L’ENI perde il braccio di ferro con la Turchia

Dopo due settimane di blocco, la nave esplorativa “Saipem” è costretta a cedere alle minacce della Marina turca.

Nella giornata di ieri la nave dell’ENI “Saipem 12000”, dopo aver compiuto un ultimo, infruttuoso tentativo di aggirare il blocco imposto dalla Marina Militare turca, ha definitivamente lasciato il mare Cipriota facendo rotta verso il Mediterraneo. Questo stallo durava ormai dallo scorso 9 Febbraio, quando cinque unità della Marina turca avevano bloccato la nave esplorativa “Saipem” a 30 miglia nautiche dalla zona che avrebbe dovuto scandagliare per conto della compagnia alla ricerca di giacimenti di gas naturale.

La gelosia di Ankara

Sono anni che l’ENI intrattiene rapporti privilegiati con la Repubblica cipriota, riuscendo sempre ad ottenere concessioni per la ricerca e l’estrazione dei giacimenti offshore in alcuni dei punti più promettenti. Questa ultima missione non sarebbe dovuta essere diversa da tante altre. Tuttavia il governo di Ankara ha inviato le sue navi per impedire alla “Saipem” di raggiungere una zona ritenuta dai turchi di loro pertinenza, considerando qualunque tentativo di sfruttamento delle risorse della zona un affronto alle prerogative della Turchia e, contestualmente, una minaccia alla sovranità della Repubblica turca di Cipro del Nord.

Il Sultano difende le sue colonie

E’ bene ricordare che l’isola di Cipro è divisa in due dall’ormai lontano 1974, quando l’esercito turco ne occupò la parte nord-occidentale: il colpo di Stato architettato dai regime dei colonnelli greci e l’instaurazione di un governo nazionalista filo-greco aveva spinto la Turchia ad intervenire per tutelare la minoranza turcofona dell’isola. Fu dunque creata nel 1983 la Repubblica turca di Cipro del Nord, uno stato fantoccio riconosciuto dalla sola Turchia.

Anche se la licenza di esplorazione ed estrazione era stata concessa all’ENI dalla Repubblica di Cipro (quella legittima), e nonostante la zona si trovi all’interno della ZEE – Zona economica esclusiva della stessa Repubblica, Ankara ha valutato questa operazione come una minaccia ai suoi diritti. Lo stesso Presidente Erdogan il 13 Febbraio, durante una conferenza stampa, aveva imposto alle compagnie straniere di non “superare i limiti”, invitandole a “non sottovalutare la Turchia”.

Le minacce della Marina Militare turca

Ieri questo lungo braccio di ferro ha avuto un esito sfavorevole per la compagnia italiana, dopo l’infruttuoso tentativo del capitano della “Saipem” di aggirare il blocco. In tarda mattinata il vice-portavoce del governo cipriota, stando a quanto riportato da alcune testate greche e cipriote, avrebbe dichiarato che la nave italiana è stata costretta ad invertire la rotta dopo aver ricevuto una minaccia di speronamento da parte di uno dei cacciatorpediniere turco. Ha anche affermato che le autorità marittime cipriote hanno registrato le comunicazioni fra la “Saipem” e le navi turche, garantendo che queste registrazioni sarebbero state rese note all’interno della relazione che Cipro è intenzionata a presentare alle Nazioni Unite. Ha inoltre ribadito l’impegno di Nicosia a voler difendere i propri diritti sovrani e, conseguentemente, di fare in modo che l’ENI possa raggiungere la propria concessioni il più presto possibile.

La perseveranza dell’ENI

Nel frattempo procedono le trattative fra Cipro, Italia e Turchia, con la mediazione dell’Unione Europea, per cercare di trovare una intesa duratura su questo tema, così che possano essere garantiti non solo gli interessi dell’ENI, ma anche quelli di tutte le altre compagnie occidentali che intrattengono rapporti con Cipro. Nel frattempo la nave “Saipem” sta lasciando le acque di Cipro, dirigendosi a moderata velocità verso il Mediterraneo occidentale. L’amministratore delegato dell’ENI Claudio Descalzi, in una recente intervista rilasciata due giorni fa mentre si trovava al Cairo, ha affermato che, a prescindere dalla celerità delle trattative, l’ENI non rinuncerà facilmente alla sua concessione. L’ENI è abituata ad affrontare contenziosi e a gestire situazioni difficili, ha affermato Descalzi, portando ad esempio il caso della Libia. Per quanto riguarda la nave “Saipem”, ha lasciato intendere che una possibile destinazione potrebbe essere il Marocco.

 

Una foto aerea della nave “Saipem 12000”

Conferenza di fine anno del premier Paolo Gentiloni

Il premier Gentiloni tira le somme di un anno di governo e della legislatura

Il 28 si è tenuta presso la sala dei gruppi della Camera, la conferenza di fine anno del premier Paolo Gentiloni. Il primo a parlare è stato Carlo Verna, presidente dell’ordine dei giornalisti, che dopo aver elencato i problemi dell’ordine e le sfide che il giornalismo moderno deve affrontare, ha introdotto il premier.

La conferenza

Il Presidente Gentiloni ha aperto il suo intervento con i classici ringraziamenti alla squadra di governo e a Carlo Verna. Il presidente dell’esecutivo ha presentato i successi della legislatura, tra cui l’uscita del paese dal tunnel della crisi più grave dal dopoguerra. Per il premier importanti traguardi sono stati raggiunti nel 2017. Ha ricordato il perfetto svolgimento del G7 di Taormina, in cui sono state trattate importanti questioni, ampiamente ridiscusse nel G20 di Amburgo. Pietra miliare di quest’anno, è stata la sconfitta militare di Daesh, a cui l’Italia ha contribuito attivamente, col secondo contingente militare più grande in Iraq dopo quello USA.

Economia

Ottimi risultati in questo questo frangente, le proiezioni danno dati in rialzo. L’Italia esce dalla cronica condizione di fanalino di coda dell’Europa. Sul piano dell’occupazione, sono stati creati, grazie al jobs act, un milione di posti a tempo indeterminato mentre la contemporanea crescita dell’export ha portato il paese tra i primi 5 esportatori nel mondo. Menzione anche al decreto salva risparmio, una delle prime decisioni del governo, per aiutare i risparmiatori danneggiati dal fallimento di alcune banche. Il salvataggio è costato ai contribuenti italiani meno rispetto a quello dei loro omologhi tedeschi. Il sistema bancario nazionale rappresenta un’opportunità per il paese, afferma il premier, non un nemico. Certamente le banche hanno dei limiti, ma attraverso l’attenta vigilanza da parte dello Stato, possono rappresentare un motore per la crescita degli investimenti. Industria 4.0, investimenti infrastrutturali, lotta al precariato pubblico chiudono la politica economica della legislatura.

