Senza metafore: il Qatar diventa un isola

 

Al 305° giorno dall’inizio del blocco del Qatar, “Arab News” annuncia il lancio di un nuovo progetto Saudita proprio al confine con la piccola, ma ricca monarchia: un piano turistico integrato per trasformare l’area arida tra Arabia Saudita e Qatar in un canale marittimo aperto ad una varietà di imprese.

Dettagli del progetto

Il progetto prevede lo scavo di un canale sulla striscia di terra che separa l’Arabia Saudita dal Qatar. Il territorio si estende per 60 km e collegherebbe le città di Salwa e Khawr Al-Udayd. Pur essendo ancora in attesa di approvazione ufficiale, il piano di investimenti verrà sostenuto da nove società per un costo di circa 2,8 miliardi di Riyad e sarà concluso in 12 mesi dalla data di approvazione. Il canale sarà in grado di accogliere tutti i tipi di navi, comprese le navi container e da passeggeri.

L’obiettivo dell’ambizioso piano di investimenti ed infrastrutture è quello di energizzare l’economia locale della zona desertica e sfruttarne la posizione geo-strategica, stimolando la crescita della popolazione della zona, creando nuove opportunità di lavoro, espandendo l’industria della pesca ed investendo in agricoltura salina. La nuova costa avrà cinque importanti resort con spiagge private e due porti, uno a Salwa e l’altro a Khawr Al-Udayd. Già allo stato attuale il progetto viene considerato il più importante nella regione del Golfo grazie alla sua posizione centrale tra i paesi limitrofi.

Scenario geopolitico

Il canale non sarà considerato internazionale, come tiene a precisare la fedele agenzia di informazione Saudita “Arab News”; il progetto verrà infatti realizzato all’interno del confine. Tuttavia, è stato specificato che l’area terrestre adiacente al Qatar sarà soggetta alla presenza militare per la protezione e il monitoraggio.

Gia’ da dieci mesi un blocco aereo, marittimo e terrestre è stato imposto al Qatar da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait ed Egitto, che accusano Doha di sponsorizzare il terrorismo nel Medio Oriente finanziando proxy groups Iraniani come Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano. Data la sua posizione geografica, il Qatar è costantemente sotto pressione sia dall’Iran che dall’Arabia Saudita a prendere posizione sotto una delle due sfere di influenza nella regione. Inoltre, il Qatar è economicamente legato ad entrambi i paesi. L’esportazione principale del Qatar è il gas naturale e condivide il più grande giacimento di gas naturale del mondo con l’Iran. Allo stesso tempo, il Qatar è anche membro della Coalizione dei Paesi del Golfo, un’unione economica guidata dall’Arabia Saudita basata sul controllo della produzione di petrolio.

Sarebbe dunque azzardato considerare l’ennesimo progetto avanguardista della famiglia Saud come un’ulteriore manovra dei paesi del Golfo al fine di isolare il mezzo amico dell’Iran?

La Corte di Giustizia UE: il Sahara Occidentale non fa parte del Marocco. Un passo in avanti per il popolo saharawi?

Una sentenza che sembra accontentare un po’ tutti, ma in realtà non soddisfa appieno nessuno. Il 27 febbraio 2018 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dichiarato valido l’accordo di pesca fra UE e Marocco, ma ha precisato che esso non è applicabile al Sahara Occidentale. La ragione è che “il territorio del Sahara occidentale non fa parte del territorio del Regno del Marocco”, una netta presa di posizione che rischia di complicare le relazioni diplomatiche fra i Paesi europei e il regno nordafricano.

Il Sahara Occidentale è una regione contesa, tradizionalmente abitata dal popolo saharawi. Sotto amministrazione spagnola fino al 1975, in seguito gran parte del suo territorio fu occupato dal Marocco e fu teatro di scontri militari fra indipendentisti ed esercito marocchino fino alla tregua del 1991. Il Fronte Polisario, che si batte per la libertà dei saharawi, reclama l’indipendenza della regione e l’ONU ha riconosciuto il diritto della popolazione ad autodeterminarsi e a svolgere un referendum sull’appartenenza al Marocco, anche se la consultazione è stata rinviata sine die in seguito a divergenze fra le parti in causa.

