La Battaglia per al-Raqqa

La capitale del Califfato è violata. I miliziani al suo interno sono ormai quasi circondati, mentre i combattimenti si sono spinti nel cuore della città.

 

Già giornali e telegiornali parlano di vittoria della coalizione anti-ISIS nella città di Raqqa, considerata da sempre la capitale de facto dello Stato islamico. I miliziani curdi stanno già combattendo nel cuore della città, ma questo altro non è che la fase finale di un’operazione congiunta avviata nella fine dello scorso anno.

 

Operazione “Ira dell’Eufrate”

Nel novembre del 2016 le forze dell’SDF (Sirian Democratic Forces), armate ed addestrate dalle truppe americane, e di cui le milizie curde compongono la gran parte, iniziarono la loro avanzata verso Sud nel tentativo di spostare la linea del fronte il più vicino possibile alla città. A questa avanzata si sono accompagnate varie altre operazioni minori contro il fronte del Califfato, ricomprese nella più ampia operazione chiamata “Ira dell’Eufrate”. Nel giro di pochi mesi, nel maggio di quest’anno, i curdi riescono ad avanzare così tanto verso la città da rendere possibile un eventuale accerchiamento da tre direttive, ossia Nord, Est ed Ovest.
Dopo alcune settimane di piccoli scontri e schermaglie, le forze dell’SDF riescono a portarsi a ridosso della città, serrandola d’assedio su tre lati e lasciando per il momento libero solo il lato Sud, quello che si affaccia sul fiume Eufrate. Un gran numero di civili ha tentato di attraversare il fiume con mezzi di fortuna fuggendo dalla città. Le stime provenienti dall’intelligence americana parlano di almeno 100.000 civili che potrebbero ora essere intrappolati nell’assedio, per quanto siano numeri da prendere con le pinze, ammontando la popolazione della città prima della guerra a non meno di 300.000 unità.

Il 6 giugno le forze della Coalizione annunciano ai media di aver iniziato l’attacco definitivo alla roccaforte del Califfato, mettendo però fin da subito in guardia coloro che speravano in una vittoria rapida: forti dell’esperienza maturata negli scontri casa per casa nella città di Mosul, che in quel momento stavano raggiungendo il loro acme, l’SDF sa bene che la completa messa in sicurezza della città richiederà almeno parecchie settimane, se non mesi.

La tana del leone

All’inizio dell’attacco le forze dell’SDF ammontavano a circa cinquemila uomini, mentre le forze dei miliziani islamici venivano stimate ad almeno quattromila o cinquemila uomini, a seconda della provenienza delle informazioni, seppure queste stime potrebbero considerarsi addirittura in ribasso.
Mentre le truppe avanzano su tre lati, il 14 giugno le truppe del Manbij Miltary Council, alleate dell’SDF, hanno incominciato ad avvicinarsi alla città da sud, ingaggiando combattimento con i miliziani islamici, nel tentativo di raggiungere i due ponti sull’Eufrate e poter definitivamente accerchiare del tutto la città.
Nel giro di tre settimane le forze dell’ISIS arretrano su tutti i fronti: a nord le truppe dell’SDF prendono il controllo dell’impianto dello zuccherificio della città, punto strategico della zona industriale; ad ovest le truppe curde avanzano lentamente ma inesorabilmente, quartiere dopo quartiere; ad est i raid della coalizione internazionale hanno aperto della strategiche brecce nella vecchia cinta muraria medioevale, consentendo alle truppe anti-ISIS di portare il combattimento nella città vecchia; infine a sud le truppe alleate dell’SDF hanno quasi completamente liberato la sponda meridionale del fiume.
Le ultime notizie della giornata di ieri riferiscono di aspri scontri che si sono consumati nell’arco di quasi due giorni nella città vecchia. In particolare, mentre le truppe dell’SDF sono quasi riusciti a liberare la vecchia moschea, vari contrattacchi delle forze dell’ISIS verso la direttrice ovest nord-ovest sono stati efficacemente respinti. Le forze dei miliziani neri pare abbiano sofferto pesanti perdite. Fonti non ufficiose parlano anche della cattura, nella zona di operazioni, di tre importanti comandanti ISIS che stavano cercando di fuggire dalla città.

 

Dopo Mosul, sembra che manchi poco anche alla caduta della capitale dello Stato islamico. La perdita di quello che ormai è rimasto l’ultimo centro abitati di rilevanti dimensioni porterebbe le rimanenti, esauste forze del Califfato a ripiegare nelle zone desertiche a ridosso di quello che una volta era il confine fra Siria ed Iraq. Non la migliore delle prospettive per un esercito già demoralizzato dalle recenti sconfitte e provato da anni di combattimenti senza fine.

