Luigi e Matteo monsignori ma non troppo

É di poche settimane la notizia dell’inaugurazione della scuola media “Giacomo Leopardi “di Sarnano, piccola cittadina marchigiana segnata dal sisma del 2016. Un taglio del nastro diverso perché ad accompagnare il sindaco Franco Ceregioli vi erano Renzo rosso, l’imprenditore italiano titolare di Diesel e il tenore Andrea Bocelli.

Un “Con te partirò” che celebra la conclusione di un ambizioso progetto che ha coinvolto le loro rispettive fondazioni nella costruzione della scuola. Un edificio al passo con i tempi, antisismico ed ecologico. Un progetto tecnicamente all’avanguardia, uno dei primi “mattoni” per ristrutturare una stanza della nostra casa-Italia che sa di poesia, profuma di mare e sogna di ripartire verso quell’infinito che c’è sempre dietro ogni siepe.

Il terremoto è un evento improvviso, imprevedibile e drammatico perché toglie la casa e così facendo cancella in pochi secondi anni di sacrifici, un barattolo di ricordi, una pentola fatta di muri che è inevitabilmente parte di noi.

Un modo per presentarci, per esprimerci. Una chiave che è sicurezza ad ogni ora del giorno e della notte, una chiave che aprendo una porta racconta una storia, una storia vivente, scritta tra quattro mura: la nostra storia.

Le cose di ogni giorno raccontano segreti
A chi le sa guardare ed ascoltare

(Ci vuole un fiore– Sergio Endrigo)

Per fare una casa, però, non basta un fiore. Per fare una casa ci vuole un progetto e per fare un progetto ci vogliono i soldi.

Grazie Renzo e grazie Andrea.

Ma se mancano i soldi e manca il progetto si potrà solo dire:

“Era una casa molto carina
Senza soffitto senza cucina
Non si poteva entrarci di dentro
Perché non c’era il pavimento
Non si poteva andare a letto
Perché quella casa non c’era il tetto
Non si poteva fare la pipì
Perché non c’era vasino lì”

Il progetto, si sa, è luogo di scontri e di rincontri perché normalmente deve riunire le volontà di chi costruisce e di abiterà la casa. Ogni casa quindi è frutto di un compromesso.

Emblematico segno di compromesso a casa mia parte proprio dal vasino. Mia madre sosteneva e ha sempre sostenuto che la lavanderia in casa “nun se po’ vedé”: voleva una lavanderia con una porta all’esterno, niente porte comunicanti dall’interno.

Per mio padre non c’era storia: la pigrizia vince sempre su tutto. La lavatrice doveva essere in zona doccia.

Sporco e lavato, presto asciugato.

È così che nacque “il buco della lavanderia”: piccola porticina 60 x 40 cm posta a fianco alla doccia e comunicante con la lavanderia alla quale si accede da porta esterna sul retro della casa. La lavatrice non dista più di 2 metri in linea d’aria dalla doccia.

Le grandi discussioni in famiglia sorgono poi per la scelta del canale tv.

E se il litigio nasce per Don Camillo: siamo a cavallo.

In don Camillo monsignore ma non troppo, quarto film della saga che vede come protagonisti Don Camillo, un parroco di un piccolo paese in riva del Po e Giuseppe Bottazzi, soprannominato Peppone, perennemente in lotta con il primo.

In questo celebre episodio al centro della questio vi è sempre la costruzione di una casa.

Peppone, eletto senatore per la dirigenza comunista, sostiene il sindaco nella costruzione di una casa popolare a discapito di una piccola cappella votiva, la cosiddetta Madonnina del Borghetto, posta sul terreno della curia dove avrebbe dovuto sorgere, appunto, la casa.

Ma il cristianesimo è una religione democratica fondata sul lavoro: una parte della casa popolare andrà ai “poveri della chiesa” e l’altra ai “poveri del comune”.

Portinaia d’onore e inquilina del primo piano?

Una Santa donna, signori: la “Madonnina del Borghetto”.

E fu così che la casa venne costruita inglobando la piccola cappella.