Politica interna

Passando alle migrazioni, il 2017 ha visto importanti risultati sotto quest’aspetto, con una riduzione delle partenze e l’aumento dei rimpatri. Queste politiche hanno portato all’ottimo risultato di ridurre le morti in mare, che comunque rimangono elevate. Per quello che riguarda i diritti civili, d’importanza storica sono l’approvazione di due leggi, quella sulle unioni civili, durante la legislatura, governo Renzi, e quella sul biotestamento, nel mese di Dicembre. Il Premier ha rivolto un appello alla società civile per evitare il disfattismo, soprattutto nelle aree terremotate.

In chiusura

Il premier ha fatto riferimento alle future elezioni, senza fornire date sullo scioglimento delle camere, Mattarella detterà i tempi dei futuri passaggi parlamentari. Il Presidente Gentiloni ha terminato riconfermando l’impegno dell’esecutivo a governare l’Italia fino a quando ce n’è sarà bisogno.

Il question time con i giornalisti

Oltre alle scontate domande sulle future elezioni, ho trovato interessanti quelle relative a:

L’approvazione del DEF ad aprile. La giornalista faceva riferimento alle possibili modifiche da dover applicare alla manovra, a causa del deficit che supera la soglia imposta dall’Europa. Il premier ha risposto che non crede che il suo governo se ne dovrà occupare.

Intervento in Niger. Sono stati chiesti al presidente i motivi della missione. Il premier ha risposto che l’intervento fa parte di una strategia più ampia alla lotta al terrorismo e alla tratta degli umani. I militari italiani opereranno all’interno dei normali criteri usati fin ora nelle operazioni all’estero.

Ius Soli. Al primo ministro Gentiloni è stato fatto notare come la mancata approvazione della legge sulla cittadinanza abbia rappresentato uno smacco per la legislatura. Gentiloni ha giustificato la mancata approvazione in Senato, come unico modo per evitare che la legge venisse bocciata, portando indietro di anni l’iter per l’approvazione.

Problema della leadership nel PD. Il giornalista ha fatto riferimento agli ottimi indici di gradimento del premier e dei pessimi sondaggi del PD. Il premier ha difeso il partito, individuando nello scissionismo, tipico della sinistra, i problemi con l’elettorato.

Conclusioni

La conferenza stampa di fine anno, ha mostrato un leader sicuro, degno di rappresentare l’Italia nel mondo. Dimostrando che la sinistra ha ancora persone di valore nei propri ranghi. Poche ore dopo la conclusione, il ministro degli interni Minniti e il premier Gentiloni si sono recati al Quirinale per un’udienza con Mattarella. Dopo l’incontro, il Presidente della Repubblica, ha decisione per lo scioglimento delle camere. Un Consiglio dei Ministri straordinario, ha votato il decreto col quale s’indicono le elezioni, per il 4 Marzo.

 

Il voto in Catalogna

Analisi del risultato elettorale delle elezioni in Catalogna del 21 Dicembre

 

Sono passati alcuni giorni dalle elezioni seguite allo scioglimento anticipato del parlamento della Catalogna, imposto dal governo centrale il 28 ottobre. Le elezioni sono state indette come risposta al tentativo di Puigdemont di dichiarare la repubblica Catalana.

I separatisti

La forza che preme per l’indipendenza della Catalogna è composta da tre partiti: Cup, Sinistra repubblicana e Junts per Catalogna. In queste elezioni il fronte indipendentista, ha conquistato il 47,5 %, grazie alla divisione dei collegi, occuperà 70 dei 135 seggi. La maggioranza assoluta dell’emiciclo è di 68 seggi.

Junts per Catalogna è il partito del presidente in “esilio” Carles Puigdemont.  Il partito ha avuto un buon successo elettorale, conquistandosi il ruolo di attore principale della transizione. Il leader in esilio ha già richiesto un incontro con Rajoy ma il Presidente spagnolo, che non lo riconosce come intermediario, ha rifiutato.

Sinistra repubblicana è un partito di stampo socialdemocratico, con una forte impronta indipendentista. Il suo leader Oriol Junqueras si trova in prigione per il supporto all’indipendenza. Marta Rovira ha ereditato il partito, ottenendo 32 seggi, configurandosi terza forza dell’emiciclo.

Cup è un partito di estrema sinistra, con una spiccata propensione per l’indipendentismo catalano. L’appoggio all’indipendenza della Catalogna, ha portato il partito a supportare le forze politiche presenti nelle Autonomie Locali spagnole. Ha il suo punto di forza nelle elezioni municipali, nelle aree autonome.

Gli unionisti

La compagine politica che vuole mantenere la Catalogna all’interno della Spagna ha ottenuto un ottimo risultato, con il 52,1 %.  La divisione in collegi gli ha consentito di occupare solo 65 seggi. I partiti unionisti sono: Popolari (PP), Catalunya en Comú, Partito Socialista Operaio Spagnolo, Ciutadans.

 

Partito Popolare è il partito di governo. Ha portato al potere Rajoy con tutti i limiti di un governo senza maggioranza. I popolari sono il principale partito di centro-destra della Spagna. Non hanno mai avuto un gran successo in Catalogna e in quest’ultima tornata elettorale, sono quasi spariti dalla regione. In compenso la linea dura del premier, nei confronti degli indipendentisti, ha premiato i popolari nel resto della Spagna.

Catalunya en Comú è la lista con la quale si presentava Podemos, il supporto della sindaca di Barcellona Ada Colau, non è bastato . Lista di sinistra, durante la campagna elettorale si presentava in una zona grigia, no all’indipendenza, si a al referendum sull’autonomia. Trovarsi nel guado non ha aiutato Podemos che non è riuscito a replicare l’exploit elettorale del 2015.

Partito Socialista Operaio è il più antico di Spagna, in origine di stampo socialista, ora si inquadra ideologicamente tra i partiti socialdemocratici. È il partito “stampella” del governo Rajoy, ha permesso la nascita dell’esecutivo astenendosi nelle questioni di fiducia. Questa elezione non li ha premiati, anche perché la partita politica si giocava sull’indipendenza della regione, argomento sul quale il partito non si è mai pronunciato favorevole.

