane non era consigliabile in un paese come Cuba, perciò Miguel, dopo essersi laureato in ingegneria elettronica ed essere diventato professore all’interno dell’Università di Santa Clara, da lui stesso frequentata, decise che entrare come dirigente nella Unión de Jóvenes Comunistas sarebbe stata una scelta più saggia.

C’è chi lo definirebbe un carrierista, ma in questo paese orwelliano nessuno può davvero accertare che la sua scalata politica sia stata tutta frutto della sua volontà e del suo sacco. È più plausibile che sia solo stato una pedina usata per ‘mangiarsi’ le città di Villa Clara e Holguín, e finire in dama in quanto Ministro de Educación Superior de Cuba.

Il vecchio Raúl, che nell’esercitare la professione di presidente ha dimostrato di essere meno máximo dell’amato fratello Fidel, cede il passo a questo nuovo líder, che di máximo, almeno per ora, non ha quasi nulla. Ma il secondogenito della famiglia Castro non solo non abbandonerà il controllo dell’esercito e manterrà l’incarico di Segretario del Partido Comunista, ma probabilmente continuerà ad essere alla guida del Paese coprendo il ruolo di padrino, consigliere e mentore di Miguel Díaz-Canel.

È per questo e molti altri motivi che un qualsiasi politologo occidentale aborrirebbe nella lettura del Granma, quotidiano ufficiale del Partido, dove il termine democrazia, associato al regime comunista, spunta come funghi su ceppi di alberi abbattuti.

I fratelli Castro: Raúl e Fidel

Allora niente di nuovo sul fronte cubano? Per il breve periodo, no.

I pescatori cubani continueranno a non potersi allontanare troppo dal Malecón per andare in mare aperto: i Big Brothers di questa dittatura nascosta hanno ancora paura che le barche potrebbero attraccare al porto di Miami e non fare più ritorno.

Le uniche macchine che si potranno vedere in strada continueranno ad essere le Lada e altri modelli risalenti agli anni ’60.

Il problema della doppia moneta in circolazione (peso e cuc) rimarrà tale ancora per un po’.

La Libreta de Abastecimiento rimarrà ancora per molti cubani l’unico modo per poter acquistare provviste al mercato o nei negozi di alimentari.

Nessun risvolto positivo, quindi, in questo cambiamento? Fortunatamente, non è così. Avrà pure una personalità mediocre, ma Miguel Díaz-Canel è una nuova leva e, soprattutto, è il primo leader, dopo anni, a non aver combattuto nella Rivoluzione. E questi sono già due punti a suo favore. Vero è che avrà le mani legate per un po’, ma quando la vecchia guardia si estinguerà, i piccoli segni progressisti di cui Canel ha già dato prova di saper attuare, saranno molti di più.

Dobbiamo infatti ringraziare Miguelito se un po’ di rock, tra cui anche il concerto gratis dei Rolling Stones in Plaza de la Revolución il 25 marzo 2016, è riuscito a varcare il confine. Ed è sempre lui che ha difeso un gay-nightclub nella città di Santa Clara e permesso che questo restasse aperto.

Cantare ‘Venceremos, Adelante! O Victoria, o Muerte’, forse, chissà, non sarà più di moda fra qualche anno.

Le ingerenze nei sistemi democratici dell’Occidente | Speciale Russia parte 4 di 4

L’influenza russa
Tra le criticità che la comunità di Intelligence statunitense sta affrontando nella gestione della sicurezza nazionale, la problematica maggiore deriva dagli attacchi informatici cibernetici condotti dalla Russia, attacchi messi in atto con l’obiettivo di influenzare le elezioni americane del 2016 e le elezioni del prossimo futuro. In una dichiarazione congiunta dell’ottobre 2016 del Department of Homeland Security (DHS) e dell’Ufficio del Direttore dell’Intelligence nazionale (DNI), la comunità di Intelligence ha indicato il governo russo come responsabile degli attacchi informatici e di Cyber propaganda (FBI Memorandum).

Ma nel mirino della Russia non ci sono soltanto gli Stati Uniti. Prove di ingerenza sono infatti state rilevate anche nelle elezioni europee. I leader di Germania, Francia e Gran Bretagna hanno pubblicamente accusato la Russia di interferire nelle loro ultime elezioni. Le prove dimostrano che la Russia stava finanziando campagne e utilizzando tecniche di propaganda analoghe per sostenere le parti con una piattaforma pro-Russia.

Da novembre 2015 a giugno 2016, due gruppi di servizi segreti russi (RIS) sono riusciti a infiltrarsi nei server del comitato nazionale democratico statunitense (DNC) rubando e-mail e informazioni riservate. Il primo gruppo, noto come Advanced Persistent Threat (APT 29), è entrato nel sistema nell’estate 2015. Il secondo, APT 28, è entrato nella primavera del 2016. Entrambi i gruppi hanno attaccato organizzazioni, gruppi di riflessione e università in tutto il mondo. L’APT 29 evita il rilevamento durante il phishing su reti sicure, mentre l’APT 28 si propone come organizzazioni legittime per ingannare le vittime nell’inserimento di informazioni personali. Una di queste vittime era John Podesta, responsabile della campagna di Hillary Clinton. Entrambi questi gruppi sono stati in grado di compromettere il partito politico democratico attraverso una serie di e-mail sofisticate di spear-phishing.