Don Camillo e Peppone, però, sono del passato. I loro battibecchi hanno allietato e divertito una generazione ed oltre.

Una semplicità intelligente che faceva riflettere e che (quasi) sempre arrivava ad una soluzione.

Mi piace pensare di accendere la televisione e vederli ancora.

Ma, ahimè, la realtà è ben diversa.

La combo, realizzata con due immagini di archivio, mostra Matteo Salvini e Luigi Di Maio (S).
ANSA

Il “don Camillo” del 2018 ha la tonaca verde.

Il Peppone prende il nome di Gigi: ha superato l’idea delle case popolari e si batte per il reddito di cittadinanza.

Cosa cambia?

Don Camillo e Peppone in 120 minuti avevano concordato per la costruzione della casa popolare.

Matteo e Luigi da due mesi e poco più stanno giocando una partita di monopoli da pranzo di Natale non considerando che la casa Italia, economicamente parlando, è più da “Vicolo Stretto” che da “Parco della Vittoria”.

Don Camillo e Peppone avevano un’ideologia.

Luigi e Matteo no.

E, probabilmente, neanche gran parte di noi.

Si segue la logica del supermercato.

Un litro di reddito di cittadinanza, una tavoletta di “abolizione della legge Fornero”, niente migranti: ne abbiamo già a pacchi.

Per fare la spesa non serve un progetto: nel giro di una settimana andrà tutto mangiato.

Per “fare l’Italia” un progetto serve. Eccome se serve. E, attenzione, non parlo della lista della spesa.

Luigi e Matteo stanno giocando una partita importante, ma ogni gioco ha le sue regole.

Peppone e don Camillo lo sapevano: il gioco della politica sta anche nella capacità di scendere a compromessi.

La bravura del buon politico è arrivare a compromessi contemperando gli interessi propri e quelli dell'”avversario” perché, ricordiamocelo, Salvini premier non gioca solo con la maglia verde, ma gioca per la squadra Italia che è verde, bianca e rossa.

Luigi Di Maio premier tiene alte le 5 stelle della coerenza, della trasparenza e della politica che parte dal basso…

Ma l’elogio della coerenza non può essere la scusante per uno stallo aberrante come quello che stiamo vivendo.

La partita di monopoli finisce quando si va a letto.

Peppone e don Camillo finiscono con un click del telecomando.

Luigi e Matteo sono solo responsabili in questa parte di gioco: la partita dell’Italia è un viaggio verso il futuro.

Di qui la necessità di un contratto lungimirante, serio e ponderato.

Un po’ di più come la scuola di Sarnano, un po’ di meno della lista della spesa del sabato mattina.

Beatrice Porcellato

L’Iran e il futuro dell’accordo sul nucleare

Negli ultimi giorni ha fatto scalpore l’annuncio del presidente Trump di voler ritirare gli USA dallo storico accordo sul nucleare con l’Iran. Il trattato, stipulato nel 2015 fra i 5 membri permanento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania, era stato uno dei successi politici e diplomatici dell’allora presidente Barack Obama.

Il vantaggio di questo accordo

Ci erano voluti anni di meticoloso lavoro diplomatico per raggiungere un accorso del genere. Sia la forte presenza anti-iraniana nel partito repubblicano statunitense, sia l’influenza del bastione anti-americano nel parlamento iraniano rendevano estremamente difficile raggiungere un’intesa.

Da parte iraniana fu il presidente Hassan Rouhani a convincere il Paese a vedere di buon occhio questo accordo: se l’Iran avesse cessato di arricchire l’uranio per il suo programma nucleare, gli Stati Unti e l’UE avrebbero cessato le gravi sanzioni economiche che gravavano sul Paese dal 2006.La prospettiva di aprire il “vergine” mercato iraniano a cospicui investimenti stranieri costituiva allora uno dei cavalli di battaglia della fazione pro-accordo.

