La vittoria elettorale di Putin lo consacra a moderno Zar ?

Analisi della vittoria del nuovo Zar di Russia

A poco più di una settimana dal voto in Russia, giunge il momento d’analizzare la vittoria elettorale del più longevo leader russo,  dopo Stalin. Con il 76,7% delle preferenze, Putin raggiunge il suo più alto consenso, da quando è in carica. Se la sua vittoria sembrava scontata, il dato più importante era quello riguardante l’affluenza, che si è assetata al 67%. Combinando i risultati d’affluenza e preferenze,  più della metà dei 111 milioni d’elettori è stato favorevole all’operato dello Zar.

I punti forti di Putin per la rielezione

In queste elezioni, il presidente Putin ha potuto sfruttare gli ottimi risultati raggiunti in politica estera in questi ultimi anni. Primo fra tutti l’ingresso della Crimea nella Federazione Russa, dove le sue preferenze si sono attestate al 90% dei votanti, la stessa percentuale della Cecenia. Con l’entrata della penisola nella federazione, Putin ha riottenuto lo status di superpotenza per la Russia. A favore dello Zar anche il buon andamento della guerra in Siria. Guerra, che prima del suo intervento, sembrava in stallo con una Siria divisa in tre parti: l’Isis al confine con l’Iraq, i ribelli a nord e i lealisti a sud. Adesso la situazione risulta sostanzialmente a favore delle forze fedeli ad Assad, che controllano la maggior parte del paese, dopo la sconfitta dell’Isis. Anche il recente avvelenamento dell’ex-spia del KGB avvenuto nel Regno Unito, ha influenzato la campagna elettorale. Il tentato omicidio,  ha portato al deterioramento delle relazioni tra Regno Unito e Russia, ritenuta la mandante. Questo evento, unito alle sanzioni economiche, non ha fatto altro che aumentare la già presente crisi d’accerchiamento. Con questo termine s’indica quella sensazione dei Russi d’esser circondati da nemici. Il termine è stato coniato con l’arrivo dei Bolscevichi al potere  e caratterizza  le relazioni internazionali della Russia dal 1917

Gli scenari del prossimo mandato di Putin

Nei prossimi sei anni, il presidente russo, dovrà affrontare lo scontro con gli Stati Uniti sul piano della nuova politica nucleare. Gli americani, sotto l’amministrazione Trump, hanno deciso di potenziare l’arsenale nucleare puntando su testate miniaturizzate, meno costose di quelle convenzionali. L’obiettivo è ridurre il raggio delle esplosioni e della ricaduta radioattiva, per permettere l’utilizzo delle testate  in contesti convenzionali. Questo darebbe nuovo credito alla deterrenza nucleare statunitense. Altra sfida per l’amministrazione Putin riguarderà la lotta alle sanzioni economiche. Se da una parte le sanzioni hanno facilitato la sua rielezione, da un altra strozzano l’economia, impedendogli di crescere. Anche il buon andamento delle relazioni con la Cina, importante player internazionale, non sono da sottovalutare. Per quello che riguarda la politica interna, lo Zar Putin, in questo mandato dovrà risolvere l’arretratezza economica del paese, ancora molto legata all’estrazione di gas e impermeabile alle innovazioni tecnologiche.

Fabrizio Frizzi

Addio Fabrizio Frizzi: muore il conduttore più “umano” della tv italiana

Il mondo dello spettacolo oggi è in lutto. A soli 60 anni scompare Fabrizio Frizzi, uno dei volti più amati e popolari della televisione italiana. Il conduttore è deceduto nella notte al Sant’Andrea di Roma, causa un’emorragia cerebrale. “Grazie Fabrizio per tutto l’amore che ci hai donato” è il messaggio con cui la famiglia annuncia il decesso di Fabrizio Frizzi.