Ciutadans è il vero vincitore di queste elezioni, formazione creata nel 2005 per contrastare gli indipendentisti Catalani. Nato dall’idea di Albert Rivera e portato al suo miglior risultato dalla leadership di Inés Arrimadas. Grazie all’ottimo successo elettorale, è il primo partito dell’assemblea, configurandosi come principale interlocutore del governo di Madrid.

 

Possibili scenari

Questa situazione istituzionale può portare a tre possibili conclusioni:

  • La prima vede il formarsi di un governo locale guidato dai separatisti. Prima condizione per iniziare il dialogo sarà la scarcerazione dei leader indipendentisti e un lasciapassare per l’esule Puigdemont. Risolto il problema dei leader, i separatisti dovranno decidere se cimentarsi con la secessione, rischiando lo scioglimento dell’assemblea e quindi nuove elezioni. Altrimenti potranno tentare di mediare col governo centrale una maggior autonomia della regione, restando nei canoni della costituzione.
  • La seconda possibilità potrebbe essere la creazione di un governo minoritario unionista, con l’approvazione del governo centrale. Questo governo avrà bisogno almeno di due seggi per insediarsi, o dell’astensione di una parte dei separatisti al momento del voto di fiducia. Superato lo scoglio iniziale, ci si potrà mettere d’accordo con una parte dei separatisti per far uscire la regione dalla palude in cui si trova.
  • La terza via, vede il mantenimento del commissario, per l’impossibilità di creare un governo stabile e che piaccia a Madrid. Costringendo l’esecutivo a indire al più presto nuove elezioni.

Per qualunque novità dovremmo aspettare la fine delle vacanze natalizie della cattolicissima Spagna.

Ora che un conflitto fra Corea del Nord e USA sembra sempre più vicino, la Cina si vuole preparare per ogni evenienza.

Il test missilistico condotto dalla Corea del Nord il 28 novembre ha destato tutti quanti da un torpore che proseguiva dallo scorso settembre, quando era stato compiuto il test dello Hwasong-14. Non che il minaccioso discorso di Trump all’Assemblea Generale dell’ONU fosse stato molto rassicurante, ma ciò nonostante siamo ormai abituati a veementi scambi di opinioni a livello internazionale. I fatti invece valgono più di mille parole. Nell’ultimo mese sembrava che la Corea stesse eccezionalmente cercando di dimostrarsi più conciliante, forse anche considerando il mutato atteggiamento del vicino cinese nei suoi confronti.

Monitoraggio sul confine

La notizia della conclusione del test missilistico dello Hwasong-15 è stata accompagnata da una affermazione delle autorità nordcoreane secondo cui sarebbe ormai possibile per la Corea applicare con successo cariche atomiche a questa generazione di missili, i quali hanno ormai teoricamente l’autonomia sufficiente per poter raggiungere le principali città americane sulla costa del Pacifico.Anche se diversi esperti sono scettici riguardo la reale fondatezza del recente annuncio, tuttavia la Cina ha inviato un contingente di circa 2000 fra soldati e tecnici militari a ridosso del confine con la Corea, ufficialmente per monitorare le eventuali emissioni radioattive a ridosso del confine sino-coreano. Si tratta del terzo dispiegamento di forze su un confine già blindatissimo.

L’alleanza sino-coreana sembra ormai un ricordo

L’atteggiamento della Cina nei confronti del suo piccolo ma rumoroso vicino è mutata molto in questi ultimi anni: sin dai tempi della Guerra di Corea la Repubblica cinese è sempre stato, seppur con fasi alterne, un vero alleato della Corea del Nord. Tuttavia, a partire dalla morte di Kim Jong-il è cominciato un lento processo di deterioramento delle relazioni bilaterali che si è acuito durante questi anni di Presidenza di Kim Jong-un. Anche se per motivi diversi e con differenti modalità, sia la Cina che gli Stati Uniti desiderano ridimensionare la Corea del Nord. Ai cinesi, in particolare, risulta molto comodo avere uno Stato cuscinetto ideologicamente affine nella penisola coreana, così da controbilanciare l’influenza sudcoreana e giapponese e, in ultima analisi, quella americana. A patto però che vengano rispettate certe condizioni. In merito si è espresso recentemente Shi Yinhong, uno dei consiglieri del governo cinese, sul quotidiano “South China Morning Post” ha definito la Corea del Nord una “bomba a tempo”. Uno dei tanti segnali di aperta insoddisfazione che il Celeste Impero sta dimostrando.

Proposte cinesi

Già da tempo i cinesi suggeriscono una soluzione implicante una concessione reciproca: la Corea del Nord dovrebbe sospendere i sui test balistici e il suo programma nucleare mentre le forze americane e sudcoreane dovrebbero cessare i periodici cicli di addestramento ed esercitazione vicino al 38° parallelo. Dopotutto, non bisogna dimenticare che la principale motivazione addotta dal regime nordcoreano per giustificare il suo programma nucleare sono proprio le “minacce” alla sua sicurezza dovute alla presenza di truppe americane in Corea del Sud (“minacce” che furono addotte a suo tempo dalla Corea del Nord come causa del suo recesso dal Trattato di Non Proliferazione nucleare). Tuttavia questa proposta viene sempre sostenuta inaccettabile dagli Stati Uniti.

L’ipotesi peggiore

Il giornale di Hong Kong “Oriental Daily” ha riferito la notizia che China Telecom sta pianificando l’installazione di infrastrutture per cinque campi profughi al confine con la Corea del Nord. Dato che molti elementi cinesi sembrano ormai considerare un conflitto nella zona come inevitabile, vi è la preoccupazione di come gestire l’enorme massa di profughi che dalla penisola si getterebbe verso il territorio cinese cercando rifugio in caso di guerra . Ma c’è anche chi pensa che Pechino stia progettando qualcosa di ancora più significativo: sono circolate voci circa la possibilità che le forza armate cinesi stiano attuando le fasi preparatorie e logistiche per un massiccio intervento armato nella Repubblica Democratica di Corea, con o senza l’assenso di Kim. Magari per cercare di mettere al sicuro l’arsenale nordcoreano nel caso vi sia un significativo rivolgimento dello status quo. A sostegno di questa teoria viene addotta la costruzione di una enorme autostrada a sei corsie in territorio mancese, diretta verso il confine con la Corea del Nord. Una eccellente arteria stradale per poter far affluire rapidamente uomini, mezzi e materiali.