Le sanzioni e la diffidenza americana

Nel 2006 i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania, offrirono all’Iran incentivi economici e la cessione di conoscenze tecniche sull’energia atomica “pulita” (cioè, per un suo uso pacifico come fonte di energia)  in cambio della rinuncia di Teheran al suo programma militare di arricchimento dell’uranio. In seguito al rifiuto di Teheran, l’Onu approvò nello stesso anno delle sanzioni economiche, aggravate nel 2007 dal congelamento di fondi e conti correnti iraniani ritenuti essere destinati allo sviluppo del programma nucleare.

Con il cambio al vertice negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump non ha fatto che criticare l’accordo e denunciare la malafede della controparte iraniana. Già ai tempi della sua campagna elettorale, Trump ha sempre sostenuto che l’Iran stava approfittando dell’accordo per mostrarsi un Paese pacifico agli occhi del Mondo, mentre in realtà stava ancora conducendo segretamente il suo programma nucleare.

Tuttavia, l’IAEA (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica), che aveva il compito di monitorare il rispetto dell’accordo da parte dei contraenti, anche con visite ispettive, ha sempre smentito le affermazioni di Trump. Finora l’Iran pare sia stato sempre puntuale nel rispettare gli impegni presi.

Colpo di scena

Ma all’improvviso la svolta. Circa due settimane fa, il presidente israeliano Netanyahu ha denunciato, durante una conferenza stampa, le “menzogne” dell’Iran. E’ stato reso noto che il Mossad avrebbe trafugato circa 55mila pagine di documenti e 183 dischi pieni di files sul programma nucleare iraniano. L’Iran avrebbe mantenuto, tra l’altro, un network di scienziati e tecnici specializzati, così da poter continuare il suo progetto nucleare in gran segreto.

 

Ovviamente, molte sono state le reazioni a questa rivelazione. Ad ogni modo, gli esperti pare siano tutti d’accordo sul fatto che quelle informazioni, nella sostanza, erano già a conoscenza dell’IAEA. Inoltre, pare che anche alla CIA fossero già noti quei contenuti, che non potrebbero essere in ultima analisi considerati una violazione dell’accordo.

Ma Trump ha colto subito la palla al balzo, annunciando il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo e l’imminente arrivo di nuove sanzioni. Tuttavia, buona parte della comunità internazionale considera gli USA, e non l’Iran, il vero trasgressore. Annunciare nuove sanzioni in maniera unilaterale, sulla base di informazioni la cui genuinità deve essere ancora dimostrata, sono una flagrante violazione degli accordi presi nel 2015.

Sinistre assonanze

Inoltre, vorrei aggiungere, non è la prima volta che si adducono sensazionali ritrovamenti da parte di servizi segreti come pretesto politico per atti estremi. In molti si dovrebbero ricordare quando il 5 febbraio del 2003 l’allora Segretario di Stato Colin Powell si presentò all’ONU sbandierando faldoni di documenti di intelligenze come prova di un riarmo chimico dell’Iraq di Saddam. E come, in maniera teatrale, mostrò all’Assemblea una fialetta di antrace irachena sottratta dall’intelligence americana come prova. Solo molti anni dopo si seppe che quelle affermazioni, il cui scopo era quello di indurre l’ONU ad approvare un secondo intervento armato in Iraq, erano un falso prodotto ad hoc.

Gli interessi dell’UE

L’Unione europea, al contrario dell’America, ci tiene a tenere in vita l’accordo. Questi anni di pacifica collaborazione con l’Iran stavano cominciando a dare i loro frutti per i Paesi UE, senza dimenticare che l’Unione (Germania e Italia in testa) sono i partner commerciali privilegiati della Repubblica Islamica fin dai tempi della Rivoluzione.

Due giorni fa, a Bruxelles, è avvenuto l’incontro fra L’Alto Rappresentante UE, Federica Mogherini, con il ministro degli affari esteri iraniano Javad Zarif: al termine dell’incontro, la Mogherini ha affermato che l’Europa è fermamente convinta di voler salvaguardare l’intesa, e che il proficuo incontro con il ministro Zarif ha evidenziato l’impegno di Teheran a fare lo stesso.

