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Kate Middleton ha partorito: il royal baby è un maschio

Kate Middleton ha partorito un maschio. Il nuovo arrivato nella royal family britannica è nato questa mattina alle 11:01, pesa 3,8 chili ed è il quinto nella linea ereditaria al trono dopo il principe Carlo, William e i due primi figli nati dal matrimonio con Kate, George e Charlotte. È la prima volta nella storia della monarchia e questo grazie a una legge del 2013. Il principino è nato il giorno di S. Giorgio e condivide con la sorellina Charlotte il segno zodiacale, entrambi sono del Toro.

La duchessa di Cambridge è stata ricoverata questa mattina presso la Lindo Wing, l’ala privata del St Mary’s Hospital, con lei anche il principe William. L’ospedale, blindatissimo, è stato assaltato da fotografi e giornalisti cui è stato naturalmente negato l’accesso. Dal tweet ufficiale di Kesington Palace si apprende che madre e figlio stanno bene: “Il principe William era presente al momento della nascita: la regina, il duca di Edimburgo, il principe di Galles, la duchessa di Cornovaglia, il principe Harry e i membri di entrambe le famiglie sono stati informati e si rallegrano della notizia” si legge nel post.

Un giorno lieto per la coppia ma anche per l’intera nazione, ed è già partito il “totonome”. I più gettonati fino a questo momento sono stati Philip, Arthur, Albert, Frederick e James. Il parto dovrebbe essere stato naturale come i precedenti. Kate ha goduto di ottima salute per tutta la gravidanza, ad eccezione delle nausee mattutine che l’hanno tormentata durante i primi mesi. Anche la sorella  della duchessa di Cambridge, Pippa, è in dolce attesa.  La nascita del primo figlio, frutto del matrimonio con il finanziere James Matthews, è prevista per ottobre.

Pillole di politica estera – settimana XVI

I principali eventi della XVI° settimana dell’anno

Il discorso Macron al parlamento di Strasburgo

Macron a Strasburgo ha fatto il punto sullo stato dell’Unione. Tra le principali preoccupazioni del leader francese, il ritorno dei nazionalismi che, come ha voluto ricordare, sono alla base della guerra civile europea del 1914-1945. Al problema dei nazionalismi, il presidente francese ha affiancato l’espansione dei populismi e la loro grande presa in Europa. La retorica populista, sfrutta i problemi delle società, esasperandoli, per portare voti alla forza politica che li sfrutta. Dopo aver elencato le sfide che l’Unione deve affrontare, ha parlato dei progetti per riformare l’Eurozona (fondo monetario, garanzia europea dei depositi bancari, ministro delle Finanze unico) e per migliorare l’integrazione europea, come l’Erasmus e l’ingresso di Albania e Macedonia nel concerto europeo. Molti paesi del Nord, si sono opposti alle idee di Macron riguardanti la riforma dell’Eurozona, mentre i partiti tradizionali dell’Europarlamento si sono detti favorevoli alle riforme, necessarie, per rilanciare la Comunità Europea .

Elezioni a Cuba

Il 18 Aprile per l’ultima isola del socialismo reale sarà ricordato ancor di più come un giorno speciale; nel 1961 avvenivano gli eventi della Baia dei porci, nel 2018, per la prima volta dal 1976, il presidente del paese non sarà più un Castro. Il futuro leader dell’isola sarà Miguel Díaz-Canel Bermúdez, 57 anni, ingegnere elettronico. Nato l’anno successivo alla rivoluzione, sarà il primo presidente del paese a essere cresciuto nel socialismo reale. Pare sia stato scelto da Raul Castro in persona per succedergli. La decisione sarebbe ricaduta su Miguel Díaz per il suo impegno nel sociale e il carattere discreto e moderato.

Stop di Kim ai test nucleari

Il 19 Aprile sono venuti alla luce gli incontri segreti tra Mike Pompeo, direttore della CIA e ora segretario di stato e Kim Jong-un, il leder della Corea del Nord. Il giorno seguente, il Leader Supremo s’è detto pronto a rinunciare ai test nucleari, per aprire un dialogo con gli Stati Uniti e i suoi alleati. Questa nuova mossa di Kim lascia tutti piacevolmente spiazzati, primo fra tutti Trump. Il presidente degli Stati Uniti, che aveva precedentemente affermato d’esser pronto a lasciare il tavolo delle trattative nel caso in cui la Corea del Nord non avesse dato qualche segno tangibile d’impegno verso la denuclearizzazione.

Indagine indipendente sull’uso di armi chimiche

Solo dopo due settimane dall’attacco, il 21 Aprile gli ispettori indipendenti hanno raggiunto i luoghi del presunto attacco con armi chimiche. Fino a quel momento le forze di sicurezza siriane, impedivano agli ispettori di compiere i propri rilevamenti. L’organizzazione con il mandato di compiere i rilevamenti è l’OPCW (Organisation for the Prevention of Chemical Weapons) parte delle Nazioni Unite. I membri dei team inviati, provengono da nazioni terze, non coinvolte con gli eventi in atto nel paese da esaminare. I campioni raccolti, sono in viaggio verso l’Olanda, dove saranno analizzati. Per un approfondimento sulla tematica clicca qui.

Il valzer delle sanzioni | Speciale Russia parte 3 di 4

Sanzioni sì, sanzioni no. L’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, Nikki Haley, annuncia il 15 aprile l’introduzione di nuove misure contro la Russia per punirla del suo sostegno ad Assad. Passano poche ore e la Casa Bianca smentisce l’annuncio della Haley: Trump non intende alzare ulteriormente il livello dello scontro dopo il raid missilistico in Siria.

Un conflitto interno alla diplomazia USA, che però riporta prepotentemente il tema delle sanzioni antirusse al centro del dibattito internazionale.

 

L’Ucraina: madre di tutte le sanzioni (o quasi)

Tutto era iniziato il 6 marzo 2014. In una delle fasi più infuocate della crisi ucraina, durante l’occupazione della Crimea da parte dell’esercito russo, gli Stati Uniti lanciarono una prima ondata di sanzioni contro la Russia. Nel corso dell’anno, con l’inasprirsi delle tensioni internazionali e con l’infuocare della guerra nelle regioni separatiste, nuove misure contro individui e società russe furono introdotte sia dagli USA sia dai suoi alleati. I Paesi occidentali accusavano la Russia di destabilizzare deliberatamente l’Ucraina e di aver annesso in modo illegale la Crimea. Queste disposizioni furono estese e rinnovate negli anni successivi e in prima fila al fianco degli americani si schierarono Canada e Unione Europea.