Moda uomo: Una primavera estate 2018 di revival

Si sono da poco concluse le più importanti man’s fashion week : Milano e Parigi.

Tirando le somme, vi mostriamo una piccola guida su abiti, scarpe ed accessori da avere assolutamente nel guardaroba maschile per la primavera estate 2018.

La camicia, intramontabile passe-partout dell’abbigliamento maschile, viene vista sotto una nuova luce. Destrutturata sulla passerella di Marni, con foto d’autore e over quella pensata dallo stilista Jil Sander, ricca di  ridondanti decori quella firmata Ports 1961.

Non solo camicie ma anche giacche destrutturate. Il completo perde rigidità e rigore ma non l’eleganza, accompagnando la fluidità del corpo di chi lo indossa. Così il blazer non è più solo il capo da ufficio ma diventa il compagno ideale anche per il tempo libero. Lo presenta in tessuto leggero grigio antracite il maestro indiscusso del genere, Giorgio Armani.

Come nelle passerelle femminili anche in quelle maschili vengono riproposti i bermuda cachi. Bellissime le “divise”  proposte da Prada e Salvatore Ferragamo.

Tra le stampe tipiche della primavera estate le intramontabili stripers. Si portano in estate come tutto l’anno.  A bande larghe per Vivienne Westwood, gessate dai colori soft per Diesel Black Gold e Daks.  Black and white sulla passerella di Givency by Riccardo Tisci.

Stampe floreali per gli uomini più eclettici, total look ricchi di petali e trionfanti di colori arrivano dal catwalk di Fendi ed ovviamente Gucci.

Meno banale la stampa a quadretti ed a dar vita ad outfit che non passano inosservati ci pensa J.W Anderson con una stampa multicolor e da Gosha Rubchinskiy che le abbina alle bretelle accostamento assolutamente da riproporre.

Il denim, il tessuto per eccellenza si fa spazio e regna sopra ogni altra cosa. I look diventano monotessuto c’è solo un’indicazione da tenere a mente : il lavaggio per la prossima stagione deve essere rigorosamente chiaro e delavè. Detta tale legge tra i tanti Sulvam.

 

Infine, i seventies, decennio ultimamente molto contemplato: se Ballantyne ne recupera le geometrie esagerate, stampandole sui maglioni, Ermanno Scervino trova nuovi volumi più contemporanei per i completi da dandy con microstampe e broccati in colori cupi dalle linee slim. Infine, Bally prende in prestito i colori accesi, per dare forma ai nuovi completi da giorno: abbinati a camicie dai colori pastello con stampe più tenui, gamba slim ma leggermente svasata sul fondo. I seventies sono tornati per rimanere.

 

GLI ULTIMI SVILUPPI MILITARI IN SIRIA E IRAQ

La guerra in Siria e in Iraq non si ferma mai ed è difficile essere sempre al corrente di tutti i fatti più importanti: riassumiamo dunque i principali avvenimenti degli ultimi giorni per tenervi aggiornati sui recenti sviluppi in questo scenario. L’Isis sta subendo pesanti contraccolpi, ma continuano le divisioni fra le potenze che lo combattono. Inoltre negli ultimi giorni i confini della Siria sono stati interessati da aspre tensioni, a sud fra Israele e Siria e a nord fra Turchia e milizie curde.

Suddivisione del territorio siriano al 29 giugno 2017: in rosso le zone controllate dalle forze pro-Assad, in nero quelle in mano all’Isis, in bianco quelle in mano ad Al-Nusra, in verde quelle in mano ai curdi, in beige quelle controllate dai ribelli (da Wikimedia Commons; Ermanarich, Syrian Civil War map, CC BY-SA 4.0)

L’ISIS A RAQQA È ACCERCHIATO

La città di Raqqa, in mano all’Isis, continua a essere assediata dalle Forze Democratiche Siriane (FDS), sigla che indica una coalizione di milizie in maggioranza curde con elementi arabi e assiri. Raqqa è di fatto la capitale dello Stato Islamico in Siria e ormai è circondata su tutti e quattro i lati: le FDS, supportate dall’alleanza a guida statunitense, affermano che la sua riconquista “è solo questione di tempo”.

Nel frattempo però vengono lanciate alcune accuse alla coalizione guidata dagli USA, che secondo Amnesty International ha utilizzato munizioni al fosforo bianco in modo illegale nella periferia Raqqa: l’uso di questa arma è infatti vietato nelle vicinanze di insediamenti di civili (il comunicato di Amnesty International risale al 16 giugno).

