esami

Si butta dal tetto perché indietro con gli esami, l’ultima telefonata al fidanzato

Qualsiasi studente universitario sa quanto la pressione degli esami possa essere forte. Giada Di Filippo, una studentessa universitaria di 26 anni originaria di Sesto Campano (Isernia), non è riuscita a sostenerla. Elegantemente vestita e pronta per una seduta di laurea che non sarebbe mai arrivata, si è suicidata lanciandosi dal tetto di Monte Sant’Angelo, uno degli edifici del complesso universitario della Federico II di Napoli.

La bugia

Giada studiava Scienze Naturali e proprio oggi avrebbe dovuto laurearsi. Il fidanzato e i parenti erano pronti per la seduta di laurea e la cercavano tra la folla. Ma Giada non c’era perché tutto quello che aveva raccontato era una bugia. Era indietro con gli esami e il suo nome non compariva tra quello dei laureandi. Dopo essersi preparata e aver raggiunto la folla dei futuri dottori, Giada si allontana per salire sul tetto e farla finita.

La telefonata

L’ultima telefonata Giada l’ha fatta al fidanzato. Stando alla ricostruzione dei fatti, il ragazzo l’aveva chiamata per chiederle in quale aula andare. Lei non rispondeva e continuava a ringraziarlo e a chiedergli se la vedeva. Assieme al fidanzato, stavano arrivando anche i genitori, il fratello e le cugine.

Il sindaco: “Un gesto del genere da lei nessuno lo avrebbe mai immaginato”

Il sindaco di Sesto Campano, Luigi Paolone, si dichiara sconvolto per questa notizia: “Era una ragazza sempre sorridente, dolce e bellissima. Speciale anche la sua famiglia, il padre, la madre e il fratello. La notizia ha sconvolto tutti poiché un gesto del genere da lei, proprio per il suo carattere, nessuno lo avrebbe mai immaginato”. Il corpo della ragazza è stato trasferito all’Istituto di Medicina Legale di Napoli per l’autopsia. “Anch’io ho appreso questa notizia da fonti non ufficiali” continua Paolone. “Circola sui giornali, circola in paese. Ma non posso dire che sia vero”. In Ateneo sono state sospese tutte le attività come gesto di rispetto e solidarietà nei confronti della famiglia di Giada.

Fabrizio Frizzi

Addio Fabrizio Frizzi: muore il conduttore più “umano” della tv italiana

Il mondo dello spettacolo oggi è in lutto. A soli 60 anni scompare Fabrizio Frizzi, uno dei volti più amati e popolari della televisione italiana. Il conduttore è deceduto nella notte al Sant’Andrea di Roma, causa un’emorragia cerebrale. “Grazie Fabrizio per tutto l’amore che ci hai donato” è il messaggio con cui la famiglia annuncia il decesso di Fabrizio Frizzi.

La malattia

Fabrizio Frizzi fu colpito da un’ischemia il 23 ottobre scorso durante la registrazione di una puntata de L’Eredità. A sostituirlo fu Carlo Conti, lo stesso che gli riconsegnò lo scettro del programma (o meglio, le chiavi simboliche de l’Eredità) non appena il conduttore si riprese. Sempre sorridente e battagliero, Frizzi ha lavorato in televisione fino al suo ultimo giorno, nonostante la malattia non fosse stata completamente debellata. “L’Eredità è una gioia, fa bene anche al fisico” scherzò con Vincenzo Mollica annunciando il suo ritorno sugli schermi. “L’adrenalina sento che mi aiuta a stare meglio”. Parlando della malattia disse: “Non è ancora finita. Se guarirò racconterò tutto nei dettagli, perché diventerò testimone della ricerca. Ora è la ricerca che mi sta aiutando”.

Centinaia i messaggi di cordoglio, dalle star alla gente comune

Fabrizio Frizzi era, come molti lo hanno definito, il volto più “umano” della televisione italiana. Centinaia i messaggi arrivati dai colleghi e dalla gente comune. Aveva esordito in Rai con la tv dei ragazzi nel 1980 e, dopo quasi 40 anni di carriera televisiva, era diventato uno dei conduttori simbolo della tv. “Con Fabrizio se ne va un uomo straordinario, un grande artista e un caro amico”, è stato l’ultimo saluto della Rai.

