Dibattito politico tra Bergamini e Verini sulla legge elettorale: opinioni a confronto

La sera del 5 dicembre, nel ristorante “Edoardo” nella zona di via Veneto a Roma, si è svolto un incontro tra le varie organizzazioni studentesche, come Progetto Roma Tre, European People e Sapienza in Movimento. Un saluto prima delle feste di Natale e un’altra occasione per assistere ad un dibattito sulla legge elettorale tra la deputata di Forza Italia Deborah Bergamini e il deputato del Partito Democratico Walter Verini. Un’occasione non solo per scambiarsi gli auguri ma anche per scambiarsi idee,  come ha affermato il presidente di Europeam People Marco Parroccini.

Gli scenari possibili con la nuova legge elettorale

Una volta serviti gli antipasti, un tavolo al centro della sala ha lasciato spazio ai due deputati per scambiarsi le loro opinioni e alternarsi nei loro discorsi. Il moderatore dell’intervista è stato il Dottor Emilio Russo e la prima domanda da lui posta è stata se secondo i due politici questa legge elettorale, da poco approvata, avrebbe prodotto un vincitore e se sì, chi. La prima a rispondere è stata l’Onorevole Bergamini: inizia dicendo che per fortuna il Governo è riuscito a licenziare questa legge e che la maggior parte delle forze politiche si siano trovate d’accordo al riguardo. Legge che torna un pò su i suoi passi. Si riprende un cammino che è più proporzionale che maggioritario, non a tutti può piacere ma si inserisce nella nostra tradizione storica. Non per forza un sistema maggioritario può portare un vincitore. FI comunque ha fatto valere un principio, quello di non forzare gli elettori. La Bergamini ricorda che in Italia non ci sono stati tanti vincitori; è difficile prevedere se con le prossime elezioni possa uscirne uno, bisognerà essere convincenti. Non bisogna disperdere il voto e indirizzarlo verso quelle forze politiche in grado di vincere. Questa legge premia le coalizioni e se i voti finiscono qui allora verrà prodotto un vincitore; se prevarrano scelte particolaristiche rischiamo di ricominciare da zero. È seguita la risposta dell’Onorevole Verini: inizia nel concordare con la Bergamini nel dire che i sistemi elettorali non garantiscono governabilità se non sono sostenuti da proposte politiche convincenti e coerenti (riscontrabile anche in altri Paesi). La legge approvata crede che sia il male minore rispetto a quello che si stava prefigurando; avrebbe preferito una quantità superiore di collegi uninominali, però questa legge, che preferisce le coalizione, è comunque preferibile ad una rigidamente proporzionale. Verini esprime la propria simpatia verso la legge che governa i Comuni, perché nei Comuni c’è equilibrio tra rappresentanza e capacità di avere una governabilità, e c’è un leader eletto. Afferma che è difficile fare previsioni perché siamo in un sistema tripolare, il centro destra, il polo dei 5 stelle e un centro sinistra. C’è una concreta possibilità che non vinca nessuno, che nessuno schieramento abbia la maggioranza. Questa cosa non lo soddisfa, inoltre è difficile mettere insieme forze politiche che per lungo tempo si sono combattute. Si augura che ci sia un vincitore e conclude nell’affermare i rischi in cui incorre la democrazia.

L’esperienza dei 5 stelle e il lavoro dei partiti oggi

Si è giunti così alla seconda parte del dibattito in cui il moderatore ha posto tre domande: cosa rischia l’Italia qualora le prossime elezioni le dovesse vincere il M5S? Cosa c’è di male nel M5S e cosa hanno i partiti tradizionali dei due deputati da imparare dal M5S? L’esperienza amministrativa del M5S e di Matteo Renzi hanno consentito di ridare valore all’esperienza e alla competenza di chi fa politica?

Comincia anche questa volta L’On. Bergamini per prima. La vittoria dei 5 stelle è uno scenario improbabile ma possibile e la deputata di FI si augura che non vincano. Secondo lei se vincessero ancora, l’Italia uscirebbe dal radar dei paesi leader del mondo. La visione ideologica e poco pragmatica del M5S, mutevole, fa di loro dei mutanti della politica e non rappresentano un vantaggio per il nostro paese. La nullafacenza che è alla base del loro messaggio politico, non crede che questo paese se lo meriti. Il modello del dissenzo, della rabbia, della frustrazione sociale e del non aver fatto nulla sia quello che ci serva per risollevarci. Per quanto riguarda i partiti tradizionali hanno tanto lavoro da fare e si sono chiusi in se stessi. Hanno perso il polso del paese ma lei ci crede ancora, non solo perché sono previsti dalla Costituzione, ma perché inoltre hanno il coraggio e la gioia di fare il loro lavoro ed essere selezionatori di programmi, di visioni, di dialoghi e personale politico. La Bergamini approva il nuovismo e la gente che si butta, però amministrare oggi è difficile… perciò occorre slancio, competenza e mestiere. Il M5S ha portato inesperienza amministrativa. I partiti hanno l’opportunità, quindi, di premiare l’esperienza e concedere spazio a chi vuole mettersi in gioco.

È il turno dell’On. Verini. Afferma che i grillini vivano come una setta dove gli altri rappresentano il male e teme questa logica della politica. L’avversario non ha sempre torto. Ha ragione Deborah nel dire che le risposte che ci servono oggi non sono semplici. Parla poi dell’esperienza dei 5 stelle attraverso la rete: oggi qualsiasi opinione, di una persone che ha studiato e chi no, ha lo stesso peso e questo non lo convince. Non è solo colpa dell’anti-politca ma il fatto è che la buona politica è latitante. I partiti oggi litigano per chi fa l’assessore, ci si scanna per il potere locale e nazionale. Bisognerebbe secondo Verini “Bergoglizzare” la politica. Chi fa politica deve essere percepito come uno che lo fa per gli altri, perché la politica è la migliore attività umana al servizio degli altri. Questa è la vocazione che dovrebbe recuperare i partiti. Essere giovani non è un merito, ma una condizione, così come essere anziani. Ci sono giovani vecchi dentro e 80enni più freschi dei ventenni. Chiude dicendo che il compito dei giovani è quello di non chiedere permesso, di combattere e mettersi in gioco rispettando le presenze politiche esistenti; mentre i politici più anziani non dovrebbe fare da tappo, alimentando una virtuosa collaborazione.

Partito Democratico e Forza Italia: coalizione possibile?