 

 

 

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele

Analisi degli ultimi eventi accaduti in Palestina, all’ombra di Trump

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato il 6 Dicembre, l’atto col quale ha disposto il trasferimento dell’ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.  Con questa mossa Trump ha riconosciuto ufficialmente la città Santa capitale d’Israele.

La decisione di Trump

The Donald, pare aver deciso unilateralmente di spostare l’ambasciata, andando contro i pareri dei suoi segretari e consiglieri. L’unico a essere favorevole al progetto, è il senior Advisor Jared Kushner, cognato del presidente, la cui famiglia ha legami parentali storici col premier israeliano Benjamin Netanyahu. Se la decisione sembra presa in solitaria, va ricordato che è nelle prerogative presidenziali la possibilità di spostare la sede delle ambasciate. In questo caso, così facendo, il POTUS ha eliminato la sospensione alla legge congressuale del 1995 che riconosceva Gerusalemme capitale d’Israele.

La risposta dei palestinesi

La risposta di Hamas non si è fatta aspettare, poche ore dopo la dichiarazione, hanno avuto inizio i primi disordini che, con il passare dei giorni, si sono trasformati in guerriglia urbana. Gli israeliani non si sono fatti cogliere impreparati, riuscendo ad arginare i manifestanti. Al momento in cui l’articolo è redatto il numero dei feriti, è di almeno 1250 e 4 morti. L’Autorità palestinese, non cela la volontà di chiamare una nuova Intifada, se la situazione non si dovesse stabilizzare.

Il mondo arabo

Da sempre diviso da problemi religiosi e d’influenza, il mondo arabo scopre nella questione palestinese un background comune. Niente unisce gli arabi come gli scontri tra palestinesi e israeliani, anche questa volta, la risposta non si è fatta attendere. Nella riunione del 9 Dicembre a Il Cairo, la Lega Araba oltre a denunciare le prevaricazioni d’Israele, ha richiesto una riunione del consiglio di sicurezza dell’Onu. La riunione verterà sulla decisione dell’America e i paesi della Lega sperano che al momento delle votazioni, l’unico veto sia quello degli Usa. Dimostrando così che la decisione di Trump non è supportata dalla comunità internazionale. Il 13 Dicembre l’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) ha riconosciuto “Gerusalemme est come capitale dello stato di Palestina occupato”.

Sostenitori e Detrattori

Al momento la decisione di The Donald non ha conseguito il successo sperato. Il supporto è, ovviamente, arrivato solo da Israele. L’Europa molto attenta al problema, a causa dell’alto numero di musulmani presenti nel continente, tiene un basso profilo. All’unanimità è stato stabilito il rifiuto della decisione americana, appellandosi alle risoluzioni del consiglio di sicurezza dell’Onu. L’unico paese che esce dal coro è la Francia di Macron, la quale pur condannando la scelta americana tenta di trovare un in Erdogan un mediatore. Il presidente turco, critica duramente la decisione di Trump, nel tentativo di sostituire l’Arabia Saudita nel ruolo di leadership dei paesi Sunniti. Quest’ultima, in questo frangente, mantiene un atteggiamento distaccato.

Le motivazioni degli USA

Gli Stati Uniti, possono aver deciso di muoversi in questo modo, per due ordini di motivi: il più probabile è il tentativo di sbloccare la situazione in cui si trovava la Palestina, toccando uno dei taboo principali. L’altra possibilità, meno credibile, può riguardare la determinazione di Trump di ricondurre il paese nell’isolazionismo. Se il motivo era scongelare la questione palestinese, gli è riuscito, costringendo entrambe le comunità ad aprire un tavolo delle trattative sulla situazione di Gerusalemme. In caso l’obiettivo fosse il disimpegno, la situazione si fa problematica. Se gli USA vogliono mettere da parte i panni del poliziotto, dovranno risolvere i dossier rimasti aperti con metodi tradizionali, altrimenti rischiano di peggiorare, la già instabile, situazione internazionale.

La legge sul Biotestamento

Biotestamento, breve analisi della legge appena approvata in parlamento

Il biotestamento è uno degli argomenti caldi nel panorama politico. Su questo e lo Ius soli si combattono le ultime battaglie di questa legislatura. Vediamo di fare un po’ di chiarezza sul biotestamento.

Biotestamento vs Eutanasia

Per Biotestamento s’intende la legge riguardante le “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento sanitario”. La legge racchiude le norme che permettono al malato di decidere quando far cessare nutrizione e idratazione, venendo accompagnato verso la fine dei giorni. Da non confondere con l’eutanasia, la quale rappresenta un suicidio assistito, di solito provocato tramite cocktail di sonniferi.

Il contenuto della legge

Le norme principali contenute nella legge sono:

  • Consenso informato. presente nel sistema sanitario nazionale per quello che riguarda la conoscenza dei rischi che il paziente corre sottoponendosi a un’operazione. Con la nuova legge sarà arricchito con le norme in materia di trattamento sanitario anticipato.
  • Possibile stop a nutrizione e idratazione artificiale. E’ il cuore della legge e permette ai maggiorenni, capaci d’agire, di rifiutare nutrizione e idratazione.
  • Abbandono delle cure e obiezione di coscienza per i medici. Poiché il paziente può rifiutare le cure, è data ai medici la possibilità di fare obiezione di coscienza, rifiutandosi di “staccare la spina.”
  • Divieto di accanimento terapeutico e sedazione profonda. In caso di malattia incurabile, nel breve periodo, il medico si dovrà astenere da applicare cure sproporzionate al paziente. Il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente, nel caso in cui la situazione di quest’ultimo sia irreversibile.
  • Sostegno psicologico. Nel caso in cui la paziente faccia rinuncia al trattamento sanitario questo ha diritto di essere seguito da uno psicologo.
  • Minori e incapaci. In questo caso, dopo le dovute informazioni, se il minore o l’incapace decidono di interrompere il trattamento, si dovrà passare dal tutore. Se quest’ultimo rifiuterà le cure, si dovrà andare dal giudice tutelare, il quale avrà l’ultima parola.
  • Le Dat. Sono disposizioni anticipate di trattamento, con le quali un maggiorenne capace d’agire, può decidere di rifiutare le cure nel caso in cui diventi incapace. Le Dat saranno vincolanti per il medico curante, salvo che nel frattempo non siano state trovate nuove cure.

Il 14 dicembre 2017, il Senato ha approvato la legge. Segno che alla fine anche in Italia le riforme avvengono.