 

AVANZANO LE TRUPPE LEALISTE IN SIRIA, MENTRE L’ISIS ARRETRA SU VARI FRONTI

La situazione del conflitto in Siria vede un generale arretramento delle forze dell’Isis, che sta perdendo terreno su vari fronti, oltre che a Raqqa. Le forze governative siriane stanno avanzando verso Deir El Zor, città assediata dall’Isis da tre anni, e hanno conquistato alcuni villaggi a sud di questa città, vicino al confine con l’Iraq, a quanto riporta l’agenzia di stampa iraniana Fars. Inoltre i lealisti e le milizie loro alleate sono avanzate ulteriormente a est di Palmira, avvicinandosi alla città di Sukhna, in mano all’Isis.

La situazione resta comunque molto delicata, dato che il 19 giugno un caccia americano F/A-18 Super Hornet ha abbattuto un jet SU-22 siriano, accusato da Washington di aver colpito aree occupate dalle milizie curdo-arabe sostenute dagli Usa. L’abbattimento ha avuto luogo presso Resafa, località non distante da Aleppo, dove i lealisti erano avanzati rapidamente nelle settimane precedenti entrando in contatto con le formazioni curde. Pronta è arrivata la condanna di Mosca, che ha definito l’azione un “atto di aggressione” e di “violazione del diritto internazionale”.

La tensione fra Russia e Stati Uniti è salita ulteriormente quando il 26 giugno un comunicato della Casa Bianca ha affermato che “gli Stati Uniti hanno identificato potenziali preparativi per un altro attacco chimico del regime di Assad” e che nel caso ciò dovesse verificarsi “lui e il suo esercito pagheranno un prezzo alto”. Questo comunicato ha colto di sorpresa vari esponenti dello stesso esercito americano, e la sua motivazione è rimasta incerta. Non è chiaro se l’avvertimento volesse essere un deterrente o se il suo obiettivo fosse quello di mandare un segnale di forza, oppure di preparare il terreno per un successivo attacco contro la Siria. Il giorno successivo al comunicato il portavoce del Pentagono Jeff Davis ha detto che gli Stati Uniti hanno di recente notato alla base aerea di Shayrat delle attività che ritengono collegate all’uso di armi chimiche, pur non dicendo come gli Stati Uniti abbiano raccolto queste informazioni. Nessun funzionario ha specificato il grado di rischio attribuito a un’azione simile e i portavoce della Casa Bianca non hanno aggiunto ulteriori chiarimenti. Il governo siriano ha vigorosamente negato le accuse, definendo il comunicato della Casa Bianca una provocazione, mentre la Russia le ha bollate come “inaccettabili”. Il governo siriano era stato accusato dagli Stati Uniti di aver effettuato un attacco chimico il 4 aprile, anche se le responsabilità e l’effettivo svolgimento degli eventi sono ancora dibattute e poco chiare.

 

FORSE UCCISO AL-BAGHDADI

Abu Bakr Al Baghdadi, leader dell’Isis, la cui sorte è incerta

Il capo dell’Isis Al Baghdadi forse è stato ucciso in un raid dell’aviazione russa nella periferia della città siriana di Raqqa, dove si teneva una riunione di alti comandanti dello Stato Islamico. L’informazione è stata diffusa il 16 giugno dal ministero degli Esteri russo, anche se non è stata confermata dal ministro Lavrov, né dalla coalizione a guida Stati Uniti né dal governo siriano. Il 23 giugno, a quanto riporta l’agenzia di stampa Interfax, il capo del comitato di difesa del Consiglio della Federazione russo (la Camera Alta del Parlamento) Viktor Ozerov ha affermato di credere che la probabilità che il capo dello Stato Islamico sia stato ucciso è vicina al 100 per cento. La sua morte sarebbe uno dei colpi più duri al gruppo jihadista nella guerra che infuria contro l’Isis da ormai tre anni.

 

L’ISIS PERDE ALTRO TERRENO A MOSUL

Mentre a Raqqa è circondato, l’Isis perde terreno anche a Mosul, città che di fatto è la sua capitale in Iraq. L’esercito iracheno infatti sta avanzando, supportato dalla coalizione a guida statunitense, e il 28 giugno ha ripreso due quartieri nella città vecchia di Mosul. Il generale Jabbar al-Darraji ha comunicato alla televisione di stato che “il cinquanta per cento di questa area è stato liberato”. Il 29 giugno le truppe irachene hanno conquistato la Grande Moschea di Al-Nuri, che otto giorni prima era stata fatta saltare in aria dai jihadisti. Proprio in quella moschea tre anni fa era stato proclamato il Califfato dello Stato Islamico. Si tratta di una vittoria simbolica di grande spessore per l’esercito iracheno, che infligge così un duro colpo al morale dei miliziani dell’Isis. La battaglia per Mosul dura da oltre otto mesi ma sembra avviarsi ormai alla sua conclusione, nel segno di una sconfitta per l’Isis.