La malattia

Fabrizio Frizzi fu colpito da un’ischemia il 23 ottobre scorso durante la registrazione di una puntata de L’Eredità. A sostituirlo fu Carlo Conti, lo stesso che gli riconsegnò lo scettro del programma (o meglio, le chiavi simboliche de l’Eredità) non appena il conduttore si riprese. Sempre sorridente e battagliero, Frizzi ha lavorato in televisione fino al suo ultimo giorno, nonostante la malattia non fosse stata completamente debellata. “L’Eredità è una gioia, fa bene anche al fisico” scherzò con Vincenzo Mollica annunciando il suo ritorno sugli schermi. “L’adrenalina sento che mi aiuta a stare meglio”. Parlando della malattia disse: “Non è ancora finita. Se guarirò racconterò tutto nei dettagli, perché diventerò testimone della ricerca. Ora è la ricerca che mi sta aiutando”.

Centinaia i messaggi di cordoglio, dalle star alla gente comune

Fabrizio Frizzi era, come molti lo hanno definito, il volto più “umano” della televisione italiana. Centinaia i messaggi arrivati dai colleghi e dalla gente comune. Aveva esordito in Rai con la tv dei ragazzi nel 1980 e, dopo quasi 40 anni di carriera televisiva, era diventato uno dei conduttori simbolo della tv. “Con Fabrizio se ne va un uomo straordinario, un grande artista e un caro amico”, è stato l’ultimo saluto della Rai.

Il conduttore lascia la moglie Carlotta e una figlia di 5 anni

Fabrizio Frizzi era sposato con Carlotta Mantovan, ex concorrente di Miss Italia. Fu amore al primo sguardo, come testimonia Carlotta. Si sposarono nel 2014 ed ebbero una figlia, Stella. Parenti e amici sono vicini al dolore della moglie e della bambina che perde il padre a soli 5 anni. La camera ardente sarà allestita domani, martedì 27 marzo, nella sede Rai di Viale Mazzini 14 dalle ore 10 alle ore 18. I funerali si terranno invece mercoledì 28 marzo alle ore 12 nella Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo.

Il treno ha fischiato

Il treno ha fischiato

Mercoledì, ore 21.20- Stazione ferroviaria di Trento.

Come ogni mercoledì sera mi ritrovo a scendere dai monti dopo la mia breve settimana trentina, pronta a fuggire dal “non week-end” di una città universitaria “dormiente”.

Sì, “dormiente”perché incapace di sfruttare la vitalità giovanile.

Troppo impegnata a scalare la vetta Censis delle migliori università, UniTn  non sembra altrettanto brava a conquistare il cuore dei trentini.

E così il mio mercoledì universitario lo passo in treno, verso casa: direzione Venezia- Mestre.

Ad accompagnarmi la melodia di Chopin,  la “Lentezza “ di Kundera, “Burian” che non molla, i capelli sul viso e le valige. Arrivo al binario un po’ in anticipo e Trenitalia segna già il ritardo, 8 minuti.                Ho solo sei minuti per il cambio a Verona: comincio a perdere la pazienza.

“Passerotto non andare via” mi distrae dal pensiero della probabile notte in stazione a Verona, è un signore sulla sessantina a portarmi la voce del grande Claudio.  Controllore ciociaro di una squadra predisposta da Trenitalia per il monitoraggio delle stazioni più “a rischio”.

Trento? A rischio de ché?

Mi risponde indicandomi il viso: “problema cioccolatini”.

Ed è cosi che per la prima volta in circa quattro mesi, il mio biglietto viene controllato ben cinque volte da questa squadra di controllori “viajeros” che girano l’Italia a cavallo di un treno, inseguendo mulini “a cioccolato”.

Penso ai miei vecchi biglietti sempre così privi di attenzione e poi penso al “fortunato” di oggi,  passato tra ben 10 mani, 5 persone, 5 storie, 5 parti d’Italia diverse.

Che a pensarci la strada la trovi da te, porta ad un’Italia che vuol essere, ma non è.

L’Italia del prestigio universitario e della poca quotidianità.

L’Italia dell’inesorabile ritardo del treno e della voglia di futuro dei giovani.

L’Italia dell’immigrazione e dei 5 controllori.

Un dolce-amaro, un lento-veloce, un bello-sciupato.

Sapienza in Movimento vince superando le ideologie

Vittoria da record con oltre 6400 voti ottenuti dalla prima lista.