Dibattito politico tra Bergamini e Verini sulla legge elettorale: opinioni a confronto

La sera del 5 dicembre, nel ristorante “Edoardo” nella zona di via Veneto a Roma, si è svolto un incontro tra le varie organizzazioni studentesche, come Progetto Roma Tre, European People e Sapienza in Movimento. Un saluto prima delle feste di Natale e un’altra occasione per assistere ad un dibattito sulla legge elettorale tra la deputata di Forza Italia Deborah Bergamini e il deputato del Partito Democratico Walter Verini. Un’occasione non solo per scambiarsi gli auguri ma anche per scambiarsi idee,  come ha affermato il presidente di Europeam People Marco Parroccini.

Gli scenari possibili con la nuova legge elettorale

Una volta serviti gli antipasti, un tavolo al centro della sala ha lasciato spazio ai due deputati per scambiarsi le loro opinioni e alternarsi nei loro discorsi. Il moderatore dell’intervista è stato il Dottor Emilio Russo e la prima domanda da lui posta è stata se secondo i due politici questa legge elettorale, da poco approvata, avrebbe prodotto un vincitore e se sì, chi. La prima a rispondere è stata l’Onorevole Bergamini: inizia dicendo che per fortuna il Governo è riuscito a licenziare questa legge e che la maggior parte delle forze politiche si siano trovate d’accordo al riguardo. Legge che torna un pò su i suoi passi. Si riprende un cammino che è più proporzionale che maggioritario, non a tutti può piacere ma si inserisce nella nostra tradizione storica. Non per forza un sistema maggioritario può portare un vincitore. FI comunque ha fatto valere un principio, quello di non forzare gli elettori. La Bergamini ricorda che in Italia non ci sono stati tanti vincitori; è difficile prevedere se con le prossime elezioni possa uscirne uno, bisognerà essere convincenti. Non bisogna disperdere il voto e indirizzarlo verso quelle forze politiche in grado di vincere. Questa legge premia le coalizioni e se i voti finiscono qui allora verrà prodotto un vincitore; se prevarrano scelte particolaristiche rischiamo di ricominciare da zero. È seguita la risposta dell’Onorevole Verini: inizia nel concordare con la Bergamini nel dire che i sistemi elettorali non garantiscono governabilità se non sono sostenuti da proposte politiche convincenti e coerenti (riscontrabile anche in altri Paesi). La legge approvata crede che sia il male minore rispetto a quello che si stava prefigurando; avrebbe preferito una quantità superiore di collegi uninominali, però questa legge, che preferisce le coalizione, è comunque preferibile ad una rigidamente proporzionale. Verini esprime la propria simpatia verso la legge che governa i Comuni, perché nei Comuni c’è equilibrio tra rappresentanza e capacità di avere una governabilità, e c’è un leader eletto. Afferma che è difficile fare previsioni perché siamo in un sistema tripolare, il centro destra, il polo dei 5 stelle e un centro sinistra. C’è una concreta possibilità che non vinca nessuno, che nessuno schieramento abbia la maggioranza. Questa cosa non lo soddisfa, inoltre è difficile mettere insieme forze politiche che per lungo tempo si sono combattute. Si augura che ci sia un vincitore e conclude nell’affermare i rischi in cui incorre la democrazia.

L’esperienza dei 5 stelle e il lavoro dei partiti oggi

Si è giunti così alla seconda parte del dibattito in cui il moderatore ha posto tre domande: cosa rischia l’Italia qualora le prossime elezioni le dovesse vincere il M5S? Cosa c’è di male nel M5S e cosa hanno i partiti tradizionali dei due deputati da imparare dal M5S? L’esperienza amministrativa del M5S e di Matteo Renzi hanno consentito di ridare valore all’esperienza e alla competenza di chi fa politica?

Comincia anche questa volta L’On. Bergamini per prima. La vittoria dei 5 stelle è uno scenario improbabile ma possibile e la deputata di FI si augura che non vincano. Secondo lei se vincessero ancora, l’Italia uscirebbe dal radar dei paesi leader del mondo. La visione ideologica e poco pragmatica del M5S, mutevole, fa di loro dei mutanti della politica e non rappresentano un vantaggio per il nostro paese. La nullafacenza che è alla base del loro messaggio politico, non crede che questo paese se lo meriti. Il modello del dissenzo, della rabbia, della frustrazione sociale e del non aver fatto nulla sia quello che ci serva per risollevarci. Per quanto riguarda i partiti tradizionali hanno tanto lavoro da fare e si sono chiusi in se stessi. Hanno perso il polso del paese ma lei ci crede ancora, non solo perché sono previsti dalla Costituzione, ma perché inoltre hanno il coraggio e la gioia di fare il loro lavoro ed essere selezionatori di programmi, di visioni, di dialoghi e personale politico. La Bergamini approva il nuovismo e la gente che si butta, però amministrare oggi è difficile… perciò occorre slancio, competenza e mestiere. Il M5S ha portato inesperienza amministrativa. I partiti hanno l’opportunità, quindi, di premiare l’esperienza e concedere spazio a chi vuole mettersi in gioco.

È il turno dell’On. Verini. Afferma che i grillini vivano come una setta dove gli altri rappresentano il male e teme questa logica della politica. L’avversario non ha sempre torto. Ha ragione Deborah nel dire che le risposte che ci servono oggi non sono semplici. Parla poi dell’esperienza dei 5 stelle attraverso la rete: oggi qualsiasi opinione, di una persone che ha studiato e chi no, ha lo stesso peso e questo non lo convince. Non è solo colpa dell’anti-politca ma il fatto è che la buona politica è latitante. I partiti oggi litigano per chi fa l’assessore, ci si scanna per il potere locale e nazionale. Bisognerebbe secondo Verini “Bergoglizzare” la politica. Chi fa politica deve essere percepito come uno che lo fa per gli altri, perché la politica è la migliore attività umana al servizio degli altri. Questa è la vocazione che dovrebbe recuperare i partiti. Essere giovani non è un merito, ma una condizione, così come essere anziani. Ci sono giovani vecchi dentro e 80enni più freschi dei ventenni. Chiude dicendo che il compito dei giovani è quello di non chiedere permesso, di combattere e mettersi in gioco rispettando le presenze politiche esistenti; mentre i politici più anziani non dovrebbe fare da tappo, alimentando una virtuosa collaborazione.

Partito Democratico e Forza Italia: coalizione possibile?