Il moderatore qui ha concluso l’incontro chiedendo come si comporterebbero i loro partiti se si trovassero a governare coalizzati. La Bergamini crede che ciascuno dovrebbe lavorare nell’ambito delle proprie convinzioni affinché questo scenario non avvenga, perché il centro-destra e il centro-sinistra hanno imparato a convivere ma è sempre distinto da profonde differenze. Le riesce difficile pensare ad un incontro tra PD e FI. L’importante sarebbe riuscire ad abbassare la pressione fiscale. Verini afferma che chiunque vincesse sarebbe bello stabilire un doppio binario in cui il centro destra avrebbe le sue proposte su cui il centro sinistra potrebbe convergere su alcune e viceversa. Sarebbe utile poi definire un altro binario per le risposte incompiute, costruire quindi insieme una proposta di semplificazione delle istituzioni, di velocizzazione della democrazia e maggiore trasparenza. Perché quindi non lavorare anche tra schieramenti diversi con questo interesse comune? E se i numeri ci dicessero che non vince nessuno e che per un tratto di strada bisognerebbe unire forze diverse lì dovrebbe esserci una regia molto forte del Quirinale. E intorno a questa regia costruire un esecutivo che guidi questo paese.

L’INTERVISTA | Medio Oriente e terrorismo secondo Fulvio Scaglione

Abbiamo intervistato per “Il Momento” il giornalista Fulvio Scaglione, ex vice-direttore di “Famiglia Cristiana” e noto reporter. È stato corrispondente da Russia, Afghanistan, Iraq e ha seguito le vicende del Medio Oriente, pubblicando a riguardo il libro “Il patto con il diavolo” (Rizzoli, 2016). Collabora con varie testate cartacee e online, fra cui, oltre a Famiglia Cristiana, Limes, Avvenire, Occhi della guerra, Linkiesta, Micromega.

D: Lei conosce bene, anche per esperienza diretta di reporter, il Medio Oriente e la situazione sociale e politica di quei Paesi. Crede che la vittoria di Putin e Assad in Siria possa essere un primo passo per una maggiore stabilità nell’area oppure no?

R: Non necessariamente. Già si vede, per esempio per quanto riguarda il Libano, che ci sono degli evidenti tentativi di rivincita del fronte perdente in Siria, composto per intenderci, con grandi generalizzazioni, da petromonarchie del Golfo Persico e Stati Uniti. Il tentativo di destabilizzare il Libano è piuttosto evidente, come altre manovre politico-diplomatiche, peraltro legittime, che non devono scandalizzare: per esempio i progetti palesi di alleanza fra sauditi e israeliani, i quali stanno solo cercando la maniera di farlo senza irritare troppo il mondo arabo. Anzi è già un’alleanza di fatto… Naturalmente un’alleanza di questo genere darebbe un peso molto maggiore ai tentativi di contrastare l’allargamento dell’influenza politica dell’Iran. Questo per dire che non è detto che la sconfitta militare dell’Isis sia necessariamente l’anticamera di una maggiore stabilità.
Infatti basta vedere quello che è successo in Iraq dopo il 2003. Dopo l’invasione angloamericana e la presa di potere degli sciiti al posto dei sunniti – i quali erano la base del regime di Saddam Hussein – ci sono stati anni e anni di guerriglia sanguinosissima.
Ci sono Paesi che hanno le risorse finanziare, la volontà politico-religiosa e un vivaio di militanti pronti a battersi così vasto che possono tenere in ebollizione qualunque regione del Medio Oriente per anni e anni. Quindi continuo a ritenere che la questione del Medio Oriente non sia una questione militare, ma una questione politica. L’instabilità è garantita finché non la si pianta con questa
false flag dell’esportazione della democrazia – che in realtà significa abbattere i regimi non graditi e anche quelli che, prima graditi, di volta in volta diventano sgraditi – e finché non si accetta il fatto che questo mondo, Medio Oriente compreso, è troppo vasto e diverso per essere ricondotto ad un unico pensiero, a un’unica cultura politica e in generale ad un’unica cultura. Infatti più abbiamo esportato democrazia, più instabilità c’è stata.

 

D: Come pensa che sarà il nuovo regno di Mohammed bin Salman, l’erede al trono dell’Arabia Saudita?

R: A giudicare dalle mosse di questo re, che ufficialmente non è ancora re, ma si comporta come se lo fosse, il nuovo regno sarà molto più disposto a investire in spedizioni militari e molto più aggressivo anche nell’arena internazionale. Abbiamo visto cos’è successo all’ONU quando le Nazioni Unite hanno cercato di varare delle inchieste indipendenti sui crimini di guerra nello Yemen: l’Arabia Saudita ha semplicemente ricattato le Nazioni Unite e i Paesi delle commissioni dicendo che non avrebbe più fatto affari con quei Paesi e non vi avrebbe più investito se avessero approvato quelle cose.
Quindi a giudicare dalle prime mosse immagino che l’attuale erede al trono e domani re varerà qualche riforma di facciata, come il permesso alle donne di guidare o di lavorare nei centri commerciali in attività che prima erano loro proibite. Però nella sostanza non cambierà il progetto saudita wahabita, che è quello di esercitare l’egemonia di fatto su tutto il mondo islamico. È stato calcolato che l’Arabia Saudita, che ha il 3% della popolazione islamica del mondo, esercita grazie ai miliardi che investe ogni anno un’influenza più o meno diretta su circa il 90% delle istituzioni islamiche del pianeta (scuole coraniche, università, accademie, ecc.). Credo che ciò non cambierà col nuovo re.
Peraltro non cambierà il leitmotiv di questi ultimi decenni, quello che io ho chiamato il patto con il diavolo, cioè l’alleanza sostanziale fra due globalizzazioni: una è la globalizzazione del turbocapitalismo di marca statunitense e in generale occidentale; l’altra è la globalizzazione perseguita dal wahabismo che vuole arrivare al pensiero unico nel mondo islamico.

 

D: Lei nel suo libro “Il patto con il diavolo” (Rizzoli, 2016) afferma che il vero lavoro di contrasto al terrorismo internazionale deve avere come presupposto quello di bloccare le fonti che finanziano il terrorismo islamico. Lei vede i segni di qualche tentativo in tal senso, di una minima intenzione politica o anche solo di una consapevolezza di ciò?