 

 

 

Pillole di politica estera – settimana XIX

Manifestazioni contro l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme

In questi giorni, si stanno moltiplicando gli attriti tra palestinesi e israeliani. Alla manifestazione nella striscia di Gaza, che si dovrebbe terminare il 14 Maggio, si aggiunge l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme che getta nuova benzina sul fuoco. Le manifestazioni sono esplose in tutta la Cisgiordania, in mano israeliana dal 1967, causando migliaia di feriti e decine di morti. Al momento solo alcuni paesi, tra cui la repubblica Ceca e l’Austria, hanno confermato la propria presenza all’inaugurazione.

Attentato a Parigi

Tornano il terrore e la morte nelle strade di Parigi. Un uomo solo, gridando «Allah Akbar!» ha inseguito i passanti con un coltello, lungo le stradine attorno all’Opera, fra ristoranti, bar e teatri. L’assalitore che ha ucciso una persona e ferite altre 4, si chiamava Khamzat Azimov ed era nato in Cecenia nel 1997. L’attentato è stato rivendicato dall’ISIS, che ha anche diffuso un video girato dall’attentatore prima di colpire. Identificato poche ore dopo, era sotto sorveglianza perché radicalizzato.

Attacco contro i cristiani in Indonesia

Dieci morti e 41 feriti. Questo il bilancio provvisorio di tre attentati dinamitardi compiuti in altrettante chiese a Surabaya, città portuale dell’Indonesia. A riferirlo la polizia che ritiene che i kamikaze facessero tutti parte della stessa famiglia legata all’Isis. Questo è il primo attacco ai cristiani indonesiani dopo quello del 2016. L’Indonesia, paese a maggioranza mussulmana, ha visto negli ultimi anni uno dei tassi più alti di radicalizzazione e foreign fighters nella regione.

Usa fuori da accordo nucleare

Gli americani, l’8 maggio, hanno ufficializzato la volontà di voler fuoriuscire dall’accordo sul nucleare iraniano. La motivazione principale non va trovata nel mancato rispetto degli accordi da parte dell’Iran. Il paese sciita, secondo gli organismi internazionali, sta rispettando la sua parte dell’accordo cioè quella riguardante l’arricchimento dell’uranio. La causa della fuoriuscita degli Stati Uniti va cercata nelle sanzioni. Secondo Washington, togliere le sanzioni, vorrebbe dire permettere all’Iran di finanziare il terrorismo di matrice islamica e di diventare un pericoloso vicino.

Il ritorno del Cavaliere

La Valchiria, il ritorno.

Proprio così.. come nel più bello degli scenari, come nella migliore delle previsioni con la situazione attuale del Paese a far da sfondo.

Un calvario durato cinque anni che apre, o potrebbe, a nuovi scenari.

Read more

“Se piove in Israele, diluvierà in Iran”

La guerra in Siria si allarga sempre di più. Ormai le tensioni fra Israele, la Siria e il suo alleato iraniano sembrano ad un punto di non ritorno.

Nella notte fra mercoledì 9 e giovedì 10 maggio le alture del Golan si sono illuminate. Quel territorio montuoso, confine naturale fra Siria e Israele, fu occupato da quest’ultimo durante la celebre Guerra dei sei giorni, nel giugno del 1967. Da quel momento questo territorio, sempre rivendicato dalla Siria ma mai restituito, è stato oggetto di un bombardamento come non si era mai visto dalla Guerra dello Yom Kippur.

La fionda di Davide

L’IDF (Israel Defense Force, le forze armate israeliane) ha reso noto che nelle prime ore della notte le forze dei Pasdaran iraniani hanno lanciato un attacco missilistico contro le posizioni israeliane. Di questi 20 missili lanciati, quattro sarebbero stati intercettati dalla contraerea israeliana, mentre gli altri avrebbero mancato i bersagli, precipitando prima dell’obiettivo.

La risposta di Tel Aviv (anche se ormai dovremmo dire Gerusalemme) non si è fatta attendere: un massiccio contrattacco missilistico ha colpito più di 70 obiettivi sul territorio siriano. L’operazione (chiamata ironicamente “House of Cards”) ha colpito quasi tutti obiettivi iraniani, prevalentemente fra Aleppo e Damasco, risolvendosi in una risposta del tutto sproporzionata rispetto all’attacco subito.