Il moderatore qui ha concluso l’incontro chiedendo come si comporterebbero i loro partiti se si trovassero a governare coalizzati. La Bergamini crede che ciascuno dovrebbe lavorare nell’ambito delle proprie convinzioni affinché questo scenario non avvenga, perché il centro-destra e il centro-sinistra hanno imparato a convivere ma è sempre distinto da profonde differenze. Le riesce difficile pensare ad un incontro tra PD e FI. L’importante sarebbe riuscire ad abbassare la pressione fiscale. Verini afferma che chiunque vincesse sarebbe bello stabilire un doppio binario in cui il centro destra avrebbe le sue proposte su cui il centro sinistra potrebbe convergere su alcune e viceversa. Sarebbe utile poi definire un altro binario per le risposte incompiute, costruire quindi insieme una proposta di semplificazione delle istituzioni, di velocizzazione della democrazia e maggiore trasparenza. Perché quindi non lavorare anche tra schieramenti diversi con questo interesse comune? E se i numeri ci dicessero che non vince nessuno e che per un tratto di strada bisognerebbe unire forze diverse lì dovrebbe esserci una regia molto forte del Quirinale. E intorno a questa regia costruire un esecutivo che guidi questo paese.

L’INTERVISTA | Medio Oriente e terrorismo secondo Fulvio Scaglione

Abbiamo intervistato per “Il Momento” il giornalista Fulvio Scaglione, ex vice-direttore di “Famiglia Cristiana” e noto reporter. È stato corrispondente da Russia, Afghanistan, Iraq e ha seguito le vicende del Medio Oriente, pubblicando a riguardo il libro “Il patto con il diavolo” (Rizzoli, 2016). Collabora con varie testate cartacee e online, fra cui, oltre a Famiglia Cristiana, Limes, Avvenire, Occhi della guerra, Linkiesta, Micromega.

D: Lei conosce bene, anche per esperienza diretta di reporter, il Medio Oriente e la situazione sociale e politica di quei Paesi. Crede che la vittoria di Putin e Assad in Siria possa essere un primo passo per una maggiore stabilità nell’area oppure no?

R: Non necessariamente. Già si vede, per esempio per quanto riguarda il Libano, che ci sono degli evidenti tentativi di rivincita del fronte perdente in Siria, composto per intenderci, con grandi generalizzazioni, da petromonarchie del Golfo Persico e Stati Uniti. Il tentativo di destabilizzare il Libano è piuttosto evidente, come altre manovre politico-diplomatiche, peraltro legittime, che non devono scandalizzare: per esempio i progetti palesi di alleanza fra sauditi e israeliani, i quali stanno solo cercando la maniera di farlo senza irritare troppo il mondo arabo. Anzi è già un’alleanza di fatto… Naturalmente un’alleanza di questo genere darebbe un peso molto maggiore ai tentativi di contrastare l’allargamento dell’influenza politica dell’Iran. Questo per dire che non è detto che la sconfitta militare dell’Isis sia necessariamente l’anticamera di una maggiore stabilità.
Infatti basta vedere quello che è successo in Iraq dopo il 2003. Dopo l’invasione angloamericana e la presa di potere degli sciiti al posto dei sunniti – i quali erano la base del regime di Saddam Hussein – ci sono stati anni e anni di guerriglia sanguinosissima.
Ci sono Paesi che hanno le risorse finanziare, la volontà politico-religiosa e un vivaio di militanti pronti a battersi così vasto che possono tenere in ebollizione qualunque regione del Medio Oriente per anni e anni. Quindi continuo a ritenere che la questione del Medio Oriente non sia una questione militare, ma una questione politica. L’instabilità è garantita finché non la si pianta con questa
false flag dell’esportazione della democrazia – che in realtà significa abbattere i regimi non graditi e anche quelli che, prima graditi, di volta in volta diventano sgraditi – e finché non si accetta il fatto che questo mondo, Medio Oriente compreso, è troppo vasto e diverso per essere ricondotto ad un unico pensiero, a un’unica cultura politica e in generale ad un’unica cultura. Infatti più abbiamo esportato democrazia, più instabilità c’è stata.

 

D: Come pensa che sarà il nuovo regno di Mohammed bin Salman, l’erede al trono dell’Arabia Saudita?

R: A giudicare dalle mosse di questo re, che ufficialmente non è ancora re, ma si comporta come se lo fosse, il nuovo regno sarà molto più disposto a investire in spedizioni militari e molto più aggressivo anche nell’arena internazionale. Abbiamo visto cos’è successo all’ONU quando le Nazioni Unite hanno cercato di varare delle inchieste indipendenti sui crimini di guerra nello Yemen: l’Arabia Saudita ha semplicemente ricattato le Nazioni Unite e i Paesi delle commissioni dicendo che non avrebbe più fatto affari con quei Paesi e non vi avrebbe più investito se avessero approvato quelle cose.
Quindi a giudicare dalle prime mosse immagino che l’attuale erede al trono e domani re varerà qualche riforma di facciata, come il permesso alle donne di guidare o di lavorare nei centri commerciali in attività che prima erano loro proibite. Però nella sostanza non cambierà il progetto saudita wahabita, che è quello di esercitare l’egemonia di fatto su tutto il mondo islamico. È stato calcolato che l’Arabia Saudita, che ha il 3% della popolazione islamica del mondo, esercita grazie ai miliardi che investe ogni anno un’influenza più o meno diretta su circa il 90% delle istituzioni islamiche del pianeta (scuole coraniche, università, accademie, ecc.). Credo che ciò non cambierà col nuovo re.
Peraltro non cambierà il leitmotiv di questi ultimi decenni, quello che io ho chiamato il patto con il diavolo, cioè l’alleanza sostanziale fra due globalizzazioni: una è la globalizzazione del turbocapitalismo di marca statunitense e in generale occidentale; l’altra è la globalizzazione perseguita dal wahabismo che vuole arrivare al pensiero unico nel mondo islamico.

 

D: Lei nel suo libro “Il patto con il diavolo” (Rizzoli, 2016) afferma che il vero lavoro di contrasto al terrorismo internazionale deve avere come presupposto quello di bloccare le fonti che finanziano il terrorismo islamico. Lei vede i segni di qualche tentativo in tal senso, di una minima intenzione politica o anche solo di una consapevolezza di ciò?