La lotta dei saharawi per l’indipendenza aveva un tempo molta risonanza a livello internazionale e nell’opinione pubblica occidentale, ma anche a causa di un perdurante stallo politico e militare è progressivamente finita nel dimenticatoio e non si è mai giunti a una soluzione definitiva del conflitto.

Il Sahara Occidentale: in chiaro la parte controllata dal Marocco, in giallo quella controllata dal Fronte Polisario

 

La sentenza

Il recente verdetto della Corte di Giustizia europea è un’altra tappa di questo travagliato percorso. La disputa era sorta nel 2016: l’organizzazione britannica Western Sahara Campaign (WSC), che difende i diritti dei saharawi, aveva presentato due ricorsi dinanzi all’Alta Corte di Giustizia di Inghilterra e Galles contestando l’inclusione delle acque adiacenti al Sahara Occidentale nell’accordo di pesca fra UE e Marocco. L’Alta Corte aveva poi deciso di sospendere il procedimento e di sollevare una domanda di pronuncia pregiudiziale presso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) riguardo alla validità del patto.

La CGUE ha deliberato che l’accordo di partenariato nel settore della pesca tra la Comunità Europea e il Marocco è valido. Tuttavia, esso non è applicabile alle acque adiacenti al Sahara Occidentale “in considerazione del fatto che il territorio del Sahara occidentale non fa parte del territorio del Regno del Marocco”. La Corte, che aveva espresso già in passato la precedente opinione, sottolinea inoltre che “l’inclusione del territorio del Sahara occidentale nell’ambito di applicazione dell’accordo di associazione […] violerebbe alcune norme di diritto internazionale generale”, compreso il principio di autodeterminazione.

Un verdetto un po’ salomonico, che mantiene valido l’accordo e tenta di non scontentare troppo nessuna delle parti in causa, allontanando lo spettro di uno scontro diplomatico immediato.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea

 

L’accordo UE-Marocco

Il patto di pesca è in vigore dal 28 febbraio 2007 e scadrà il 14 luglio prossimo. In cambio di circa 36 milioni di euro all’anno, il Marocco lascia pescare nelle sue acque più di un centinaio di navi europee, la maggioranza spagnole. Come riporta il quotidiano spagnolo “El Paìs”, il 91% delle catture europee si realizzano in acque prossime al Sahara Occidentale, la zona al centro delle controversie di cui abbiamo parlato.

Di fatto ora l’Unione Europea dovrebbe garantire che non si peschi in queste acque e il nuovo accordo dovrà essere rinegoziato rispettando quanto stabilito dalla Corte. Le incognite tuttavia sono molte, poiché un nuovo trattato che escluda queste acque rischierebbe di avere una ricaduta pesante sul lavoro dei pescatori europei.

 

Le conseguenze e le reazioni alla sentenza

Nell’immediato, i pescatori europei che operano nei pressi del Marocco possono però tirare un sospiro di sollievo, perché la decisione del massimo tribunale dell’Unione scaccia il timore di uno stralcio completo dell’accordo. Il 10 gennaio l’avvocato generale della Corte, Melchior Wathelet, aveva proposto infatti alla Corte europea di dichiarare invalido l’accordo di pesca, perché esso avrebbe violato l’obbligo da parte dell’UE di rispettare il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi. La Corte si è invece distanziata dal parere (non vincolante) dell’avvocato generale, adottando una linea più morbida.