In quella che è di fatto una delle università più antiche e più grandi del mondo (fondata nel 1303 ed attualmente con il numero d’iscritti più alto d’Europa) si sono concluse da poco le elezioni per il rinnovo delle rappresentanze studentesche.
Teatro del ’68, come anche delle agitazioni interventiste, la Sapienza è da sempre terreno di attività e fermento tra giovani di tutte le generazioni.
Ed è proprio il dato politico che risalta all’occhio di chi, guardando i risultati, scorge una realtà mai vista prima.
Sei le liste in corsa per gli organi centrali: Athena (destra 393 voti), Lista Aperta (cattolica 594 voti), Fronte della Gioventù Comunista (666 voti), Link (vicina ai 5stelle e alla sinistra antagonista 3340 voti), Vento di Cambiamento (centrodestra presente soprattutto su medicina e nel polo di Latina 5931) e Sapienza in Movimento (prima assoluta con 6425 voti).
Fin qui potrebbe sembrare una competizione come tante altre, ma l’unicum nel panorama universitario è la coalizione messa in piedi da Sapienza in Movimento (che nasce nel lontano 2001 come associazione moderata di centrosinistra) e che, attualmente nel 2018, rappresenta a sentir parlare sia i diretti interessati sia i loro avversari, un gruppo che comprende tantissime presenze civiche ma anche ragazzi impegnati politicamente fuori dall’Università, in realtà molto diverse fra loro.
Punto d’incontro e superamento di quelle ideologie che hanno tenuto banco per decenni nelle competizioni elettorali, Sapienza in Movimento è di sicuro un laboratorio unico nel suo genere che ha perseguito il primato della pratica. Si suol dire che quando avviene qualcosa di nuovo nelle università il tutto possa essere seguito con molta probabilità da un cambiamento nella società: staremo a vedere, intanto possiamo certificare dai dati che agli studenti è piaciuto.

La caduta di Afrin. Erdogan: “Prenderemo Kobane”

Dopo la vittoria nella città siriana l’esercito turco si sta riorganizzando. Erdogan è sicuro di poter arrivare a Kobane. Intanto, il Mondo si commuove con le sofferenze del popolo curdo.

Dopo quasi due mesi di assedio, la città di Afrin è stata ridotta quasi completamente ad un cumulo di macerie dall’artiglieria turca. I media di tutto il mondo trasmettono immagini di migliaia di profughi che cercano di abbandonare la linea del fronte portando con sé quel poco che è rimasto.  Dopo i bombardamenti turchi sulle strade di accesso all’abitato e dopo aver colpito deliberatamente i depositi di acqua della zona, le stime delle organizzazioni internazionali segnalano approssimativamente 200.000 persone rimaste senza acqua potabile né generi di prima necessità. Queste ennesime scene di sofferenza per il popolo curdo hanno il sapore di una beffa se si pensa che questo è l’epilogo di un’operazione denominata “Ramoscello d’ulivo”.

“Ramoscello d’Ulivo”

Nonostante le affermazioni della Turchia, lo scopo delle sue divisioni in territorio siriano (o magari curdo, a piacer vostro) è ormai chiaro a tutti. La Turchia incominciò le sue operazioni militari nel nord della Siria quasi due anni fa, con il pretesto di combattere da un lato lo Stato islamico (per il bene di tutti), dall’altro le milizie curde (per il bene loro). Tuttavia non può passare inosservato come le ultime sacche di resistenza dell’ISIS nell’area fossero state debellate dalle forze curde mesi or sono, nelle settimane successive alla presa di Raqqa, cosa di cui avevamo avuto modo di parlare a suo tempo. Dunque l’unica spiegazione logica a questi mesi di massacro è che l’idea di uno Stato curdo immediatamente a sud dei suoi confini spaventa la Turchia più di ogni altra cosa.