Il conduttore lascia la moglie Carlotta e una figlia di 5 anni

Fabrizio Frizzi era sposato con Carlotta Mantovan, ex concorrente di Miss Italia. Fu amore al primo sguardo, come testimonia Carlotta. Si sposarono nel 2014 ed ebbero una figlia, Stella. Parenti e amici sono vicini al dolore della moglie e della bambina che perde il padre a soli 5 anni. La camera ardente sarà allestita domani, martedì 27 marzo, nella sede Rai di Viale Mazzini 14 dalle ore 10 alle ore 18. I funerali si terranno invece mercoledì 28 marzo alle ore 12 nella Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo.

bullismo

Si suicida a 17 anni per colpa dei bulli. La madre: “Lo hanno deriso anche al funerale”

“Non ti curar di loro ma guarda e passa” era l’invito di Virgilio a Dante nel canto III dell’Inferno,  riferendosi agli Ignavi. A volte però non basta, e il peso diventa insostenibile al punto da portare un ragazzo di 17 anni (e sottolineiamo 17!) al suicidio. È quello che è capitato a Michele Ruffino, il giovane studente di Rivoli (Torino) che, vittima del bullismo, lo scorso 23 febbraio si è tolto la vita gettandosi dal ponte di Alpignano.

La madre: “Voglio giustizia, Michele era un guerriero”

Maria Catrambone Raso, madre di Michele, denuncia la totale mancanza di rispetto e di sensibilità del branco (così chiama il gruppo di bulli che per anni ha deriso il figlio). Sostiene infatti che i ragazzi, imperterriti, lo hanno preso in giro persino il giorno del funerale. “Denunciate, parlate, non tenetevi tutto dentro. Il bullismo deve cessare” esorta Maria durante la puntata di Storie Italiane andata in onda il 20 marzo. “Non è Michele il fallito, lui era un guerriero. Chi ha fallito sono le istituzioni che hanno sempre sottovalutato il problema, nonostante le continue segnalazioni”. Parole di rabbia e dolore di una madre affranta che non accetta l’idea che il figlio, poco più di un bambino, sia morto suicida per lo schiacciante peso che da troppo tempo si portava nel cuore.

Michele soffriva di un problema muscolare che lo ha reso fragile

Fin dai primi mesi, causa una vaccinazione, Michele ha dovuto fare i conti con un problema muscolare che gli impediva di camminare correttamente. Un problema fisico che lo ha reso fragile e soggetto agli insulti dei compagni, facendo di lui l’ennesima vittima del bullismo. “Gli sputavano addosso” prosegue Maria durante l’intervista. “Nel computer abbiamo trovato lettere da cui trapela tutta la sofferenza di mio figlio”. Il ragazzo era arrivato a compiere anche atti di autolesionismo.

Allarme bullismo, le vittime sono in aumento

Michele è solo l’ultimo di una lunga lista di vittime che il bullismo continua a fare. Un problema, purtroppo, ancora sottovalutato (e spesso ignorato) proprio da chi dovrebbe invece portarne alta la bandiera: scuole, parrocchie e ogni istituzione che ha la responsabilità di preparare i giovani alla vita. Non è un caso che la piaga bullismo non cicatrizzi. Se i social hanno per un certo verso semplificato la vita, dall’altra hanno anche creato un’oasi per tutti questi giovanissimi che si sentono in diritto di schernire impunemente  i coetanei – e non solo – trascendendo ogni limite. L’appello di Maria non è la vendetta, ma la giustizia. “Michele voleva solo essere accettato, ma è stato insultato e deriso anche il giorno del suo funerale”.

Nuovo Retore a Roma 3

E’ il Professor Pietromarchi il nuovo Rettore

Dopo le dimissioni a mezzo stampa, senza alcuna concertazione con gli organi di Governo, dell’ex Rettore della Terza Università di Roma Mario Panizza, all’inizio dell’estate ormai conclusa, la bufera e l’instabilità che hanno afflitto l’Ateneo negli ultimi mesi finalmente sono passate. Giovedì sera si è svolto lo spoglio delle schede per l’elezione del nuovo Rettore dell’Università degli studi Roma Tre: dalle urne, nel testa a testa con il Professor Emanuele Conte, è uscito vincitore il Professor Pietromarchi, già direttore del dipartimento di Lingue e professore di lingua e letteratura francese. A fare la differenza è stato Il voto pressoché unanime della rappresentanza studentesca, l’unica categoria che ha superato il 70% del voto confluito sul professor Pietromarchi, contro la componente docente e TAB spaccata al 50% tra i due candidati. “La volonta di scegliere una linea di condivisione con le altre realtà studentesche è frutto della convinzione di inaugurare una nuova fase di concorde collaborazione al fine di migliorare i servizi offerti agli studenti e rafforzare gli spazi di libertà, di rappresentanza e di iniziativa studentesca. La nostra associazione ha votato compatta, avendo a cuore, come sempre, il migliore interesse dei ragazzi e rinnovando anche in questa occasione il suo impegno pluriennale nel senso di garantire le migliori opportunità possibili a tutti gli studenti che abbiamo l’onere e l’onore di rappresentare” è quanto dichiara la rappresentante degli studenti in Senato Accademico Eleonora Narducci, Presidente incoming della prima associazione studentesca dell’Ateno Progetto Roma 3.
“I migliori auguri di buon lavoro al professor Pietromarchi e sinceri complimenti anche al professor Conte, che nonostante la sconfitta ha raccolto un ampio consenso e che ha speso subito parole di apertura a proseguire tutti insieme un lavoro condiviso per la nostra Università” è quanto Aggiunge Eduardo Vincenzo Isidori, neo-eletto in Consiglio di Amministrazione con la lista Progetto Roma 3.

Lady D: la principessa triste

Pochi giorni fa ricorreva l’anniversario della morte della principessa lady Diana. Il 31 agosto del 1997 moriva in un incidente d’auto a Parigi mentre viaggiava insieme al compagno, l’autista e la guardia del corpo. In tanti, nell’arco di questi 20 anni, si sono chiesti se quello fosse un semplice incidente o se ci fosse dietro un complotto. La certezza che ci rimane, a distanza di tempo, è l’orrore di quella morte avvenuta in quella tragica sera.

La storia di Diana Spencer

La principessa Diana nasce da una delle famiglie più antiche e nobili della Gran Bretagna. All’età di 19 anni conosce Carlo, il principe del Galles, che allora usciva con la sorella di Diana. Un paio di anni dopo iniziano gli incontri tra i due. Sono state poche le uscite che hanno portato al fidanzamento dei due giovani. Fin da subito il matrimonio non fu felice, tanto che, già durante il viaggio di nozze, viene fuori la storia che Carlo portava avanti con Camilla. Dalle testimonianze che Diana lasciò, fuoriesce tutta la tristezza che da sempre fu una fedele compagna durante la sua vita. Le cose non andavano bene, Carlo non era il marito premuroso che Diana si aspettava e la vita di corte non era così bella e fantastica come a sognarla dall’esterno. L’unione tra Diana Spencer e Carlo d’Inghilterra dura dal 1981 al 1985, quando Diana non riesce più a reggere questo rapporto ormai consumato e non sopporta più l’adulterio del principe. Il divorzio venne però ufficializzato nel 1996. Perde quindi anche il titolo di “Altezza reale” ma questo non la spaventa. Fu sempre e comunque una madre premurosa e innamorata dei suoi figli. Mantenne la residenza a Kensington Palace e frequentò altri uomini: al momento della morte era a Parigi insieme all’ultimo compagno Dody Al-Fayed. Nessuno si sarebbe mai immaginato quella fine così tragica e improvvisa. L’auto su cui viaggiavano si schiantò contro il tredicesimo pilone del Pont de l’Alma e non ci furono speranze. La reazione del popolo britannico fu forte e inaspettata, e spinse la casa reale ad accettare le pubbliche esequie. Il giorno del funerale, in cui Elton John, grande amico di Diana, cantò Candle in the wind, tre milioni di persone si riversarono per le strade di Londra per omaggiare quella principessa, ma prima di tutto, quella donna, che era entrata nei cuori di tutto il mondo per la sua bontà, il suo calore, la sua compassione e la sua bellezza.

L’impegno sociale e l’insofferenza nella casa reale

Portò avanti durante la sua vita una grande e appassionata attività di volontariato: diede un grande contributo alle persone più sfortunate e si interessò a cause, tradizionalmente ignorate dalla Casa Reale, come l’AIDS e la lebbra. Ricordiamo inoltre, poco prima della morte, uno scatto di lei che cammina tra le mine antiuomo in Angola, che fece il giro del mondo. Per questo fu anche accusata di essere una “mina vagante”, quando il suo interesse era quello di evitare tutti i danni che queste possono provocare anche molti anni dopo una guerra.

Dalle recenti registrazioni che sono venute fuori sappiamo come la vita della principessa fu caratterizzata da grandi dolori e grandi sofferenze. Lady Diana cercava disperatamente attenzioni da parte del marito, attenzioni che non arrivarono mai. Quella non era la vita che aveva sperato per sé. Questo malessere la portò a soffrire di bulimia nervosa, oltre che di depressione. È considerata come una delle donne più fotografate al mondo, e, per quella sorta di amarezza, di inquietudine che si rinvenivano talvolta nei suoi sguardi, verrà ricordata come La principessa triste.

 

  

L’intervento della Marina Militare nelle acque libiche.

Martedì verrà presentato alla Camera il nuovo piano di intervento e supporto alla guardia costiera libica.

Ormai la notizia è ufficiale, nel corso della prossima settimana verrà presentato alla Camera la proposta di intervento delle forze navali italiane lungo le coste libiche. Quella che il presidente Gentiloni ha definito come la risposta alle richieste libiche di aiuto tecnico e logistico alla guardia costiera nordafricana potrebbe richiedere uno spiegamento di forze non indifferente.

 

Il 23 luglio il presidente libico al-Sarraj, (l’interlocutore libico riconosciuto dall’ONU e, com’è noto, avversario politico del generale Haftar) aveva inviato una lettera al premier italiano in cui si chiedeva all’Italia di inviare ulteriori supporti logistici alle inadeguate forze della guardia costiera libica. Usiamo il termine “ulteriori” in quanto, oltre alle unità già operative della Guardia Costiera e della Marina Militare, sono presenti nel porto di Misurata alla fonda delle unità italiane, il cui personale militare sta svolgendo un ruolo supporto agli ospedali militari presenti in città, ogni giorno sempre più affollati di feriti delle milizie locali che stanno combattendo contro i guerriglieri islamisti.

 

Il prossimo martedì verrà presentata alla Camera la proposta di intervento, le cui forze ammonteranno ad una nave di assalto anfibio (probabilmente la “San Marco”), forse una fregata fremm di scorta, almeno due corvette, forse due sottomarini e circa 700 fra marinai e fanti di marina.Verranno in seguito, ma nel dettaglio, definite le regole di ingaggio degli uomini impiegati nell’operazione, la loro tutela giuridica (data la peculiare situazione si cercherà di evitare in tutti i modi imbarazzanti conseguenze di eventuali incidenti, in primis per ciò che riguarda le rispettive sfere di competenza e giurisdizione) ed infine le garanzie sul trattamento che verrà riservato ai migranti che verranno eventualmente respinti dalle nostre unità.

 

Fonte: Corriere della Sera

 

Difatti non spetterà direttamente alle navi italiane operare il respingimento, in quanto questo spetterà direttamente alle unità libiche. Lo stesso al-Sarraj ha ribadito la vera natura degli aiuti italiani, in quanto non sarà mai tollerata una qualsiasi attività diretta a ledere la sovranità libica sulle sue acque. Ovviamente bisogna considerare questa ferma posizione del leader libico come una naturale reazione alle numerose critiche mosse da molti degli attori sul palcoscenico della politica interna libica: difficile dire dove finisca l’aiuto e cominci una possibile ingerenza.

 

Helmut Kohl, il “Cancelliere delle due Germanie”

Dopo una lunga malattia, si è spento all’età di 87 anni l’artefice della riunificazione della Germania.

Nella giornata di ieri è venuto a mancare all’età di 87 anni Helmut Kohl, il “Cancelliere delle due Germanie”. Da ormai 9 anni conduceva una vita sedentaria, colpito tragicamente da un ictus nel 2008, che aveva  gravemente pregiudicato la sua capacità di muoversi ed esprimersi. Leader storico dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU), il partito cristiano-liberale della Germania, è stato anche l’uomo che più a lungo ha ricoperto la carica di Cancelliere, subito dopo Otto Von Bismarck: dal 1982 al 1998, prima della Germania Federale, poi finalmente della Germania “riunificata”.

Il principale merito riconosciutogli è quello di aver portato avanti con lucida determinazione il progetto di riunificazione delle due Germanie, quella federale e quella Democratica filo-sovietica, conclusasi nel 1990. Egli riuscì a compiere un capolavoro diplomatico, approfittando da un lato dell’allentamento della morsa sovietica di Gorbaciov sulla Germania orientale, dall’altro guadagnandosi l’appoggio dell’allora presidente francese Francois Mitterrand: infatti, contrariamente a quanto si può pensare, molti leader e capi di Stato dell’Europa libera non guardavano favorevolmente all’ipotesi di una Germania nuovamente riunificata, in quanto temevano il suo potenziale e i possibili squilibri geopolitici di una nuova “grande Germania”. Celebre è rimasta la frase dell’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il quale dopo la caduta del Muro di Berlino sentenziò: “Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due.”

Questo successo fu dovuto in gran parte anche alla sua assicurazione che una Germania unita avrebbe potuto fare molto per il processo di integrazione europea. Dopotutto, egli era celebre per il suo profondo spirito europeista, ed ancora oggi, soprattutto in Germania, viene ricordato come una delle figure più importanti del processo di creazione dell’Unione. Fu colui che dapprima riuscì a far parificare, in occasione della riunificazione del 1990, il marco federale al marco democratico, pesantemente svalutato; ed in seguito riuscì a convincere i tedeschi ad accogliere l’euro al posto del lor amato marco, forse uno dei pochi, veri simboli di unità che erano rimasti al popolo tedesco durante la Cortina di Ferro.

Dopo la sconfitta elettorale subita nel 1998 ad opera dell’SPD, si ritira definitivamente dalla vita politica, pur divenendo presidente onorario del CDU. Tuttavia la sua reputazione viene duramente colpita dallo scandalo che nell’anno successivo investe lui e il suo partito, accusato di avere per anni goduto di finanziamenti irregolari. Lo stesso Kohl viene accusato di aver gestito durante gli anni del suo Cancellierato fondi neri del partito, al punto da costringerlo nel 2000 a rinunciare alla presidenza onoraria.

 

 

Uefa Champions League, la finale

3 giugno 2017: appuntamento con la storia

Era il 6 giugno del 2015 quando La Juventus, dopo dodici anni, tornava a giocarsi una finale di Champions League. In questo arco di tempo, però, qualcosa era successo: lo scandalo di Calciopoli, un mondiale vinto, la retrocessione in Serie B, due settimi posti consecutivi, l’addio di Del Piero, il ritorno alla vittoria in Italia con l’avvento di Conte in panchina… A detta di molti, quella partita con il Barcellona avrebbe dovuto rappresentare il ritorno dei bianconeri sul tetto d’Europa, il coronamento di una rinascita iniziata nell’estate del 2006, l’anello di giuntura di un catena molto lunga. Quella sera Gianluigi Buffon avrebbe dovuto giocarsi l’ultima occasione di alzare la coppa con le grandi orecchie (unico titolo prestigioso mancante sul palmarès del portierone azzurro) per portare a compimento una carriera stellare. Sembrava fosse destino anche per tutti i romantici sportivi, visto che si giocava all’Olympiastadion di Berlino, teatro della finale del Mondiale 2006. Diciamo la verità, più o meno tutti abbiamo pensato che quel ”da Berlino alla B e dalla  B a Berlino” fosse la chiara testimonianza del disegno divino che avrebbe dovuto accompagnare la Juventus ad un trionfo indimenticabile. Eppure quel 6 giugno 2015 non andò così, perchè il paradosso dello sport, da sempre metafora della vita, è che quanto più tendiamo a dare un risultato per scontato, tanto più questo ci sorprende, divicolandosi dalle nostre superflue previsioni, dai romanticismi e dai destini segnati. Un Barcellona troppo forte si impose per 3 a 1, portandosi a casa l’ennesimo trofeo. Chi di noi, dopo quella volta, si sarebbe mai aspettato di rivedere il numero 1 della Juve a difendere la porta in un’altra finale, all’età di 39 anni? La vita è sempre piena di sorprese.
La situazione è molto diversa rispetto a quella di due anni fa e questa sì che potrebbe essere davvero l’ultima chiamata per Gigi Buffon. Dall’altra parte ci sarà da battagliare contro il solito Real Madrid, undici volte campione d’Europa e pieno zeppo di campioni. Cristiano Ronaldo e compagni non vogliono certo fermarsi qui; il portoghese, nonostante abbia segnato 25 gol in Liga e 10 in Champions, è stato criticato per essere un po’ sotto la media abituale di reti in stagione (se vi viene da ridere, è normale). Doppietta contro il Bayern all’andata, tripletta nella partita di ritorno e nuovamente una tripletta in semifinale contro l’Atletico. Roba da non credere. Probabilmente, quando CR7 e Messi si ritireranno, prenderemo coscienza di che fortuna abbiamo avuto nel vederli sfidarsi come rivali nello stesso campionato, entrambi all’apice della carriera.
La città di Cardiff ha vissuto, e sta ancora vivendo, una delle settimane più cariche ed intense della sua storia, la quale culminerà con l’assegnazione del massimo titolo europeo per le squadre di club. Non resta che scaldare i motori, ammazzare il tempo in attesa del fischio d’inizio, previsto per le 20:45 di domani sera, ascoltare quella famosa musichetta che mette sempre i brividi e godersi una finale mozzafiato, un evento mondiale tra due dei club più importanti della storia del calcio. Il Real può alzare per due volte consecutive la Champions, impresa ancora non riuscita a nessuno, e la Juve ha la possibilità di riportare sotto la Mole una coppa che manca da troppo tempo. Comunque vada, sarà emozionante.
”Millennium Stadium” è un nome che sa di storia, quella che bisogna scrivere. Saranno 74.500 i cuori roventi e impavidi, pronti a battere tutti insieme per realizzare un sogno, nella notte delle stelle, sotto il cielo gallese di Cardiff. Ci siamo, manca poco!

Incontro Trump e Papa

Melania Trump in viaggio con stile

In valigia il glamour da 40 mila dollari.

Qualche giorno fa si è concluso il primo viaggio all’estero del presidente degli U.S.A Donald Trump e della First Lady Melania che li ha visti in visita in Arabia Saudita, Israele, Vaticano, Roma e Bruxelles.Viaggio che sicuramente non cadrà nel dimenticatoio, sia per le importanti tappe che sono state fatte, sia per le polemiche ed i “meme” che riecheggiano sul web, ma anche per gli impeccabili look sfoggiati dalla signora Trump. D’accordo o meno con la linea di pensiero dei due personaggi in questione,una cosa bisogna dirla l’ex modella Melania è stata capace di calamitare l’attenzione dei media su di sé.A tratti una sfinge, a tratti espressiva, comunque sempre molto “trendy”, con un guardaroba che ha spaziato da Michael Kors a Dolce & Gabbana. A Riad l’abbiamo vista scendere dall’Air Force One indossando una jumpsuit nera morbida. Con essa coperta in ogni centimetro di pelle ma in ogni caso “glamour” grazie ad un cinturone oro in vita, che le è valsa l’ammirazione di tutti i presenti. Al Vaticano ha rispettato le tradizioni, seppur trasmettendo un senso di eccessivo rigore, con veletta e tubino nero in pizzo ma anche in questo caso senza rinunciare alla più classica forma di femminilità , tacchi a spillo per slanciare la figura. Tra i tanti il capo più discusso è stato senza alcun dubbio lo spolverino a fiori “3D”, tripudio di colori, da cinquanta mila dollari sfoggiato per la visita a Palazzo Chierici di Catania.

Un omaggio allo stile italiano e ai nostri designer siculi?

Che la first lady amasse il marchio italiano Dolce&Gabbana non era un mistero, ammirazione a quanto pare ricambiata che ha sollevato l’ennesima polemica sui social. I profili dei due designer sono stati invasi da commenti durissimi per aver “aver sostenuto “ la controversa politica del tycoon.Questioni mediatiche a parte, il guardaroba da viaggio della prima signora d’America è stato studiato accuratamente, puntando soprattutto su spolverini e capi spalla ben costruiti, tailleur dal fit perfetto e alte cinture da strizzare in vita. A questo punto non ci resta che aspettare di vedere cosa metterà nella prossima valigia.

ROMA: L´ISIS RECLUTA UOMINI NEL CARCERE DI REBIBBIA. PERQUISIZIONI E SEQUESTRI IN TUTTO IL LAZIO.

Non hanno certo messo la bandiera del Califfato sul Colosseo come avevano minacciato, ma a Roma, Capitale d´Italia, ci sono arrivati, o comunque ce li abbiamo portati.

E´ nel carcere romano, dove era detenuto per altri reati che Saber Hmidi il tunisino di 34 anni arrestato nell’ambito dell’indagine antiterrorismo condotta dalla Digos di Roma e dalla polizia penitenziaria perche’ considerato appartenente all’organizzazione terroristica Ansar al-Sharia faceva proseliti e cercava di convincere altri detenuti ad entrare nelle file delle organizzazioni terroristiche.

“Una volta libero andrò in Siria a combattere con i fratelli musulmani”, avrebbe detto ai compagni di cella il tunisino.

Pare che piu volte abbia minacciato anche gli agenti della polizia penitenziaria “Vi taglio la testa se non mi accontentate”.

Secondo le indagini condotte dal Nic, il Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria, in coordinamento con la Digos, “Hmidi Saber ha manifestato atteggiamenti coerenti con l’ideologismo dell’Isis mediante aggressioni intramurarie nonché con il proposito di essere pronto a recarsi in zona di combattimento per assolvere il Jihad”, dice il Sappe.