Dall’altro lato, affermando che il territorio del Marocco non include il Sahara Occidentale, la Corte di Giustizia ha concesso ai saharawi una vittoria politica e diplomatica di una certa rilevanza, sebbene non completa né risolutiva. I saharawi infatti vedono sottolineato da un importante organismo internazionale il fatto che il territorio di cui reclamano l’indipendenza non è sotto la sovranità del Marocco. Questa notizia si aggiunge a un altro successo recente: il 23 febbraio un tribunale sudafricano ha stabilito che un carico di fosfato estratto nel Sahara Occidentale da imprese marocchine e bloccato dai sudafricani non appartiene ai marocchini, ma alla Repubblica dei Saharawi.

La reazione della diplomazia europea e marocchina alla sentenza della Corte di Giustizia europea è stata cauta. Il giorno stesso della sentenza l’Alto rappresentante per la Politica Estera dell’UE, Federica Mogherini, e il ministro degli Esteri marocchino, Nasser Bourita, hanno emesso un comunicato congiunto dichiarando di rimanere “determinati a preservare la cooperazione nel campo della pesca” ed esprimendo “la loro volontà di negoziare gli strumenti necessari” a tale scopo. Inoltre hanno sottolineato “la vitalità delle relazioni” e il supporto a “una soluzione politica definitiva” per il Sahara Occidentale.

Il Ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE Federica Mogherini

Alla fine di marzo sono iniziati i preparativi dei negoziati per il rinnovo del trattato di pesca fra Marocco ed UE, che dovrà tenere in considerazione la sentenza della Corte di Giustizia.

Resta ora da vedere se le esigenze commerciali spingeranno di nuovo a trascurare le richieste di indipendenza dei saharawi o se gli eventi recenti sbloccheranno una situazione ormai incancrenita qual è quella del Sahara Occidentale. Una situazione che per anni non si è risolta né con la guerra, né con la politica, e che forse nei meandri delle Corti e della diplomazia può trovare uno sbocco.

Siria, Erdogan continua l’offensiva. E Macron si preoccupa per i curdi.

Dopo la caduta di Afrin l’esercito turco non si ferma. E Macron fa impazzire la Turchia incontrando i leader curdi.

La scorsa settimana avevamo discusso della difficile situazione in Siria all’indomani della caduta di Afrin. Erdogan afferma che l’esercito turco si trova in Siria per restarci, e che la distruzione dello YPG (la milizia curda della regione settentrionale della Siria) è un obiettivo fondamentale per il governo Turco. Tuttavia, la presenza di un discreto numero di militari americani nella zona potrebbe causare spiacevoli incidenti.

Stati Uniti terzo incomodo

Sono stimati in circa 2000 i militari americani presenti nel Nord della Siria, inviati prevalentemente con il duplice compito di osservatori e di addestratori per le nuove leve della milizia curda. Ricordiamo che questa proficua collaborazione fra curdi e Coalizione è in atto fin dall’inizio della lotta all’ISIS, il cui peso è stato finora sostenuto per la maggior parte dai combattenti curdi.

La presenza di militari americani è accertata anche nella cittadina di Manbij, sita nella parte meridionale del cantone di Kobane. Tre giorni fa il Consiglio per la sicurezza militare della Turchia, presieduto dallo stesso Erdogan, ha valutato i possibili sviluppi dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”: la probabile direttrice dell’avanzata turca molto probabilmente avrà come punto cardine il controllo di questo strategico crocevia, già fortificato dalla guarnigione curda.

Il Consiglio per la sicurezza in un comunicato ha “invitato caldamente” le truppe americane a ritirarsi dalla zona di Manbij, in quanto controllata da quelli che la Turchia considera dei terroristi. E dunque, applicando la proprietà commutativa, si lascia intendere che verranno considerati come terroristi tutti coloro che verranno trovati a supportare lo YPG (in quanto la Turchia considera da sempre lo YPG come la costola armata del Partito Comunista Curdo PKK in Siria).