 

Mappa dell’attuale situazione territoriale della Siria

 

Erdogan ha cominciato l’offensiva alla fine di gennaio, presentando all’opinione pubblica l’operazione “Ramoscello d’ulivo” come la naturale prosecuzione dell’operazione “Scudo dell’Eufrate”. Se osserviamo la cartina, possiamo vedere come l’esercito turco abbia abilmente sfruttato i suoi alleati siriani attuando una manovra molto semplice: la zona curda di Afrin viene investita dall’offensiva turca proveniente da Ovest, mentre i territori in mano ai ribelli ad est impediscono l’afflusso di rinforzi e rifornimenti. La classica incudine e martello. Ora le rimanenti forze curde sono completamente tagliate fuori, accerchiate a Nord dalle forze curde e a sud dalle forze lealiste di Damasco

A fare da contorno vi sono le strazianti scene che ormai abbiamo imparato a conoscere bene: colonne di vecchi, donne e bambini che cercano la salvezza mentre alle loro spalle rimbombano i colpi di mortaio; saccheggi indiscriminati; in alcuni casi, combattenti abbrutiti e spossati che infieriscono sui cadaveri dei nemici. Su quest’ultimo punto, in effetti, bisogna segnalare che in diverse occasioni le forze curde hanno denunciato una condotta di guerra, da parte della Turchia e dei suoi alleati, contraria al diritto internazionale. Non ci si riferiva solo agli episodi di mutilazione dei cadaveri, ma anche all’utilizzo di armi come il napalm da parte dell’aviazione di Ankara. Per ora  non ci sono stati riscontri ufficiali al riguardo.

L’esercito ottomano festeggia le sue vittorie

La Turchia pare non intenda fermarsi ad Afrin. Cinque giorni fa Erdogan, nel corso del discorso che ha tenuto durante le celebrazioni per il 103° anniversario della battaglia di Gallipoli, ha annunciato come le forze turche siano pronte ad affrontare anche la battaglia per strappare ai curdi Kobane, la città divenuta simbolo della lotta all’ISIS.

Questo primo successo è stato salutato con grande entusiasmo dal popolo turco, anche perché le perdite turche sembra si aggirino intorno ai cinquanta soldati morti in combattimento. Poco se sei considera quanto siano duri e lenti gli assedi, con combattimenti ravvicinati, casa per casa. Tuttavia, a ben vedere, le perdite dei ribelli alleati della Turchia sembra siano superiori ai seicento uomini. Probabilmente sono stati loro a sopportare maggiormente il contatto diretto con il nemico.

Comunque a toccare gli animi di buona parte dell’opinione pubblica internazionale sono stati i 3500 morti sofferti dall’esercito curdo. Tutti uomini e donne che avevano combattuto strenuamente per anni contro le forze dell’ISIS e che ora sono stati abbattuti dall’artiglieria turca. Ogni volta che sui media si annunciava una nuova vittoria sul Califfato, i loro volti stanchi ma sorridenti erano sempre forieri di buone notizie. Purtroppo, quando si affronta un nemico superiore, con truppe corazzate, artiglieria ed appoggio aereo il coraggio e l’abilità da soli non sempre sono sufficienti.

bullismo

Si suicida a 17 anni per colpa dei bulli. La madre: “Lo hanno deriso anche al funerale”

“Non ti curar di loro ma guarda e passa” era l’invito di Virgilio a Dante nel canto III dell’Inferno,  riferendosi agli Ignavi. A volte però non basta, e il peso diventa insostenibile al punto da portare un ragazzo di 17 anni (e sottolineiamo 17!) al suicidio. È quello che è capitato a Michele Ruffino, il giovane studente di Rivoli (Torino) che, vittima del bullismo, lo scorso 23 febbraio si è tolto la vita gettandosi dal ponte di Alpignano.

La madre: “Voglio giustizia, Michele era un guerriero”

Maria Catrambone Raso, madre di Michele, denuncia la totale mancanza di rispetto e di sensibilità del branco (così chiama il gruppo di bulli che per anni ha deriso il figlio). Sostiene infatti che i ragazzi, imperterriti, lo hanno preso in giro persino il giorno del funerale. “Denunciate, parlate, non tenetevi tutto dentro. Il bullismo deve cessare” esorta Maria durante la puntata di Storie Italiane andata in onda il 20 marzo. “Non è Michele il fallito, lui era un guerriero. Chi ha fallito sono le istituzioni che hanno sempre sottovalutato il problema, nonostante le continue segnalazioni”. Parole di rabbia e dolore di una madre affranta che non accetta l’idea che il figlio, poco più di un bambino, sia morto suicida per lo schiacciante peso che da troppo tempo si portava nel cuore.

