London calling to the faraway towns

Ci sono due tipi di città: quelle belle, ma, il bello si esaurisce sulla strada verso casa, e quelle belle che non vorresti lasciare mai, che hanno sempre qualcosa di nuovo da regalare. Londra appartiene al secondo tipo. Quelle che ti fanno venire voglia di tornarci.

“The city now doth, like a garment, wear

the beauty of the morning, silent, bare

ships, towers, domes, theatres, and temples lie

open unto the fields, and to the sky”

 

(Vista dal London Eye)

Così recita una parte della poesia di William Wordsworth scritta nel 1802, posizionata sul Westminster Bridge e intitolata proprio “Composed upon the Westminster Bridge”. È la descrizione di un panorama che si estende immenso davanti agli occhi e anche la descrizione di un sentimento che si percepisce di fronte a tanta bellezza. Da una parte il London Eye e dall’altra il Big Ben e la House of Parliament. Basta camminare un pò per trovare le classiche cabine telefoniche rosse; per vedere in strada il classico taxi nero e l’autobus rosso a due piani. Basta entrare in uno dei tipici pub per assaggiare un hamburger – purché sia entro le 21 che poi le cucine chiudono – , una birra e  giocare a freccette. Basta guardarsi intorno per sentire il calore di un popolo devoto ad una regina. God save the queen.

From District line to Circle line, from Piccadilly line to Northern line

(Piccadilly Circus)

Tantissimi i quartieri da visitare e tantissime le tradizioni: Piccadilly Circus, Wimbledon, King’s Cross, Bloomsbury, Earl’s Court, il thé nel pomeriggio, il cambio della guardia, il brunch. Piccadilly la sera è un insieme di luci, di voci, di rumori, di clacson, di canzoni, di emozioni. Piccadilly è il punto di ritrovo dei giovani, è la zona dei locali, dei ristoranti aperti anche fino a mezzanotte, dello spettacolo a cielo aperto. Piccadilly è vivace.

(Camden Town)

Al contrario di Earl’s Court, che è silenziosa e ordinata, con la famosa cabina di Doctor Who piazzata davanti la fermata della metro. Earl’s Court è un quartiere discreto, che non ambisce alla vita movimentata, ma, è un piacere per gli occhi e la mente per la sua bellezza e tranquillità. Poi c’è Notting Hill, conosciuta per il film con Julia Roberts e Hugh Grant, che ha fatto sognare tanti ragazzi. Caratterizzata da particolari casette, la “Portobello Road” è ricoperta da mercatini che si estendono per quasi tutte le vie del quartiere. Questa aria un po’ più dimessa, più caotica in mezzo ai fiumi di gente, la si ritrova anche a Camden Town. Qui anche gli odori sono diversi. Cibi speziati ed erba si mischiano nelle narici; mentre le mani si stringono intorno alle borse per evitare scippi improvvisi. È una Londra diversa, ma, affascinante anche essa: come tutte le cose più oscure e difficili che hanno lo charme del mistero.

Londra che emerge in superficie è straordinaria, ma c’è anche un’altra Londra, quella sotterranea, l’Underground – o anche detta The Tube. È la più antica rete metropolitana del mondo e la più estesa d’Europa. Qui è straordinaria la sua efficienza nonostante la complessità. Grazie ad essa è possibile spostarsi da una zona all’altra della city e senza troppe difficoltà.

 

Pillole di politica estera – settimana XIV

I principali avvenimenti di politica estera della XIV° settimana dell’anno

Niger, alt alla missione

La tanto controversa missione in Niger dell’esercito italiano, approvata durante la scorsa legislatura, si trova ad un punto inaspettato. La resistenza della popolazione locale, alla presenza straniera, hanno convinto il presidente nigerino Mahamadou Issoufou a richiedere un rallentamento nello spiegamento delle truppe. Adesso bisognerà decidere se ritirare il contingente di 40 unità già presenti sul territorio. I militari erano arrivati nell’area per preparare la base per le nostre truppe, ma al momento risultano confinati all’interno della base USA.