R: No, assolutamente no. Anzi direi il contrario. Quando ho scritto il libro (nel 2016 ndr) parlavo di Hollande e di quella leva politica. Ma basta vedere le mosse di Trump, di Macron, di Theresa May: sono esattamente sulle orme dei predecessori, anzi peggio. Il record di vendite di armi all’Arabia Saudita, che era di Obama, è stato battuto da Trump. La May ha incrementato i legami con l’Arabia Saudita e con gli altri Paesi del Golfo Persico per le forniture militari. Macron? Non parliamone: era ministro dell’industria e delle finanze quando Hollande siglava i contratti con l’Arabia Saudita. Adesso è presidente, figuriamoci. Fra l’altro, quando si sono avuti i segnali del fatto che il nuovo principe saudita stava avvicinandosi ancor più al trono, Macron era a Dubai per il Louvre e si è precipitato in Arabia Saudita per essere il primo a prendere contatto con il nuovo regime.
D’altra parte è scientificamente provato che le petromonarchie del Golfo Persico, Arabia Saudita in testa, sono i Paesi che finanziano il terrorismo e che per esempio hanno finanziato l’Isis. Lo ha scritto anche Hillary Clinton sia quando era segretario di Stato sia quando era candidata alla presidenza degli Stati Uniti nelle mail che poi sono state diffuse da Wikileaks. Tutti sanno che è così ma continuano esattamente come prima.
Quando il ministro degli Esteri del Qatar, in seguito al contrasto con l’Arabia Saudita, è venuto in Europa a fare un giro per i Paesi dell’UE è stato ricevuto dalla Mogherini, la responsabile europea per le politiche estere e di sicurezza. Quando è uscita da questo colloquio la Mogherini ha detto ai giornalisti che l’Unione Europea ha sempre avuto buoni rapporti con questi Paesi, intendendo evidentemente il Qatar e l’Arabia Saudita, e intende continuare ad averli. Noi sappiamo scientificamente, perché ce lo dice la Clinton e ce lo dicono infiniti studi, che questi due Paesi sono due Paesi pesantemente finanziatori del terrorismo, dunque il fatto è che l’Unione Europea ha sempre avuto buoni rapporti con i Paesi che finanziano il terrorismo e ci tiene ad averli. Questo è detto, è scritto, non è un’illazione.
Intendiamoci, poi va detta una cosa: non sono certo solo l’Arabia Saudita o il Qatar o il Kuwait che finanziano il terrorismo islamista. Anche l’Iran ha finanziato e sostenuto movimenti terroristici a sfondo islamista, però bisogna tenere conto delle proporzioni e le proporzioni sono assolutamente sbilanciate. Il terrorismo islamista sunnita, cioè quello sostenuto dai Paesi del Golfo Persico, è responsabile della stragrande maggioranza degli attentati e degli attacchi: non c’è nessun paragone. Quindi se si vuol seriamente contrastare il terrorismo islamista bisogna partire da lì. Se invece si vuole, come in effetti si vuole, far finta di niente e accettare questo terrorismo islamista in cambio di altri vantaggi geopolitici, benissimo, basta saperlo. Benissimo no, ma almeno si sappia.

Il Ministro qatariota Al-Thani con Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

D: Quali sono i legami, se ci sono, fra il radicalismo islamico in Italia e le fonti di finanziamento estere di cui abbiamo parlato?

R: L’Italia, come ormai hanno notato tutti, è stata risparmiata da attentati di ampia portata. Abbiamo avuto “robetta” in confronto a quello che è successo altrove. Io credo che questo non succeda per caso. Succede per diverse ragioni.
Una è sicuramente l’abilità dei nostri servizi, il
know-how che hanno maturato in molti decenni di contatti con il Medio Oriente. Pensiamo a Sigonella, Calipari…
La seconda ragione secondo me è che l’Italia è un Paese ponte, un Paese di passaggio per l’Europa e nessuno brucia i ponti su cui deve passare. Attentati pesanti in Italia vorrebbero dire più controlli e tensione molto più alta: non conviene. Quindi io tendo a pensare che non ci sia un grande investimento per sobillare, semmai c’è qualche investimento per controllare (
da parte dei finanziatori del terrorismo ndr).
Detto questo, siccome in Italia, come generalmente in Europa, seppur con molte differenze fra Paese a Paese, non è lo Stato che costruisce le moschee, esse sono frutto di investimenti privati. Allora diventa difficile sapere chi in realtà mette i soldi, con quale scopo e chi va a predicare. Poi di tanto in tanto si legge che qualche imam viene rispedito a casa perché predica violenza, ma generalmente (anche se immagino che i servizi segreti lo sappiano) noi non sappiamo cosa succede in queste moschee, in questi luoghi di culto, che proprio perché sono in qualche modo spontanei sfuggono al controllo. È tutta una serie di deduzioni quella che faccio io, non ho informazioni di prima mano, però mi viene il forte sospetto che se c’è un interesse strutturato per l’Italia da parte della filiera che sostiene il terrorismo islamico questo sia un interesse a tenere sotto controllo la situazione, più che a fomentare lo scontro. Perché, diciamocelo, pur con tutta l’abilità dei servizi segreti, se si possono organizzare attentati di un certo tipo in Francia, in Germania, nel Regno Unito, tendo a pensare che sia possibile farlo anche in Italia e che se ciò non avviene, non sia per caso, ma per una serie di ragioni.

 

I colonnelli dello Zimbabwe

A nemmeno una settimana dalle candide promesse del presidente Mnangagwa, la democrazia sembra già lontana anni luce.

Nelle ultime due settimane abbiamo avuto modo di parlare più volte della difficile situazione che sta attraversando lo Zimbabwe, da quando il 15 novembre scorso l’ex presidente Robert Mugabe è stato deposto da un colpo di Stato. Il nuovo Presidente Emmerson Mnangagwa, giurando fedeltà alla Costituzione la scorsa settimana, durante la cerimonia di insediamento, aveva portato una nuova ventata di speranza in un Paese che aveva dovuto sopportare per trenta lunghi anni il giogo della dittatura di Mugabe. Sono passati solo pochi giorni dalle pubbliche promesse di maggiore libertà e democrazia per il popolo dello Zimbabwe, eppure Mnangagwa è già riuscito a smorzare la fiamma della speranza.

Un rimpasto con le stesse facce

Nella giornata di ieri sono stati resi noti i nomi dei membri del nuovo governo, nel quale figurano da un lato alcune vecchie conoscenze dei precedenti governi Mugabe. Tanto per citare uno dei più discussi, Patrick Chinamasa, ex ministro delle finanze e riconfermato da Mnangagwa nello stesso ruolo, è stato più volte ritenuto coinvolto in episodi di corruzione e peculato (come avvenne, ad esempio, nel 2003, quando fece arrestare Peter Baker, un contadino di origini europee che si era rifiutato di vendere la Ministro la sua fattoria).