Un Macron filo-curdo attira le ire di Ankara

La Turchia sta creando anche forti attriti con la Francia di Macron, il quale ha ricevuto a Parigi una delegazione dell’SDF (Self Defence Forces) curdo per discutere riguardo la difficile situazione. Il Presidente Macron si dice preoccupato non solo per la grave situazione che sta attraversando la popolazione civile, ma anche delle avvisaglie di ripresa dello Stato Islamico, specialmente al confine con l’Iraq.

Circa due giorni fa alcuni elementi dello schieramento curdo avevano fatto circolare la voce che la Francia fosse pronta ad inviare aiuti alle forze curde. Ieri è giunta una netta smentita da parte dell’Eliseo riguardo un imminente invio di truppe, anche se lo stesso Macron ha affermato di valutare, insieme con i cuoi consiglieri militari, la possibilità in futuro di un intervento diretto nella zona. Queste dichiarazioni devono essere lette in concomitanza con le recenti affermazioni del Presidente Trump sulla possibilità per gli Stati Uniti di ritirarsi, in un futuro non molto lontano, da un conflitto costato 7000 miliardi di dollari “senza nessun risultato apprezzabile”.

La Turchia ha attaccato duramente il Governo francese per questo summit con le forze curde, accusando la Francia di riunirsi intorno ad un tavolo con gli stessi pericolosi terroristi che la Turchia sta combattendo strenuamente sul campo di battaglia. Il vice-presidente del Consiglio turco ha affermato che la Francia si è voluta mettere deliberatamente “in rotta di collisione” con Ankara, e che “tutti coloro che solidarizzano con i terroristi saranno considerati nemici della Turchia”.

La vittoria elettorale di Putin lo consacra a moderno Zar ?

Analisi della vittoria del nuovo Zar di Russia

A poco più di una settimana dal voto in Russia, giunge il momento d’analizzare la vittoria elettorale del più longevo leader russo,  dopo Stalin. Con il 76,7% delle preferenze, Putin raggiunge il suo più alto consenso, da quando è in carica. Se la sua vittoria sembrava scontata, il dato più importante era quello riguardante l’affluenza, che si è assetata al 67%. Combinando i risultati d’affluenza e preferenze,  più della metà dei 111 milioni d’elettori è stato favorevole all’operato dello Zar.

I punti forti di Putin per la rielezione

In queste elezioni, il presidente Putin ha potuto sfruttare gli ottimi risultati raggiunti in politica estera in questi ultimi anni. Primo fra tutti l’ingresso della Crimea nella Federazione Russa, dove le sue preferenze si sono attestate al 90% dei votanti, la stessa percentuale della Cecenia. Con l’entrata della penisola nella federazione, Putin ha riottenuto lo status di superpotenza per la Russia. A favore dello Zar anche il buon andamento della guerra in Siria. Guerra, che prima del suo intervento, sembrava in stallo con una Siria divisa in tre parti: l’Isis al confine con l’Iraq, i ribelli a nord e i lealisti a sud. Adesso la situazione risulta sostanzialmente a favore delle forze fedeli ad Assad, che controllano la maggior parte del paese, dopo la sconfitta dell’Isis. Anche il recente avvelenamento dell’ex-spia del KGB avvenuto nel Regno Unito, ha influenzato la campagna elettorale. Il tentato omicidio,  ha portato al deterioramento delle relazioni tra Regno Unito e Russia, ritenuta la mandante. Questo evento, unito alle sanzioni economiche, non ha fatto altro che aumentare la già presente crisi d’accerchiamento. Con questo termine s’indica quella sensazione dei Russi d’esser circondati da nemici. Il termine è stato coniato con l’arrivo dei Bolscevichi al potere  e caratterizza  le relazioni internazionali della Russia dal 1917