Michele soffriva di un problema muscolare che lo ha reso fragile

Fin dai primi mesi, causa una vaccinazione, Michele ha dovuto fare i conti con un problema muscolare che gli impediva di camminare correttamente. Un problema fisico che lo ha reso fragile e soggetto agli insulti dei compagni, facendo di lui l’ennesima vittima del bullismo. “Gli sputavano addosso” prosegue Maria durante l’intervista. “Nel computer abbiamo trovato lettere da cui trapela tutta la sofferenza di mio figlio”. Il ragazzo era arrivato a compiere anche atti di autolesionismo.

Allarme bullismo, le vittime sono in aumento

Michele è solo l’ultimo di una lunga lista di vittime che il bullismo continua a fare. Un problema, purtroppo, ancora sottovalutato (e spesso ignorato) proprio da chi dovrebbe invece portarne alta la bandiera: scuole, parrocchie e ogni istituzione che ha la responsabilità di preparare i giovani alla vita. Non è un caso che la piaga bullismo non cicatrizzi. Se i social hanno per un certo verso semplificato la vita, dall’altra hanno anche creato un’oasi per tutti questi giovanissimi che si sentono in diritto di schernire impunemente  i coetanei – e non solo – trascendendo ogni limite. L’appello di Maria non è la vendetta, ma la giustizia. “Michele voleva solo essere accettato, ma è stato insultato e deriso anche il giorno del suo funerale”.

L’INTERVISTA | L’ex ambasciatore Sanguini: “Nella politica mediterranea l’Italia deve essere capace di trainare l’Europa”

Secondo Lei di quale visione vi è oggi bisogno per la politica estera italiana nell’ottica della Libia e del Mediterraneo?

Sono due logiche complementari. Oggi l’Italia potrebbe giocare un ruolo importante facendosi promotore di un incontro con le potenze regionali, soprattutto, e con quelle locali libiche, d’accordo con l’inviato delle Nazioni Unite Ghassan (Salamè n.d.r.), per metterle intorno a un tavolo e vedere se si riesce a trovare un punto di sintesi. Infatti fino a quando si va in ordine sparso, con l’Egitto, l’Arabia Saudita, il Qatar, Mosca, la Francia che tirano tutti da parti diverse, alla fine non se ne esce. Quindi mettersi al servizio di una conferenza multilaterale, internazionale, d’accordo con le Nazioni Unite per vedere di indurre soprattutto i locali a fare uno sforzo, cominciando da Tripoli e Tobruk (le città dove hanno sede i due governi libici ndr).

Riguardo al Mediterraneo, l’Italia in realtà continua a ribadirne l’importanza nevralgica; Gentiloni lo andava ripetendo a più riprese. È chiaro che però nell’attenzione sul Mediterraneo bisogna avere capacità di traino dell’Europa. Oggi ho l’impressione che questa capacità di traino sia abbastanza indebolita.

Parlo della capacità di traino dell’Italia verso l’Europa: trainare l’Europa per una politica concertata, come era previsto nel processo di Barcellona, nell’Unione per il Mediterraneo, in quelle configurazioni multilaterali che potevano servire allo scopo.

Tuttavia la premessa per fare questo discorso allargato al Mediterraneo è trovare uno sbocco al discorso libico, perché se non si trova uno sbocco a quello libico, neanche il Mediterraneo occidentale può entrare in un discorso complessivo.

L’ex ambasciatore Sanguini (foto tratta da lettera43.it)

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Pakistan e Afghanistan nelle nuove Vie della Seta

Mentre l’Afghanistan continua ad essere lo snodo principale dei terroristi, la Cina diventa sempre più ingombrante in Pakistan. E l’India è costretta a fare buon viso a cattivo gioco .