Continuano gli scontri nella striscia di Gaza

La settimana di Pasqua, non ha visto diminuire le tensioni nell’area di Gaza, le proteste continuano. Quella di cui parliamo è la più importante manifestazione organizzata dai palestinesi negli ultimi anni. Iniziata in concomitanza con la pasqua ebraica, terminerà il 18 Maggio giorno della nascita d’Israele. Quella che nei piani degli organizzatori doveva essere una manifestazione pacifica è rapidamente degenerata in scontri con l’esercito d’Israele, causando migliaia di ferite e una decina di morti.

Scontro Dazi Cina-Stati Uniti

Il presidente Donald Trump, ha deciso d’imporre dazi alla Cina dal valore di oltre 100 miliardi di dollari. In risposta il governo di Pechino ha minacciato di tassare i prodotti importati da dagli Stati Uniti, soprattutto soia ed aerei entrambi prodotti negli stati che nelle scorse elezioni hanno supportato il presidente. Questa potrebbe essere un ottima arma in mano alla Cina perché le elezioni di metà mandato sono alle porte.

L’ex-presidente brasiliano Lula in carcere

Questa settimana il tribunale supremo brasiliano ha rigettato la richiesta di habeas corpus presentata da Lula, il quale ora dovrà scontare in galera la pena di 12 anni per corruzione e riciclaggio. L’ex- presidente per evitare l’incarcerazione si è rifugiato presso la sede del sindacato degli operai dove era politicamente cresciuto. Dopo essersi rifiutato di consegnarsi alle autorità, per partecipare alla messa in ricordo della moglie, l’ex-presidente Lula si è nuovamente rifugiato nel sindacato. Dopo alcune ore Lula nel della notte si è consegnato alle autorità, per essere trasferito in carcere.

La crisi dei rapporti Russia-Occidente | Speciale parte 1 di 4

La crisi che portò alla rottura

Oggi parte una nuova rubrica in più parti con la quale noi del Team Esteri del Momento ci proponiamo, ogni mese, di descrivere un argomento di politica estera.  Per iniziare tratteremo della crisi dei rapporti Russia-Occidente. La rubrica uscirà ogni weekend trattando di volta in volta  un aspetto diverso dell’argomento.

La crisi in Ucraina

Le relazioni tra paesi dell’Europa dell’Est e i restanti paesi europei, hanno visto un sostanziale miglioramento in seguito alla caduta del muro di Berlino. Lo stesso non si può dire dei paesi fuoriusciti dall’Unione Sovietica che, a parte le tre repubbliche baltiche, sono rimasti sostanzialmente sotto l’egemonia russa. Qualcosa cambia nel 2004, quando sull’onda della rivoluzione arancione arriva al potere Viktor Juščenko, il quale decide di uscire dall’ombra russa, per migliorare le relazioni con l’Europa. In risposta, Putin iniziò a fare pressioni sulla vulnerabile economia del paese, riuscendo alle elezioni del 2010 a far arrivare al potere Viktor Janukovyč. Il nuovo presidente, per tornare nelle grazie della Russia, decide di ritirare le richieste per entrare in Unione Europea e nella NATO, permettendo a Putin l’utilizzo delle basi navali in Crimea. Verso la fine del 2013, iniziarono le manifestazioni in piazza contro alcune misure pro Russia e anti europee, decise dal governo, la situazione degenerò rapidamente. A Febbraio 2014, il parlamento riesci a destituire Janukovyč, il quale si rifugia in Russia. Venne nominato ad interim Oleksandr Turčynov, il quale decise d’indire le elezioni per Maggio.

La Crimea

Pochi giorni dopo la destituzione di Viktor Janukovyč, in Crimea, che  era una repubblica autonoma dell’Ucraina  alcuni uomini armati entrarono nel parlamento locale sventolando una bandiera russa. Il giorno seguente uomini armati e con uniformi russe presero il controllo dei punti nevralgici della penisola, tra cui l’unica via d’accesso terrestre che collegasse la Crimea all’Ucraina. Il 16 Marzo, si tenne un referendum per decidere le sorti della penisola, il risultato fu assolutamente a favore dei Russi.

La guerra civile

Ad Aprile, manifestanti armati entrarono nel parlamento di Donetsk, nell’Ucraina Orientale, anche loro sventolando bandiere russe. Poco dopo dichiararono l’indipendenza e la nascita della repubblica. Nello stesso periodo, in un Oblast vicino nacque la Repubblica Popolare di Lugansk. Gli eventi che caratterizzarono la sua nascita sono del tutto simili a quelli avvenuti a Donetsk. Il governo Ucraino attese fino alle elezioni di Maggio per prendere dei provvedimenti a riguardo. Dalle elezioni uscì vincitore Petro Porošenko, che decise per la linea dura contro i ribelli. Se per la Crimea il nuovo presidente non poté fare molto perché  la penisola entrò di fatto nella federazione Russa, in questo caso decise di reprimere la rivolta nella zona del Dombass. In aiuto degli Ucraini, la NATO aumentò le esercitazioni  mentre Stati Uniti ed Europa imposero delle dure sanzioni alla Russia. Le sanzioni furono imposte, quando ormai era palese il coinvolgimento diretto di unità russe nella guerra.  A ormai 4 anni dall’inizio delle ostilità, l’esercito ucraino non è riuscito a sconfiggere la rivolta, mentre l’orso dell’Est combatte la recessione causata dalle sanzioni. La situazione sembra ancora molto lontana da una soluzione sia militare che diplomatica.

Siria, Erdogan continua l’offensiva. E Macron si preoccupa per i curdi.

Dopo la caduta di Afrin l’esercito turco non si ferma. E Macron fa impazzire la Turchia incontrando i leader curdi.

La scorsa settimana avevamo discusso della difficile situazione in Siria all’indomani della caduta di Afrin. Erdogan afferma che l’esercito turco si trova in Siria per restarci, e che la distruzione dello YPG (la milizia curda della regione settentrionale della Siria) è un obiettivo fondamentale per il governo Turco. Tuttavia, la presenza di un discreto numero di militari americani nella zona potrebbe causare spiacevoli incidenti.

Stati Uniti terzo incomodo

Sono stimati in circa 2000 i militari americani presenti nel Nord della Siria, inviati prevalentemente con il duplice compito di osservatori e di addestratori per le nuove leve della milizia curda. Ricordiamo che questa proficua collaborazione fra curdi e Coalizione è in atto fin dall’inizio della lotta all’ISIS, il cui peso è stato finora sostenuto per la maggior parte dai combattenti curdi.

La presenza di militari americani è accertata anche nella cittadina di Manbij, sita nella parte meridionale del cantone di Kobane. Tre giorni fa il Consiglio per la sicurezza militare della Turchia, presieduto dallo stesso Erdogan, ha valutato i possibili sviluppi dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”: la probabile direttrice dell’avanzata turca molto probabilmente avrà come punto cardine il controllo di questo strategico crocevia, già fortificato dalla guarnigione curda.

Il Consiglio per la sicurezza in un comunicato ha “invitato caldamente” le truppe americane a ritirarsi dalla zona di Manbij, in quanto controllata da quelli che la Turchia considera dei terroristi. E dunque, applicando la proprietà commutativa, si lascia intendere che verranno considerati come terroristi tutti coloro che verranno trovati a supportare lo YPG (in quanto la Turchia considera da sempre lo YPG come la costola armata del Partito Comunista Curdo PKK in Siria).