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Il referendum sull’adesione della Crimea alla Russia fu tra le cause scatenanti delle sanzioni

L’UE, allineandosi agli Stati Uniti, ha gradualmente inserito misure restrittive contro Mosca fin dal giorno successivo al referendum di adesione della Crimea alla Federazione Russa (17 marzo 2014). Le sanzioni dell’Unione sono di diverso tipo: diplomatiche, individuali ed economiche.

Il primo genere di provvedimenti aveva l’obiettivo di isolare la Russia nel panorama internazionale, stabilendo, fra le altre cose, di sospendere i colloqui sul nuovo accordo bilaterale. La scelta più rilevante dei Paesi europei fu senz’altro quella di sospendere la Russia dal G8, il vertice delle maggiori potenze industriali del mondo. Dal 2014 il forum si è tenuto nel formato G7 e non si è più posto riparo all’estromissione di Mosca.

Le sanzioni individuali prevedono invece il congelamento dei beni e il divieto di viaggio in UE per 150 persone e 38 entità russe, le cui azioni, secondo il Consiglio europeo, “hanno compromesso l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina”.

Infine, l’UE ha imposto restrizioni alle relazioni economiche con la Crimea, alla cooperazione economica con la Russia e agli scambi in settori economici specifici. Quest’ultima tranche di sanzioni economiche è quella più significativa, introdotta a luglio e settembre 2014 e da allora prorogata più volte. Attualmente è in vigore fino al 31 luglio 2018. Tale pacchetto di misure è vincolato alla piena attuazione degli accordi di pace di Minsk (riguardanti la guerra in Ucraina). Le sanzioni hanno come obiettivi principali limitare l’accesso al mercato dei capitali europei da parte di alcune banche e società russe, vietare il commercio di armi con la Russia e ridurre l’accesso russo a servizi e tecnologie utilizzabili nell’industria petrolifera.

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I governanti dei Paesi del G7

 

Il valzer delle sanzioni

Ma non è stata solo la crisi ucraina a scatenare le sanzioni antirusse. Uno degli ultimi atti dell’amministrazione Obama fu proprio l’espulsione di diplomatici russi e l’applicazione di altre misure punitive per l’interferenza russa nelle elezioni del 2016.

Anche sotto Trump la linea dura è stata mantenuta, nonostante i maggiori tentativi di distensione con Putin. Nell’agosto 2017 fu addirittura approvata un’apposita legge federale (“Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act”, traducibile come “Legge di contrasto agli avversari dell’America attraverso le sanzioni”) volta a disciplinare l’imposizione di sanzioni contro alcuni Paesi, fra cui la Russia. Fra la metà di marzo e il 6 aprile 2018, gli Stati Uniti hanno imposto ben due altre tranche di misure restrittive, che colpiscono funzionari, oligarchi, aziende ed entità russe. I motivi? I più svariati, dall’accusa di interferenza nelle elezioni Usa a quella di ingerenza nei Paesi europei, dal sostegno ad Assad agli attacchi hacker russi.

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“Qua la mano”. Putin sembra dubbioso

Nello stesso periodo, un ultimo episodio ha portato la tensione fra Occidente e Mosca a livelli da vera e propria Guerra fredda: l’avvelenamento dell’ex spia russa Skripal e di sua figlia, avvenuto in Inghilterra e attribuito dal Regno Unito ai servizi segreti russi, ha spinto gran parte dei Paesi europei, affiancati da NATO e Usa, a espellere 153 diplomatici russi. Una mossa eclatante, un’espulsione di massa di funzionari del Paese eurasiatico come forse non si era mai vista.

 

Come ha reagito la Russia alle sanzioni?

A ogni ondata di sanzioni, la Russia ha replicato a volte con semplici proteste diplomatiche, altre volte con serie contro-sanzioni. Nell’agosto 2014 ha imposto il divieto di importare alcuni prodotti, materie prime e generi alimentari agricoli realizzati negli Usa e nell’Unione Europea (oltre che in alcuni altri Paesi del blocco occidentale). L’embargo è stato rinnovato di anno in anno ed è attualmente in vigore fino a fine 2018.

Nel 2015 è stata diramata una lista nera di individui europei a cui è vietato entrare nel Paese e nel 2018, in rappresaglia alle espulsioni da parte dei Paesi occidentali, 189 diplomatici stranieri sono stati allontanati dal territorio nazionale russo.

Quel che è chiaro, dopo anni di tensioni, misure e contromisure, è che di certo non saranno delle sanzioni a spingere la Russia a rinunciare al suo ritrovato status di potenza mondiale. L’allontanamento dai partner occidentali non è riuscito infatti né a indebolire in modo decisivo il sistema politico della Federazione russa né a isolarla sul piano internazionale. Anzi, da una parte, le sanzioni e l’atteggiamento degli occidentali hanno alimentato nei russi la “sindrome d’accerchiamento”, che li ha spinti a stringersi ancor di più intorno al proprio leader e a sostenerne la politica estera, come è emerso anche dalle ultime elezioni. Dall’altra parte, in un clima di aperta ostilità con il blocco atlantico, la Russia ha dovuto ridisegnare la sua trama di alleanze e collaborazioni strategiche, avvicinandosi maggiormente ad altri Paesi, soprattutto Iran, Cina, Siria, ma anche Turchia. Ciò l’ha portata di fatto a ricoprire un ruolo ancora più determinante a livello mondiale: l’esempio più eclatante è la vittoria in Siria, grazie alla quale Putin è ormai un interlocutore obbligato e di primissimo piano nel Vicino Oriente, o i colloqui di pace di Astana, organizzati senza invitare gli Stati Uniti.

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Putin fra il presidente iraniano Rohani e quello turco Erdogan all’incontro di Sochi

 

Che effetto hanno avuto le sanzioni economiche?

A livello economico, le sanzioni antirusse hanno avuto complessivamente un effetto negativo sull’economia russa, come ammesso dallo stesso primo ministro Medvedev a fine 2014. Tuttavia, le loro conseguenze vanno contestualizzate nella più ampia congiuntura economica negativa che la Russia affrontò fra 2014 e 2016.