Gli scenari del prossimo mandato di Putin

Nei prossimi sei anni, il presidente russo, dovrà affrontare lo scontro con gli Stati Uniti sul piano della nuova politica nucleare. Gli americani, sotto l’amministrazione Trump, hanno deciso di potenziare l’arsenale nucleare puntando su testate miniaturizzate, meno costose di quelle convenzionali. L’obiettivo è ridurre il raggio delle esplosioni e della ricaduta radioattiva, per permettere l’utilizzo delle testate  in contesti convenzionali. Questo darebbe nuovo credito alla deterrenza nucleare statunitense. Altra sfida per l’amministrazione Putin riguarderà la lotta alle sanzioni economiche. Se da una parte le sanzioni hanno facilitato la sua rielezione, da un altra strozzano l’economia, impedendogli di crescere. Anche il buon andamento delle relazioni con la Cina, importante player internazionale, non sono da sottovalutare. Per quello che riguarda la politica interna, lo Zar Putin, in questo mandato dovrà risolvere l’arretratezza economica del paese, ancora molto legata all’estrazione di gas e impermeabile alle innovazioni tecnologiche.

Fabrizio Frizzi

Addio Fabrizio Frizzi: muore il conduttore più “umano” della tv italiana

Il mondo dello spettacolo oggi è in lutto. A soli 60 anni scompare Fabrizio Frizzi, uno dei volti più amati e popolari della televisione italiana. Il conduttore è deceduto nella notte al Sant’Andrea di Roma, causa un’emorragia cerebrale. “Grazie Fabrizio per tutto l’amore che ci hai donato” è il messaggio con cui la famiglia annuncia il decesso di Fabrizio Frizzi.

La malattia

Fabrizio Frizzi fu colpito da un’ischemia il 23 ottobre scorso durante la registrazione di una puntata de L’Eredità. A sostituirlo fu Carlo Conti, lo stesso che gli riconsegnò lo scettro del programma (o meglio, le chiavi simboliche de l’Eredità) non appena il conduttore si riprese. Sempre sorridente e battagliero, Frizzi ha lavorato in televisione fino al suo ultimo giorno, nonostante la malattia non fosse stata completamente debellata. “L’Eredità è una gioia, fa bene anche al fisico” scherzò con Vincenzo Mollica annunciando il suo ritorno sugli schermi. “L’adrenalina sento che mi aiuta a stare meglio”. Parlando della malattia disse: “Non è ancora finita. Se guarirò racconterò tutto nei dettagli, perché diventerò testimone della ricerca. Ora è la ricerca che mi sta aiutando”.

Centinaia i messaggi di cordoglio, dalle star alla gente comune

Fabrizio Frizzi era, come molti lo hanno definito, il volto più “umano” della televisione italiana. Centinaia i messaggi arrivati dai colleghi e dalla gente comune. Aveva esordito in Rai con la tv dei ragazzi nel 1980 e, dopo quasi 40 anni di carriera televisiva, era diventato uno dei conduttori simbolo della tv. “Con Fabrizio se ne va un uomo straordinario, un grande artista e un caro amico”, è stato l’ultimo saluto della Rai.

Il conduttore lascia la moglie Carlotta e una figlia di 5 anni

Fabrizio Frizzi era sposato con Carlotta Mantovan, ex concorrente di Miss Italia. Fu amore al primo sguardo, come testimonia Carlotta. Si sposarono nel 2014 ed ebbero una figlia, Stella. Parenti e amici sono vicini al dolore della moglie e della bambina che perde il padre a soli 5 anni. La camera ardente sarà allestita domani, martedì 27 marzo, nella sede Rai di Viale Mazzini 14 dalle ore 10 alle ore 18. I funerali si terranno invece mercoledì 28 marzo alle ore 12 nella Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo.

Il treno ha fischiato

Il treno ha fischiato

Mercoledì, ore 21.20- Stazione ferroviaria di Trento.

Come ogni mercoledì sera mi ritrovo a scendere dai monti dopo la mia breve settimana trentina, pronta a fuggire dal “non week-end” di una città universitaria “dormiente”.

Sì, “dormiente”perché incapace di sfruttare la vitalità giovanile.

Troppo impegnata a scalare la vetta Censis delle migliori università, UniTn  non sembra altrettanto brava a conquistare il cuore dei trentini.