 

TENSIONI AL CONFINE FRA SIRIA E ISRAELE

Si sono registrate tensioni al confine fra Siria e Israele: a quanto riporta Reuters, Israele ha comunicato di aver bombardato il 23 giugno installazioni militari del governo siriano e due carri armati dopo che alcuni proiettili provenienti dalla Siria avevano colpito le alture del Golan, zona occupata da Israele. Secondo una fonte militare siriana però gli attacchi di Israele hanno colpito anche un palazzo uccidendo dei civili. L’esercito siriano ha affermato che i colpi che hanno raggiunto il territorio in mano a Israele erano proiettili vaganti e ha definito l’attacco israeliano una “inaccettabile violazione” di sovranità. La zona interessata da questi eventi è la provincia di Quneitra, al confine fra le alture del Golan (occupate da Israele) e la Siria, dove l’esercito regolare siriano combatte contro fazioni ribelli, che comprendono milizie islamiste. Non è la prima volta che Israele colpisce la Siria durante il conflitto.

 

SCONTRI FRA TURCHI E CURDI NEL NORD DELLA SIRIA E DELL’IRAQ

Miliziani curdi dell’YPG presso Raqqa (Reuters)

Nel nord della Siria le forze turche e le milizie sostenute dalla Turchia si contrappongono alle truppe curde dell’YPG, sostenute dagli Stati Uniti. L’esercito turco ha affermato che l’YPG ha colpito la sera del 27 giugno le milizie dell’Esercito Siriano Libero, sostenute dalla Turchia, nella città di Azaz nel nord della Siria. Durante la notte fra 27 e 28 giugno l’esercito turco ha reagito con uno sbarramento d’artiglieria, distruggendo obiettivi curdi. Lo scontro fra curdi e turchi coinvolge anche il nord dell’Iraq, dove a quanto riporta l’esercito turco l’aviazione ha ucciso sette combattenti del PKK.

Il ministro della Difesa ha avvertito che Ankara reagirà contro ogni mossa pericolosa dei curdi dell’YPG e sembra che la Turchia stia rinforzando la sua presenza militare nel nord della Siria. Già l’anno scorso la Turchia aveva inviato truppe in Siria per supportare i ribelli dell’Esercito Siriano Libero, che combattono sia contro lo Stato Islamico sia contro le milizie curde. La Turchia infatti tratta come terroristi i curdi dell’YPG, i quali però sono sostenuti dagli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis. Stati Uniti e Turchia dunque, pur essendo alleati nella NATO, sostengono fazioni contrapposte nella guerra in Siria.

Acne Studios tinge Milano di rosa con il nuovo opening

Un sussurrato annuncio che qualcosa di nuovo stava per accadere. Ed è successo.

Da qualche mese nella capitale della moda italiana un tram rosa, tutto rosa, ha carpito l’attenzione di tutti.  Sabato 17 Giugno 2017, l’attesissimo opening del nuovo store di Acne Studios a Milano in piazza del Carmine, nel cuore dello shopping milanese. Complice una manovra di espansione del retail che ha visto l’inaugurazione di quattro nuovi stores worldwide, la celebre casa di moda svedese ha voluto festeggiare i suoi primi ventun anni di attività nella cornice di una delle zone più belle di questa città : Brera. Non è un caso che ci siano voluti «cinque anni per trovare la location giusta per noi a Milano. Sono felice di aver atteso perché piazza del Carmine ha il perfetto senso di individualità e dimensione sociale che mi piace. Il negozio è assolutamente unico e perfettamente Acne Studios» dice Jonny Johansson , direttore artistico del brand. Il nuovo store prenderà il posto della boutique del brand Marc by Marc Jacobs , seconda linea del marchio americano Marc Jacobs,chiuso dopo quattordici anni di attività, nel 2015. Acne studios,nato come parte del collettivo creativo ACNE , produce e commercializza abbigliamento ready-to-wear uomo e donna, linee di calzature, accessori e jeans, e nel corso del tempo ha partecipato a collaborazioni artistiche speciali e a progetti creativi unici. Abbiamo visto la visione avanguardista di questo brand in una capsule collection con Liberty London in un’altra con Lanvin, una collezione basata sulle opere della pioniera svedese dell’astrattismo pittorico Hilma af Klint, e persino una gamma di biciclette insieme all’italiana Bianchi. Forte è l’ispirazione che il brand trae dall’arte e dalla fotografia, ispirazioni che si materializzano in racconti idilliaci e totalmente innovativi. La capacità di attingere da diverse arti, dalla quotidianità, captando le esigenze e i desideri del targhet di riferimento fanno di Acne studios uno dei brand più avant garde da più di venti anni. Acne Studios è uno spirito giovane che cavalca la propria strada , con l’atteggiamento nordico che lo ha fatto nascere, ordinato nel suo totale disordine,nel tripudio di stampe e colori chiusi nella rigorosa pulizia delle forme. Una boutique non è un negozio e Jonny Johansson e il resto del team lo sanno bene. Acne arriva a Milano con un carico di granito rosa Baveno, tavoli e sedute come in pietra come piccoli monumenti ed un’illuminazione Mega, sistema creato ad hoc per lo store acceso solo dopo il tramonto. Se non siete mai stati a Milano, comprate subito un biglietto solo andata.