Nel corso del 2014 e del 2015, infatti, si verificò un brusco calo del prezzo del petrolio, sceso dagli oltre 100$ al barile di inizio 2014 ai 29$ al barile di inizio 2016. Questo crollo danneggiò in modo molto significativo l’economia russa, fortemente dipendente dalla produzione e dall’esportazione dell’oro nero. La crescita del PIL russo rallentò nel 2014, mentre nel 2015 si entrò in recessione. Il difficile triennio dal ’14 al ’16 fu segnato anche dal deprezzamento del rublo contro il dollaro.

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Si nota chiaramente il crollo del prezzo del petrolio nel 2014, continuato anche nel 2015. Dal 2016 è tornato a crescere (dati: tradingview.com, via macrotrends.net)

Dal 2016 il prezzo del petrolio riprese a salire, ma soltanto dal 2017 il PIL russo tornò a registrare tassi di crescita positivi: la tendenza al miglioramento sembra permanere anche nel 2018, nonostante le sanzioni ancora in vigore.

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Nel 2014 la crescita della Russia rallenta e nel 2015 entra in recessione. Dal 2017 il PIL russo è tornato a crescere (dati del FMI)

Dati i numerosi fattori in gioco risulta perciò difficile isolare l’effetto economico delle sanzioni sull’economia russa, anche se è pacifico che esse abbiano avuto un impatto negativo.

Il peggioramento dell’economia russa nel triennio ’14-’15-’16 si è accompagnato a un parallelo calo delle importazioni di beni e servizi provenienti dai Paesi europei. In poche parole, peggiore è stato l’andamento dell’economia della Russia, minori sono state le nostre esportazioni verso quel Paese. Il calo delle esportazioni ha scatenato in Europa l’opposizione di alcuni Paesi, parti politiche e settori economici alle sanzioni verso Mosca. Infatti le sanzioni non solo hanno avuto alcuni effetti negativi sull’economia russa, ma hanno anche scatenato contromisure economiche russe contro l’importazione di beni da noi prodotti e danneggiato in generale le relazioni commerciali.

Un rapporto speciale dell’ONU del 2017 cita uno studio francese del giugno 2016 secondo il quale la perdita commerciale globale (calcolata come differenza fra i flussi commerciali previsti e quelli osservati) ammonterebbe a 3,2 miliardi di dollari al mese: inoltre tale impatto ricadrebbe per oltre il 76% sui Paesi dell’Unione Europea e coinvolgerebbe anche i beni non sottoposti direttamente a embargo.

Tuttavia, di recente, grazie anche alla ripresa dell’economia russa a partire dal 2017, le esportazioni dai Paesi UE nella Federazione Russa hanno ricominciato ad aumentare, nonostante le misure antirusse non siano state rimosse.

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In corrispondenza di ogni anno è riportata la variazione percentuale delle esportazioni rispetto all’anno precedente (elaborazione dell’autore su dati Eurostat)

 

Il dibattito sulle sanzioni e sui loro effetti resta dunque aperto: potrebbero schiudersi spazi di discussione ancora più ampi fra i Paesi occidentali, ora che Trump sembra mostrare cautela sull’introduzione di nuove misure punitive.

La crisi del diritto internazionale

raid siria diritto internazionale

I bombardamenti del 14 aprile in Siria da parte di Stati Uniti, Francia e Regno Unito sono, de iure condito, manifestamente ed incontrovertibilmente illegali e contrari al diritto internazionale. Una palese ed inequivocabile violazione di ogni regola dello ius ad bellum.

Gli Stati Uniti e la Francia non hanno avanzato alcuna argomentazione legale, nel quadro del diritto internazionale, ma hanno insistito sulla doverosità e necessità di un deciso ma circoscritto intervento al fine di scongiurare la “normalizzazione” dell’uso di armi chimiche.

Una sorta di deterrenza il cui linguaggio ha il sapore delle rappresaglie.

Rappresaglie implicanti l’uso della forza armata che, alla luce del diritto internazionale, sono inammissibili.

Uso della forza e rappresaglie. Cosa stabilisce il diritto internazionale?

L’art. 2 par.4 della Carta delle Nazioni Unite pone in essere un divieto generale di ricorrere alla forza armata esteso anche alla sua minaccia. E’ ammesso solo in legittima difesa individuale o collettiva o se autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CdS).

Certo, l’art.2 par.4 non prevede espressamente un divieto di ricorso alle rappresaglie armate ma tale divieto è sancito nella Dichiarazione sulle relazioni amichevoli e nell’Atto finale di Helsinki.

La stessa Corte internazionale di giustizia, in riferimento alla Dichiarazione sulle relazioni amichevoli, si è pronunciata per l’appartenenza al diritto internazionale consuetudinario del divieto di rappresaglie armate.

Nella fattispecie, nel Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati adottata dalla Commissione del diritto internazionale (CDI), si afferma all’art. 50 che le contromisure non possono pregiudicare «the obligation to refrain from the threat or use of force as embodied in the Charter of the United Nations»

Sul punto è possibile quindi concludere che è ammessa la liceità delle rappresaglie unicamente nell’ambito dello ius in bello.

Le potenze responsabili dell’attacco condotto nella notte tra il 13 e 14 aprile 2018 non possono indubbiamente sostenere di aver agito per legittima difesa. Nel caso concreto nessuno dei tre Stati intervenienti aveva subito un attacco armato.

Le motivazioni del Regno Unito

Una motivazione sotto il profilo del diritto internazionale è invece stata data dal Regno Unito che ha cercato di fornire un fondamento giuridico a sostegno del proprio agire facendo leva sull’intervento d’umanità.

L’intervento d’umanità comporta una prolungata presenza in territorio altrui ed un mutamento di regime del governo al potere al fine di proteggere i cittadini dello stato territoriale da trattamenti inumani o degradanti.

Nel caso di specie però si è trattato di un intervento mirato ad impedire l’uso di armi di chimiche.

Si è trattato di attacchi privi di credibilità.

La domanda che dovrebbe porsi ciascuno di noi è quella relativa a quale sia esattamente la catastrofe umanitaria che ha l’esigenza di una risposta armata unilaterale.

Governo siriano e forze di opposizione hanno ucciso migliaia di civili con metodi disumani ma questo non sembra aver originato grandi azioni da parte delle potenze intervenienti nonostante l’utilizzo di armi convenzionali abbia avuto conseguenze ben peggiori e gravi in termini di perdite di vite umane rispetto all’utilizzo delle sostanze chimiche.

Solo una percentuale inferiore all’ 1% di tutte le vittime nella guerra è da associare all’impiego di sostanze chimiche.

Il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite

Alla luce delle considerazioni di cui sopra si perviene all’inaccettabile ed arbitraria conclusione secondo cui uccidere migliaia di persone con armi chimiche richiede un intervento militare unilaterale senza l’approvazione del CdS, mentre l’uccisione di centinaia di migliaia di persone con le armi convenzionali non sia meritevole di tutela.

Non sussiste un diritto d’intervento umanitario che venga esercitato dagli stati singolarmente o collettivamente considerati senza approvazione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Parimenti, il diritto di intervento umanitario non può avere luogo quando il CdS si trovi paralizzato a causa del veto di uno dei membri permanenti.

Certamente l’utilizzo di armi di distruzione di massa rappresenta un crimine internazionale, la cui repressione dovrebbe essere affidata alla Corte penale internazionale. Ciò però, nel caso concreto, si rivela inattuabile: la Siria non ha ratificato lo statuto della Corte, la quale non ha giurisdizione universale, tranne che non si voglia ritenere tale il deferimento di una situazione da parte del CdS. Ma, anche in tal caso, il deferimento della situazione da parte del CdS alla Corte non sarebbe concretizzabile,poiché una risoluzione in tal senso sarebbe arginata dal veto russo.

Limiti del diritto internazionale

Emerge allora chiaro che, chiosando quanto riteneva il prof. Conforti circa il diritto internazionale, “siamo di fronte ad un diritto che è tanto poco diritto e molto politica”.

Risulta pacifico che l’utilizzo di armi chimiche rappresenti una violazione nei confronti di tutti i membri della comunità internazionale.

Spetta certamente agli stati (uti singuli o uti universi) il diritto ad intervenire mediante misure non comportanti l’uso della forza (sanzioni) contro i responsabili e risulta oltremodo chiaro che, alla luce e nel rispetto del diritto internazionale, non ci si possa spingere più in là.

I bombardamenti costituiscono una chiara violazione della Convenzione sulle armi chimiche del 1993 di cui sono parte Usa, Regno Unito, Francia ed anche la Siria. USA/FR/GB ai sensi dell’art. IX non avevano alcun diritto ad intervenire militarmente, ma solo di richiedere ispezione per la ricognizione della realtà dei fatti. L’art. XII della medesima Convenzione disciplina espressamente i provvedimenti per risolvere una situazione e garantire l’adempimento,ivi comprese le sanzioni da porre in essere. Nel caso concreto, nella Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, stoccaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione, si afferma all’art. XII par. 4 che «la Conferenza degli Stati Parte sottoporrà, in casi di particolare gravità, la questione all’attenzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

Rebus sic stantibus, i bombardamenti sferrati contro la Siria alimentano i dubbi sull’effettiva capacità del diritto internazionale di regolamentare il ricorso alla forza nelle relazioni internazionali e facilmente rinnovano il sentore dell’esistenza di una profonda lacerazione o addirittura demolizione di tutto l’insieme di norme consuetudinarie e scritte che, a partire dal Patto della Società delle Nazioni del 1919, per poi proseguire con il Patto di Briand-Kellogg del 1928 ed in conclusione con l’entrata in vigore, il 24 ottobre 1945, della Carta delle Nazioni Unite, hanno tentato di limitare il ricorso alla guerra.

Scottanti evidenze sui gas in Siria

Ad ormai più di una settimana dall’attacco missilistico in Siria, emergono dai media di tutto il Mondo dubbi sulla realtà delle cose come ci sono state presentate dalla Coalizione.

Nei giorni successivi l’attacco americano, inglese e francese contro la Siria continuiamo ad interrogarci sul presunto uso di gas tossici contro la popolazione civile. Ricordiamo che le forze di Assad sono state accusate dalla Coalizione di aver utilizzato gas di cloro e sarin contro la popolazione civile del Ghouta.

L’OPAC finalmente al lavoro

Gli ispettori dell’OPAC (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) sono giunti in Siria ormai da una settimana, ma ancora non avevano potuto svolgere le loro indagini, in quanto tre giorni fa una squadra dell’organizzazione aveva desistito dalle sue operazioni dopo che si era verificato un attacco con armi da fuoco nei confronti della squadra di sicurezza dell’ONU nella zona.

Nella giornata di ieri gli inviati dell’OPAC hanno finalmente potuto svolgere il loro compito, come riferisce l’organizzazione stessa in un suo comunicato ufficiale. Verranno stilate delle relazioni che saranno inviate alle nazioni aderenti alla Convenzione per il disarmo chimico.

Il dubbio

Ormai sul web diverse testate giornalistiche, anche molto note, incominciano ad avanzare sospetti circa l’effettivo utilizzo di questi gas. E se è vero che Theresa May e Macron hanno gridato di possedere le prove indiscutibili dell’uso dei gas da parte di Assad, tutti si chiedono perché si sarebbe dovuto utilizzare un mezzo tanto eclatante ed indiscriminato per fronteggiare una questione militare tutto sommato “convenzionale”.

Circa dieci giorni fa il giornale italiano “AnalisiDifesa.it” aveva avanzato l’ipotesi che tutto queste presunte “prove schiaccianti” non fossero altro che un banale tentativo di casus belli: effettivamente tutti ricordiamo le presunte armi chimiche di Saddam, pretesto per il secondo intervento statunitense nel Golfo; una dinamica analoga può essere ritrovata nell’intervento anglo-francese in Libia nel 2011. Questi esempi ci ricordano come più di una volta siano stati utilizzati come pretesto per l’azione armata informazioni fornite da fonti quantomeno dubbie, se non proprio inventate di sana pianta.

L’opportunità militare dell’uso di gas

Inoltre si fa notare come il gas di cloro (il cui uso deve ancora essere dimostrato dall’OPAC) non sia una vera e propria arma, ma un prodotto chimico di facile produzione. Difatti anche lo stesso Stato Islamico, negli anni passati, aveva fatto uso di agenti chimici nei combattimenti. Dunque si tratta di strumenti relativamente diffusi fra tutte le parti in conflitto.

Si badi bene che noi non intendiamo in questa sede sostenere la perfetta innocenza e correttezza del regime di Assad, provatamente colpevole di numerose violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Tuttavia, allo stesso tempo, non possiamo non interrogarci sulla motivazione che avrebbe spinto la Siria ad utilizzare un mezzo del genere, adatto a colpire in maniera rozza ed indiscriminata un grande numero di individui, quando in realtà le operazioni condotte dalle forz armate di Assd si limitano alla neutralizzazione di sparute sacche di resistenza, per di più in una regione che è stata già occupata.

Ed inoltre non si vede il motivo per cui il governo siriano avrebbe dovuto utilizzare un’arma così controversa proprio in un momento tanto delicato dal punto di vista internazionale, che avrebbe chiaramente fornito alla comunità mondiale un eclatante pretesto per ingerirsi nelle vicende della Siria.

Un’ultima considerazione su questo punto: l’obiettivo dell’attacco missilistico avvenuto circa dieci giorni fa. E’ stato rilevato che circa il 70% dei missili intelligenti sia stato diretto contro un sito di (presunta) produzione di armi chimiche presso Damasco, in quanto individuato come la fonte da cui provengono le armi chimiche. Tuttavia, negli ultimi anni, l’OPAC aveva già effettuato ben tre controlli in quella struttura, senza rilevare alcunché di allarmante. Le relazioni sono facilmente reperibili sul loro sito ufficiale. Possibile che la Coalizione non le avesse lette?

Incapacità dell’ONU

Con questo articolo non vogliamo in alcun modo difendere il regime di Bashar al Assad, in quanto i crimini commessi dalle sue truppe sono noti e ben documentati. Anche per quanto riguarda le armi chimiche, il cui uso da parte siriana è stato confermato più volte. Ma allo stesso tempo ci sembrava doveroso sollevare alcuni ragionevoli dubbi su avvenimenti tanto gravi, che le grandi potenze non sembrano volere approfondire (almeno pubblicamente). All’indomani dell’attacco di gas nel Ghouta, durante una seduta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Russia aveva utilizzato il suo diritto di veto per bloccar la proposta americana di creare una apposita squadra di indagine sulla faccenda. Quando poco dopo una proposta simile è stata avanzata dalla Russia, gli Stati Uniti hanno fatto la stessa cosa. Ed è con questi modi stupidi che le Nazioni Unite si bloccano ogni volta che il loro intervento sarebbe necessario, invitando così gli Stati ad agire unilateralmente.

La regina Elisabetta compie 92 anni: cosa fa il giorno del suo compleanno?

Sabato 21 aprile la regina Elisabetta II compie 92 anni. Un nuovo traguardo per la sovrana più longeva del Regno Unito che, con i suoi 66 anni di regno, ha superato nel 2015 il precedente record di 63 detenuto dalla sua trisavola, la regina Vittoria. Del resto la longevità, nel senso proprio del termine, è una delle caratteristiche di molti membri della Royal family: il record attuale è di 102 anni.

Quest’anno, però, il giorno del compleanno di sua maestà è stato rattristato dalla recente morte di uno dei suoi corgi, Willow. L’amore della regina per i cani, ed in particolare per i corgi, è risaputo e risale alla sua infanzia.

Elizabetta II, in compagnia di Willow ed altri suoi cani, fotografata da Annie Leibovitz nel 2016

La morte di Willow ha colpito particolarmente la regina: è in effetti la fine di un’era e dell’ultimo legame con i suoi genitori. Willow, infatti, era l’ultimo esemplare della stirpe reale allevata da lei personalmente, con capostipite Susan, cane regalatole dai genitori in occasione del suo diciottesimo compleanno.

Doppi festeggiamenti: come mai?

Sebbene il giorno della sua nascita sia appunto il 21 aprile, la regina ha in realtà due compleanni: uno reale ed uno ufficiale. Quest’usanza risale al 1748, durante il regno di Giorgio II. Infatti, poiché il sovrano era nato a novembre (un mese freddo in cui era difficile organizzare festeggiamenti e manifestazioni all’aperto), si decise di spostare le celebrazioni ufficiali in estate. Questa tradizione è rispettata ancora oggi ed il compleanno ufficiale della regina viene festeggiato ogni anno nel secondo sabato di giugno.

I festeggiamenti privati del 21 aprile

La regina trascorre il vero giorno del suo compleanno perlopiù in festeggiamenti privati, con i suoi familiari. Non vengono organizzati incontri ufficiali ma l’evento è comunque commemorato da 41 colpi di cannone ad Hyde Park, 21 al  Windsor Great Park e 62 alla Torre di Londra. In serata, in chiusura del 25esimo Commonwealth Heads of Government meeting, si terrà un concerto alla Royal Albert Hall in onore della regina: “The Queen’s Birthday Party”. Sono molti i cantanti ad esibirsi, tra i quali Kylie Minogue, Shawn Mendes e Craig David.

I festeggiamenti ufficiali nel mese di giugno

Quest’anno i festeggiamenti ufficiali si terranno il 9 giugno (salvo condizioni climatiche avverse) con la tradizionale parata chiamata “Trooping the Colour”. Uno spettacolo maestoso che parte da Buckingham Palace e a cui prendono parte più di 1400 soldati, 200 cavalli, 400 musicisti, oltre che la stessa regina e il resto della famiglia reale.

Al termine della parata la regina, insieme ai membri della Royal Family, assiste all’esibizione della Royal Air Force dalla balconata della sua residenza ufficiale. Quest’anno due new entry si affacceranno dal balcone reale: la neosposa Meghan Markle e il terzo figlio di William e Kate, la cui nascita è attesa per la fine di aprile.

Alcuni membri della Royal Family in occasione dei festeggiamenti del 10 giugno 2017

Grandi festeggiamenti per una regina che, grazie ai numerosi anni di regno, è riuscita a dare stabilità a un’istituzione secolare ed a diventare uno dei simboli più conosciuti del Regno Unito.

Non resta che dire: Happy Birthday, Your Majesty!

L’escalation militare in Siria

Escalate to de-escalate, sembra essere il mantra di questi giorni all’interno dell’amministrazione statunitense, rappresentando un chiaro ritorno alla Madman Theory dei tempi di Nixon e Kissinger. Questa forma di politica estera impediva alle cancellerie dei vari paesi di prevedere le mosse della Casa Bianca.

Le motivazioni di Francia e Regno Unito

Prima di lanciare la sua rappresaglia, il presidente Donald Trump ha cercato alleati in Europa. Favorevoli all’intervento si sono dimostrati essere solo Inghilterra e Francia. La prima è decisa a rinsaldare la special relationship, che dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, permette all’Inghilterra di attingere agli armamenti americani e a speciali partnership economiche. In cambio il Regno Unito ha partecipato attivamente alle attività militari statunitensi, supportandole anche all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Francia dal canto suo è decisa a imporsi come leader europeo in vista della Brexit. Il paese resta l’unico dell’Unione Europea ad avere armamento nucleare e un posto permanente nel Consiglio di Sicurezza.

L’attacco

Fonti della CNN, riportano che durante l’attacco sono state utilizzate 118 munizioni di diverso tipo. I Panavia Tornado dell’aeronautica inglese, partiti dalle basi di Cipro hanno sganciato 8 missili Storm Shadow. Per quanto riguarda l’intervento francese, i suoi Rafale hanno sganciato sui bersaglio 9 missili Storm Shadow. La fregata multimissione classe FREMM della Marine Nationale ha lanciato sui bersagli assegnatigli 3 missili da crociera MdCN (Missile de Croisière Naval). Come sempre il supporto americano è risultato essere il più sostanzioso, la marina statunitense ha lanciato 60 missili Tomahawk, da due cacciatorpediniere classe Arleigh Burke e da un incrociatore lanciamissili classe Ticonderoga. Allo strike ha partecipato anche un sottomarino d’attacco nucleare classe Virginia, che ha lanciato 6 missili Tomahawk. Secondo indiscrezioni l’aeronautica USA è intervenuta sul teatro siriano con bombardieri B-1B, partiti da Qatar, che hanno rilasciato 19 JASSM. Tutti i bersagli sembra siano stati colpiti, senza causare danni collaterali. Differente la versione russa, secondo la quale, la contraerea siriana dotata di batterie risalenti all’epoca sovietica, sia riuscita ad abbattere un buon numero di missili.

La risposta internazionale

A livello internazionale, Germania e Italia hanno deciso di non partecipare al raid. I due paesi hanno supportato gli alleati nella scelta di colpire gli impianti chimici di produzione dei gas. L’Italia in un momento di orgoglio nazionale, pare abbia impedito l’uso delle basi logistiche presenti sul territorio nazionale. Gli altri paesi della NATO e il Giappone hanno semplicemente condannato l’uso delle armi chimiche, senza soffermarsi sullo strike. Russia, Iran e Siria hanno condannato l’accaduto, considerato un atto criminale. Anche la Cina si è schierata contro ogni intervento militare non approvato dall’ONU.

Possibili scenari

Se la crisi siriana sembrava ad un punto di svolta prima del 7 Aprile, adesso l’intera questione andrà riconsiderata. Intanto pare che gli USA vogliano far approvare una nuova tranche di sanzioni economiche ai danni della Federazione Russa e di alcuni oligarchi. D’altro canto pare che Trump abbia deciso il ritiro totale delle truppe dalla Siria. Sembra proprio il caso di dire che gli Stati Uniti stiano tentando di attuare la tattica dell’escalate to de-escalate. La Francia invece sembra convinta di voler intervenire per risolvere la situazione, magari come intermediario tra Russia e Occidente. In generale, possiamo affermare che lo strike non abbia sortito alcun effetto nei confronti del regime Baath.

Pillole di politica estera – settimana XV

I principali avvenimenti di politica estera della XV settimana del 2018

 

L’attacco missilistico in Siria

Nella notte italiana fra il 13 e il 14 aprile Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno dato il via a un attacco contro tre obiettivi in Siria. Un totale di 105 missili sono stati lanciati contro un centro di ricerca e sviluppo a Damasco e due installazioni a Homs, che secondo il Pentagono sono strutture collegate alla produzione di armi chimiche. L’incursione è stata lanciata in seguito a un presunto attacco chimico avvenuto il 7 aprile a Duma: secondo le potenze occidentali tale attacco sarebbe stato compiuto dal governo siriano contro i ribelli e avrebbe colpito anche i civili, mentre Siria e Russia negano un qualsiasi coinvolgimento nell’accaduto.

I tre Paesi che hanno diretto i raid missilistici contro gli impianti siriani hanno affermato che non intendono rimuovere dal potere il presidente siriano Assad, ma soltanto colpire le sue capacità di condurre attacchi chimici in futuro.

 

Le reazioni all’attacco in Siria

La Siria e i suoi alleati hanno definito illegale l’attacco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna: la Russia, in particolare, li ha condannati per non aver atteso lo svolgimento di indagini indipendenti sullo svolgimento e sulle effettive responsabilità del presunto attacco chimico. Putin, inoltre, a quanto riporta l’agenzia russa Tass, ha dichiarato che “attraverso le loro azioni gli Stati Uniti (…) stanno di fatto collaborando con i terroristi”. Secondo il Ministero della Difesa russo, 71 dei missili lanciati sono stati abbattuti dalla difesa aerea siriana e non vi sono stati feriti. Dimostrazioni di piazza si sono svolte in Siria a sostegno del regime.

Inviati dell’OPAC (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) sono giunti nel frattempo a Damasco per svolgere indagini indipendenti sul presunto attacco chimico che ha scatenato le tensioni internazionali intorno alla Siria.

 

Nuove sanzioni degli Usa contro la Russia

La tensione fra Paesi occidentali e Russia continua a crescere anche dopo il lancio di missili contro Assad. Domenica 15 aprile infatti l’ambasciatrice degli Usa presso l’ONU, Nikki Haley, ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca per il suo sostegno al governo siriano. La Russia ha reagito con durezza: la portavoce del Ministero degli Esteri ha affermato che gli Usa vogliono colpire il Paese eurasiatico per il semplice fatto di essere un attore globale.

 

Orban trionfa nelle elezioni ungheresi

Il primo ministro ungherese Viktor Orban è stato riconfermato per la terza volta nelle elezioni tenutesi l’8 aprile. Orban ha ottenuto una larga vittoria, raccogliendo il 49,27% dei voti, grazie ai quali il suo partito Fidesz può occupare 133 dei 199 seggi dell’Assemblea Nazionale: un numero sufficiente anche per apportare modifiche alla Costituzione. La crescita dell’affluenza elettorale, al contrario di quanto prevedevano vari analisti, non ha indebolito il premier sovranista, anzi l’ha rafforzato. Nella gara elettorale si è posizionato in seconda posizione il partito nazionalista Jobbik (19%) e in terza posizione la coalizione di centrosinistra (12%).

 

Nuove manifestazioni pro-indipendenza in Catalogna

Centinaia di migliaia di manifestanti pro-indipendenza hanno marciato domenica per le strade di Barcellona per chiedere la liberazione dei politici indipendentisti incarcerati. I dimostranti erano 750mila secondo gli organizzatori, 315mila secondo le autorità. La manifestazione avviene in un periodo di forte instabilità politica per la Catalogna, che ancora non è riuscita a nominare un presidente in una situazione di perdurante scontro con le autorità centrali spagnole.

 

Il partito laburista israeliano rompe le relazioni con Corbyn

Il capo del partito laburista israeliano, Avi Gabbay, ha dichiarato in una lettera diffusa sui media la temporanea sospensione di tutte le relazioni formali fra il suo partito e il leader dei laburisti inglesi Jeremy Corbyn. Gabbay ha accusato Corbyn di permettere atteggiamenti antisemiti nel suo partito e di mostrare ostilità alle politiche del governo israeliano. Tale rimostranza formale segue alcune proteste che lo scorso mese dei gruppi ebraici britannici avevano svolto di fronte al Parlamento. Corbyn, sostenitore dei diritti dei palestinesi e critico verso Israele, si è scusato per i comportamenti antisemiti di frange del suo partito e ha promesso di raddoppiare gli sforzi per evitare che essi si ripetano.

Guerra in Siria. A chi vogliamo credere?

Per l’ennesima volta in Siria civili muoiono soffocati dai gas. Tutti si accusano a vicenda, ma qualcuno deve essere il colpevole.

I media di tutto il Mondo sono impegnati con il recente tiro al bersaglio di Gran Bretagna, Francia e Usa sulle installazioni militari siriane.

Come è noto, l’attacco è stato deciso come “punizione” per il recente uso che l’esercito siriano ha fatto nel Ghouta di agenti chimici. In particolare, nella città di Duma pare siano stati usati iprite e sarin per supportare le operazioni militari dell’esercito di Assad, il quale ha ormai strappato ai ribelli tuta la parte orientale della regione.

La Siria e la Russia gridano al complotto

Tuttavia, tre giorni fa alle Nazioni Unite, l’ambasciatore siriano Bashar al Jaafari aveva riaffermato che l’esercito siriano non ha mai fatto uso di gas durante il conflitto, e che questo non è altro che una macchinazione ordita dagli USA e dai sui alleati per screditare il regime di Assad. L’ambasciatore ha citato espressamente i servizi segreti Turchi e Sauditi, i quali avrebbero agito sotto direzione statunitense.

Subito gli aveva fatto eco il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, il quale aveva affermato che la Russia è in possesso di prove determinanti del coinvolgimento di “servizi segreti stranieri” in questa presunta messinscena. Inoltre, si è detto sicuro che gli operatori dell’OPAC non avrebbero trovato alcuna prova dell’uso di armi chimiche da parte siriana.

All’Ovest niente di nuovo

Gli esperti dell’OPAC, l’organizzazione internazionale per la proibizione e il disarmo chimico, proprio nella giornata di ieri hanno cominciato le loro indagini. Per parte loro, Francia e Gran Bretagna sono sicurissimi del fatto che il regime di Assad abbia di nuovo fatto ricorso alle armi chimiche. Nelle loro dichiarazioni pubbliche, sia il Presidente Macron che il Primo Ministro Theresa May  hanno sostenuto la necessità di questo attacco, affermando di essere in possesso di prove sicure dell’uso di armi chimiche lo scorso 7 aprile.

Il generale James Mattis, Segretario della Difesa degli USA, si è detto preoccupato per il fatto che ogni ulteriore attacco contro Assad, con la Russia e l’Iran in pieno stato di allerta, potrebbe portare ad una escalation potenzialmente incontrollabile. Probabilmente dello stesso parere sono Angela Merkel e il nostro Paolo Gentiloni, i quali hanno escluso un coinvolgimento armato dei rispettivi Paesi nel conflitto.

L’Italia al tempo stesso però, recita una nota di palazzo Chigi, non mette in discussione l’uso “difensivo” che l’aviazione statunitense fa delle basi di Aviano e Sigonella, in quanto operazioni volte al “supporto logistico delle forze alleate” e alla loro sicurezza. In effetti tutto ciò è davvero molto comodo, in quanto le operazioni altrimenti qualificate come offensive avrebbero bisogno di esplicita approvazione parlamentare. Ma la domanda che ci poniamo è: come si fa a capire se un drone armato americano è diretto a proteggere un convoglio di rifornimenti piuttosto che a bombardare una installazione militare siriana?

Le Repubbliche Popolari del Donbass | Speciale parte 2 di 4

Sono ormai quattro anni che si combatte nell’est. Le Repubbliche separatiste tengono duro, ma l’Ucraina è decisa a non demordere. Anche ricorrendo a scomodi alleati.

Eccoci con il nostro secondo appuntamento dello speciale dedicato all’attuale situazione della crisi dei rapporti Russia-Occidente, con un occhio di riguardo al conflitto ucraino. La settimana precedente si erano ripercorsi i fatti che avevano portato alla crisi politica interna al Paese, e che era culminata nella secessione degli oblast’ di Donetsk e Lugansk, nomi ormai divenuti tristemente noti. Oggi vogliamo approfondire la peculiare natura di queste due realtà territoriali ed offrirvi un quadro dell’attuale situazione politica e militare.

Le repubbliche popolari

Nell’aprile del 2014 un gran numero di manifestanti contrari alle proteste di Piazza Maidan occupano diversi edifici pubblici nell’oblast’ di Donetsk, importante centro nella zona orientale del Paese, quasi al confine con la Federazione russa. Ricordiamo al lettore che tutta la macroregione del Donbass fino al Mar Nero costituisce una delle zone più ricche di tutta l’Ucraina, soprattutto grazie alle ingenti risorse minerarie.

Il giorno successivo viene proclamata la Repubblica popolare di Donetsk, cui seguirà il 24 aprile la secessione dell’oblast’ di Lugansk. In entrambe queste circoscrizioni si tennero dei referendum sulla secessione che godettero di una affluenza superiore all’80%. Con essi la popolazione delle due regioni promosse il progetto indipendentista con percentuali quasi bulgare (nel caso di Lugansk si espresse a favore non meno del 94% della popolazione).

La “Nuova Russia” e il Protocollo di Minsk

Le due repubbliche neo costituite dovettero fin da subito fronteggiare le reazioni militari di Kiev contro l’insurrezione. Notevole è stata la capacità della “Milizia popolare del Donbass”, ovvero la forza armata delle due repubbliche, nel contenere i violenti attacchi delle forze ucraine: il primo nucleo della milizia era già in via di formazione durante i primi giorni della rivolta. Le sue file vennero costituite da un nutrito numero di volontari locali ma anche da numerosi volontari provenienti dal mondo russo (in particolare ceceni ed osseti).

Le due repubbliche cercarono di guadagnare forza l’una dall’altra allestendo il cosiddetto “Progetto Nuova Russia”, ovvero una nuova confederazione che comprendesse le due Repubbliche neo-costituite. Il progetto venne abbandonato pochi mesi dopo con il Protocollo di Minsk: questo progetto, patrocinato dall’OSCE, consisteva in un accordo di cessate il fuoco e una provvisoria delimitazione territoriale, in vista di possibili sviluppi diplomatici. Al Protocollo aderirono, fra la fine dell’estate e l’inizio di settembre, sia i rappresentanti di Kiev che quelli delle due repubbliche scissioniste. Questo tuttavia non impedì una nuova escalation delle violenze, culminate in quella che è conosciuta come la seconda battaglia per il controllo dell’aeroporto di Donetsk. Da quel momento le ostilità si trovano in una sorta di stallo.

Indicativa rappresentazione della delimitazione concordata con il Protocollo di Minsk

Lo stallo

La situazione che si è venuta a creare presenta delle caratteristiche piuttosto anomale: il confine fra l’Ucraina e le due repubbliche si è attestato su una linea piuttosto stabile, anche se i piccoli scontri e le scaramucce fra piccole formazioni sono all’ordine del giorno. Altrettanto frequenti sono i bombardamenti da parte ucraina delle zone lungo il confine, alle quali la Milizia popolare risponde con un più intenso fuoco di piccolo calibro.

Notevole è la capacità organizzativa delle forze separatiste, le quali, essendo formate da un gran numero di volontari con pregresse esperienze militari, si sono organizzate su un sistema di Brigate indipendenti che supportano la Milizia popolare e che godono di un notevole equipaggiamento di produzione russa, compresi mezzi corazzati pesanti.

L’elevata quantità e qualità dell’equipaggiamento ha sollevato molti dubbi circa la condotta della Federazione russa: se consideriamo la fortissima posizione filorussa delle due repubbliche e la possibilità per la Russia di ottenere da questi nuovi amici notevoli quantità di materie prime (soprattutto carbone), non ci appare così improbabile l’ipotesi di un proficuo rapporto di riarmo fra la Federazione e le due repubbliche.

Una (a prima vista) eclatante confusione ideologica

Ciò che appare fin da subito molto interessante è la peculiare situazione politica ed organizzativa delle due repubbliche, soprattutto per quanto riguarda Donetsk. Pur essendo una “Repubblica popolare” vi sono articoli contenenti statuizioni particolarmente reazionarie. Ad esempio, l’Art. 9 pone il cristianesimo ortodosso del Patriarcato di Mosca come religione ufficiale, mentre gli articoli 31 e 12 censurano rispettivamente i rapporti omosessuali (definendoli espressamente “perversi”) e l’aborto.

Inoltre numerosi componenti del governo hanno un passato molto contrastante. L’attuale “Governatore del popolo” Pavel Gubarev non solo iniziò la propria esperienza nella politica all’interno di un’organizzazione neonazista russa, ma ha dimostrato in molte occasioni pubbliche vicinanza a personaggi come il filosofo e politologo russo Alexander Dugin.

Dugin è universalmente noto come colui che ha rilanciato, verso la fine del secolo scorso, l’ideologia nazional-bolscevica (una sorta di sincretismo fra il comunismo più spinto ed una matrice di fondo nazionalista) e come aperto sostenitore di una nuova politica imperialista da parte della Russia. Tanto per dare un’idea del personaggio citiamo due fra le sue opere più famose: “Il Fascismo immenso e rosso” e “Eurasia. La Rivoluzione conservatrice”.

Aleksandr Zacharčenko, Presidente della Repubblica Popolare di Donetsk.

Il fascino della svastica

Ma le forze armate separatiste non sono le sole ad ospitare soggetti quantomeno dubbi nelle loro fila. Dall’altra parte del fronte, anche l’esercito ucraino non disdegna l’aiuto della svastica. Nei mesi subito successivi alla cruenta separazione, a causa della contestuale caduta del governo di Viktor Janukovyč, i militari ucraini non potevano godere di piena libertà di azione e dislocamento per tentare di contrastare i ribelli. Hanno sopperito a questo limite con la creazione di brigate formate da volontari provenienti da tutta Europa (soprattutto Italia, Francia e Spagna) ma che avevano quasi tutti in comune una spiccata propensione per la destra estrema. Vi vogliamo citare solo la più nota di queste formazioni, il Battaglione “Azov”.

Nato appunto come una formazione indipendente di combattenti, nello stesso 2014 è stata inquadrata dall’esercito ucraino all’interno del nucleo forze speciali della Guardia Nazionale (tanto da condurre un gran numero di operazioni insieme ai paracadutisti dell’esercito regolare ucraino). Sono stati ripetutamente accusati da agenzie di tutto il mondo di ripetuti e sistematici crimini di guerra, come torture, esecuzioni e mutilazioni. Il loro simbolo richiama lo Schwartze Sonne (il Sole nero molto amato dalla simbologia nazista) accompagnato dalla runa Wolfsangel (anch’esso simbolo runico molto amato dai nazisti, tanto che fu usato come stemma della 2° SS-Panzerdivision “Das Reich” durante la seconda guerra mondiale).

Ad esso si sono aggiunti altri reparti, come il Battaglione “Donbass”, i cui membri, come sorta di rito di iniziazione, sembra si facciano tatuare dai compagni delle svastiche sul petto.

Alcuni membri del Battaglione “Azov”. Appare evidente la simbologia nazista