E così il mio mercoledì universitario lo passo in treno, verso casa: direzione Venezia- Mestre.

Ad accompagnarmi la melodia di Chopin,  la “Lentezza “ di Kundera, “Burian” che non molla, i capelli sul viso e le valige. Arrivo al binario un po’ in anticipo e Trenitalia segna già il ritardo, 8 minuti.                Ho solo sei minuti per il cambio a Verona: comincio a perdere la pazienza.

“Passerotto non andare via” mi distrae dal pensiero della probabile notte in stazione a Verona, è un signore sulla sessantina a portarmi la voce del grande Claudio.  Controllore ciociaro di una squadra predisposta da Trenitalia per il monitoraggio delle stazioni più “a rischio”.

Trento? A rischio de ché?

Mi risponde indicandomi il viso: “problema cioccolatini”.

Ed è cosi che per la prima volta in circa quattro mesi, il mio biglietto viene controllato ben cinque volte da questa squadra di controllori “viajeros” che girano l’Italia a cavallo di un treno, inseguendo mulini “a cioccolato”.

Penso ai miei vecchi biglietti sempre così privi di attenzione e poi penso al “fortunato” di oggi,  passato tra ben 10 mani, 5 persone, 5 storie, 5 parti d’Italia diverse.

Che a pensarci la strada la trovi da te, porta ad un’Italia che vuol essere, ma non è.

L’Italia del prestigio universitario e della poca quotidianità.

L’Italia dell’inesorabile ritardo del treno e della voglia di futuro dei giovani.

L’Italia dell’immigrazione e dei 5 controllori.

Un dolce-amaro, un lento-veloce, un bello-sciupato.

Sapienza in Movimento vince superando le ideologie

Vittoria da record con oltre 6400 voti ottenuti dalla prima lista.


In quella che è di fatto una delle università più antiche e più grandi del mondo (fondata nel 1303 ed attualmente con il numero d’iscritti più alto d’Europa) si sono concluse da poco le elezioni per il rinnovo delle rappresentanze studentesche.
Teatro del ’68, come anche delle agitazioni interventiste, la Sapienza è da sempre terreno di attività e fermento tra giovani di tutte le generazioni.
Ed è proprio il dato politico che risalta all’occhio di chi, guardando i risultati, scorge una realtà mai vista prima.
Sei le liste in corsa per gli organi centrali: Athena (destra 393 voti), Lista Aperta (cattolica 594 voti), Fronte della Gioventù Comunista (666 voti), Link (vicina ai 5stelle e alla sinistra antagonista 3340 voti), Vento di Cambiamento (centrodestra presente soprattutto su medicina e nel polo di Latina 5931) e Sapienza in Movimento (prima assoluta con 6425 voti).
Fin qui potrebbe sembrare una competizione come tante altre, ma l’unicum nel panorama universitario è la coalizione messa in piedi da Sapienza in Movimento (che nasce nel lontano 2001 come associazione moderata di centrosinistra) e che, attualmente nel 2018, rappresenta a sentir parlare sia i diretti interessati sia i loro avversari, un gruppo che comprende tantissime presenze civiche ma anche ragazzi impegnati politicamente fuori dall’Università, in realtà molto diverse fra loro.
Punto d’incontro e superamento di quelle ideologie che hanno tenuto banco per decenni nelle competizioni elettorali, Sapienza in Movimento è di sicuro un laboratorio unico nel suo genere che ha perseguito il primato della pratica. Si suol dire che quando avviene qualcosa di nuovo nelle università il tutto possa essere seguito con molta probabilità da un cambiamento nella società: staremo a vedere, intanto possiamo certificare dai dati che agli studenti è piaciuto.

La caduta di Afrin. Erdogan: “Prenderemo Kobane”

Dopo la vittoria nella città siriana l’esercito turco si sta riorganizzando. Erdogan è sicuro di poter arrivare a Kobane. Intanto, il Mondo si commuove con le sofferenze del popolo curdo.