Un’azione di questo tipo, a ben vedere, dovrebbe essere considerata una flagrante violazione del diritto consuetudinario internazionale: infatti lo ius ad bellum considera legittima una ritorsione militare solo se, appunto, proporzionata all’attacco che l’ha scatenata. L’ex Ministro degli Esteri di Israele, Avigdor Lieberman, per tutta risposta pare abbia commentato: “Se piove in Israele, diluvierà in Iran.”

Azione e reazione

Secondo quanto comunicato dall’ONG Ondus (Osservatorio nazionale per i diritti umani) di Londra, pare che le vittime dirette degli attacchi israeliani siano state circa 15, e per ora sembra che non siano stati colpiti bersagli civili.

Gli iraniani, da parte loro, hanno affermato di aver arrecato un gran numero di danni alle infrastrutture di Israele, sostenendo addirittura che l’aeroporto “Ben Gurion” di Tel Aviv era stracolmo di persone che tentavano di abbandonare Israele. Ovviamente non vi è alcun riscontro di tali affermazioni.

E’ stato il Ministero della Difesa russo a stimare la quantità dei missili lanciati da Israele, sostenendo che l’attacco sia stato effettuato con F-15 ed F-14 direttamente dallo spazio aereo siriano.

Ma perché gli iraniani avrebbero dovuto provocare un attacco del genere? La spiegazione più plausibile sarebbe quella di considerare questo attacco come una sorta di ritorsione per l’attacco aereo portato da Israele alla base aerea siriana T-4 il 9 aprile.

L’attacco alla base T-4

La base ospitava, per gentile concessione dell’alleato Assad, reparti della Forza QUSD, ossia un raggruppamento di reparti delle forze speciali iraniane. Per la precisione, reparti di Pasdaran, ovvero le Guardie della Rivoluzione Islamica, la milizia nazionale (parallela alle forze armate iraniane) che risponde direttamente all’Āyatollāh  Alī Khāmeneī. Nell’attacco sarebbero stati uccisi almeno tre militari iraniani.

Già molti analisti ed osservatori del teatro mediorientale temono e profilano una guerra (localizzata, ma pur sempre guerra) fra Israele e la Repubblica islamica. L’escalation che si sta verificando negli ultimi mesi fra Israele, Siria e Iran sembrerebbe dar credito a questi timori.

La Siria come il Libano

La paura di Israele è che l’Iran stia approfittando della problematica situazione in cui si trova la Siria per ottenere una sorta di zona “di competenza” nel sud del Paese. E da qui condurre attacchi militari e paramilitari contro i territori israeliani, come già fece in Libano dopo la tragica guerra civile che lacerò questa nazione fra il 1975 e il 1990. All’epoca, infatti, l’Iran appoggiò ed armò gli Hezbollah (nota organizzazione terrorista di matrice sciita, proprio come l’Iran) i quali sfruttarono l’adiacente territorio del Libano come piattaforma d’attacco, con missili a corto raggio ed incursioni militari, contro Israele.

 

 

Pillole di politica estera – settimana XVIII

Elezioni parlamentari in Libano

Dopo più di 9 anni, i cittadini del paese dei cedri sono chiamati a eleggere i nuovi rappresentanti dell’assemblea nazionale. Le elezioni avvengono in un momento critico per il paese. Il Libano, in  questo momento, si trova schiacciato da una parte dall’Arabia Saudita che supporta l’attuale presidente Hariri e dall’altro da Hezbollah, partito Sciita attivamente coinvolto nella guerra in Siria. Hezbollah ha il supporto dell’Iran, che in questo momento sfrutta il buon andamento della guerra in Siria per allargare la propria area d’influenza.

Il nucleare iraniano

L’Iran è nuovamente sotto i riflettori, a causa della decisione di Trump d’uscire dall’accordo sul nucleare. L’economia del paese sciita è ancora stretta dalle sanzioni, che giorno dopo giorno impediscono al paese di esportare gas e petrolio. Come risposta il governo di Teheran ha minacciato ritorsioni contro gli Stati Uniti.