Negli ultimi giorni si è parlato molto della riforma costituzionale avvenuta in Cina, per la gioia del Presidente Xi Jinping. Questo importante avvenimento istituzionale ha naturalmente catalizzato l’attenzione dei media occidentali, distogliendoli da alcuni notevoli sviluppi della situazione nello scacchiere mediorientale.

L’importanza del Pakistan

Sono ormai note a tutti le iniziative e gli investimenti cinesi nell’ambito delle cosiddette nuove “Vie della Seta”. Parte di questi investimenti sono stati indirizzati verso i porti Pakistani sull’Oceano Indiano, presumibilmente per poter evitare lo Stretto di Malacca come luogo di transito delle merci cinesi, facilmente controllabile dagli Stati Uniti in caso di embargo.

Tuttavia, una potenziale minaccia per le merci cinesi in transito attraverso il Pakistan è rappresentato dal tormentato Afghanistan. La Cina sta cercando di stabilizzare la situazione per un duplice motivo: da un lato, cercare di limitare le infiltrazioni di jihadisti di etnia uigura nella regione occidentale dello Xinjiang; dall’altro cercare appunto di evitare ritardi o danni all’apparato infrastrutturale che si sta sviluppando nel Paese limitrofo.

La Cina e l’estremismo islamico

Gli ultimi cinque anni sono stati problematici per la Cina dal punto di vista della sicurezza interna. Lo Xinjiang rappresenta la regione più occidentale della Cina, la cui popolazione autoctona è costituita dagli uiguri, una etnia turcofona di religione islamica. I continui tentativi di sinizzazione della regione hanno esacerbato i difficili rapporti con le comunità islamiche e con le frange indipendentiste. Questo ha causato l’infiltrazione di elementi estremisti affiliati ad Al-Qaeda e all’ISIS nella regione, seguita da terribili attentati a Pechino, nello stesso Xinjiang e addirittura un attacco con autobomba all’ambasciata cinese in Kirghizistan due anni fa. Riuscire a normalizzare la situazione in Afghanistan significherebbe poter attuare un controllo molto più efficace sulla principale porta dei jihadisti nella Repubblica.

Presenza cinese in Pakistan

Un maggiore controllo sul territorio garantirebbe anche una maggiore sicurezza all’apparato infrastrutturale che la Cina sta approntando sul territorio pakistano. Ormai da tempo sono presenti stabilmente nei presi dei principali cantieri distaccamenti di truppe cinesi, tali da garantire l’incolumità della manodopera cinese e la sorveglianza necessaria.

Ma l’interesse cinese ad espandere la propria influenza nella zona potrebbe essere ancora più consistente: la testata giornalistica South China Morning Post, citando fonti anonime vicine ai vertici delle Forze Armate cinesi, negli ultimi giorni ha riportato la notizia di un possibile progetto per la costruzione di una base navale cinese nella penisola di Jiwani, vicino allo strategico porto pakistano di Gwadar. Una simile eventualità aumenterebbe notevolmente l’autonomia della Marina Militare cinese nell’Oceano Indiano, soprattutto in una zona relativamente vicina all’imboccatura del Golfo Persico e alle rotte marittime dirette verso il Canale di Suez. A ben vedere, sempre nell’ottica di un tentativo di messa in sicurezza delle rotte, la Cina nell’agosto del 2017 ha inaugurato la sua prima (imponente) base militare permanente all’estero in Gibuti, proprio sull’entrata del Mar Rosso.

L’eterno rivale

Queste cospicue iniziative cinesi in Pakistan ed Afghanistan non mancano di infastidire notevolmente l’india, per tutta una serie di ragioni. Sono ben note le tensioni e la rivalità che hanno sempre diviso le due potenze, sia dal punto di vista politico che territoriale. Di conseguenza, i ritorni economici di un’iniziativa imponente come quella della nuova Via della Seta non può che infastidire l’India.

A questo si aggiunga che i cospicui investimenti cinesi vedono come partner il Pakistan, l’antagonista per eccellenza dell’India fin dall’indipendenza da Sua Maestà britannica.

 

L’ambizione della Turchia

Crescono le tensioni intorno ai giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale

Due settimane fa avevamo parlato della particolare situazione in cui si era trovata la nave di esplorazione dell’ENI “Saipem”, quando era stata bloccata dalla Marina militare turca prima di poter raggiungere la sua destinazione a largo di Cipro. La partita che si sta giocando adesso nel Mediterraneo orientale ruota intorno agli enormi giacimenti offshore di gas naturale scoperti a sud dell’isola. In particolare il giacimento chiamato “Afrodite”, che l’organizzazione governativa US Geological Survey ha stimato intorno ai 16 miliardi di piedi cubi di gas naturale. Tutta la zona fra Cipro, il Libano e Israele potrebbe nascondere un tesoro stimato intorno ai 200 miliardi di piedi cubi di gas.

Le mosse della US Navy

Il governo greco-cipriota di Nicosia ha concesso diritti di esplorazione e di sfruttamento ad altre compagnie oltre alla nostra ENI, fra cui Total, Qatar Petroleum e la Exon Mobile: in particolare, il giacimento “Afrodite” è stato assegnato alla statunitense Noble Energy. E’ questo piccolo dettaglio a rendere rilevante lo spostamento nel Mediterraneo occidentale, da parte degli Stati Uniti, di una squadra navale guidata dalla nave da assalto anfibio USS Iwo Jima.

La squadra navale, composta anche dalle navi appoggio USS New York, dalla USS Oak Hill e da un distaccamento di Marines, è un tipico esempio di forza di proiezione dal mare, ed anche se non può godere dell’appoggio di una portaerei (come la VI e la V flotta statunitensi) ha comunque a disposizione diversi cacciabombardieri “Harrier” a decollo verticale. Questa missione deve probabilmente considerarsi una sorta di “assicurazione” dopo le recenti minacce della Turchia ad agire nei confronti di qualsiasi compagnia abbia intenzione di operare senza il consenso di Ankara.

Ankara prende l’iniziativa

Il trattato di pace che aveva posto fine al confitto fra la parte greca e la parte turca dell’isola, con la conseguente nascita della Repubblica di Cipro del Nord (nei fatti, un protettorato della Turchia), prevedeva uno sfruttamento congiunto delle risorse dell’isola. Poiché il governo di Nicosia continua le sue operazioni di trivellazione e con la concessione di diritti di sfruttamento a compagnie internazionali nonostante le proteste della Turchia, quest’ultima ha preso la decisione di condurre operazioni autonome: è stata inviata la nave esplorativa “Piri Reis” nella zona del Blocco 12, di competenza greco-cipriota, ufficialmente per condurre studi sismici a largo di Cipro del Nord e costantemente scortata da cacciatorpediniere e sommergibili.

Contestualmente a questi tentativi di riaffermare la propria autorità a sud delle sue coste, la Turchia ha appena varato una nuova unità di fregata cacciamine, la Heybeyliada (classe Ada F-511), prima nave interamente costruita nei cantieri navali turchi (fonte “LIMES”) ed orgoglio della Marina di Ankara, tanto che lo stesso Erdogan è stato presente alla cerimonia del varo. Il compito della nuova unità sarà principalmente quello di pattugliare la costa meridionale della Turchia e proteggere se necessario il naviglio turco.

Scarse prospettive

Se questo atteggiamento fatto di iniziative unilaterali da parte di Nicosia e di Ankara dovesse continuare, l’obiettivo di una riunificazione dell’isola diverrebbe sempre più lontano. Questi ultimi decenni di divisione hanno portato enormi svantaggi all’isola, sia in termini economici che sotto il punto di vista politico: la peculiare posizione della Turchia in questo contesto è stata negli ultimi anni fonte di tensioni fra la Turchia e l’Unione, di cui la Repubblica meridionale di Cipro fa parte. Già nel 2012 Erdogan aveva minacciato di interrompere le relazioni con l’UE se questa avesse concesso alla Repubblica di Nicosia di assumere la presidenza di turno dell’Unione. La Turchia, che comunque si è detta più di una volta disponibile al dialogo su questo punto, ha comunque il timore che si possa verificare una riunificazione sbilanciata a favore di Nicosia, con conseguente detrimento della popolazione turca di Cipro del Nord.

 

Il programma elettorale del centrodestra

Le principali iniziative della coalizione di centrodestra per le elezioni del 4 Marzo

In questa breve rubrica ci occuperemo dei principali partiti in lizza per Palazzo Chigi. Come non occuparsi per iniziare della coalizione di centrodestra, la favorita secondo gli ultimi sondaggi. Il centrodestra si presenta senza leader, lasciando la decisione al corpo elettorale. Da quanto si evince, detterà la linea di governo il partito che raccoglierà il più alto numero di preferenze all’interno della coalizione. Per chiarezza il centrodestra si presenta composto da: Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia-Unione di Centro.

Il programma

Il documento si presenta come un elenco molto schematico, suddiviso in 10 argomenti, ognuno dei quali contenente una serie di sottopunti. Il tutto è contenuto in una dozzina di pagine, con le firme dei leader in chiusura. Per semplicità riporterò i punti che credo siano i più importanti raggruppati per categorie.

Tasse

Argomento caro al centrodestra anche per questa tornata elettorale. Due le più importanti introduzioni, la Flat Tax e la no tax area. La Flat Tax è un’imposta unica sul reddito, dovrebbe essere al 15%, indipendentemente dal livello dello stesso. Questo ovviamente avvantaggia i redditi superiori hai trecento mila euro, ultimo scaglione per incremento delle tasse nell’attuale sistemazione. L’idea di questa tassa unica è favorire gli investimenti di questi redditi, utilizzandoli come motore per la crescita. Per quello che riguarda la no tax area, l’idea è di non tassare i redditi sotto una certa soglia. Chi farà parte di quest’area pagherà solamente le imposte indirette (vedi IVA).

Rapporto tra le istituzioni

Anche in quest’ambito ritornano gli “evergreen” del centrodestra, tra cui elezione diretta Presidente della Repubblica e la riforma dei rapporti centro-periferia, tanto cari alla Lega. Da non dimenticare la riduzione della presenza dello stato, nel più puro degli spiriti del liberalismo. Presente anche la proposta d’introduzione del vincolo di mandato per i parlamentari e di rispetto del mandato degli elettori.

Politica estera

In generale il programma è europeista, con una richiesta di riforme della comunità e dei singoli trattati. Poi abbiamo la questione dei migranti, con l’obiettivo di tutelare i confini della nazione, rimpatriare i clandestini e stipulare accordi con i paesi dei migranti economici. Molto interessante è la presenza di un sottopunto che cita testualmente ”Piano Marshall per l’Africa”, sarebbe molto interessante poter approfondire tale argomento.

Welfare State

Per partire citerei l’azzeramento della legge Fornero (da sempre cavallo di battaglia della destra), l’ aumento delle pensioni minime, degli assegni familiari e delle pensioni per le mamme, l’incremento dei servizi sanitari e progetti per l’edilizia scolastica. Questi sono solo alcuni dei molti punti del programma per quello che riguarda l’intervento dello stato nella vita del cittadino. Molti punti mettono in primo piano gli anziani e le neomamme, più in generale c’è un chiaro riferimento alle famiglie con figli come soggetto centrale della proposta politica del centrodestra.

 

Conclusioni

Le pecche ci sono, quella che salta subito all’occhio è l’incongruenza tra aumento della spesa pubblica e introduzione di una tassa unica sul reddito. Per quanto mi riguarda la più pericolosa delle proposte è l’introduzione di un vincolo di mandato per i parlamentari, che causerebbe la fine del parlamentarismo, trasformando il sistema democratico in qualcos’altro.  Il programma risulta essere un buon compromesso tra le anime che compongono la coalizione, c’è da dire che non essendo un documento programmatico, il suo valore è indicativo. Sicuramente sarà valido fino al 4 Marzo, ma già dal 5 dello stesso mese potrebbe subire cambiamenti anche sostanziali.