Dopo quasi due mesi di assedio, la città di Afrin è stata ridotta quasi completamente ad un cumulo di macerie dall’artiglieria turca. I media di tutto il mondo trasmettono immagini di migliaia di profughi che cercano di abbandonare la linea del fronte portando con sé quel poco che è rimasto.  Dopo i bombardamenti turchi sulle strade di accesso all’abitato e dopo aver colpito deliberatamente i depositi di acqua della zona, le stime delle organizzazioni internazionali segnalano approssimativamente 200.000 persone rimaste senza acqua potabile né generi di prima necessità. Queste ennesime scene di sofferenza per il popolo curdo hanno il sapore di una beffa se si pensa che questo è l’epilogo di un’operazione denominata “Ramoscello d’ulivo”.

“Ramoscello d’Ulivo”

Nonostante le affermazioni della Turchia, lo scopo delle sue divisioni in territorio siriano (o magari curdo, a piacer vostro) è ormai chiaro a tutti. La Turchia incominciò le sue operazioni militari nel nord della Siria quasi due anni fa, con il pretesto di combattere da un lato lo Stato islamico (per il bene di tutti), dall’altro le milizie curde (per il bene loro). Tuttavia non può passare inosservato come le ultime sacche di resistenza dell’ISIS nell’area fossero state debellate dalle forze curde mesi or sono, nelle settimane successive alla presa di Raqqa, cosa di cui avevamo avuto modo di parlare a suo tempo. Dunque l’unica spiegazione logica a questi mesi di massacro è che l’idea di uno Stato curdo immediatamente a sud dei suoi confini spaventa la Turchia più di ogni altra cosa.

 

Mappa dell’attuale situazione territoriale della Siria

 

Erdogan ha cominciato l’offensiva alla fine di gennaio, presentando all’opinione pubblica l’operazione “Ramoscello d’ulivo” come la naturale prosecuzione dell’operazione “Scudo dell’Eufrate”. Se osserviamo la cartina, possiamo vedere come l’esercito turco abbia abilmente sfruttato i suoi alleati siriani attuando una manovra molto semplice: la zona curda di Afrin viene investita dall’offensiva turca proveniente da Ovest, mentre i territori in mano ai ribelli ad est impediscono l’afflusso di rinforzi e rifornimenti. La classica incudine e martello. Ora le rimanenti forze curde sono completamente tagliate fuori, accerchiate a Nord dalle forze curde e a sud dalle forze lealiste di Damasco

A fare da contorno vi sono le strazianti scene che ormai abbiamo imparato a conoscere bene: colonne di vecchi, donne e bambini che cercano la salvezza mentre alle loro spalle rimbombano i colpi di mortaio; saccheggi indiscriminati; in alcuni casi, combattenti abbrutiti e spossati che infieriscono sui cadaveri dei nemici. Su quest’ultimo punto, in effetti, bisogna segnalare che in diverse occasioni le forze curde hanno denunciato una condotta di guerra, da parte della Turchia e dei suoi alleati, contraria al diritto internazionale. Non ci si riferiva solo agli episodi di mutilazione dei cadaveri, ma anche all’utilizzo di armi come il napalm da parte dell’aviazione di Ankara. Per ora  non ci sono stati riscontri ufficiali al riguardo.

L’esercito ottomano festeggia le sue vittorie

La Turchia pare non intenda fermarsi ad Afrin. Cinque giorni fa Erdogan, nel corso del discorso che ha tenuto durante le celebrazioni per il 103° anniversario della battaglia di Gallipoli, ha annunciato come le forze turche siano pronte ad affrontare anche la battaglia per strappare ai curdi Kobane, la città divenuta simbolo della lotta all’ISIS.