Violenza e relazioni perverse

Quando si parla di violenza sulle donne, non si può non fare riferimento al concetto di “Relazione Perversa”,della quale, due sono i protagonisti: un carnefice le cui caratteristiche sono ben nota dal momento che quest’ultimo sia colui il quale pratichi l’ atto violento per vari motivi che vanno dalla gelosia alla semplice voglia di fare del male e una vittima, ossia colei che ha un punto debole. A tal proppsito,ci si chiede se le vittime siano consapevoli di ciò che stia loro accadendo e, la risposta è si: in moltissimi casi ne sono ben consapevoli. Però,pur sapendo che non vivano una relazione sana, decidono di non interromperla. I motivi che inducono ad assumere tale comportamento sono molteplici e soggettivi. Ad osservarle dall’ esterno sembra siano in balia di una sorta di delirio di onnipotenza,capace di far credere loro si salveranno e,addirittura che attraverso la loro salvezza potranno aiutare chi le sta facendo del male. Forse,proprio per questa ragione,alcuni carnefici interferiscono su alcune vittime,sembrando quasi vogliano punire una tale presunzione che provoca la loro disistima integrale nei confronti di chi tollera all’ infinito. Spesso,nella mente di chi sottostà a continue vessazioni,si scatena il cosiddetto “pensiero magico”,il quale consiste nel giustificare le cause che hanno condotto il partner ad assumere un atteggiamento violento,sostenendo si comporti in quel modo,perché sia stanco o nervoso,ad esempio. Nel contempo,il carnefice progetta,pone fine alla parte del seduttore per iniziare quella dell’ aggressore. Sono pazzi? Peggio,per alcuni aspetti! Non esiste un termine per definirli,una cosa è,però certa: possono essere equiparati ai criminali con una visione basica della vita. Sono inetti,privi di sentimenti,vivono come sanguisughe,hanno come unico scopo lo sfruttamento degli altri,cercano di ottenere un tornaconto personale da ogni parola o azione e,l’ unico modo che hanno per appropriarsi delle foto che non posseggono,consiste nel distruggere quanto di bello ricevono da altri. Non è assolutamente facile cambiare le cose,ma è sicuramente possibile. Occorre dirigere il pensiero verso il cambiamento e non abbandonarsi alla facilità data dal mantenimento di situazioni negative.

Gli ultimi giorni del Califfato

Le milizie dello Stato islamico arretrano su tutti i fronti. Foschi scenari si mostrano all’orizzonte del dopo-ISIS.

Sembra che ormai sia rimasto poco da attendere, la fine del Califfato appare ormai vicina. I confini dell’ISIS negli ultimi mesi si sono ridotti inesorabilmente a causa degli incessanti attacchi da parte della coalizione e dei peshmerga curdi, rendendo il territorio occupato dallo Stato islamico un intricato dedalo di enclavi e sacche di resistenza, collegate fra loro da dei sottilissimi lembi di territorio occupato. Sufficienti, nella migliore delle ipotesi, a mantenere ancora attive delle precarie linee di rifornimento.

Le due più importanti città del Califfato sono ormai da settimane assediate dalle forze anti-ISIS: Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, conquistata dai miliziani nel 2014, sta per essere liberata dalle forze speciali irachene e dai combattenti curdi; le periferie di Raqqa, la capitale de facto dello Stato islamico, sono diventate teatro di violenti scontri casa per casa. Lo stato maggiore iracheno, circa tre giorni fa, ha annunciato di sperare di poter terminare le operazioni di Mosul entro la fine del Ramadan, che cade il 27 giugno. I miliziani arretrano su tutti i fronti, non riuscendo più a tenere testa né alla macchina bellica irachena e siriana, supportate rispettivamente dagli apparati americano e russo, né alla determinazione dei combattenti curdi. Molto scalpore ha fatto recentemente la notizia che l’ISIS stesso abbia dinamitato il minareto della moschea di al-Nuri, nella città vecchia di Mosul. La stessa moschea dalla quale il leader dello Stato islamico, al-Baghdadi, annunciò con un famoso sermone la nascita dell’ISIS.