“Vogliamo i colonnelli!”

Per quanto riguarda l’apporto delle Forze Armate, il Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga, braccio del fatidico Colpo di Stato del 15 novembre, è stato riconfermato Capo delle Forze Armate, mentre il generale Sibussio Moyo, il “volto” che due settimane fa annunciò sulla rete nazione lo svolgimento del Colpo di Stato (o meglio, che annunciò lo svolgimento di una “pacifica transizione” al vertice), è stato nominato Ministro degli Esteri.

Ma forse il nome più controverso è quello del Comandante dell’Aviazione militare dello Zimbabwe, Perence Shiri, nominato Ministro dell’Agricoltura e dello sviluppo rurale: tra il 1983 e il 1984, durante la sanguinosa guerra civile che precedette la presa di potere di Mugabe, Shiri comandava la famigerata Quinta Brigata zimbawiana, che si rese colpevole di omicidi, furti, stupri ed altri efferati crimini nei confronti della popolazione del Metabeleland (una regione dello Zimbabwe occidentale). Nel 2002 l’Unione Europea annunciò che non avrebbe più ammesso sul proprio suolo il Comandante. L’anno successivo il presidente G. W. Bush ha congelato i beni e la liquidità di Shriri sul territorio statunitense.

La delusione accomuna tutta la società civile

Nessuno può negare che la popolazione abbia reagito molto male all’impostazione che il nuovo Presidente sembra voglia dare al Paese, inerendosi nel solco di quella che ormai può considerarsi una tradizione nello Zimbabwe, ossia tutto il potere nelle mani di chi meglio sa gestire le forze di sicurezza. L’organizzazione dei sindacati, attraverso il suo Segretario generale, ha fatto saper pubblicamente la sua profonda delusione riguardo gli ultimi sviluppi, e perfino la “Confindustria” zimbawiana, la CZI, pur approvando a denti stretti il nuovo esecutivo ha affermato di aver sperato in una diversa composizione del Gabinetto presidenziale.

Soprattutto si sperava in scelte incisive nel settore minerario, poiché non solo il direttore dei giacimenti diamantiferi statali, nominato a suo tempo da Mugabe, è stato riconfermato da Mnangagwa nei suoi uffici, ma anche perché è ben noto che la Cina ha da tempo ottenuto tramite una joint venture il controllo di gran parte dell’estrazione mineraria nel Paese. Imprenditori pubblici e privati cinesi sono riusciti, anno dopo anno, a monopolizzare il settore delle materie prime. L’unica cosa che ci è possibile fare in questa sede è sperare che, per il bene del popolo dello Zimbabwe, un giorno i diamanti, il rame e le altre preziose risorse dell’Africa centrale possano davvero portare benessere al Paese, invece che costituire la causa principale delle sue disgrazie.

L’attentato nel Sinai, 300 morti e 100 feriti nella moschea di Al Rawdah

La condizione della penisola del Sinai all’ombra dell’Isis

Il 24 Novembre presso la moschea di Al Rawdah nel Sinai Settentrionale, si consuma l’attentato più violento mai subito dall’Egitto. Fonti della Procura Generale egiziana affermano che ci sono più di 300 morti e almeno 130 feriti.

L’attentato

Venerdì di preghiera, intorno a mezzogiorno. Alcune jeep con a bordo una trentina di terroristi, battenti bandiera dello Stato Islamico, si avvicinano alla moschea nel nord del Sinai. Una bomba esplode nei pressi dell’ingresso poi partono i colpi d’armi da fuoco, tutto si concluse nel giro di pochi minuti. I terroristi lasciano a terra un gran numero di cadavere, tra cui quelli di 27 bambini. In risposta il governo egiziano, da il via all’Operazione vendetta per i martiri, una serie di raid di aeronautica ed esercito contro i covi dei terroristi.

La penisola del Sinai

Dagli anni ’80 la penisola del Sinai, dal ‘67 al ‘79 parte di Israele, ha rappresentato il fulcro del turismo per l’Egitto. I resort di Sharm el sheikh, tra i più belli al mondo, hanno ospitato negli anni milioni di turisti, provenienti da tutto l’occidente. All’alba della primavera araba, era la fine del 2010, la situazione nella penisola subiva forti cambiamenti. I primi attacchi terroristici hanno danneggiato una delle principali fonti di guadagno del paese. Gli attacchi sono avvenuti in concomitanza con il cambio ai vertici dei servizi di sicurezza, epurati di alcune figure chiavi legate alla dittatura. Il tutto si è aggravato quando nel 2013 in seguito al golpe, arrivò al potere Al Sisi, deciso a ristabilire l’ordine nella regione. Per farlo attuò una dura politica repressiva contro le popolazioni beduine locali, da sempre in lotta contro l’autorità centrale egiziana. Questi scontri prepararono il terreno alla penetrazione locale dell’Isis.

 

La situazione attuale

Dal 2014, nel Sinai sono presenti cellule terroristiche affiliate all’Isis. Primi obiettivi di questi terroristi sono stati i cristiani copti, minoranza presente in Egitto da migliaia di anni. Mano a mano che lo Stato islamico acquistava nemici, la penisola diventava punto di partenza per i Foreign fighters provenienti dall’Africa. Poi il salto di qualità: attaccare altri musulmani, considerati eretici dal Califfo dello Stato Islamico in quanto Sufi. Se il califfato è alle strette in Siria e Iraq, ci sono molte zone del mondo in cui ancora si fa sentire la sua scomoda presenza, il Sinai è una di queste. I foreign fighters potrebbero vedere nella penisola biblica una nuova casa, una base da dove far rinascere il califfato.

La risposta di Al Sisi

Ci aspettiamo una dura reazione del presidente Al Sisi nei confronti dei terroristi. Al momento della stesura dell’articolo, il presidente Al Sisi ha dato il via ad una rappresaglia contro bersagli sensibili dei Jihadisti. La risposta dovrà essere precisa e limitata, per evitare scontri con la popolazione locale. Le tribù beduine non vedono di buon occhio l’autorità centrale egiziana, tant’è che durante l’occupazione israeliana, la penisola visse uno dei periodi più tranquillo della sua storia biblica. Nella penisola serve una soluzione a lungo termine ed ampio respiro. Se non si interviene il prima possibile si rischia di trasformare il Sinai in un nuovo Afghanistan. Col paese dell’oppio la penisola non condivide solo la morfologia,per lo più montuosa, ma anche una storia d’invasioni e lotte per il potere che hanno portato le popolazioni locali a vedere invasori ovunque.

La fine di Mugabe

Nella giornata di ieri l’ex Presidente Emmerson Mnangagwa ha prestato giuramento solenne, sarà il nuovo Presidente.

Già la scorsa settimana avevamo avuto modo di parlare della particolare situazione in che si trova a vivere la Repubblica dello Zimbabwe. Gli sviluppi degli ultimi giorni hanno reso necessario un ulteriore aggiornamento.

Il 21/11 Emmerson Mnangagwa, ex vicepresidente del deposto dittatore Robert Mugabe, era stato nominato presidente ad interim nella speranza di dare una parvenza di legalità a quello che a tutti gli effetti si configura come un colpo di stato compiuto materialmente dall’esercito. Tuttavia, è di ieri la notizia che Mnangagwa, con cerimonia solenne, ha pronunciato il suo giuramento come nuovo presidente dello Zimbabwe. Il deposto presidente Mugabe e sua moglie Grace sarebbero in questo momento tenuti in custodia dall’esercito nella loro villa fuori dalla capitale Harare.

Prima contro gli inglesi e poi contro i nemici interni

Emmerson Mnangagwa è stato uno dei più stretti collaboratori di Mugabe sin dal suo primo governo, nel 1980. L’esperienza che aveva maturato negli anni di lotta contro la minoranza bianca al potere nel Paese subito dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna (all’epoca lo Zimbabwe si chiamava Rhodesia) tornarono molto utili all’ex presidente Mugabe durante i sette anni di guerra che seguirono il suo insediamento. Fu in questo contesto che Mnangagwa fu accusato di estrema brutalità nei confronti degli avversari e della popolazione civile, tanto da guadagnarsi il soprannome “il coccodrillo”. Più volte ministro nei governi di Mugabe, ha ricoperto anche la carica di Vicepresidente dal 2014 al 2017, quando cadde in disgrazia in seguito ad accuse di slealtà e cospirazione ai danni dell’ex Presidente.

La rapida discesa di Mugabe verso la morte politica

Ma torniamo ai giorni nostri. All’indomani del colpo di Stato, Mugabe rimane fermo sulle sue posizioni e continua a non voler cedere alle pressioni dei militari, sostenendo di voler terminare il suo mandato, la cui scadenza si sarebbe avuta nel luglio del 2018. Il 17/11, come avevamo già avuto modo di dire, l’ex Presidente appare pubblicamente all’università di Harare presenziando ad una cerimonia di laurea, probabilmente per poter dare una parvenza di ordine ad una situazione ancora poco chiara. Due giorni dopo, in seguito alla sua espulsione dal partito, Mugabe dichiara pubblicamente di volersi dimettere, salvo poi ritrattare durante una sua apparizione serale sulla rete nazionale. Sarà solo nella giornata del 21 che Muagbe rassegnerà definitivamente le sue dimissioni. Nei tre giorni successivi Mnangagwa, che come abbiamo detto era stato subito nominato Presidente ad interim, concerta la sua azione politica con Costantino Chiwenga, Capo di Stato Maggiore dell’esercito ed esecutore materiale del colpo di Stato, così da poter completare l’opera di rimozione di tutti i fedelissimi del deposto Mugabe.

Da “coccodrillo” a Presidente

Nella giornata di ieri, durante il giuramento solenne del nuovo Presidente, Mnangagwa ha ribadito l’auspicio che aveva già proferito tre giorni prima: dopo aver ringraziato l’esercito per aver evitato, con il suo intervento, l’instaurazione di una “dinastia familiare” al vertice del Paese, ha affermato di confidare in una pacifica transizione verso la democrazia, coronata da un’elezione presidenziale veramente libera e democratica. La cornice di questa importante giornata è stata data dalla popolazione che ha affollato le strade per festeggiare il cambio di regime. Una reazione tutt’altro che inedita se si considera che la reazione della cittadinanza di Harare, che alla notizia della presa in custodia di Mugabe una settimana fa si è riversata nelle strade per festeggiare e, in certi casi, a fraternizzare con i militari che avevano occupato i centri nevralgici della città; o ancora se si considera la reazione del Parlamento il quale, nella giornata del 19, è letteralmente esploso di gioia alla notizia dell’espulsione dell’ex presidente dal partito di governo.

Ovviamente non possiamo sapere con certezza se il popolo dello Zimbabwe, dopo trent’anni di oppressione portata aventi da Mugabe grazie allo stesso esercito che lo ha destituito, si stia realmente avviando verso l’emancipazione democratica. Ma quando è l’esercito a portare cambiamenti nel panorama politico è sempre lecito dubitare

 

La morte di Totò Riina e il ricordo di uomini come Falcone e Borsellino che combatterono la mafia

Il capo dei capi, Salvatore Riina: û curtu La Belva

Ieri è stata tumulata la salma di Totò Riina, il capo dei capi, morto il 17 novembre a Parma dove era detenuto con il 41 bis. Vietati i funerali pubblici, la cerimonia è durata solo pochi minuti ed erano presenti la moglie, tre dei quattro figli – il secondogenito è detenuto – e pochi parenti stretti. Nel cimitero di Corleone la bara del boss mafioso  va ad aggiungersi a quella di Bernardo Provenzano, considerato il capo di Cosa nostra dal 1995 fino al suo arresto nel 2006, e Luciano Leggio, conosciuto come Liggio. Nello stesso posto riposano anche le salme di alcuni eroi che li hanno combattuti, come: Calogero Comaianni e Placido Rizzotto, il cui corpo fu gettato nelle foibe dallo stesso Liggio.

Arrestato il 15 gennaio del 1993, dopo 24 anni di latitanza, Salvatore Riina veniva da una famiglia di contadini e già da adolescente, grazie alla conoscenza con Liggio, viene introdotto nella cosca locale mafiosa. Nell’ascesa ai vertici di Cosa nostra tanti furono gli omicidi, le brutalità, le stragi e le operazioni criminali commesse. Dal 10 febbraio 1986 al 30 gennaio 1992 ci fu il Maxiprocesso di Palermo, processo penale per crimini di mafia. Venne così denominato dalla stampa a seguito delle sue enormi proporzioni: in primo grado gli imputati erano 475 con circa 200 avvocati. Grazie al pentito Tommaso Buscetta si venne a scoprire l’organizzazione interna di Cosa nostra, i mandanti e gli esecutori materiali di numerosi delitti. In seguito a questo si scatenò la ritorsione dell’organizzazione mafiosa che, su precisa indicazione di Totò Riina, autorizzò l’eliminazione dei familiari dei pentiti fino al 20° grado di parentela e quella dei giudici istruttori del maxiprocesso tra cui Falcone e Borsellino.

Il ricordo di alcuni eroi che si batterono contro la mafia

A inizio degli anni 80 a Palermo imperversava una sanguinosa guerra di mafia, tanto da contare a fine del 1983 circa 600 omicidi. A farne le spese già nel 1978 era stato Peppino Impastato, giovane attivista politico noto per le sue denunce contro le attività di Cosa nostra. La sua morte passò quasi inosservata perché nelle stesse ore in cui veniva ritrovato il suo cadavere fu rinvenuto anche il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse. Nel 1982 era stato anche il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a pagare le conseguenze della lotta alla mafia.

«Qui è morta la speranza dei palermitani onesti.»

Questa la scritta apparsa il giorno dopo della strage di via Carini, un omaggio che il popolo palermitano volle dare al generale. Per fare fronte ad una simile situazione decisero di istituire una squadra di giudici istruttori che avrebbero lavorato soltanto sui reati di stampo mafioso: nacque così il pool antimafia.

«Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte: “Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”»

Un giorno Borsellino disse questo a Falcone. E Falcone morì il 23 maggio 1982 nella strage di Capaci. Di ritorno da Roma con la moglie e gli uomini della scorta, furono assassinati lungo l’autostrada A29 allo svincolo di Capaci. Esplosero 1000kg di tritolo piazzati sotto l’autostrada che lasciarono una voragine enorme. Pochi mesi dopo, il 19 luglio 1992, insieme a cinque uomini della scorta viene assassinato anche Paolo Borsellino nella strage di via D’Amelio.

«Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini» Giovanni Falcone.

 

  

La decisione su EMA

Quando il sistema Italia funzionò

Ieri il Consiglio degli affari generali UE, dopo l’ultima votazione finita in pareggio, ha deciso d’assegnare EMA (European Medicines Agency) tramite sorteggio. La vincitrice è stata Amsterdam.

Cos’è EMA

EMA è l’agenzia comunitaria dell’Unione europea per la valutazione dei medicinali. Fu istituita per ridurre i costi che le aziende farmaceutiche dovevano sostenere per l’approvazione dei propri prodotti, da parte delle agenzie dei singoli paesi. Altro obiettivo era di ridurre le barriere protezionistiche dei singoli stati, attuate attraverso difficoltà burocratiche.

I candidati

Per quest’agenzia, le candidature erano circa 19, tra cui: Milano, Amsterdam, Copenaghen e Bratislava. Milano era la candidata col dossier tecnico giudicato migliore, Amsterdam poteva puntare sull’assenza di agenzie europee in Olanda. Copenaghen era la preferita dai dipendenti EMA, per standard di vita e opportunità di lavoro per i familiari. Bratislava era supportata dai paesi dell’Est Europa, nessuno dei quali possiede agenzie europee.

Il metodo di votazione

Il voto avviene al massimo in tre scrutini: al primo turno ogni ministro degli Affari Europei indicherà tre paesi. Nel caso in cui non ci sia un paese con almeno 14 ministri su 27 favorevoli, si procederà a una seconda tornata in cui saranno indicati due stati. Qualora non si raggiunga la soglia dei 14, si andrà alla terza votazione. In quest’ultima ci sarà la possibilità di scegliere solo uno tra i due paesi più votati. Se neanche con l’ultima votazione si raggiunge il quorum, la scelta avviene tramite sorteggio.

La scelta

Milano è stata in testa nelle prime due votazioni, seguita da Amsterdam. L’astensione del delegato slovacco, come protesta per non aver passato il primo turno, ha mandato in tilt le votazioni. Alla terza Milano e Amsterdam era a pari merito (13 a 13), questo ha portato a un sorteggio, in cui Milano è stata sfortunata.

La mancata opportunità

La mancata assegnazione a Milano dell’Agenzia, non ha permesso alla città di diventare la capitale europea dei farmaci, un settore in cui l’Italia è in crescita (le esportazioni quest’anno valgono 21 miliardi). Chi ci perde è anche la Lombardia, testa di serie dell’industria farmaceutica Europea. Il danno non è solo d’immagine, non si trasferiranno a Milano 900 dipendenti, con un budget di 300 milioni tutto da spendere sul territorio. Si è calcolato che l’Agenzia attiri ogni anno circa 40000 addetti ai lavori, tra convention e procedure burocratiche, con evidenti ricadute sul settore alberghiero e della ristorazione.

Conclusioni

Una volta tanto il sistema Italia aveva dimostrato di funzionare in maniera efficiente, un coordinamento tra comune, regione e stato centrale ci aveva permesso d’essere la prima scelta. Questo ci sia di lezione, per evitare il ripetersi di situazioni, imbarazzanti, come per l’acquisizione dei cantieri STX da parte di Fincantieri. Gli attori italiani si mossero in solitaria, contro il blocco unitario dei nostri cugini d’oltralpe, ottenendo scarsi risultati. Se il Sistema d’ora in poi lavorerà in sinergia, come in quest’occasione, non c’è dubbio che riusciremo a farci valere a livello internazionale. Abbiamo trovato il metodo che funziona, ora ci manca solo un’altra occasione.

La via della seta del III millennio

La via cinese per l’apertura del mondo alla globalizzazione

Xi Jinping è da poco entrato nell’Olimpo dei leader cinesi, in seguito al 19° congresso del partito, come Mao Zedong e Deng Xiaoping. Xi si appresta a dare il via a uno dei progetti infrastrutturali più importanti di sempre: la creazione di una nuova via della seta.

L’antica via della seta

La via della seta nell’antichità

La via della seta era un percorso che univa oriente e occidente, crocevia di merci e culture. La Via era costituita da un reticolo che si sviluppava per circa 8.000 km, tra itinerari terrestri, marittimi e fluviali. Su questi percorsi, nell’antichità, si sono snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano. Le vie carovaniere attraversavano l’Asia centrale e il Medio Oriente, collegando Chang’an (oggi Xi’an), in Cina, all’Asia Minore e al Mediterraneo attraverso il Medio Oriente e il Vicino Oriente.

La via della seta del nuovo millennio

Il progetto di Xi è molto articolato e divide la Via in rami terrestri e marittimi. La prima delle diramazioni terrestri partirà dalla Cina, toccando i confini nord dell’Afghanistan, per arrivare a Istanbul, che fungerà da hub per le merci dirette nell’Europa meridionale. La seconda via terrestre passerà integralmente sul territorio russo, trasformando Mosca nella porta d’ingresso per le merci destinate all’Europa settentrionale. Per quello che riguarda il ramo marittimo della Via, una ramificazione andrà direttamente a servire l’America settentrionale, con una “scorciatoia” per Oceania e America meridionale. Il canale marittimo che più interessa l’Europa, e in particolare l’Italia, è la nuova rotta che attraversa il canale di Suez. Le merci cinesi destinate all’Europa arriveranno in Italia, piuttosto che a Rotterdam, con un viaggio che si ridurrà di 7 giorni e che permetterà di abbattere i costi del 10%.

Un’occasione per l’Italia ?

Naturale candidato a diventare l’hub italiano verso le vie gommate europee, sarebbe il porto di Taranto. Per la città sarebbe una seconda opportunità, da quando nel 2010 i cinesi approfittando della crisi greca decisero di puntare sul Pireo come punto di arrivo delle loro merci in Europa. Per nostra fortuna la partita ancora non è chiusa, ma lo potrebbe essere presto.

Il progetto

Paesi coinvolti nella nuova via della seta

Il presidente della Cina ha lanciato il progetto della Via nel lontano 2013 col nome di Obor (One Belt One Road= Una Cintura Una Via). Nonostante il progetto toccasse direttamente una quarantina di paesi, più altrettanti interessati a partecipare, l’avvio è avvenuto in sordina. I primi passi attuati dalla Cina furono la realizzazione della prima FOB (forward operating base) in Gibuti, per proteggere i propri lavoratori all’opera per modernizzare il paese del Corno d’Africa, che per la sua posizione permette il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb. Nel frattempo, altri lavoratori cinesi potenziavano altri porti in varie parti del globo. La mossa successiva fu il rilancio del progetto col nome di Bri (Belt and Road Iniziative) avvenuto a metà del 2016. Poco dopo furono sbloccati oltre 100 miliardi per l’AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) con l’obiettivo di arrivare entro il 2020 ad attrarre investimenti nell’ordine del trilione di dollari.

Le motivazioni della Cina

Il progetto del paese dei Dragoni, non ha solo finalità di ampliamento dei mercati, ma anche quello di evitare lo strangolamento economico. Per fortuna di Xi, l’arrivo di Trump ha allentato il nodo attraverso la rinuncia dell’America al TPP (Trans-Pacific Partnership), che favoriva i commerci tra 12 paesi che si affacciano sul Pacifico a scapito della Cina. Restano comunque dei pericoli per il colosso cinese nel progetto per la creazione di un arco “Indo-pacifico”, guidato da Giappone e India. I due pericolosi vicini della Cina avranno il compito di limitarne i commerci, con l’obiettivo di danneggiare l’economia del paese. Per evitare ciò Xi punta molto, se non tutto, sulla Via della seta. In caso di fallimento dell’iniziativa, la Cina vedrebbe la sua credibilità a livello internazionale ridimensionata, dopo i tanti sforzi fatti per accrescerla. Al contrario ,una buona riuscita dell’impresa, consacrerebbe il paese nell’Olimpo delle superpotenze, aggiungendo al tavolo internazionale un attore con risorse economiche e capitale umano mai visti finora.

L’esercito al potere in Zimbabwe

 

Le truppe occupano la capitale Harare mentre il presidente Mugabe viene sottoposto alla custodia dell’esercito

E’ ormai di dominio pubblico la notizia che la Repubblica dello Zimbabwe, nella notte fra il 14 e il 15 novembre, è stata scossa ai suoi vertici da un colpo di stato, per il momento pare non cruento, ai danni dell’ultranovantenne presidente Robert Mugabe. Dopo continue indiscrezioni ed ipotesi sulla sua condizione e su quella della giovane moglie Grace, nella giornata di ieri il Presidente è apparso in pubblico presso l’università della capitale Harare, per presenziare a delle cerimonie di laurea. I militari, nella persona del Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga, hanno assicurato che si stanno facendo “progressi significativi” per il superamento della crisi.

          Foto del Presidente Mugabe durante una parata militare

La dura lotta contro i colonizzatori inglesi e contro l’apartheid

Robert Mugabe diviene nel 1980 Primo Ministro dello Zimbabwe ( o meglio dello Zimbabwe Rhodesia, come era conosciuto il Paese subito dopo la fine del regime di apartheid che aveva oppresso gran parte della popolazione nei 20 anni precedenti). In seguito ad una feroce lotta contro gli oppositori politici del suo partito, che portò a svariate decine di migliaia di morti in pochi anni, nel 1987 diventa Presidente della Repubblica grazie al fondamentale appoggio dei militari. Se nei sette anni in cui aveva ricoperto la carica di Primo Ministro aveva dato avvio a delle politiche di vago stampo marxista-leninista, una volta divenuto Presidente avviò una sistematica opera di accentramento del potere e di personalizzazione delle vicende politiche del Paese. In particolare, fra l’inizio degli anni ‘90 e i primi anni duemila, Mugabe è stato accusato da più parti di perpetrare sistematicamente violazioni dei diritti umani (nonché essere stato accusato di un uso ritorsivo dell’AIDS, forse la piaga più grave del Paese africano, tramite stupri commessi regolarmente dai suoi miliziani durante i conflitti nella metà degli anni ’80).

A quanto pare l’incontrastato dominio del Deus Mugabe (pare che in un’occasione ufficiale abbia proferito “Solo Dio può destituirmi”) si è fermato nella notte fra martedì e mercoledì scorso, quando una ben organizzata operazione su larga scala dell’esercito ha occupato i punti chiave della capitale Harare, mentre un graduato dell’esercito appariva sulla rete nazionale annunciando che quello che stava avvenendo non era un colpo di Stato, ma una “misura correttiva” per poter neutralizzare “i criminali attorno al Presidente”. Fatto sta che nella giornata di ieri, come riferisce l’ANSA, tutte e dieci le sezioni provinciali del partito di Governo ZANU-Pf si sono espresse per le dimissioni del presidente Mugabe.

Contrasti politici e consorti ingombranti

Ma ancor prima che lo stupore per queste pur gravi prese di posizione da parte del mondo politico, sorge spontaneo il dubbio riguardo l’esercito: perché le forze militari, che hanno permesso a Mugabe di mantenere saldamente il controllo del suo Paese per trenta lunghi anni, si sono sollevate sequestrando il loro comandante in capo ed arrestando importanti membri del governo, fra cui il Ministro delle Finanze?

Forse il passo falso di Mugabe è stato quello di aver improvvisamente silurato, la settimana scorsa, il suo fidato ex-vicepresidente Emmerson Mnangagwa, detto “il coccodrillo”, accusato di tramare contro il potere Presidenziale. Mnangagwa è stato costretto a riparare in Sudafrica, ma alcune indiscrezioni, riportate come ufficiose dall’agenzia Reuters, affermano il suo ritorno in Zimabwe a seguito del colpo di Stato.

Da non sottovalutare è anche il diffuso malcontento verso la seconda consorte del Presidente Mugabe, la sua ex segretaria Grace Marufu, la quale ha creato un’organizzazione parallela al partito ZANU-Pf ma formata da membri del partito stesso, denominata G40 (Generation 40), istituita allo scopo di operare una graduale sostituzione dei vecchi dirigenti e quadri dello ZANU.

                        Emmerson Mnangagwa, ritratto a destra del Presidente

La Cina è vicina

Per concludere il quadro, nella giornata di giovedì la nota testata giornalistica “Il Giornale”, riportando non meglio precisate “indiscrezioni”, avanza l’ipotesi secondo cui la miccia che ha fatto esplodere una polveriera di tensioni sia stata accesa dalla Cina: oltre a possedere un sottosuolo molto ricco di vari metalli, la più remunerativa fonte di reddito per la Repubblica sono le sue miniere di diamanti, che già a suo tempo fecero gola ai colonizzatori inglesi. Non è un segreto che la Cina, tramite una joint venture, abbia già da tempo acquisito il controllo dei giacimenti diamantiferi, capaci di generare un profitto di circa 200 milioni di dollari al mese. Effettivamente potrebbe ritenersi più di una semplice coincidenza il fatto che il generale Chiwenga, capo dei golpisti, la settimana scorsa si trovasse in Cina per un incontro con il suo omologo cinese Fan Changlong. La Cina avrebbe promesso ai dirigenti politici del partito ZANU maggiori libertà nello sfruttamento delle miniere rispetto a quelle che il Presidente Mugabe si era sempre limitato a concedere.

                              Il Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga

 

 

Il Giappone di Shinzo Abe

Le caratteristiche del Sol Levante nazionalista

Sono ormai passate più tre settimane da quando, con elezioni anticipate, Shinzo Abe, primo ministro del Giappone, è stato riconfermato per un terzo mandato. Ricordiamo che Abe è alla guida del Giappone dal 26 dicembre 2012. Il primo ministro è un esponente della corrente più conservatrice e nazionalista del Partito Liberal Democratico (LDP). Quali motivazioni spingono i giapponesi a votare per la destra nazionalista?

Nazionalismo giapponese

Il nazionalismo in Giappone è stato, fino alla fine della seconda guerra mondiale, un elemento fondamentale del processo di nation building; in seguito alla sconfitta, per rientrare nella comunità internazionale, il Sol Levante dovette rinunciarvi perché considerato la causa dell’ingresso in guerra del paese. Lo sviluppo del potente vicino cinese e la volontà, da parte di quest’ultimo, di occupare alcune isole meridionali del Giappone, le Ryūkyū, hanno ridato nuova linfa a un nazionalismo che non ha mai abbandonato il popolo giapponese.

Abenomics

Con Abenomics indichiamo la politica economica attuata da Abe. Questa si articola in: politica fiscale espansiva (lo Stato deve stimolare la crescita economica attraverso ingenti investimenti pubblici), politica monetaria espansiva (simile al quantitative easing adottato dalla BCE, è uno dei modi non convenzionali con cui una banca centrale interviene sul sistema finanziario ed economico di un paese per aumentare la moneta in circolazione) e un programma di riforme strutturali di lungo periodo (che permettano di rilanciare l’investimento privato, aumentando la concorrenza e innalzando il tasso di popolazione attiva). L’Abenomics ha portato risultati soddisfacenti soprattutto per i salari che, crescendo più dell’inflazione, hanno aumentato il potere d’acquisto dei consumatori.

Riforma costituzionale

La costituzione nipponica del 1947, redatta durante l’occupazione statunitense, non consente al Giappone d’intervenire in teatri di guerra internazionali. Le Forze di autodifesa giapponesi, Jieitai, possono intervenire solo per la difesa del territorio nazionale (come sancisce l’articolo 9 della costituzione). Il primo ministro Shinzo Abe vorrebbe cambiarlo per ridefinire il ruolo delle forze di autodifesa in un contesto geopolitico in continuo mutamento e all’interno di un’area geografica dove le dispute diplomatiche e territoriali, in prevalenza con la Cina, non si sono mai arrestate.

Rapporto con Donald Trump

Shinzo Abe è stato il primo leader straniero a far visita al neo eletto presidente Trump. Il loro incontro è stato molto cordiale, indice di una buona intesa. Se Trump da una parte vuole far venir meno la collaborazione trans pacifica (Ttp) e l’accordo di libero scambio, dall’altra è favorevole allo sviluppo nucleare del paese. La visita del presidente Trump, del 5-6-7 novembre, in Giappone ha confermato che il riarmo del paese asiatico passerà attraverso il “buy american” sulla falsariga dell’Arabia Saudita. Il Giappone, diversamente dal paese del golfo, ha una fiorente industria militare che gioverebbe di un riarmo del paese. Per quello che riguarda la questione nucleare Trump sarebbe favorevole a uno sviluppo atomico di Giappone e Corea del Sud; su questa decisione, però, peserà il veto di Cina e Russia.

Il Giappone di Abe

Il Giappone, immaginato dal suo primo ministro, è un paese forte e in grado di gestire autonomamente la politica regionale, indipendente dall’ombrello nucleare statunitense, quindi dotato di una propria triade nucleare (arsenale atomico  suddiviso tradizionalmente in tre elementi: terrestre, navale e aerea), che potrebbe impensierire la Cina. Con Shinzo Abe al potere, il Giappone potrà finalmente riacquisire il peso strategico che più si addice a una potenza economica regionale, diventando il contrappeso alla politica espansionistica della Cina nel Mar Cinese.