Questo primo successo è stato salutato con grande entusiasmo dal popolo turco, anche perché le perdite turche sembra si aggirino intorno ai cinquanta soldati morti in combattimento. Poco se sei considera quanto siano duri e lenti gli assedi, con combattimenti ravvicinati, casa per casa. Tuttavia, a ben vedere, le perdite dei ribelli alleati della Turchia sembra siano superiori ai seicento uomini. Probabilmente sono stati loro a sopportare maggiormente il contatto diretto con il nemico.

Comunque a toccare gli animi di buona parte dell’opinione pubblica internazionale sono stati i 3500 morti sofferti dall’esercito curdo. Tutti uomini e donne che avevano combattuto strenuamente per anni contro le forze dell’ISIS e che ora sono stati abbattuti dall’artiglieria turca. Ogni volta che sui media si annunciava una nuova vittoria sul Califfato, i loro volti stanchi ma sorridenti erano sempre forieri di buone notizie. Purtroppo, quando si affronta un nemico superiore, con truppe corazzate, artiglieria ed appoggio aereo il coraggio e l’abilità da soli non sempre sono sufficienti.

bullismo

Si suicida a 17 anni per colpa dei bulli. La madre: “Lo hanno deriso anche al funerale”

“Non ti curar di loro ma guarda e passa” era l’invito di Virgilio a Dante nel canto III dell’Inferno,  riferendosi agli Ignavi. A volte però non basta, e il peso diventa insostenibile al punto da portare un ragazzo di 17 anni (e sottolineiamo 17!) al suicidio. È quello che è capitato a Michele Ruffino, il giovane studente di Rivoli (Torino) che, vittima del bullismo, lo scorso 23 febbraio si è tolto la vita gettandosi dal ponte di Alpignano.

La madre: “Voglio giustizia, Michele era un guerriero”

Maria Catrambone Raso, madre di Michele, denuncia la totale mancanza di rispetto e di sensibilità del branco (così chiama il gruppo di bulli che per anni ha deriso il figlio). Sostiene infatti che i ragazzi, imperterriti, lo hanno preso in giro persino il giorno del funerale. “Denunciate, parlate, non tenetevi tutto dentro. Il bullismo deve cessare” esorta Maria durante la puntata di Storie Italiane andata in onda il 20 marzo. “Non è Michele il fallito, lui era un guerriero. Chi ha fallito sono le istituzioni che hanno sempre sottovalutato il problema, nonostante le continue segnalazioni”. Parole di rabbia e dolore di una madre affranta che non accetta l’idea che il figlio, poco più di un bambino, sia morto suicida per lo schiacciante peso che da troppo tempo si portava nel cuore.

Michele soffriva di un problema muscolare che lo ha reso fragile

Fin dai primi mesi, causa una vaccinazione, Michele ha dovuto fare i conti con un problema muscolare che gli impediva di camminare correttamente. Un problema fisico che lo ha reso fragile e soggetto agli insulti dei compagni, facendo di lui l’ennesima vittima del bullismo. “Gli sputavano addosso” prosegue Maria durante l’intervista. “Nel computer abbiamo trovato lettere da cui trapela tutta la sofferenza di mio figlio”. Il ragazzo era arrivato a compiere anche atti di autolesionismo.

Allarme bullismo, le vittime sono in aumento

Michele è solo l’ultimo di una lunga lista di vittime che il bullismo continua a fare. Un problema, purtroppo, ancora sottovalutato (e spesso ignorato) proprio da chi dovrebbe invece portarne alta la bandiera: scuole, parrocchie e ogni istituzione che ha la responsabilità di preparare i giovani alla vita. Non è un caso che la piaga bullismo non cicatrizzi. Se i social hanno per un certo verso semplificato la vita, dall’altra hanno anche creato un’oasi per tutti questi giovanissimi che si sentono in diritto di schernire impunemente  i coetanei – e non solo – trascendendo ogni limite. L’appello di Maria non è la vendetta, ma la giustizia. “Michele voleva solo essere accettato, ma è stato insultato e deriso anche il giorno del suo funerale”.