Tuttavia, il sollievo che il mondo occidentale, e non solo, potrà provare dopo che il Califfato avrà cessato di esistere probabilmente non durerà a lungo. Già altre problematiche si addensano come fosche nubi all’orizzonte. Innanzitutto, sarà problematica la ri-occupazione dei territori ora controllati dall’ISIS da parte dei precedenti proprietari, con la Siria di al-Assad spalleggiata dalle forze russe e quelle irachene supportate dagli americani. Il dialogo dovrà instaurarsi fra controparti esasperate e che mal si sopportano, in uno scenario altamente militarizzato.

Inoltre non bisogna dimenticare la spinosa questione del popolo curdo, le cui rivendicazioni territoriali andranno sicuramente a scontrarsi da un lato con l’Iraq, che ha sempre negato l’effettiva indipendenza del Kurdistan iracheno, e dall’altra con la Turchia di Ergogan, il quale considera le forze combattenti curde nient’altro che il braccio armato del partito comunista curdo, il PKK, considerato dalla Turchia alla stregua di un’organizzazione terroristica.

Un altro spinoso problema sarà quello delle sacche di ribellione e resistenza siriane al regime di Bashar al-Assad: finora si era riuscito a trovare un precario, per quanto utile, equilibrio fra il potere centrale di Damasco e le varie sacche di resistenza ribelli, tanto più che le fino ad oggi è stato comprensibilmente necessario impiegare la maggior parte delle forze disponibili contro il Califfato. Queste problematiche potrebbero trovare un efficacie terreno di risoluzione nella profusione di incontri e proposte di accordi bilaterali e plurilaterali che sicuramente avranno luogo immediatamente dopo la fine dei combattimenti conto i miliziani neri. Per quanto, purtroppo, ci sembri che la possibilità di addivenire a una risoluzione diplomatica delle attuali questioni mediorientali sia assai remota.

LA VIOLENZA PSICOLOGICA

Denigrazione e umiliazione di una persona

Il tema della violenza psicologica e della manipolazione mentale che spesso la precede, costituisce un argomento oggetto di discussione, a causa della mancanza di dati certi riguardo il numero delle vittime di tale reato. La donna ha, con il tempo, imparato a riconoscere gli aspetti della violenza fisica, ma tende ancora ad accettarne una forma più subdola e sottile,la quale avviene spesso tra le mura domestiche ed è denominata “VIOLENZA PSICOLOGICA”,che consiste nella denigrazione e umiliazione di una persona scelta da un carnefice, il quale tramite azioni manipolatorie, finalizzate a farle perdere la fiducia in se stessa, a renderla svilita e priva di punti di riferimento. Trattasi di un omicidio dell’ anima e della mente, dai troppi esecutori impuniti, ragion per cui si richiede la sensibilizzazione da parte del maggior numero di persone possibili, affinché il fenomeno emerga e, chiunque ne sia vittima, si riappropri della dignità e integrità mentale, mentre chiunque agisca venga neutralizzato. Spesso il crimine non è denunciato, perché compiuto dalle persone che più si amano, ma anche, perché si teme che esponendosi, i figli, considerati il principale oggetto di ricatto da parte degli abusanti, possano essere sottratti dalle strutture sociali competenti. È opportuno, però dire che questi non siano gli unici motivi per i quali non si denunci, a volte non lo si fa, perché non si ha piena consapevolezza di ciò che si sta vivendo, quindi è impossibile denunciare un problema che non si riconosce. A tal proposito, è importante sottolineare che al giorno d’oggi manchi una normativa capace di tutelare contro gli abusi di natura psicologica, data la difficoltà nel riconoscerli in sede processuale. Vista la situazione, risulta di fondamentale importanza ascoltare, parlarne, creare una rete che coinvolga tutti indistintamente: medici, forze dell’ ordine, sportelli antiviolenza, pronti in primis a porre l’ abusante dinanzi l’ errore commesso, per far si capisca quanto dolore abbia provocato. È naturale che la comunicazione e il confronto, gli incontri tra gli abusanti e gli abusati non bastino per porre fine al fenomeno, ma possano contribuire ad esorcizzare la paura di un fenomeno criminoso dalle conseguenze gravi e costi sociali elevati. Doveroso, inoltre, è coinvolgere i ragazzi, perché proprio da loro parte la prevenzione.