Il timeline dell’attacco agli Stati Uniti

I dati e le informazioni trafugate dai gruppi di hacker russi sono state poi fornite al sito web Wikileaks, che il 22 giugno 2016 ha pubblicato e-mail che mostravano membri di alto livello del DNC coinvolti in pratiche oscure e non etiche. Pochi giorni dopo, il 26 giugno 2016, i funzionari dell’intelligence statunitense hanno dichiarato di avere “alta fiducia” nell’ indicare come responsabile dell’attacco al DNC la Russia. L’8 novembre 2016, Donald Trump, il candidato favorito dalla Russia, è stato eletto presidente.

In una valutazione congiunta dell’intelligence del dicembre 2016, la Central Intelligence Agency (CIA), l’Agenzia per la sicurezza nazionale (NSA), e l’FBI, hanno dichiarato che: “Il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato una campagna di influenza nel 2016 rivolta alle elezioni presidenziali americane. Gli obiettivi della Russia erano di minare la fede pubblica nel processo democratico statunitense, denigrare il segretario Clinton e danneggiare la sua eleggibilità e la sua potenziale presidenza. Si rileva ulteriormente che Putin e il governo russo ha sviluppato una chiara preferenza per il Presidente eletto Trump”.

La Russia ha dunque usato questa campagna di influenza per concentrarsi sulle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, cercando di ferire i candidati percepiti come ostili al Cremlino. Più tardi, nel dicembre del 2016, il presidente Obama ha imposto sanzioni economiche alla Russia ed ha espulso trentacinque agenti dell’intelligence russa.

Gli attacchi all’Europa occidentale

Per tutto il 2016 e il 2017, la Russia ha anche utilizzato tattiche simili per influenzare le elezioni nei paesi dell’Europa occidentale. La Russia ha mostrato un forte interesse soprattutto verso i partiti di estrema destra, partiti che il Presidente Putin sta sostenendo cercando di capitalizzare sulle crisi economiche e di sicurezza in Europa, costruendo così un forte sostegno popolare.

Il Cremlino ha fornito finanziamenti e sostegno al Front National francese, all’ Alternative für Deutschland tedesco, al Partito per l’indipendenza del Regno Unito e ad altri partiti politici europei di estrema destra. Sebbene non tutti questi partiti politici abbiano avuto successo, l’interesse russo dimostra l’obiettivo di ampliare la propria influenza su diversi fronti.

Seguendo la cronologia degli eventi, si può presumere quasi con certezza che la Russia continuerà a compiere azioni segrete per influenzare le elezioni straniere sostenendo candidati pro-Russia, avanzando l’agenda politica del Cremlino nell’ Occidente. Sebbene l’America continui ad investire nella sicurezza informatica, e nonostante colossi dei social media, Facebook ad esempio, stiano iniziando a prendere contromisure per reprimere la diffusione della disinformazione, il Cremlino continuerà comunque i suoi attacchi informatici agli apparati democratici occidentali, data l’avanzata capacità di esecuzione e il basso costo relativo alle operazioni stesse.

Pillole di politica estera – settimana XVI

I principali eventi della XVI° settimana dell’anno

Il discorso Macron al parlamento di Strasburgo

Macron a Strasburgo ha fatto il punto sullo stato dell’Unione. Tra le principali preoccupazioni del leader francese, il ritorno dei nazionalismi che, come ha voluto ricordare, sono alla base della guerra civile europea del 1914-1945. Al problema dei nazionalismi, il presidente francese ha affiancato l’espansione dei populismi e la loro grande presa in Europa. La retorica populista, sfrutta i problemi delle società, esasperandoli, per portare voti alla forza politica che li sfrutta. Dopo aver elencato le sfide che l’Unione deve affrontare, ha parlato dei progetti per riformare l’Eurozona (fondo monetario, garanzia europea dei depositi bancari, ministro delle Finanze unico) e per migliorare l’integrazione europea, come l’Erasmus e l’ingresso di Albania e Macedonia nel concerto europeo. Molti paesi del Nord, si sono opposti alle idee di Macron riguardanti la riforma dell’Eurozona, mentre i partiti tradizionali dell’Europarlamento si sono detti favorevoli alle riforme, necessarie, per rilanciare la Comunità Europea .

Elezioni a Cuba

Il 18 Aprile per l’ultima isola del socialismo reale sarà ricordato ancor di più come un giorno speciale; nel 1961 avvenivano gli eventi della Baia dei porci, nel 2018, per la prima volta dal 1976, il presidente del paese non sarà più un Castro. Il futuro leader dell’isola sarà Miguel Díaz-Canel Bermúdez, 57 anni, ingegnere elettronico. Nato l’anno successivo alla rivoluzione, sarà il primo presidente del paese a essere cresciuto nel socialismo reale. Pare sia stato scelto da Raul Castro in persona per succedergli. La decisione sarebbe ricaduta su Miguel Díaz per il suo impegno nel sociale e il carattere discreto e moderato.

Stop di Kim ai test nucleari

Il 19 Aprile sono venuti alla luce gli incontri segreti tra Mike Pompeo, direttore della CIA e ora segretario di stato e Kim Jong-un, il leder della Corea del Nord. Il giorno seguente, il Leader Supremo s’è detto pronto a rinunciare ai test nucleari, per aprire un dialogo con gli Stati Uniti e i suoi alleati. Questa nuova mossa di Kim lascia tutti piacevolmente spiazzati, primo fra tutti Trump. Il presidente degli Stati Uniti, che aveva precedentemente affermato d’esser pronto a lasciare il tavolo delle trattative nel caso in cui la Corea del Nord non avesse dato qualche segno tangibile d’impegno verso la denuclearizzazione.