Distensione tra le due coree

Dopo l’incontro del 27 Aprile, si moltiplicano le iniziative per ridurre la tensione tra i due paesi.  Solo in questa settimana ne possiamo contare due: l’unificazione delle squadre di ping pong al torneo mondiale e l’adozione di un unico fuso orario in entrambe le coree. Anche se di portata ridotta, i segni della distensione ci sono. Bisognerà solo aspettare per vedere se le iniziative sono prettamente simboliche, oppure porteranno a un risultato concreto.

Manifestazioni in Russia

In questi giorni, in Russia, si sono tenute alcune manifestazioni  contro l’elezione di Putin. La più importante è avvenuta il 5 maggio a Mosca ed è stata organizzata da Navalny, il blogger a capo  dell’opposizione. Navalny è stato arrestato, per l’ennesima volta, insieme ad altri mille attivisti.

Rivoluzione di Velluto in Armenia

Va avanti la rivoluzione in Armenia. Guidati da Pashinyan, i “rivoluzionari” vogliono porre fine al dominio di Sargsyan, al potere dal 1991. Lo sciopero generale di questi giorni sta mandando in tilt il paese, costringendo il governo a scendere a patti con i manifestanti. L’obiettivo di Pashinyan è di guidare il paese verso una transizione democratica.

Raid dei Casamonica. Non vengono serviti per primi: distruggono il bar e picchiano una disabile

È stata una Pasqua di sangue per il bar nella periferia sud- est della capitale. Lo scorso 1°aprile è stata consumata un’aggressione di violenza efferata. Due esponenti del clan dei Casamonica sono entrati nel locale, hanno preso a bottigliate il barista e frustato una cliente disabile perché non erano stati serviti per primi.

Nel bar, sito in uno dei quartieri “militarizzati” dal clan di origini sinte, erano entrati Alfredo Di Silvio e Antonio Casamonica per comprare le sigarette. I due, non essendo stati serviti per primi, hanno scatenato il panico. Prima picchiano una cliente disabile perché aveva osato ribellarsi: “se non vi piace questo bar, andate altrove”, sono state le parole della donna, ignara certamente di chi aveva di fronte. Per tutta risposta i due malavitosi le hanno prima strappato gli occhiali, per poi spingerla e frustarla con una cinghia. “Se chiami la polizia ti ammazziamo” le avrebbero intimato.

Mezz’ora dopo essersene andati, Alfredo Di Silvio rientra accompagnato dal fratello Vincenzo ed è di nuovo violenza. Tavoli rovesciati, vetri rotti e il proprietario, un uomo romeno di 39 anni, viene picchiato a sangue. La denuncia della donna è arrivata solo alcune ore dopo, seguita da quella del gestore. La prima ha riportato 30 giorni di prognosi, il secondo 8.

Stefano Fassina, deputato LeU, ha dichiarato: “Stamattina, un quotidiano nazionale, riporta una storia agghiacciante avvenuta la domenica di Pasqua. Secondo la ricostruzione, due uomini appartenenti alle famiglie Casamonica e Di Silvio colpiscono a cinghiate una donna disabile e poi il barista di un bar a Via Barzilai, zona La Romanina, colpevoli entrambi di non avergli riconosciuto il rispetto dovuto sul “loro” territorio. La ricostruzione riporta anche minacce di morte sia alla donna e al barista picchiati, sia ai proprietari del bar in caso di conferma della denuncia dei fatti accaduti. Presentiamo oggi stesso una interrogazione urgente al Ministro dell’Interno per conoscere quanto avvento domenica primo Aprile al bar di via Barzilai e eventualmente quali misure intende prendere per garantire il primato della legge e dello Stato”.

 

Un nuovo líder, non proprio máximo

Aprile è un mese denso di significati per la República de Cuba.

Il 10 aprile 1892 José Martí, eroe nazionale cubano, creò il Partido Revolucionario Cubano, con lo scopo di organizzare l’indipendenza di Cuba.

L’invasión de Playa Girón, organizzata dagli Stati Uniti, in particolare dalla CIA, per mettere fine al regime di Fidel Castro, avvenne nell’aprile del 1961.