Helmut Kohl, il “Cancelliere delle due Germanie”

Dopo una lunga malattia, si è spento all’età di 87 anni l’artefice della riunificazione della Germania.

Nella giornata di ieri è venuto a mancare all’età di 87 anni Helmut Kohl, il “Cancelliere delle due Germanie”. Da ormai 9 anni conduceva una vita sedentaria, colpito tragicamente da un ictus nel 2008, che aveva  gravemente pregiudicato la sua capacità di muoversi ed esprimersi. Leader storico dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU), il partito cristiano-liberale della Germania, è stato anche l’uomo che più a lungo ha ricoperto la carica di Cancelliere, subito dopo Otto Von Bismarck: dal 1982 al 1998, prima della Germania Federale, poi finalmente della Germania “riunificata”.

Il principale merito riconosciutogli è quello di aver portato avanti con lucida determinazione il progetto di riunificazione delle due Germanie, quella federale e quella Democratica filo-sovietica, conclusasi nel 1990. Egli riuscì a compiere un capolavoro diplomatico, approfittando da un lato dell’allentamento della morsa sovietica di Gorbaciov sulla Germania orientale, dall’altro guadagnandosi l’appoggio dell’allora presidente francese Francois Mitterrand: infatti, contrariamente a quanto si può pensare, molti leader e capi di Stato dell’Europa libera non guardavano favorevolmente all’ipotesi di una Germania nuovamente riunificata, in quanto temevano il suo potenziale e i possibili squilibri geopolitici di una nuova “grande Germania”. Celebre è rimasta la frase dell’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il quale dopo la caduta del Muro di Berlino sentenziò: “Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due.”

Questo successo fu dovuto in gran parte anche alla sua assicurazione che una Germania unita avrebbe potuto fare molto per il processo di integrazione europea. Dopotutto, egli era celebre per il suo profondo spirito europeista, ed ancora oggi, soprattutto in Germania, viene ricordato come una delle figure più importanti del processo di creazione dell’Unione. Fu colui che dapprima riuscì a far parificare, in occasione della riunificazione del 1990, il marco federale al marco democratico, pesantemente svalutato; ed in seguito riuscì a convincere i tedeschi ad accogliere l’euro al posto del lor amato marco, forse uno dei pochi, veri simboli di unità che erano rimasti al popolo tedesco durante la Cortina di Ferro.

Dopo la sconfitta elettorale subita nel 1998 ad opera dell’SPD, si ritira definitivamente dalla vita politica, pur divenendo presidente onorario del CDU. Tuttavia la sua reputazione viene duramente colpita dallo scandalo che nell’anno successivo investe lui e il suo partito, accusato di avere per anni goduto di finanziamenti irregolari. Lo stesso Kohl viene accusato di aver gestito durante gli anni del suo Cancellierato fondi neri del partito, al punto da costringerlo nel 2000 a rinunciare alla presidenza onoraria.

 

 

La Guerra dei sei giorni

Sono passati 50 anni da quando il 5 giugno del 1967, nella stessa ora in cui viene pubblicato questo articolo, le forze aeree israeliane aprivano il fuoco contro le installazioni militari dell’aeronautica egiziana nella penisola del Sinai. Dopo poche ore, e due ondate di bombardamenti, gli aerei israeliani distruggono a terra più della metà degli apparecchi egiziani e rendono inutilizzabili le piste, lasciando l’esercito di Gamal Abd el-Nasser senza copertura aerea per i cinque giorni a seguire. Il piccolo Stato di Israele è riuscito in meno di una settimana non solo a sconfiggere sul campo di battaglia l’Egitto, la Siria e la Giordania, ma a vincere in maniera fulminante la guerra, pur avendo schierate quasi metà delle truppe avversarie. Nei mesi precedenti sia la Siria che, in particolare, l’Egitto stavano preparando le proprie truppe, convinti (anche grazie a dubbie informazioni di fonte sovietica) che gli israeliani a loro volta si stessero preparando per una azione su larga scala: essi, al contrario, non stavano facendo altro che premunirsi per una eventuale ritorsione nei loro confronti a causa delle loro continue provocazioni (anche armate) nei confronti di Giordania e Siria. La scintilla che provocò lo scoppio della guerra fu la decisione, da parte di Nasser, deciso a forzare la mano, di interdire al traffico navale israeliano gli stretti di Tiran, precludendo agli israeliani il loro unico sbocco nel Mar Rosso.