R: No, assolutamente no. Anzi direi il contrario. Quando ho scritto il libro (nel 2016 ndr) parlavo di Hollande e di quella leva politica. Ma basta vedere le mosse di Trump, di Macron, di Theresa May: sono esattamente sulle orme dei predecessori, anzi peggio. Il record di vendite di armi all’Arabia Saudita, che era di Obama, è stato battuto da Trump. La May ha incrementato i legami con l’Arabia Saudita e con gli altri Paesi del Golfo Persico per le forniture militari. Macron? Non parliamone: era ministro dell’industria e delle finanze quando Hollande siglava i contratti con l’Arabia Saudita. Adesso è presidente, figuriamoci. Fra l’altro, quando si sono avuti i segnali del fatto che il nuovo principe saudita stava avvicinandosi ancor più al trono, Macron era a Dubai per il Louvre e si è precipitato in Arabia Saudita per essere il primo a prendere contatto con il nuovo regime.
D’altra parte è scientificamente provato che le petromonarchie del Golfo Persico, Arabia Saudita in testa, sono i Paesi che finanziano il terrorismo e che per esempio hanno finanziato l’Isis. Lo ha scritto anche Hillary Clinton sia quando era segretario di Stato sia quando era candidata alla presidenza degli Stati Uniti nelle mail che poi sono state diffuse da Wikileaks. Tutti sanno che è così ma continuano esattamente come prima.
Quando il ministro degli Esteri del Qatar, in seguito al contrasto con l’Arabia Saudita, è venuto in Europa a fare un giro per i Paesi dell’UE è stato ricevuto dalla Mogherini, la responsabile europea per le politiche estere e di sicurezza. Quando è uscita da questo colloquio la Mogherini ha detto ai giornalisti che l’Unione Europea ha sempre avuto buoni rapporti con questi Paesi, intendendo evidentemente il Qatar e l’Arabia Saudita, e intende continuare ad averli. Noi sappiamo scientificamente, perché ce lo dice la Clinton e ce lo dicono infiniti studi, che questi due Paesi sono due Paesi pesantemente finanziatori del terrorismo, dunque il fatto è che l’Unione Europea ha sempre avuto buoni rapporti con i Paesi che finanziano il terrorismo e ci tiene ad averli. Questo è detto, è scritto, non è un’illazione.
Intendiamoci, poi va detta una cosa: non sono certo solo l’Arabia Saudita o il Qatar o il Kuwait che finanziano il terrorismo islamista. Anche l’Iran ha finanziato e sostenuto movimenti terroristici a sfondo islamista, però bisogna tenere conto delle proporzioni e le proporzioni sono assolutamente sbilanciate. Il terrorismo islamista sunnita, cioè quello sostenuto dai Paesi del Golfo Persico, è responsabile della stragrande maggioranza degli attentati e degli attacchi: non c’è nessun paragone. Quindi se si vuol seriamente contrastare il terrorismo islamista bisogna partire da lì. Se invece si vuole, come in effetti si vuole, far finta di niente e accettare questo terrorismo islamista in cambio di altri vantaggi geopolitici, benissimo, basta saperlo. Benissimo no, ma almeno si sappia.

Il Ministro qatariota Al-Thani con Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

D: Quali sono i legami, se ci sono, fra il radicalismo islamico in Italia e le fonti di finanziamento estere di cui abbiamo parlato?

R: L’Italia, come ormai hanno notato tutti, è stata risparmiata da attentati di ampia portata. Abbiamo avuto “robetta” in confronto a quello che è successo altrove. Io credo che questo non succeda per caso. Succede per diverse ragioni.
Una è sicuramente l’abilità dei nostri servizi, il
know-how che hanno maturato in molti decenni di contatti con il Medio Oriente. Pensiamo a Sigonella, Calipari…
La seconda ragione secondo me è che l’Italia è un Paese ponte, un Paese di passaggio per l’Europa e nessuno brucia i ponti su cui deve passare. Attentati pesanti in Italia vorrebbero dire più controlli e tensione molto più alta: non conviene. Quindi io tendo a pensare che non ci sia un grande investimento per sobillare, semmai c’è qualche investimento per controllare (
da parte dei finanziatori del terrorismo ndr).
Detto questo, siccome in Italia, come generalmente in Europa, seppur con molte differenze fra Paese a Paese, non è lo Stato che costruisce le moschee, esse sono frutto di investimenti privati. Allora diventa difficile sapere chi in realtà mette i soldi, con quale scopo e chi va a predicare. Poi di tanto in tanto si legge che qualche imam viene rispedito a casa perché predica violenza, ma generalmente (anche se immagino che i servizi segreti lo sappiano) noi non sappiamo cosa succede in queste moschee, in questi luoghi di culto, che proprio perché sono in qualche modo spontanei sfuggono al controllo. È tutta una serie di deduzioni quella che faccio io, non ho informazioni di prima mano, però mi viene il forte sospetto che se c’è un interesse strutturato per l’Italia da parte della filiera che sostiene il terrorismo islamico questo sia un interesse a tenere sotto controllo la situazione, più che a fomentare lo scontro. Perché, diciamocelo, pur con tutta l’abilità dei servizi segreti, se si possono organizzare attentati di un certo tipo in Francia, in Germania, nel Regno Unito, tendo a pensare che sia possibile farlo anche in Italia e che se ciò non avviene, non sia per caso, ma per una serie di ragioni.

 

I colonnelli dello Zimbabwe

A nemmeno una settimana dalle candide promesse del presidente Mnangagwa, la democrazia sembra già lontana anni luce.

Nelle ultime due settimane abbiamo avuto modo di parlare più volte della difficile situazione che sta attraversando lo Zimbabwe, da quando il 15 novembre scorso l’ex presidente Robert Mugabe è stato deposto da un colpo di Stato. Il nuovo Presidente Emmerson Mnangagwa, giurando fedeltà alla Costituzione la scorsa settimana, durante la cerimonia di insediamento, aveva portato una nuova ventata di speranza in un Paese che aveva dovuto sopportare per trenta lunghi anni il giogo della dittatura di Mugabe. Sono passati solo pochi giorni dalle pubbliche promesse di maggiore libertà e democrazia per il popolo dello Zimbabwe, eppure Mnangagwa è già riuscito a smorzare la fiamma della speranza.

Un rimpasto con le stesse facce

Nella giornata di ieri sono stati resi noti i nomi dei membri del nuovo governo, nel quale figurano da un lato alcune vecchie conoscenze dei precedenti governi Mugabe. Tanto per citare uno dei più discussi, Patrick Chinamasa, ex ministro delle finanze e riconfermato da Mnangagwa nello stesso ruolo, è stato più volte ritenuto coinvolto in episodi di corruzione e peculato (come avvenne, ad esempio, nel 2003, quando fece arrestare Peter Baker, un contadino di origini europee che si era rifiutato di vendere la Ministro la sua fattoria).

“Vogliamo i colonnelli!”