Anche gli ultimi due Congressi del Partido Comunista, nel 2011 e nel 2016, sono stati organizzati in questo mese storico.

Quale data migliore, dunque, del 19 aprile 2018 per eleggere Miguel Mario Díaz-Canel Bermúdez quale nuovo presidente cubano?

È lecito chiedersi il presidente di cosa, di quale organo. A voi la sfida di capire se Jefe de Estado, Jefe de Gobierno, Presidente del Consejo de los Ministros, Presidente del Consejo de Estado oppure una bella insalata mista e tutti in ‘dieta comunista’.

Raúl Castro e Miguel Díaz-Canel

Essere capo scout e guidare un gruppo di giovani lupetti alla volta di escursioni montane non era consigliabile in un paese come Cuba, perciò Miguel, dopo essersi laureato in ingegneria elettronica ed essere diventato professore all’interno dell’Università di Santa Clara, da lui stesso frequentata, decise che entrare come dirigente nella Unión de Jóvenes Comunistas sarebbe stata una scelta più saggia.

C’è chi lo definirebbe un carrierista, ma in questo paese orwelliano nessuno può davvero accertare che la sua scalata politica sia stata tutta frutto della sua volontà e del suo sacco. È più plausibile che sia solo stato una pedina usata per ‘mangiarsi’ le città di Villa Clara e Holguín, e finire in dama in quanto Ministro de Educación Superior de Cuba.

Il vecchio Raúl, che nell’esercitare la professione di presidente ha dimostrato di essere meno máximo dell’amato fratello Fidel, cede il passo a questo nuovo líder, che di máximo, almeno per ora, non ha quasi nulla. Ma il secondogenito della famiglia Castro non solo non abbandonerà il controllo dell’esercito e manterrà l’incarico di Segretario del Partido Comunista, ma probabilmente continuerà ad essere alla guida del Paese coprendo il ruolo di padrino, consigliere e mentore di Miguel Díaz-Canel.

È per questo e molti altri motivi che un qualsiasi politologo occidentale aborrirebbe nella lettura del Granma, quotidiano ufficiale del Partido, dove il termine democrazia, associato al regime comunista, spunta come funghi su ceppi di alberi abbattuti.

I fratelli Castro: Raúl e Fidel

Allora niente di nuovo sul fronte cubano? Per il breve periodo, no.

I pescatori cubani continueranno a non potersi allontanare troppo dal Malecón per andare in mare aperto: i Big Brothers di questa dittatura nascosta hanno ancora paura che le barche potrebbero attraccare al porto di Miami e non fare più ritorno.

Le uniche macchine che si potranno vedere in strada continueranno ad essere le Lada e altri modelli risalenti agli anni ’60.

Il problema della doppia moneta in circolazione (peso e cuc) rimarrà tale ancora per un po’.

La Libreta de Abastecimiento rimarrà ancora per molti cubani l’unico modo per poter acquistare provviste al mercato o nei negozi di alimentari.

Nessun risvolto positivo, quindi, in questo cambiamento? Fortunatamente, non è così. Avrà pure una personalità mediocre, ma Miguel Díaz-Canel è una nuova leva e, soprattutto, è il primo leader, dopo anni, a non aver combattuto nella Rivoluzione. E questi sono già due punti a suo favore. Vero è che avrà le mani legate per un po’, ma quando la vecchia guardia si estinguerà, i piccoli segni progressisti di cui Canel ha già dato prova di saper attuare, saranno molti di più.

Dobbiamo infatti ringraziare Miguelito se un po’ di rock, tra cui anche il concerto gratis dei Rolling Stones in Plaza de la Revolución il 25 marzo 2016, è riuscito a varcare il confine. Ed è sempre lui che ha difeso un gay-nightclub nella città di Santa Clara e permesso che questo restasse aperto.

Cantare ‘Venceremos, Adelante! O Victoria, o Muerte’, forse, chissà, non sarà più di moda fra qualche anno.

La fine dell’ETA e la promessa di pace per la Spagna

La Spagna ha tremato per più di 30 anni al pensiero dell’ETA. Attentati ed omicidi erano all’ordine del giorno. Ora finalmente la democrazia è riuscita dove il franchismo aveva fallito.