Indagine indipendente sull’uso di armi chimiche

Solo dopo due settimane dall’attacco, il 21 Aprile gli ispettori indipendenti hanno raggiunto i luoghi del presunto attacco con armi chimiche. Fino a quel momento le forze di sicurezza siriane, impedivano agli ispettori di compiere i propri rilevamenti. L’organizzazione con il mandato di compiere i rilevamenti è l’OPCW (Organisation for the Prevention of Chemical Weapons) parte delle Nazioni Unite. I membri dei team inviati, provengono da nazioni terze, non coinvolte con gli eventi in atto nel paese da esaminare. I campioni raccolti, sono in viaggio verso l’Olanda, dove saranno analizzati. Per un approfondimento sulla tematica clicca qui.

Il valzer delle sanzioni | Speciale Russia parte 3 di 4

Sanzioni sì, sanzioni no. L’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, Nikki Haley, annuncia il 15 aprile l’introduzione di nuove misure contro la Russia per punirla del suo sostegno ad Assad. Passano poche ore e la Casa Bianca smentisce l’annuncio della Haley: Trump non intende alzare ulteriormente il livello dello scontro dopo il raid missilistico in Siria.

Un conflitto interno alla diplomazia USA, che però riporta prepotentemente il tema delle sanzioni antirusse al centro del dibattito internazionale.

 

L’Ucraina: madre di tutte le sanzioni (o quasi)

Tutto era iniziato il 6 marzo 2014. In una delle fasi più infuocate della crisi ucraina, durante l’occupazione della Crimea da parte dell’esercito russo, gli Stati Uniti lanciarono una prima ondata di sanzioni contro la Russia. Nel corso dell’anno, con l’inasprirsi delle tensioni internazionali e con l’infuocare della guerra nelle regioni separatiste, nuove misure contro individui e società russe furono introdotte sia dagli USA sia dai suoi alleati. I Paesi occidentali accusavano la Russia di destabilizzare deliberatamente l’Ucraina e di aver annesso in modo illegale la Crimea. Queste disposizioni furono estese e rinnovate negli anni successivi e in prima fila al fianco degli americani si schierarono Canada e Unione Europea.

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Il referendum sull’adesione della Crimea alla Russia fu tra le cause scatenanti delle sanzioni

L’UE, allineandosi agli Stati Uniti, ha gradualmente inserito misure restrittive contro Mosca fin dal giorno successivo al referendum di adesione della Crimea alla Federazione Russa (17 marzo 2014). Le sanzioni dell’Unione sono di diverso tipo: diplomatiche, individuali ed economiche.

Il primo genere di provvedimenti aveva l’obiettivo di isolare la Russia nel panorama internazionale, stabilendo, fra le altre cose, di sospendere i colloqui sul nuovo accordo bilaterale. La scelta più rilevante dei Paesi europei fu senz’altro quella di sospendere la Russia dal G8, il vertice delle maggiori potenze industriali del mondo. Dal 2014 il forum si è tenuto nel formato G7 e non si è più posto riparo all’estromissione di Mosca.

Le sanzioni individuali prevedono invece il congelamento dei beni e il divieto di viaggio in UE per 150 persone e 38 entità russe, le cui azioni, secondo il Consiglio europeo, “hanno compromesso l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina”.

Infine, l’UE ha imposto restrizioni alle relazioni economiche con la Crimea, alla cooperazione economica con la Russia e agli scambi in settori economici specifici. Quest’ultima tranche di sanzioni economiche è quella più significativa, introdotta a luglio e settembre 2014 e da allora prorogata più volte. Attualmente è in vigore fino al 31 luglio 2018. Tale pacchetto di misure è vincolato alla piena attuazione degli accordi di pace di Minsk (riguardanti la guerra in Ucraina). Le sanzioni hanno come obiettivi principali limitare l’accesso al mercato dei capitali europei da parte di alcune banche e società russe, vietare il commercio di armi con la Russia e ridurre l’accesso russo a servizi e tecnologie utilizzabili nell’industria petrolifera.

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I governanti dei Paesi del G7

 

Il valzer delle sanzioni

Ma non è stata solo la crisi ucraina a scatenare le sanzioni antirusse. Uno degli ultimi atti dell’amministrazione Obama fu proprio l’espulsione di diplomatici russi e l’applicazione di altre misure punitive per l’interferenza russa nelle elezioni del 2016.

Anche sotto Trump la linea dura è stata mantenuta, nonostante i maggiori tentativi di distensione con Putin. Nell’agosto 2017 fu addirittura approvata un’apposita legge federale (“Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act”, traducibile come “Legge di contrasto agli avversari dell’America attraverso le sanzioni”) volta a disciplinare l’imposizione di sanzioni contro alcuni Paesi, fra cui la Russia. Fra la metà di marzo e il 6 aprile 2018, gli Stati Uniti hanno imposto ben due altre tranche di misure restrittive, che colpiscono funzionari, oligarchi, aziende ed entità russe. I motivi? I più svariati, dall’accusa di interferenza nelle elezioni Usa a quella di ingerenza nei Paesi europei, dal sostegno ad Assad agli attacchi hacker russi.