Oggi, 10 giugno del 2017, ci sembrava doveroso ricordare un anniversario così importante come il cinquantenario dalla fine della Guerra dei sei giorni, durante la quale il mondo ha rivissuto la celebre lotta di Davide conto Golia, quello che ancora oggi in Israele viene ricordato come un “miracolo”, militare ancor prima che politico. La sera di quel 10 giugno di 50 anni fa, con la cessazione delle ostilità, il piccolo Israele vedeva quadruplicata la sua estensione territoriale, soprattutto conquistando la tanto agognata Gerusalemme, dove famosi scatti ritraggono i soldati israeliani ancora in armi al loro commosso arrivo sotto il Muro del Pianto. Le truppe israeliane diedero una impensata prova di capacità, organizzazione e spirito combattivo, che si riveleranno decisive sei anni dopo nella guerra dello Yom Kippur, rendendo celebri figure di uomini come Ariel Sharon e Moshe Dayan, immortalato mentre attraversa in uniforme, con tanto di elmetto, le vie di Gerusalemme.  Dopo quasi settanta anni dalla nascita dello Stato di Israele, la pace sembra ancora lontana dalla città “tre volte santa”.

Viaggio in rete

Come è cambiata la comunicazione da ieri ad oggi

Viaggio in macchina, con la radio accesa, autostrada vuota alle due di notte, cintura allacciata e andatura media. Intorno le luci e qualche animale che si rincorre. Apparentemente un percorso tranquillo: rispettando le norme, i segnali, la buona condotta. A volte però ci sono viaggi che possono sembrare tutto fuorché pericolosi: questi sono i viaggi nella rete Internet.

Nell’era dello smartphone, del Mac, di Netflix, della tecnologia avanzata, tutto può sembrare così utile, così pratico, così facile, così accessibile, così bello. E lo è. Perché la tecnologia serve proprio a questo. Ma c’è anche un aspetto che i più non considerano: è anche molto pericolosa.

Mio padre mi raccontava di quando partiva con la sua auto e nel sedile del passeggero c’era sempre la sua cartina con segnati tutti i percorsi, e che doveva fermarsi a controllare e poi eventualmente scendere a chiedere alla gente per non perdersi. Ora noi impostiamo la rotta in un navigatore, o direttamente sul cellulare, e abbiamo tutto pronto. Ci viene segnalato il percorso più rapido, il percorso più breve, il percorso con i pedaggi e il tempo stimato. Prima si chiedeva aiuto a voce, si comunicava; ora si parla con uno schermo. Non ci sono più sguardi diretti, due occhi che si scambiano informazioni. Ora si preferisce mettere tra sé e l’altro una barriera. Tutto questo può sembrare anche meno nocivo, meno invadente, più sicuro… ma non sempre è così. La tecnologia è un’arma a doppio taglio: non hai davanti quello sguardo diretto, hai davanti uno schermo e dietro quello schermo non sai mai cosa si cela.

Molte truffe avvengono così. Uomini che, attraverso dei social network, giocano con i sentimenti di altre persone, con la loro bontà, la loro buona fede, la loro ingenuità e a volte il loro passato triste. Le attirano nella loro trappola ed estorcono loro più denaro possibile. A volte capita molto peggio: molestatori, se non addirittura stupratori, adescano ragazzini rendendoli loro vittime. Uomini e donne si sono anche tolti la vita perché nella rete era finito qualcosa di loro che non doveva essere pubblicato. Chi è senza scrupoli può fare di Internet un’arma micidiale, un’arma in grado di diffondere panico, virus e anche bullismo. Una delle ultime novità è proprio il cyberbullismo, che a differenza del bullismo tradizionale, vede messa in gioco la rete virtuale attraverso la quale il “bullo” prende di mira e attacca un’altra persona.

Ci sono inoltre molti hacker, in grado di rubare foto, dati personali, in grado di danneggiare persone individuali o talvolta aziende enormi. Rubano immagini private di vip, serie televisive che stanno per uscire alle compagnie e informazioni riservate alle ditte. Chiedono poi riscatti milionari e se non li ottengono mettono in circolazione online tutto quanto. Nella rete ci sono adescatori di tutti i tipi: da chi vuole soddisfare le proprie perversioni, a chi ingaggia qualcuno per comprare armi o commettere un omicidio, ai gruppi terroristici. I bambini andrebbero messi in guardia da tutto questo, da tutti i pericoli della rete Internet. Andrebbero protetti e tutelati. Invece sempre più si vedono bambini con in mano tablet, telefoni, computer e che navigano online.

La tecnologia è eccezionale e straordinaria ma va usata in maniera controllata.