Per quanto riguarda l’apporto delle Forze Armate, il Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga, braccio del fatidico Colpo di Stato del 15 novembre, è stato riconfermato Capo delle Forze Armate, mentre il generale Sibussio Moyo, il “volto” che due settimane fa annunciò sulla rete nazione lo svolgimento del Colpo di Stato (o meglio, che annunciò lo svolgimento di una “pacifica transizione” al vertice), è stato nominato Ministro degli Esteri.

Ma forse il nome più controverso è quello del Comandante dell’Aviazione militare dello Zimbabwe, Perence Shiri, nominato Ministro dell’Agricoltura e dello sviluppo rurale: tra il 1983 e il 1984, durante la sanguinosa guerra civile che precedette la presa di potere di Mugabe, Shiri comandava la famigerata Quinta Brigata zimbawiana, che si rese colpevole di omicidi, furti, stupri ed altri efferati crimini nei confronti della popolazione del Metabeleland (una regione dello Zimbabwe occidentale). Nel 2002 l’Unione Europea annunciò che non avrebbe più ammesso sul proprio suolo il Comandante. L’anno successivo il presidente G. W. Bush ha congelato i beni e la liquidità di Shriri sul territorio statunitense.

La delusione accomuna tutta la società civile

Nessuno può negare che la popolazione abbia reagito molto male all’impostazione che il nuovo Presidente sembra voglia dare al Paese, inerendosi nel solco di quella che ormai può considerarsi una tradizione nello Zimbabwe, ossia tutto il potere nelle mani di chi meglio sa gestire le forze di sicurezza. L’organizzazione dei sindacati, attraverso il suo Segretario generale, ha fatto saper pubblicamente la sua profonda delusione riguardo gli ultimi sviluppi, e perfino la “Confindustria” zimbawiana, la CZI, pur approvando a denti stretti il nuovo esecutivo ha affermato di aver sperato in una diversa composizione del Gabinetto presidenziale.

Soprattutto si sperava in scelte incisive nel settore minerario, poiché non solo il direttore dei giacimenti diamantiferi statali, nominato a suo tempo da Mugabe, è stato riconfermato da Mnangagwa nei suoi uffici, ma anche perché è ben noto che la Cina ha da tempo ottenuto tramite una joint venture il controllo di gran parte dell’estrazione mineraria nel Paese. Imprenditori pubblici e privati cinesi sono riusciti, anno dopo anno, a monopolizzare il settore delle materie prime. L’unica cosa che ci è possibile fare in questa sede è sperare che, per il bene del popolo dello Zimbabwe, un giorno i diamanti, il rame e le altre preziose risorse dell’Africa centrale possano davvero portare benessere al Paese, invece che costituire la causa principale delle sue disgrazie.

L’attentato nel Sinai, 300 morti e 100 feriti nella moschea di Al Rawdah

La condizione della penisola del Sinai all’ombra dell’Isis

Il 24 Novembre presso la moschea di Al Rawdah nel Sinai Settentrionale, si consuma l’attentato più violento mai subito dall’Egitto. Fonti della Procura Generale egiziana affermano che ci sono più di 300 morti e almeno 130 feriti.

L’attentato

Venerdì di preghiera, intorno a mezzogiorno. Alcune jeep con a bordo una trentina di terroristi, battenti bandiera dello Stato Islamico, si avvicinano alla moschea nel nord del Sinai. Una bomba esplode nei pressi dell’ingresso poi partono i colpi d’armi da fuoco, tutto si concluse nel giro di pochi minuti. I terroristi lasciano a terra un gran numero di cadavere, tra cui quelli di 27 bambini. In risposta il governo egiziano, da il via all’Operazione vendetta per i martiri, una serie di raid di aeronautica ed esercito contro i covi dei terroristi.

La penisola del Sinai

Dagli anni ’80 la penisola del Sinai, dal ‘67 al ‘79 parte di Israele, ha rappresentato il fulcro del turismo per l’Egitto. I resort di Sharm el sheikh, tra i più belli al mondo, hanno ospitato negli anni milioni di turisti, provenienti da tutto l’occidente. All’alba della primavera araba, era la fine del 2010, la situazione nella penisola subiva forti cambiamenti. I primi attacchi terroristici hanno danneggiato una delle principali fonti di guadagno del paese. Gli attacchi sono avvenuti in concomitanza con il cambio ai vertici dei servizi di sicurezza, epurati di alcune figure chiavi legate alla dittatura. Il tutto si è aggravato quando nel 2013 in seguito al golpe, arrivò al potere Al Sisi, deciso a ristabilire l’ordine nella regione. Per farlo attuò una dura politica repressiva contro le popolazioni beduine locali, da sempre in lotta contro l’autorità centrale egiziana. Questi scontri prepararono il terreno alla penetrazione locale dell’Isis.

 

La situazione attuale

Dal 2014, nel Sinai sono presenti cellule terroristiche affiliate all’Isis. Primi obiettivi di questi terroristi sono stati i cristiani copti, minoranza presente in Egitto da migliaia di anni. Mano a mano che lo Stato islamico acquistava nemici, la penisola diventava punto di partenza per i Foreign fighters provenienti dall’Africa. Poi il salto di qualità: attaccare altri musulmani, considerati eretici dal Califfo dello Stato Islamico in quanto Sufi. Se il califfato è alle strette in Siria e Iraq, ci sono molte zone del mondo in cui ancora si fa sentire la sua scomoda presenza, il Sinai è una di queste. I foreign fighters potrebbero vedere nella penisola biblica una nuova casa, una base da dove far rinascere il califfato.

La risposta di Al Sisi

Ci aspettiamo una dura reazione del presidente Al Sisi nei confronti dei terroristi. Al momento della stesura dell’articolo, il presidente Al Sisi ha dato il via ad una rappresaglia contro bersagli sensibili dei Jihadisti. La risposta dovrà essere precisa e limitata, per evitare scontri con la popolazione locale. Le tribù beduine non vedono di buon occhio l’autorità centrale egiziana, tant’è che durante l’occupazione israeliana, la penisola visse uno dei periodi più tranquillo della sua storia biblica. Nella penisola serve una soluzione a lungo termine ed ampio respiro. Se non si interviene il prima possibile si rischia di trasformare il Sinai in un nuovo Afghanistan. Col paese dell’oppio la penisola non condivide solo la morfologia,per lo più montuosa, ma anche una storia d’invasioni e lotte per il potere che hanno portato le popolazioni locali a vedere invasori ovunque.