Dopo tanto tempo, finalmente la notizia che la Spagna aspettava da tanto: l’ETA ha finalmente cessato di esistere. Due giorni fa, l’organizzazione terroristica basca ha diramato un comunicato ufficiale nel quale dichiarava il suo definitivo scioglimento. L’organizzazione si è detta profondamente dispiaciuta per il dolore arrecato ai “civili innocenti” nel corso della sua guerra contro la Spagna, ma allo stesso tempo ha ribadito le “sofferenze storiche” subite dal popolo basco.

La via armata all’indipendenza

Forse i più giovani non avranno ben presente che cosa sia l’ETA. O meglio, che cosa sia stata. Tutto cominciò nel 1958, quando un gruppo di studenti universitari di Bilbao decisero di fondare una organizzazione politica indipendentista, di ispirazione marxista, che potesse lottare contro i soprusi del regime franchista nei confronti del popolo basco. Infatti, dopo vittoria dei nazionalisti nella guerra civile spagnola, il franchismo tentò di limitare il più possibile le richieste di autonomia della regione basca, da sempre percepita quasi estranea, in un certo qual modo, dalla ben più grande Castiglia in virtù di differenze etniche e culturali.

Proprio in ciò sta l’acronimo ETA: “Patria basca e libertà”. Ma le lotte politiche, frustrate dall’intransigenza del governo nazionalista spagnolo, portarono il gruppo, per utilizzare un’espressione divenuta celebre negli anni di piombo, sulla strada della “propaganda armata”. Il primo attentato avvenne nel 1968, e da quel giorno i morti sono diventati più di 800. Gli obiettivi sono stati i più vari, da alti esponenti delle forze armate e della politica ad illustri elementi del potere giudiziario, passando per cittadini e comuni poliziotti.

Operacion Ogro

L’organizzazione prediligeva l’utilizzo degli esplosivi. Molti sono stati gli attacchi condotti con questo strumento, ma il più celebre rimane l’attentato all’ammiraglio, Luis Carrero Blanco. L’attentato avvenne nel dicembre del 1973, a tre mesi dalla nomina del generale a successore del Caudillo Francisco Franco, morto appena un mese prima. La carica di circa un quintale di dinamite sventrò due palazzi, distrusse la chiesa da cui Blanco era appena uscito, e scaraventò la macchina dell’ammiraglio ad oltre 40 metri d’altezza, superando un palazzo di sei piani e precipitando nel cortile interno del palazzo stesso. Subito rivendicato dall’ETA, l’attentato è stato reso celebra fuori dalla Spagna dal celebre film Ogro del regista italiano Gillo Pontecorvo.

La sconfitta del terrorismo

La decisione di sciogliere la formazione non è tuttavia un fulmine a ciel sereno. Negli ultimi quindici anni il gruppo terroristico aveva visto calare costantemente il numero di simpatizzanti, in quanto la via della lotta armata e degli attentati (alcune volte quasi indiscriminati) non sembrava più un mezzo valido per ottenere risultati politici concreti. Già nel 2011 aveva fatto scalpore il comunicato con cui l’organizzazione dichiarava la rinuncia al conflitto armato, cui lo scorso anno era seguita la consegna di tutti le armi e le munizioni che l’ETA ancora conservava nei numerosi rifugi ai due lati dei Pirenei.

Mariano Rajoy ha replicato duramente al comunicato, affermando che “qualsiasi cosa facciano non avranno mai alcuna impunità per i loro crimini”. Intanto i dirigenti noti dell’organizzazione ancora latitanti, primo fra tutti Josu Urrutikoetxea (alias Josu Ternera), hanno annunciato il loro definitivo ritiro dalla vita politica. Tutti gli altri ex affiliati continueranno a lottare per una nazione basca “riunita, indipendente, socialista, di lingua basca e non patriarcale”, ma al di fuori dell’ETA ed accettando definitivamente le logiche del processo democratico.

Di seguito il comunicato originale dei terroristi sottotitolato in italiano: