166 anni della Polizia di Stato: i festeggiamenti in Stazione Centrale

Martedì 10 aprile la Polizia di Stato ha compiuto 166 anni e in tutta Italia si sono svolte celebrazioni per festeggiare l’anniversario. A Milano una suggestiva cornice ha ospitato l’evento: l’atrio della Stazione Centrale.

La commemorazione si sarebbe dovuta svolgere nell’adiacente Piazza Duca D’Aosta, ma a causa delle condizioni meteorologiche avverse è stata spostata in un’ambientazione maestosa qual è l’interno della stazione. Per una volta bisogna davvero ringraziare la pioggia. La “cattedrale del movimento” è infatti un luogo dove spesso si passa di fretta e distrattamente, senza guardarsi intorno, senza ammirare le decorazioni, gli altorilievi, gli eleganti lucernari che la rendono uno dei monumenti italiani del Novecento di maggiore spicco.

Uno strano effetto però è dato anche dal senso di sicurezza che si percepisce e dal riacquistato decoro (probabilmente soltanto temporaneo) della stazione, grazie allo stretto e visibile presidio delle forze dell’ordine. Scomparsi i venditori abusivi e gli spacciatori, nessun bivacco nella zona antistante, poche tracce dei disturbatori alle biglietterie automatiche, nessun odore di urina sulle scalinate che collegano lo scalo con l’esterno (eh sì, ogni tanto si vede, anzi si sente anche questo!). Per una volta la stazione è un bel biglietto di visita per la città di Milano. Crediamo però che, dopo la passerella dei notabili cittadini (guai se lorsignori dovessero mischiarsi al quotidiano stato di trascuratezza della Centrale!), tale ritrovata tranquillità svanirà presto e disperati e vagabondi torneranno a popolare lo scalo ferroviario. Ma questa non è la sede per discutere di una soluzione al degrado della stazione…

Il dispiegamento dei mezzi della Polizia di Stato
Il dispiegamento dei mezzi della Polizia di Stato di fronte alla stazione

Insomma, parlavamo della festa della polizia. All’evento partecipa una folta platea di poliziotti in tenuta ufficiale in compagnia delle loro famiglie, frammischiati a borghesi, invitati d’onore, autorità religiose e civili, giornalisti e fotografi. All’ingresso della fanfara a cavallo gli occhi di tutti si volgono ad ammirare gli eleganti cavalli bianchi sormontati da trombettieri, tamburini e guardie. Immersi in questa atmosfera solenne, sembra di essere tornati indietro nel tempo.

In apertura l’annunciatrice legge le parole del Presidente della Repubblica, che esprime la sua gratitudine alla Polizia di Stato “per l’opera svolta a presidio della libertà e della legalità”. A dire il vero il messaggio del Presidente passa rapidamente senza lasciare il segno: poco intenso, a tratti scialbo e didascalico, a dispetto del senso dello Stato che dovrebbe essere rimarcato con maggior vigore in questi contesti. Ma non ci stupiamo, d’altronde Mattarella non ci ha abituato a veementi orazioni ciceroniane.

La platea, già un po’ annoiata e poco reattiva nell’applaudire, ascolta paziente anche i messaggi del ministro degli Interni Minniti e del capo della Polizia Gabrielli, i quali sottolineano con più forza il ruolo del corpo di polizia e i suoi sviluppi recenti. Ricorrente è il tema del pericolo del terrorismo islamista.

La fanfara a cavallo
La fanfara a cavallo

Interviene poi il questore di Milano, Marcello Cardona, che nel suo lungo discorso parla del lavoro della polizia nel territorio milanese e lombardo, evidenzia come dai dati emerga un calo dei reati e ricorda il problema delle periferie. Il questore dedica qualche parola anche al luogo che ospita l’evento: la stazione Centrale rappresenta la speranza di “tutti coloro che pensano che Milano possa dare qualcosa” – dice Cardona – la speranza dei lavoratori, degli studenti fuorisede, dei forestieri che arrivano in città.

Tiene l’ultimo intervento il vicecapo della polizia Alessandra Guidi, in rappresentanza dell’autorità centrale. Si svolgono poi le premiazioni di alcuni agenti che si sono distinti negli ultimi anni in attività particolarmente meritevoli sul territorio, come il contrasto alle rapine e allo sfruttamento della prostituzione. Forse è questo il momento più vero della giornata, perché non è la retorica dei discorsi che colpisce, ma i volti dei poliziotti, i veri protagonisti della celebrazione. Su un lato stanno schierati gli agenti dei vari reparti. Gente comune, che si fa il culo dalla mattina alla sera, che svolge un servizio ai cittadini spesso in contesti rischiosi, che non prende quasi mai gli applausi di nessuno. Non saranno tutti santi, ma neanche sono diavoli come qualcuno li dipinge non appena compiono un errore.

Per concludere i festeggiamenti, la fanfara a cavallo suona la Marcia di Radetzky e l’Inno d’Italia, che risuona nell’atrio della Stazione Centrale cantato dai presenti: un momento corale con il quale si chiude la celebrazione.

Mark Zuckerberg

Processo Mark Zuckerberg: Facebook diventerà a pagamento

L’attesissimo processo a Mark Zuckerberg, il colosso che ha ideato Facebook e che (forse perché era poco) si è impadronito anche di Instagram e Whatsapp, ha avuto luogo oggi davanti alle commissioni del Senato americano. Mark Zuckerberg – completo blu, camicia bianca e cravatta azzurra – è apparso piuttosto provato. Nessuna giustificazione per il fondatore della piattaforma, che mette subito le mani in alto. Il processo è stato seguito per direttissima a livello mondiale.

Il mea culpa di Zuckerberg

Il fondatore di Facebook non ha cercato scuse a cui appellarsi. “Ho sbagliato e chiedo scusa”, sono state le sue testuali parole di fronte a alla gelida commissione del Senato. La comprensione non ha fatto da padrona. Il repubblicano John Thune lo ha definito l’incarnazione del sogno americano, e ha espresso il timore che questo sogno diventi un incubo per la privacy. Il democratico Bill Nelson ha lanciato un monito: “Ci aspettiamo che si rimedi a questa situazione, se non agisce Facebook, lo dovrà fare il Congresso”.

Zuckerberg: “Da adesso garantiremo il massimo rigore”

Dopo aver riconosciuto in pieno il suo errore e la lentezza del gruppo dirigente a reagire alle interferenze dei russi nelle presidenziali americane del 2016 e in altre elezioni, il fondatore di Facebook ha spiegato chiaramente come ormai sia tempo di agire e di garantire il massimo rigore. “Diventeremo poliziotti del sistema che ci ruota intorno” ha dichiarato. “Stiamo verificando la natura di migliaia di account”.

Facebook potrebbe diventare a pagamento?

Uno degli assiomi della super piattaforma è da sempre la garanzia che facebook è gratis e lo sarà sempre, a riprova del fatto che il prodotto siamo noi, gli utenti. Tuttavia alla domanda diretta del senatore Hatch, “Aveva detto che Facebook sarebbe sempre stato gratuito. È ancora questo il suo obiettivo?”, il fondatore della piattaforma da due miliardi di utenti attivi lo ha confermato senza esitazione: una versione gratis di facebook esisterà sempre. Ma ha lasciato intendere di non escludere l’idea di aggiungerne una a pagamento. L’idea è lasciare la versione free, con pubblicità, e crearne una premium, dove a fronte del pagamento di un abbonamento si ottiene una tutela ufficiale della propria privacy.

esami

Si butta dal tetto perché indietro con gli esami, l’ultima telefonata al fidanzato

Qualsiasi studente universitario sa quanto la pressione degli esami possa essere forte. Giada Di Filippo, una studentessa universitaria di 26 anni originaria di Sesto Campano (Isernia), non è riuscita a sostenerla. Elegantemente vestita e pronta per una seduta di laurea che non sarebbe mai arrivata, si è suicidata lanciandosi dal tetto di Monte Sant’Angelo, uno degli edifici del complesso universitario della Federico II di Napoli.

La bugia

Giada studiava Scienze Naturali e proprio oggi avrebbe dovuto laurearsi. Il fidanzato e i parenti erano pronti per la seduta di laurea e la cercavano tra la folla. Ma Giada non c’era perché tutto quello che aveva raccontato era una bugia. Era indietro con gli esami e il suo nome non compariva tra quello dei laureandi. Dopo essersi preparata e aver raggiunto la folla dei futuri dottori, Giada si allontana per salire sul tetto e farla finita.

La telefonata

L’ultima telefonata Giada l’ha fatta al fidanzato. Stando alla ricostruzione dei fatti, il ragazzo l’aveva chiamata per chiederle in quale aula andare. Lei non rispondeva e continuava a ringraziarlo e a chiedergli se la vedeva. Assieme al fidanzato, stavano arrivando anche i genitori, il fratello e le cugine.

Il sindaco: “Un gesto del genere da lei nessuno lo avrebbe mai immaginato”

Il sindaco di Sesto Campano, Luigi Paolone, si dichiara sconvolto per questa notizia: “Era una ragazza sempre sorridente, dolce e bellissima. Speciale anche la sua famiglia, il padre, la madre e il fratello. La notizia ha sconvolto tutti poiché un gesto del genere da lei, proprio per il suo carattere, nessuno lo avrebbe mai immaginato”. Il corpo della ragazza è stato trasferito all’Istituto di Medicina Legale di Napoli per l’autopsia. “Anch’io ho appreso questa notizia da fonti non ufficiali” continua Paolone. “Circola sui giornali, circola in paese. Ma non posso dire che sia vero”. In Ateneo sono state sospese tutte le attività come gesto di rispetto e solidarietà nei confronti della famiglia di Giada.

La Siria e le armi chimiche

Assad sta vincendo la guerra ? E se si, usa ancora le armi chimiche ?

Le armi chimiche colpiscono ancora una volta un paese dilaniato dalla guerra civile. L’area colpita corrisponde grosso modo alle zone di Douma, area a est di Damasco e alla parte orientale di Ghouta. Entrambe le zone fanno parte di una sacca di resistenza ormai finita nelle mani del regime.

L’attacco

L’8 Aprile fonti dei ribelli, affermano d’aver visto soldati d’Assad, rilasciare grossi contenitori nei dintorni delle aree colpite. Questi potrebbero essere i vettori del gas. Le vittime dell’attacco sembrano essere una cinquantina mentre centinaia gli intossicati. Se questo dovesse corrispondere al vero, la situazione potrebbe essere peggiore del previsto.

Le motivazioni

Perché un governo che sta vincendo la guerra dovrebbe fare uso di sostanze chimiche ?Forse per velocizzare la resa delle ultime forze ribelli? Oppure per dare un segnale di forza ? Nel primo caso, si è raggiunto l’obbiettivo: i ribelli di Jaish al Islam in seguito all’attacco hanno accettato di sgomberare il campo. Sostanzialmente l’uso dei gas ha funzionato, causando però un contraccolpo dal punto di vista mediatico, danneggiando la credibilità del regime. Nel secondo caso, il segnale arrivato è contraddittorio. Il regime non è cosi solido come vuol far credere. Quando si utilizzano armi di distruzione di massa, gli americani insegnano, vuol dire che gli sforzi convenzionali non sono sufficienti a sconfiggere l’avversario.

I commenti dei principali attori coinvolti nella guerra civile siriana

Il presidente Donald J. Trump come sempre è partito con le minacce che risultano essere molto credibili. Basti pensare alla risposta americana agli attacchi del 4 Aprile del 2017, compiuti dal regime d’Assad sempre con il gas, quando furono lanciati 59 missili cruise contro una base siriana. La Turchia, tramite una nota del proprio ministro degli esteri, ha condannato l’accaduto. Assad ha ovviamente respinto le accuse, protetto dallo Zar Putin. Interessante anche il commento dell’Iran, che grida al complotto ai danni del regime Ba’th.

Conclusioni

In attesa che un’indagine internazionale accerti le, eventuali, responsabilità siriane la guerra sembra volgere al termine con una vittoria, qualche tempo fa inaspettata del regime di Damasco.

Pillole di politica estera – settimana XIV

I principali avvenimenti di politica estera della XIV° settimana dell’anno

Niger, alt alla missione

La tanto controversa missione in Niger dell’esercito italiano, approvata durante la scorsa legislatura, si trova ad un punto inaspettato. La resistenza della popolazione locale, alla presenza straniera, hanno convinto il presidente nigerino Mahamadou Issoufou a richiedere un rallentamento nello spiegamento delle truppe. Adesso bisognerà decidere se ritirare il contingente di 40 unità già presenti sul territorio. I militari erano arrivati nell’area per preparare la base per le nostre truppe, ma al momento risultano confinati all’interno della base USA.

Continuano gli scontri nella striscia di Gaza

La settimana di Pasqua, non ha visto diminuire le tensioni nell’area di Gaza, le proteste continuano. Quella di cui parliamo è la più importante manifestazione organizzata dai palestinesi negli ultimi anni. Iniziata in concomitanza con la pasqua ebraica, terminerà il 18 Maggio giorno della nascita d’Israele. Quella che nei piani degli organizzatori doveva essere una manifestazione pacifica è rapidamente degenerata in scontri con l’esercito d’Israele, causando migliaia di ferite e una decina di morti.

Scontro Dazi Cina-Stati Uniti

Il presidente Donald Trump, ha deciso d’imporre dazi alla Cina dal valore di oltre 100 miliardi di dollari. In risposta il governo di Pechino ha minacciato di tassare i prodotti importati da dagli Stati Uniti, soprattutto soia ed aerei entrambi prodotti negli stati che nelle scorse elezioni hanno supportato il presidente. Questa potrebbe essere un ottima arma in mano alla Cina perché le elezioni di metà mandato sono alle porte.

L’ex-presidente brasiliano Lula in carcere

Questa settimana il tribunale supremo brasiliano ha rigettato la richiesta di habeas corpus presentata da Lula, il quale ora dovrà scontare in galera la pena di 12 anni per corruzione e riciclaggio. L’ex- presidente per evitare l’incarcerazione si è rifugiato presso la sede del sindacato degli operai dove era politicamente cresciuto. Dopo essersi rifiutato di consegnarsi alle autorità, per partecipare alla messa in ricordo della moglie, l’ex-presidente Lula si è nuovamente rifugiato nel sindacato. Dopo alcune ore Lula nel della notte si è consegnato alle autorità, per essere trasferito in carcere.

La crisi dei rapporti Russia-Occidente | Speciale parte 1 di 4

La crisi che portò alla rottura

Oggi parte una nuova rubrica in più parti con la quale noi del Team Esteri del Momento ci proponiamo, ogni mese, di descrivere un argomento di politica estera.  Per iniziare tratteremo della crisi dei rapporti Russia-Occidente. La rubrica uscirà ogni weekend trattando di volta in volta  un aspetto diverso dell’argomento.

La crisi in Ucraina

Le relazioni tra paesi dell’Europa dell’Est e i restanti paesi europei, hanno visto un sostanziale miglioramento in seguito alla caduta del muro di Berlino. Lo stesso non si può dire dei paesi fuoriusciti dall’Unione Sovietica che, a parte le tre repubbliche baltiche, sono rimasti sostanzialmente sotto l’egemonia russa. Qualcosa cambia nel 2004, quando sull’onda della rivoluzione arancione arriva al potere Viktor Juščenko, il quale decide di uscire dall’ombra russa, per migliorare le relazioni con l’Europa. In risposta, Putin iniziò a fare pressioni sulla vulnerabile economia del paese, riuscendo alle elezioni del 2010 a far arrivare al potere Viktor Janukovyč. Il nuovo presidente, per tornare nelle grazie della Russia, decide di ritirare le richieste per entrare in Unione Europea e nella NATO, permettendo a Putin l’utilizzo delle basi navali in Crimea. Verso la fine del 2013, iniziarono le manifestazioni in piazza contro alcune misure pro Russia e anti europee, decise dal governo, la situazione degenerò rapidamente. A Febbraio 2014, il parlamento riesci a destituire Janukovyč, il quale si rifugia in Russia. Venne nominato ad interim Oleksandr Turčynov, il quale decise d’indire le elezioni per Maggio.

La Crimea

Pochi giorni dopo la destituzione di Viktor Janukovyč, in Crimea, che  era una repubblica autonoma dell’Ucraina  alcuni uomini armati entrarono nel parlamento locale sventolando una bandiera russa. Il giorno seguente uomini armati e con uniformi russe presero il controllo dei punti nevralgici della penisola, tra cui l’unica via d’accesso terrestre che collegasse la Crimea all’Ucraina. Il 16 Marzo, si tenne un referendum per decidere le sorti della penisola, il risultato fu assolutamente a favore dei Russi.

La guerra civile

Ad Aprile, manifestanti armati entrarono nel parlamento di Donetsk, nell’Ucraina Orientale, anche loro sventolando bandiere russe. Poco dopo dichiararono l’indipendenza e la nascita della repubblica. Nello stesso periodo, in un Oblast vicino nacque la Repubblica Popolare di Lugansk. Gli eventi che caratterizzarono la sua nascita sono del tutto simili a quelli avvenuti a Donetsk. Il governo Ucraino attese fino alle elezioni di Maggio per prendere dei provvedimenti a riguardo. Dalle elezioni uscì vincitore Petro Porošenko, che decise per la linea dura contro i ribelli. Se per la Crimea il nuovo presidente non poté fare molto perché  la penisola entrò di fatto nella federazione Russa, in questo caso decise di reprimere la rivolta nella zona del Dombass. In aiuto degli Ucraini, la NATO aumentò le esercitazioni  mentre Stati Uniti ed Europa imposero delle dure sanzioni alla Russia. Le sanzioni furono imposte, quando ormai era palese il coinvolgimento diretto di unità russe nella guerra.  A ormai 4 anni dall’inizio delle ostilità, l’esercito ucraino non è riuscito a sconfiggere la rivolta, mentre l’orso dell’Est combatte la recessione causata dalle sanzioni. La situazione sembra ancora molto lontana da una soluzione sia militare che diplomatica.

Senza metafore: il Qatar diventa un isola

 

Al 305° giorno dall’inizio del blocco del Qatar, “Arab News” annuncia il lancio di un nuovo progetto Saudita proprio al confine con la piccola, ma ricca monarchia: un piano turistico integrato per trasformare l’area arida tra Arabia Saudita e Qatar in un canale marittimo aperto ad una varietà di imprese.

Dettagli del progetto

Il progetto prevede lo scavo di un canale sulla striscia di terra che separa l’Arabia Saudita dal Qatar. Il territorio si estende per 60 km e collegherebbe le città di Salwa e Khawr Al-Udayd. Pur essendo ancora in attesa di approvazione ufficiale, il piano di investimenti verrà sostenuto da nove società per un costo di circa 2,8 miliardi di Riyad e sarà concluso in 12 mesi dalla data di approvazione. Il canale sarà in grado di accogliere tutti i tipi di navi, comprese le navi container e da passeggeri.

L’obiettivo dell’ambizioso piano di investimenti ed infrastrutture è quello di energizzare l’economia locale della zona desertica e sfruttarne la posizione geo-strategica, stimolando la crescita della popolazione della zona, creando nuove opportunità di lavoro, espandendo l’industria della pesca ed investendo in agricoltura salina. La nuova costa avrà cinque importanti resort con spiagge private e due porti, uno a Salwa e l’altro a Khawr Al-Udayd. Già allo stato attuale il progetto viene considerato il più importante nella regione del Golfo grazie alla sua posizione centrale tra i paesi limitrofi.

Scenario geopolitico

Il canale non sarà considerato internazionale, come tiene a precisare la fedele agenzia di informazione Saudita “Arab News”; il progetto verrà infatti realizzato all’interno del confine. Tuttavia, è stato specificato che l’area terrestre adiacente al Qatar sarà soggetta alla presenza militare per la protezione e il monitoraggio.

Gia’ da dieci mesi un blocco aereo, marittimo e terrestre è stato imposto al Qatar da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait ed Egitto, che accusano Doha di sponsorizzare il terrorismo nel Medio Oriente finanziando proxy groups Iraniani come Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano. Data la sua posizione geografica, il Qatar è costantemente sotto pressione sia dall’Iran che dall’Arabia Saudita a prendere posizione sotto una delle due sfere di influenza nella regione. Inoltre, il Qatar è economicamente legato ad entrambi i paesi. L’esportazione principale del Qatar è il gas naturale e condivide il più grande giacimento di gas naturale del mondo con l’Iran. Allo stesso tempo, il Qatar è anche membro della Coalizione dei Paesi del Golfo, un’unione economica guidata dall’Arabia Saudita basata sul controllo della produzione di petrolio.

Sarebbe dunque azzardato considerare l’ennesimo progetto avanguardista della famiglia Saud come un’ulteriore manovra dei paesi del Golfo al fine di isolare il mezzo amico dell’Iran?

La Corte di Giustizia UE: il Sahara Occidentale non fa parte del Marocco. Un passo in avanti per il popolo saharawi?

Una sentenza che sembra accontentare un po’ tutti, ma in realtà non soddisfa appieno nessuno. Il 27 febbraio 2018 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dichiarato valido l’accordo di pesca fra UE e Marocco, ma ha precisato che esso non è applicabile al Sahara Occidentale. La ragione è che “il territorio del Sahara occidentale non fa parte del territorio del Regno del Marocco”, una netta presa di posizione che rischia di complicare le relazioni diplomatiche fra i Paesi europei e il regno nordafricano.

Il Sahara Occidentale è una regione contesa, tradizionalmente abitata dal popolo saharawi. Sotto amministrazione spagnola fino al 1975, in seguito gran parte del suo territorio fu occupato dal Marocco e fu teatro di scontri militari fra indipendentisti ed esercito marocchino fino alla tregua del 1991. Il Fronte Polisario, che si batte per la libertà dei saharawi, reclama l’indipendenza della regione e l’ONU ha riconosciuto il diritto della popolazione ad autodeterminarsi e a svolgere un referendum sull’appartenenza al Marocco, anche se la consultazione è stata rinviata sine die in seguito a divergenze fra le parti in causa.

La lotta dei saharawi per l’indipendenza aveva un tempo molta risonanza a livello internazionale e nell’opinione pubblica occidentale, ma anche a causa di un perdurante stallo politico e militare è progressivamente finita nel dimenticatoio e non si è mai giunti a una soluzione definitiva del conflitto.

Il Sahara Occidentale: in chiaro la parte controllata dal Marocco, in giallo quella controllata dal Fronte Polisario

 

La sentenza

Il recente verdetto della Corte di Giustizia europea è un’altra tappa di questo travagliato percorso. La disputa era sorta nel 2016: l’organizzazione britannica Western Sahara Campaign (WSC), che difende i diritti dei saharawi, aveva presentato due ricorsi dinanzi all’Alta Corte di Giustizia di Inghilterra e Galles contestando l’inclusione delle acque adiacenti al Sahara Occidentale nell’accordo di pesca fra UE e Marocco. L’Alta Corte aveva poi deciso di sospendere il procedimento e di sollevare una domanda di pronuncia pregiudiziale presso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) riguardo alla validità del patto.

La CGUE ha deliberato che l’accordo di partenariato nel settore della pesca tra la Comunità Europea e il Marocco è valido. Tuttavia, esso non è applicabile alle acque adiacenti al Sahara Occidentale “in considerazione del fatto che il territorio del Sahara occidentale non fa parte del territorio del Regno del Marocco”. La Corte, che aveva espresso già in passato la precedente opinione, sottolinea inoltre che “l’inclusione del territorio del Sahara occidentale nell’ambito di applicazione dell’accordo di associazione […] violerebbe alcune norme di diritto internazionale generale”, compreso il principio di autodeterminazione.

Un verdetto un po’ salomonico, che mantiene valido l’accordo e tenta di non scontentare troppo nessuna delle parti in causa, allontanando lo spettro di uno scontro diplomatico immediato.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea

 

L’accordo UE-Marocco

Il patto di pesca è in vigore dal 28 febbraio 2007 e scadrà il 14 luglio prossimo. In cambio di circa 36 milioni di euro all’anno, il Marocco lascia pescare nelle sue acque più di un centinaio di navi europee, la maggioranza spagnole. Come riporta il quotidiano spagnolo “El Paìs”, il 91% delle catture europee si realizzano in acque prossime al Sahara Occidentale, la zona al centro delle controversie di cui abbiamo parlato.

Di fatto ora l’Unione Europea dovrebbe garantire che non si peschi in queste acque e il nuovo accordo dovrà essere rinegoziato rispettando quanto stabilito dalla Corte. Le incognite tuttavia sono molte, poiché un nuovo trattato che escluda queste acque rischierebbe di avere una ricaduta pesante sul lavoro dei pescatori europei.

 

Le conseguenze e le reazioni alla sentenza

Nell’immediato, i pescatori europei che operano nei pressi del Marocco possono però tirare un sospiro di sollievo, perché la decisione del massimo tribunale dell’Unione scaccia il timore di uno stralcio completo dell’accordo. Il 10 gennaio l’avvocato generale della Corte, Melchior Wathelet, aveva proposto infatti alla Corte europea di dichiarare invalido l’accordo di pesca, perché esso avrebbe violato l’obbligo da parte dell’UE di rispettare il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi. La Corte si è invece distanziata dal parere (non vincolante) dell’avvocato generale, adottando una linea più morbida.

Dall’altro lato, affermando che il territorio del Marocco non include il Sahara Occidentale, la Corte di Giustizia ha concesso ai saharawi una vittoria politica e diplomatica di una certa rilevanza, sebbene non completa né risolutiva. I saharawi infatti vedono sottolineato da un importante organismo internazionale il fatto che il territorio di cui reclamano l’indipendenza non è sotto la sovranità del Marocco. Questa notizia si aggiunge a un altro successo recente: il 23 febbraio un tribunale sudafricano ha stabilito che un carico di fosfato estratto nel Sahara Occidentale da imprese marocchine e bloccato dai sudafricani non appartiene ai marocchini, ma alla Repubblica dei Saharawi.

La reazione della diplomazia europea e marocchina alla sentenza della Corte di Giustizia europea è stata cauta. Il giorno stesso della sentenza l’Alto rappresentante per la Politica Estera dell’UE, Federica Mogherini, e il ministro degli Esteri marocchino, Nasser Bourita, hanno emesso un comunicato congiunto dichiarando di rimanere “determinati a preservare la cooperazione nel campo della pesca” ed esprimendo “la loro volontà di negoziare gli strumenti necessari” a tale scopo. Inoltre hanno sottolineato “la vitalità delle relazioni” e il supporto a “una soluzione politica definitiva” per il Sahara Occidentale.

Il Ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE Federica Mogherini

Alla fine di marzo sono iniziati i preparativi dei negoziati per il rinnovo del trattato di pesca fra Marocco ed UE, che dovrà tenere in considerazione la sentenza della Corte di Giustizia.

Resta ora da vedere se le esigenze commerciali spingeranno di nuovo a trascurare le richieste di indipendenza dei saharawi o se gli eventi recenti sbloccheranno una situazione ormai incancrenita qual è quella del Sahara Occidentale. Una situazione che per anni non si è risolta né con la guerra, né con la politica, e che forse nei meandri delle Corti e della diplomazia può trovare uno sbocco.

Siria, Erdogan continua l’offensiva. E Macron si preoccupa per i curdi.

Dopo la caduta di Afrin l’esercito turco non si ferma. E Macron fa impazzire la Turchia incontrando i leader curdi.

La scorsa settimana avevamo discusso della difficile situazione in Siria all’indomani della caduta di Afrin. Erdogan afferma che l’esercito turco si trova in Siria per restarci, e che la distruzione dello YPG (la milizia curda della regione settentrionale della Siria) è un obiettivo fondamentale per il governo Turco. Tuttavia, la presenza di un discreto numero di militari americani nella zona potrebbe causare spiacevoli incidenti.

Stati Uniti terzo incomodo

Sono stimati in circa 2000 i militari americani presenti nel Nord della Siria, inviati prevalentemente con il duplice compito di osservatori e di addestratori per le nuove leve della milizia curda. Ricordiamo che questa proficua collaborazione fra curdi e Coalizione è in atto fin dall’inizio della lotta all’ISIS, il cui peso è stato finora sostenuto per la maggior parte dai combattenti curdi.

La presenza di militari americani è accertata anche nella cittadina di Manbij, sita nella parte meridionale del cantone di Kobane. Tre giorni fa il Consiglio per la sicurezza militare della Turchia, presieduto dallo stesso Erdogan, ha valutato i possibili sviluppi dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”: la probabile direttrice dell’avanzata turca molto probabilmente avrà come punto cardine il controllo di questo strategico crocevia, già fortificato dalla guarnigione curda.

Il Consiglio per la sicurezza in un comunicato ha “invitato caldamente” le truppe americane a ritirarsi dalla zona di Manbij, in quanto controllata da quelli che la Turchia considera dei terroristi. E dunque, applicando la proprietà commutativa, si lascia intendere che verranno considerati come terroristi tutti coloro che verranno trovati a supportare lo YPG (in quanto la Turchia considera da sempre lo YPG come la costola armata del Partito Comunista Curdo PKK in Siria).

Un Macron filo-curdo attira le ire di Ankara

La Turchia sta creando anche forti attriti con la Francia di Macron, il quale ha ricevuto a Parigi una delegazione dell’SDF (Self Defence Forces) curdo per discutere riguardo la difficile situazione. Il Presidente Macron si dice preoccupato non solo per la grave situazione che sta attraversando la popolazione civile, ma anche delle avvisaglie di ripresa dello Stato Islamico, specialmente al confine con l’Iraq.

Circa due giorni fa alcuni elementi dello schieramento curdo avevano fatto circolare la voce che la Francia fosse pronta ad inviare aiuti alle forze curde. Ieri è giunta una netta smentita da parte dell’Eliseo riguardo un imminente invio di truppe, anche se lo stesso Macron ha affermato di valutare, insieme con i cuoi consiglieri militari, la possibilità in futuro di un intervento diretto nella zona. Queste dichiarazioni devono essere lette in concomitanza con le recenti affermazioni del Presidente Trump sulla possibilità per gli Stati Uniti di ritirarsi, in un futuro non molto lontano, da un conflitto costato 7000 miliardi di dollari “senza nessun risultato apprezzabile”.

La Turchia ha attaccato duramente il Governo francese per questo summit con le forze curde, accusando la Francia di riunirsi intorno ad un tavolo con gli stessi pericolosi terroristi che la Turchia sta combattendo strenuamente sul campo di battaglia. Il vice-presidente del Consiglio turco ha affermato che la Francia si è voluta mettere deliberatamente “in rotta di collisione” con Ankara, e che “tutti coloro che solidarizzano con i terroristi saranno considerati nemici della Turchia”.