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“Qua la mano”. Putin sembra dubbioso

Nello stesso periodo, un ultimo episodio ha portato la tensione fra Occidente e Mosca a livelli da vera e propria Guerra fredda: l’avvelenamento dell’ex spia russa Skripal e di sua figlia, avvenuto in Inghilterra e attribuito dal Regno Unito ai servizi segreti russi, ha spinto gran parte dei Paesi europei, affiancati da NATO e Usa, a espellere 153 diplomatici russi. Una mossa eclatante, un’espulsione di massa di funzionari del Paese eurasiatico come forse non si era mai vista.

 

Come ha reagito la Russia alle sanzioni?

A ogni ondata di sanzioni, la Russia ha replicato a volte con semplici proteste diplomatiche, altre volte con serie contro-sanzioni. Nell’agosto 2014 ha imposto il divieto di importare alcuni prodotti, materie prime e generi alimentari agricoli realizzati negli Usa e nell’Unione Europea (oltre che in alcuni altri Paesi del blocco occidentale). L’embargo è stato rinnovato di anno in anno ed è attualmente in vigore fino a fine 2018.

Nel 2015 è stata diramata una lista nera di individui europei a cui è vietato entrare nel Paese e nel 2018, in rappresaglia alle espulsioni da parte dei Paesi occidentali, 189 diplomatici stranieri sono stati allontanati dal territorio nazionale russo.

Quel che è chiaro, dopo anni di tensioni, misure e contromisure, è che di certo non saranno delle sanzioni a spingere la Russia a rinunciare al suo ritrovato status di potenza mondiale. L’allontanamento dai partner occidentali non è riuscito infatti né a indebolire in modo decisivo il sistema politico della Federazione russa né a isolarla sul piano internazionale. Anzi, da una parte, le sanzioni e l’atteggiamento degli occidentali hanno alimentato nei russi la “sindrome d’accerchiamento”, che li ha spinti a stringersi ancor di più intorno al proprio leader e a sostenerne la politica estera, come è emerso anche dalle ultime elezioni. Dall’altra parte, in un clima di aperta ostilità con il blocco atlantico, la Russia ha dovuto ridisegnare la sua trama di alleanze e collaborazioni strategiche, avvicinandosi maggiormente ad altri Paesi, soprattutto Iran, Cina, Siria, ma anche Turchia. Ciò l’ha portata di fatto a ricoprire un ruolo ancora più determinante a livello mondiale: l’esempio più eclatante è la vittoria in Siria, grazie alla quale Putin è ormai un interlocutore obbligato e di primissimo piano nel Vicino Oriente, o i colloqui di pace di Astana, organizzati senza invitare gli Stati Uniti.

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Putin fra il presidente iraniano Rohani e quello turco Erdogan all’incontro di Sochi

 

Che effetto hanno avuto le sanzioni economiche?

A livello economico, le sanzioni antirusse hanno avuto complessivamente un effetto negativo sull’economia russa, come ammesso dallo stesso primo ministro Medvedev a fine 2014. Tuttavia, le loro conseguenze vanno contestualizzate nella più ampia congiuntura economica negativa che la Russia affrontò fra 2014 e 2016.

Nel corso del 2014 e del 2015, infatti, si verificò un brusco calo del prezzo del petrolio, sceso dagli oltre 100$ al barile di inizio 2014 ai 29$ al barile di inizio 2016. Questo crollo danneggiò in modo molto significativo l’economia russa, fortemente dipendente dalla produzione e dall’esportazione dell’oro nero. La crescita del PIL russo rallentò nel 2014, mentre nel 2015 si entrò in recessione. Il difficile triennio dal ’14 al ’16 fu segnato anche dal deprezzamento del rublo contro il dollaro.

prezzo petrolio oil price
Si nota chiaramente il crollo del prezzo del petrolio nel 2014, continuato anche nel 2015. Dal 2016 è tornato a crescere (dati: tradingview.com, via macrotrends.net)

Dal 2016 il prezzo del petrolio riprese a salire, ma soltanto dal 2017 il PIL russo tornò a registrare tassi di crescita positivi: la tendenza al miglioramento sembra permanere anche nel 2018, nonostante le sanzioni ancora in vigore.

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Nel 2014 la crescita della Russia rallenta e nel 2015 entra in recessione. Dal 2017 il PIL russo è tornato a crescere (dati del FMI)

Dati i numerosi fattori in gioco risulta perciò difficile isolare l’effetto economico delle sanzioni sull’economia russa, anche se è pacifico che esse abbiano avuto un impatto negativo.

Il peggioramento dell’economia russa nel triennio ’14-’15-’16 si è accompagnato a un parallelo calo delle importazioni di beni e servizi provenienti dai Paesi europei. In poche parole, peggiore è stato l’andamento dell’economia della Russia, minori sono state le nostre esportazioni verso quel Paese. Il calo delle esportazioni ha scatenato in Europa l’opposizione di alcuni Paesi, parti politiche e settori economici alle sanzioni verso Mosca. Infatti le sanzioni non solo hanno avuto alcuni effetti negativi sull’economia russa, ma hanno anche scatenato contromisure economiche russe contro l’importazione di beni da noi prodotti e danneggiato in generale le relazioni commerciali.

Un rapporto speciale dell’ONU del 2017 cita uno studio francese del giugno 2016 secondo il quale la perdita commerciale globale (calcolata come differenza fra i flussi commerciali previsti e quelli osservati) ammonterebbe a 3,2 miliardi di dollari al mese: inoltre tale impatto ricadrebbe per oltre il 76% sui Paesi dell’Unione Europea e coinvolgerebbe anche i beni non sottoposti direttamente a embargo.

Tuttavia, di recente, grazie anche alla ripresa dell’economia russa a partire dal 2017, le esportazioni dai Paesi UE nella Federazione Russa hanno ricominciato ad aumentare, nonostante le misure antirusse non siano state rimosse.

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In corrispondenza di ogni anno è riportata la variazione percentuale delle esportazioni rispetto all’anno precedente (elaborazione dell’autore su dati Eurostat)

 

Il dibattito sulle sanzioni e sui loro effetti resta dunque aperto: potrebbero schiudersi spazi di discussione ancora più ampi fra i Paesi occidentali, ora che Trump sembra mostrare cautela sull’introduzione di nuove misure punitive.

La crisi del diritto internazionale

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I bombardamenti del 14 aprile in Siria da parte di Stati Uniti, Francia e Regno Unito sono, de iure condito, manifestamente ed incontrovertibilmente illegali e contrari al diritto internazionale. Una palese ed inequivocabile violazione di ogni regola dello ius ad bellum.

Gli Stati Uniti e la Francia non hanno avanzato alcuna argomentazione legale, nel quadro del diritto internazionale, ma hanno insistito sulla doverosità e necessità di un deciso ma circoscritto intervento al fine di scongiurare la “normalizzazione” dell’uso di armi chimiche.

Una sorta di deterrenza il cui linguaggio ha il sapore delle rappresaglie.

Rappresaglie implicanti l’uso della forza armata che, alla luce del diritto internazionale, sono inammissibili.

Uso della forza e rappresaglie. Cosa stabilisce il diritto internazionale?

L’art. 2 par.4 della Carta delle Nazioni Unite pone in essere un divieto generale di ricorrere alla forza armata esteso anche alla sua minaccia. E’ ammesso solo in legittima difesa individuale o collettiva o se autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CdS).

Certo, l’art.2 par.4 non prevede espressamente un divieto di ricorso alle rappresaglie armate ma tale divieto è sancito nella Dichiarazione sulle relazioni amichevoli e nell’Atto finale di Helsinki.

La stessa Corte internazionale di giustizia, in riferimento alla Dichiarazione sulle relazioni amichevoli, si è pronunciata per l’appartenenza al diritto internazionale consuetudinario del divieto di rappresaglie armate.

Nella fattispecie, nel Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati adottata dalla Commissione del diritto internazionale (CDI), si afferma all’art. 50 che le contromisure non possono pregiudicare «the obligation to refrain from the threat or use of force as embodied in the Charter of the United Nations»

Sul punto è possibile quindi concludere che è ammessa la liceità delle rappresaglie unicamente nell’ambito dello ius in bello.

Le potenze responsabili dell’attacco condotto nella notte tra il 13 e 14 aprile 2018 non possono indubbiamente sostenere di aver agito per legittima difesa. Nel caso concreto nessuno dei tre Stati intervenienti aveva subito un attacco armato.

Le motivazioni del Regno Unito

Una motivazione sotto il profilo del diritto internazionale è invece stata data dal Regno Unito che ha cercato di fornire un fondamento giuridico a sostegno del proprio agire facendo leva sull’intervento d’umanità.

L’intervento d’umanità comporta una prolungata presenza in territorio altrui ed un mutamento di regime del governo al potere al fine di proteggere i cittadini dello stato territoriale da trattamenti inumani o degradanti.

Nel caso di specie però si è trattato di un intervento mirato ad impedire l’uso di armi di chimiche.

Si è trattato di attacchi privi di credibilità.

La domanda che dovrebbe porsi ciascuno di noi è quella relativa a quale sia esattamente la catastrofe umanitaria che ha l’esigenza di una risposta armata unilaterale.

Governo siriano e forze di opposizione hanno ucciso migliaia di civili con metodi disumani ma questo non sembra aver originato grandi azioni da parte delle potenze intervenienti nonostante l’utilizzo di armi convenzionali abbia avuto conseguenze ben peggiori e gravi in termini di perdite di vite umane rispetto all’utilizzo delle sostanze chimiche.

Solo una percentuale inferiore all’ 1% di tutte le vittime nella guerra è da associare all’impiego di sostanze chimiche.

Il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite

Alla luce delle considerazioni di cui sopra si perviene all’inaccettabile ed arbitraria conclusione secondo cui uccidere migliaia di persone con armi chimiche richiede un intervento militare unilaterale senza l’approvazione del CdS, mentre l’uccisione di centinaia di migliaia di persone con le armi convenzionali non sia meritevole di tutela.

Non sussiste un diritto d’intervento umanitario che venga esercitato dagli stati singolarmente o collettivamente considerati senza approvazione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Parimenti, il diritto di intervento umanitario non può avere luogo quando il CdS si trovi paralizzato a causa del veto di uno dei membri permanenti.

Certamente l’utilizzo di armi di distruzione di massa rappresenta un crimine internazionale, la cui repressione dovrebbe essere affidata alla Corte penale internazionale. Ciò però, nel caso concreto, si rivela inattuabile: la Siria non ha ratificato lo statuto della Corte, la quale non ha giurisdizione universale, tranne che non si voglia ritenere tale il deferimento di una situazione da parte del CdS. Ma, anche in tal caso, il deferimento della situazione da parte del CdS alla Corte non sarebbe concretizzabile,poiché una risoluzione in tal senso sarebbe arginata dal veto russo.

Limiti del diritto internazionale

Emerge allora chiaro che, chiosando quanto riteneva il prof. Conforti circa il diritto internazionale, “siamo di fronte ad un diritto che è tanto poco diritto e molto politica”.

Risulta pacifico che l’utilizzo di armi chimiche rappresenti una violazione nei confronti di tutti i membri della comunità internazionale.

Spetta certamente agli stati (uti singuli o uti universi) il diritto ad intervenire mediante misure non comportanti l’uso della forza (sanzioni) contro i responsabili e risulta oltremodo chiaro che, alla luce e nel rispetto del diritto internazionale, non ci si possa spingere più in là.

I bombardamenti costituiscono una chiara violazione della Convenzione sulle armi chimiche del 1993 di cui sono parte Usa, Regno Unito, Francia ed anche la Siria. USA/FR/GB ai sensi dell’art. IX non avevano alcun diritto ad intervenire militarmente, ma solo di richiedere ispezione per la ricognizione della realtà dei fatti. L’art. XII della medesima Convenzione disciplina espressamente i provvedimenti per risolvere una situazione e garantire l’adempimento,ivi comprese le sanzioni da porre in essere. Nel caso concreto, nella Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, stoccaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione, si afferma all’art. XII par. 4 che «la Conferenza degli Stati Parte sottoporrà, in casi di particolare gravità, la questione all’attenzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

Rebus sic stantibus, i bombardamenti sferrati contro la Siria alimentano i dubbi sull’effettiva capacità del diritto internazionale di regolamentare il ricorso alla forza nelle relazioni internazionali e facilmente rinnovano il sentore dell’esistenza di una profonda lacerazione o addirittura demolizione di tutto l’insieme di norme consuetudinarie e scritte che, a partire dal Patto della Società delle Nazioni del 1919, per poi proseguire con il Patto di Briand-Kellogg del 1928 ed in conclusione con l’entrata in vigore, il 24 ottobre 1945, della Carta delle Nazioni Unite, hanno tentato di limitare il ricorso alla guerra.

Scottanti evidenze sui gas in Siria

Ad ormai più di una settimana dall’attacco missilistico in Siria, emergono dai media di tutto il Mondo dubbi sulla realtà delle cose come ci sono state presentate dalla Coalizione.

Nei giorni successivi l’attacco americano, inglese e francese contro la Siria continuiamo ad interrogarci sul presunto uso di gas tossici contro la popolazione civile. Ricordiamo che le forze di Assad sono state accusate dalla Coalizione di aver utilizzato gas di cloro e sarin contro la popolazione civile del Ghouta.

L’OPAC finalmente al lavoro

Gli ispettori dell’OPAC (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) sono giunti in Siria ormai da una settimana, ma ancora non avevano potuto svolgere le loro indagini, in quanto tre giorni fa una squadra dell’organizzazione aveva desistito dalle sue operazioni dopo che si era verificato un attacco con armi da fuoco nei confronti della squadra di sicurezza dell’ONU nella zona.

Nella giornata di ieri gli inviati dell’OPAC hanno finalmente potuto svolgere il loro compito, come riferisce l’organizzazione stessa in un suo comunicato ufficiale. Verranno stilate delle relazioni che saranno inviate alle nazioni aderenti alla Convenzione per il disarmo chimico.

Il dubbio

Ormai sul web diverse testate giornalistiche, anche molto note, incominciano ad avanzare sospetti circa l’effettivo utilizzo di questi gas. E se è vero che Theresa May e Macron hanno gridato di possedere le prove indiscutibili dell’uso dei gas da parte di Assad, tutti si chiedono perché si sarebbe dovuto utilizzare un mezzo tanto eclatante ed indiscriminato per fronteggiare una questione militare tutto sommato “convenzionale”.

Circa dieci giorni fa il giornale italiano “AnalisiDifesa.it” aveva avanzato l’ipotesi che tutto queste presunte “prove schiaccianti” non fossero altro che un banale tentativo di casus belli: effettivamente tutti ricordiamo le presunte armi chimiche di Saddam, pretesto per il secondo intervento statunitense nel Golfo; una dinamica analoga può essere ritrovata nell’intervento anglo-francese in Libia nel 2011. Questi esempi ci ricordano come più di una volta siano stati utilizzati come pretesto per l’azione armata informazioni fornite da fonti quantomeno dubbie, se non proprio inventate di sana pianta.

L’opportunità militare dell’uso di gas

Inoltre si fa notare come il gas di cloro (il cui uso deve ancora essere dimostrato dall’OPAC) non sia una vera e propria arma, ma un prodotto chimico di facile produzione. Difatti anche lo stesso Stato Islamico, negli anni passati, aveva fatto uso di agenti chimici nei combattimenti. Dunque si tratta di strumenti relativamente diffusi fra tutte le parti in conflitto.

Si badi bene che noi non intendiamo in questa sede sostenere la perfetta innocenza e correttezza del regime di Assad, provatamente colpevole di numerose violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Tuttavia, allo stesso tempo, non possiamo non interrogarci sulla motivazione che avrebbe spinto la Siria ad utilizzare un mezzo del genere, adatto a colpire in maniera rozza ed indiscriminata un grande numero di individui, quando in realtà le operazioni condotte dalle forz armate di Assd si limitano alla neutralizzazione di sparute sacche di resistenza, per di più in una regione che è stata già occupata.

Ed inoltre non si vede il motivo per cui il governo siriano avrebbe dovuto utilizzare un’arma così controversa proprio in un momento tanto delicato dal punto di vista internazionale, che avrebbe chiaramente fornito alla comunità mondiale un eclatante pretesto per ingerirsi nelle vicende della Siria.

Un’ultima considerazione su questo punto: l’obiettivo dell’attacco missilistico avvenuto circa dieci giorni fa. E’ stato rilevato che circa il 70% dei missili intelligenti sia stato diretto contro un sito di (presunta) produzione di armi chimiche presso Damasco, in quanto individuato come la fonte da cui provengono le armi chimiche. Tuttavia, negli ultimi anni, l’OPAC aveva già effettuato ben tre controlli in quella struttura, senza rilevare alcunché di allarmante. Le relazioni sono facilmente reperibili sul loro sito ufficiale. Possibile che la Coalizione non le avesse lette?

Incapacità dell’ONU

Con questo articolo non vogliamo in alcun modo difendere il regime di Bashar al Assad, in quanto i crimini commessi dalle sue truppe sono noti e ben documentati. Anche per quanto riguarda le armi chimiche, il cui uso da parte siriana è stato confermato più volte. Ma allo stesso tempo ci sembrava doveroso sollevare alcuni ragionevoli dubbi su avvenimenti tanto gravi, che le grandi potenze non sembrano volere approfondire (almeno pubblicamente). All’indomani dell’attacco di gas nel Ghouta, durante una seduta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Russia aveva utilizzato il suo diritto di veto per bloccar la proposta americana di creare una apposita squadra di indagine sulla faccenda. Quando poco dopo una proposta simile è stata avanzata dalla Russia, gli Stati Uniti hanno fatto la stessa cosa. Ed è con questi modi stupidi che le Nazioni Unite si bloccano ogni volta che il loro intervento sarebbe necessario, invitando così gli Stati ad agire unilateralmente.

L’escalation militare in Siria

Escalate to de-escalate, sembra essere il mantra di questi giorni all’interno dell’amministrazione statunitense, rappresentando un chiaro ritorno alla Madman Theory dei tempi di Nixon e Kissinger. Questa forma di politica estera impediva alle cancellerie dei vari paesi di prevedere le mosse della Casa Bianca.

Le motivazioni di Francia e Regno Unito

Prima di lanciare la sua rappresaglia, il presidente Donald Trump ha cercato alleati in Europa. Favorevoli all’intervento si sono dimostrati essere solo Inghilterra e Francia. La prima è decisa a rinsaldare la special relationship, che dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, permette all’Inghilterra di attingere agli armamenti americani e a speciali partnership economiche. In cambio il Regno Unito ha partecipato attivamente alle attività militari statunitensi, supportandole anche all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Francia dal canto suo è decisa a imporsi come leader europeo in vista della Brexit. Il paese resta l’unico dell’Unione Europea ad avere armamento nucleare e un posto permanente nel Consiglio di Sicurezza.

L’attacco

Fonti della CNN, riportano che durante l’attacco sono state utilizzate 118 munizioni di diverso tipo. I Panavia Tornado dell’aeronautica inglese, partiti dalle basi di Cipro hanno sganciato 8 missili Storm Shadow. Per quanto riguarda l’intervento francese, i suoi Rafale hanno sganciato sui bersaglio 9 missili Storm Shadow. La fregata multimissione classe FREMM della Marine Nationale ha lanciato sui bersagli assegnatigli 3 missili da crociera MdCN (Missile de Croisière Naval). Come sempre il supporto americano è risultato essere il più sostanzioso, la marina statunitense ha lanciato 60 missili Tomahawk, da due cacciatorpediniere classe Arleigh Burke e da un incrociatore lanciamissili classe Ticonderoga. Allo strike ha partecipato anche un sottomarino d’attacco nucleare classe Virginia, che ha lanciato 6 missili Tomahawk. Secondo indiscrezioni l’aeronautica USA è intervenuta sul teatro siriano con bombardieri B-1B, partiti da Qatar, che hanno rilasciato 19 JASSM. Tutti i bersagli sembra siano stati colpiti, senza causare danni collaterali. Differente la versione russa, secondo la quale, la contraerea siriana dotata di batterie risalenti all’epoca sovietica, sia riuscita ad abbattere un buon numero di missili.

La risposta internazionale

A livello internazionale, Germania e Italia hanno deciso di non partecipare al raid. I due paesi hanno supportato gli alleati nella scelta di colpire gli impianti chimici di produzione dei gas. L’Italia in un momento di orgoglio nazionale, pare abbia impedito l’uso delle basi logistiche presenti sul territorio nazionale. Gli altri paesi della NATO e il Giappone hanno semplicemente condannato l’uso delle armi chimiche, senza soffermarsi sullo strike. Russia, Iran e Siria hanno condannato l’accaduto, considerato un atto criminale. Anche la Cina si è schierata contro ogni intervento militare non approvato dall’ONU.

Possibili scenari

Se la crisi siriana sembrava ad un punto di svolta prima del 7 Aprile, adesso l’intera questione andrà riconsiderata. Intanto pare che gli USA vogliano far approvare una nuova tranche di sanzioni economiche ai danni della Federazione Russa e di alcuni oligarchi. D’altro canto pare che Trump abbia deciso il ritiro totale delle truppe dalla Siria. Sembra proprio il caso di dire che gli Stati Uniti stiano tentando di attuare la tattica dell’escalate to de-escalate. La Francia invece sembra convinta di voler intervenire per risolvere la situazione, magari come intermediario tra Russia e Occidente. In generale, possiamo affermare che lo strike non abbia sortito alcun effetto nei confronti del regime Baath.

Pillole di politica estera – settimana XV

I principali avvenimenti di politica estera della XV settimana del 2018

 

L’attacco missilistico in Siria

Nella notte italiana fra il 13 e il 14 aprile Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno dato il via a un attacco contro tre obiettivi in Siria. Un totale di 105 missili sono stati lanciati contro un centro di ricerca e sviluppo a Damasco e due installazioni a Homs, che secondo il Pentagono sono strutture collegate alla produzione di armi chimiche. L’incursione è stata lanciata in seguito a un presunto attacco chimico avvenuto il 7 aprile a Duma: secondo le potenze occidentali tale attacco sarebbe stato compiuto dal governo siriano contro i ribelli e avrebbe colpito anche i civili, mentre Siria e Russia negano un qualsiasi coinvolgimento nell’accaduto.

I tre Paesi che hanno diretto i raid missilistici contro gli impianti siriani hanno affermato che non intendono rimuovere dal potere il presidente siriano Assad, ma soltanto colpire le sue capacità di condurre attacchi chimici in futuro.

 

Le reazioni all’attacco in Siria

La Siria e i suoi alleati hanno definito illegale l’attacco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna: la Russia, in particolare, li ha condannati per non aver atteso lo svolgimento di indagini indipendenti sullo svolgimento e sulle effettive responsabilità del presunto attacco chimico. Putin, inoltre, a quanto riporta l’agenzia russa Tass, ha dichiarato che “attraverso le loro azioni gli Stati Uniti (…) stanno di fatto collaborando con i terroristi”. Secondo il Ministero della Difesa russo, 71 dei missili lanciati sono stati abbattuti dalla difesa aerea siriana e non vi sono stati feriti. Dimostrazioni di piazza si sono svolte in Siria a sostegno del regime.

Inviati dell’OPAC (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) sono giunti nel frattempo a Damasco per svolgere indagini indipendenti sul presunto attacco chimico che ha scatenato le tensioni internazionali intorno alla Siria.

 

Nuove sanzioni degli Usa contro la Russia

La tensione fra Paesi occidentali e Russia continua a crescere anche dopo il lancio di missili contro Assad. Domenica 15 aprile infatti l’ambasciatrice degli Usa presso l’ONU, Nikki Haley, ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca per il suo sostegno al governo siriano. La Russia ha reagito con durezza: la portavoce del Ministero degli Esteri ha affermato che gli Usa vogliono colpire il Paese eurasiatico per il semplice fatto di essere un attore globale.

 

Orban trionfa nelle elezioni ungheresi

Il primo ministro ungherese Viktor Orban è stato riconfermato per la terza volta nelle elezioni tenutesi l’8 aprile. Orban ha ottenuto una larga vittoria, raccogliendo il 49,27% dei voti, grazie ai quali il suo partito Fidesz può occupare 133 dei 199 seggi dell’Assemblea Nazionale: un numero sufficiente anche per apportare modifiche alla Costituzione. La crescita dell’affluenza elettorale, al contrario di quanto prevedevano vari analisti, non ha indebolito il premier sovranista, anzi l’ha rafforzato. Nella gara elettorale si è posizionato in seconda posizione il partito nazionalista Jobbik (19%) e in terza posizione la coalizione di centrosinistra (12%).

 

Nuove manifestazioni pro-indipendenza in Catalogna

Centinaia di migliaia di manifestanti pro-indipendenza hanno marciato domenica per le strade di Barcellona per chiedere la liberazione dei politici indipendentisti incarcerati. I dimostranti erano 750mila secondo gli organizzatori, 315mila secondo le autorità. La manifestazione avviene in un periodo di forte instabilità politica per la Catalogna, che ancora non è riuscita a nominare un presidente in una situazione di perdurante scontro con le autorità centrali spagnole.

 

Il partito laburista israeliano rompe le relazioni con Corbyn

Il capo del partito laburista israeliano, Avi Gabbay, ha dichiarato in una lettera diffusa sui media la temporanea sospensione di tutte le relazioni formali fra il suo partito e il leader dei laburisti inglesi Jeremy Corbyn. Gabbay ha accusato Corbyn di permettere atteggiamenti antisemiti nel suo partito e di mostrare ostilità alle politiche del governo israeliano. Tale rimostranza formale segue alcune proteste che lo scorso mese dei gruppi ebraici britannici avevano svolto di fronte al Parlamento. Corbyn, sostenitore dei diritti dei palestinesi e critico verso Israele, si è scusato per i comportamenti antisemiti di frange del suo partito e ha promesso di raddoppiare gli sforzi per evitare che essi si ripetano.