Un Macron filo-curdo attira le ire di Ankara

La Turchia sta creando anche forti attriti con la Francia di Macron, il quale ha ricevuto a Parigi una delegazione dell’SDF (Self Defence Forces) curdo per discutere riguardo la difficile situazione. Il Presidente Macron si dice preoccupato non solo per la grave situazione che sta attraversando la popolazione civile, ma anche delle avvisaglie di ripresa dello Stato Islamico, specialmente al confine con l’Iraq.

Circa due giorni fa alcuni elementi dello schieramento curdo avevano fatto circolare la voce che la Francia fosse pronta ad inviare aiuti alle forze curde. Ieri è giunta una netta smentita da parte dell’Eliseo riguardo un imminente invio di truppe, anche se lo stesso Macron ha affermato di valutare, insieme con i cuoi consiglieri militari, la possibilità in futuro di un intervento diretto nella zona. Queste dichiarazioni devono essere lette in concomitanza con le recenti affermazioni del Presidente Trump sulla possibilità per gli Stati Uniti di ritirarsi, in un futuro non molto lontano, da un conflitto costato 7000 miliardi di dollari “senza nessun risultato apprezzabile”.

La Turchia ha attaccato duramente il Governo francese per questo summit con le forze curde, accusando la Francia di riunirsi intorno ad un tavolo con gli stessi pericolosi terroristi che la Turchia sta combattendo strenuamente sul campo di battaglia. Il vice-presidente del Consiglio turco ha affermato che la Francia si è voluta mettere deliberatamente “in rotta di collisione” con Ankara, e che “tutti coloro che solidarizzano con i terroristi saranno considerati nemici della Turchia”.

La vittoria elettorale di Putin lo consacra a moderno Zar ?

Analisi della vittoria del nuovo Zar di Russia

A poco più di una settimana dal voto in Russia, giunge il momento d’analizzare la vittoria elettorale del più longevo leader russo,  dopo Stalin. Con il 76,7% delle preferenze, Putin raggiunge il suo più alto consenso, da quando è in carica. Se la sua vittoria sembrava scontata, il dato più importante era quello riguardante l’affluenza, che si è assetata al 67%. Combinando i risultati d’affluenza e preferenze,  più della metà dei 111 milioni d’elettori è stato favorevole all’operato dello Zar.

I punti forti di Putin per la rielezione

In queste elezioni, il presidente Putin ha potuto sfruttare gli ottimi risultati raggiunti in politica estera in questi ultimi anni. Primo fra tutti l’ingresso della Crimea nella Federazione Russa, dove le sue preferenze si sono attestate al 90% dei votanti, la stessa percentuale della Cecenia. Con l’entrata della penisola nella federazione, Putin ha riottenuto lo status di superpotenza per la Russia. A favore dello Zar anche il buon andamento della guerra in Siria. Guerra, che prima del suo intervento, sembrava in stallo con una Siria divisa in tre parti: l’Isis al confine con l’Iraq, i ribelli a nord e i lealisti a sud. Adesso la situazione risulta sostanzialmente a favore delle forze fedeli ad Assad, che controllano la maggior parte del paese, dopo la sconfitta dell’Isis. Anche il recente avvelenamento dell’ex-spia del KGB avvenuto nel Regno Unito, ha influenzato la campagna elettorale. Il tentato omicidio,  ha portato al deterioramento delle relazioni tra Regno Unito e Russia, ritenuta la mandante. Questo evento, unito alle sanzioni economiche, non ha fatto altro che aumentare la già presente crisi d’accerchiamento. Con questo termine s’indica quella sensazione dei Russi d’esser circondati da nemici. Il termine è stato coniato con l’arrivo dei Bolscevichi al potere  e caratterizza  le relazioni internazionali della Russia dal 1917

Gli scenari del prossimo mandato di Putin

Nei prossimi sei anni, il presidente russo, dovrà affrontare lo scontro con gli Stati Uniti sul piano della nuova politica nucleare. Gli americani, sotto l’amministrazione Trump, hanno deciso di potenziare l’arsenale nucleare puntando su testate miniaturizzate, meno costose di quelle convenzionali. L’obiettivo è ridurre il raggio delle esplosioni e della ricaduta radioattiva, per permettere l’utilizzo delle testate  in contesti convenzionali. Questo darebbe nuovo credito alla deterrenza nucleare statunitense. Altra sfida per l’amministrazione Putin riguarderà la lotta alle sanzioni economiche. Se da una parte le sanzioni hanno facilitato la sua rielezione, da un altra strozzano l’economia, impedendogli di crescere. Anche il buon andamento delle relazioni con la Cina, importante player internazionale, non sono da sottovalutare. Per quello che riguarda la politica interna, lo Zar Putin, in questo mandato dovrà risolvere l’arretratezza economica del paese, ancora molto legata all’estrazione di gas e impermeabile alle innovazioni tecnologiche.

La caduta di Afrin. Erdogan: “Prenderemo Kobane”

Dopo la vittoria nella città siriana l’esercito turco si sta riorganizzando. Erdogan è sicuro di poter arrivare a Kobane. Intanto, il Mondo si commuove con le sofferenze del popolo curdo.

Dopo quasi due mesi di assedio, la città di Afrin è stata ridotta quasi completamente ad un cumulo di macerie dall’artiglieria turca. I media di tutto il mondo trasmettono immagini di migliaia di profughi che cercano di abbandonare la linea del fronte portando con sé quel poco che è rimasto.  Dopo i bombardamenti turchi sulle strade di accesso all’abitato e dopo aver colpito deliberatamente i depositi di acqua della zona, le stime delle organizzazioni internazionali segnalano approssimativamente 200.000 persone rimaste senza acqua potabile né generi di prima necessità. Queste ennesime scene di sofferenza per il popolo curdo hanno il sapore di una beffa se si pensa che questo è l’epilogo di un’operazione denominata “Ramoscello d’ulivo”.

“Ramoscello d’Ulivo”

Nonostante le affermazioni della Turchia, lo scopo delle sue divisioni in territorio siriano (o magari curdo, a piacer vostro) è ormai chiaro a tutti. La Turchia incominciò le sue operazioni militari nel nord della Siria quasi due anni fa, con il pretesto di combattere da un lato lo Stato islamico (per il bene di tutti), dall’altro le milizie curde (per il bene loro). Tuttavia non può passare inosservato come le ultime sacche di resistenza dell’ISIS nell’area fossero state debellate dalle forze curde mesi or sono, nelle settimane successive alla presa di Raqqa, cosa di cui avevamo avuto modo di parlare a suo tempo. Dunque l’unica spiegazione logica a questi mesi di massacro è che l’idea di uno Stato curdo immediatamente a sud dei suoi confini spaventa la Turchia più di ogni altra cosa.

 

Mappa dell’attuale situazione territoriale della Siria

 

Erdogan ha cominciato l’offensiva alla fine di gennaio, presentando all’opinione pubblica l’operazione “Ramoscello d’ulivo” come la naturale prosecuzione dell’operazione “Scudo dell’Eufrate”. Se osserviamo la cartina, possiamo vedere come l’esercito turco abbia abilmente sfruttato i suoi alleati siriani attuando una manovra molto semplice: la zona curda di Afrin viene investita dall’offensiva turca proveniente da Ovest, mentre i territori in mano ai ribelli ad est impediscono l’afflusso di rinforzi e rifornimenti. La classica incudine e martello. Ora le rimanenti forze curde sono completamente tagliate fuori, accerchiate a Nord dalle forze curde e a sud dalle forze lealiste di Damasco

A fare da contorno vi sono le strazianti scene che ormai abbiamo imparato a conoscere bene: colonne di vecchi, donne e bambini che cercano la salvezza mentre alle loro spalle rimbombano i colpi di mortaio; saccheggi indiscriminati; in alcuni casi, combattenti abbrutiti e spossati che infieriscono sui cadaveri dei nemici. Su quest’ultimo punto, in effetti, bisogna segnalare che in diverse occasioni le forze curde hanno denunciato una condotta di guerra, da parte della Turchia e dei suoi alleati, contraria al diritto internazionale. Non ci si riferiva solo agli episodi di mutilazione dei cadaveri, ma anche all’utilizzo di armi come il napalm da parte dell’aviazione di Ankara. Per ora  non ci sono stati riscontri ufficiali al riguardo.

L’esercito ottomano festeggia le sue vittorie

La Turchia pare non intenda fermarsi ad Afrin. Cinque giorni fa Erdogan, nel corso del discorso che ha tenuto durante le celebrazioni per il 103° anniversario della battaglia di Gallipoli, ha annunciato come le forze turche siano pronte ad affrontare anche la battaglia per strappare ai curdi Kobane, la città divenuta simbolo della lotta all’ISIS.

Questo primo successo è stato salutato con grande entusiasmo dal popolo turco, anche perché le perdite turche sembra si aggirino intorno ai cinquanta soldati morti in combattimento. Poco se sei considera quanto siano duri e lenti gli assedi, con combattimenti ravvicinati, casa per casa. Tuttavia, a ben vedere, le perdite dei ribelli alleati della Turchia sembra siano superiori ai seicento uomini. Probabilmente sono stati loro a sopportare maggiormente il contatto diretto con il nemico.

Comunque a toccare gli animi di buona parte dell’opinione pubblica internazionale sono stati i 3500 morti sofferti dall’esercito curdo. Tutti uomini e donne che avevano combattuto strenuamente per anni contro le forze dell’ISIS e che ora sono stati abbattuti dall’artiglieria turca. Ogni volta che sui media si annunciava una nuova vittoria sul Califfato, i loro volti stanchi ma sorridenti erano sempre forieri di buone notizie. Purtroppo, quando si affronta un nemico superiore, con truppe corazzate, artiglieria ed appoggio aereo il coraggio e l’abilità da soli non sempre sono sufficienti.

Pakistan e Afghanistan nelle nuove Vie della Seta

Mentre l’Afghanistan continua ad essere lo snodo principale dei terroristi, la Cina diventa sempre più ingombrante in Pakistan. E l’India è costretta a fare buon viso a cattivo gioco .

Negli ultimi giorni si è parlato molto della riforma costituzionale avvenuta in Cina, per la gioia del Presidente Xi Jinping. Questo importante avvenimento istituzionale ha naturalmente catalizzato l’attenzione dei media occidentali, distogliendoli da alcuni notevoli sviluppi della situazione nello scacchiere mediorientale.

L’importanza del Pakistan

Sono ormai note a tutti le iniziative e gli investimenti cinesi nell’ambito delle cosiddette nuove “Vie della Seta”. Parte di questi investimenti sono stati indirizzati verso i porti Pakistani sull’Oceano Indiano, presumibilmente per poter evitare lo Stretto di Malacca come luogo di transito delle merci cinesi, facilmente controllabile dagli Stati Uniti in caso di embargo.

Tuttavia, una potenziale minaccia per le merci cinesi in transito attraverso il Pakistan è rappresentato dal tormentato Afghanistan. La Cina sta cercando di stabilizzare la situazione per un duplice motivo: da un lato, cercare di limitare le infiltrazioni di jihadisti di etnia uigura nella regione occidentale dello Xinjiang; dall’altro cercare appunto di evitare ritardi o danni all’apparato infrastrutturale che si sta sviluppando nel Paese limitrofo.

La Cina e l’estremismo islamico

Gli ultimi cinque anni sono stati problematici per la Cina dal punto di vista della sicurezza interna. Lo Xinjiang rappresenta la regione più occidentale della Cina, la cui popolazione autoctona è costituita dagli uiguri, una etnia turcofona di religione islamica. I continui tentativi di sinizzazione della regione hanno esacerbato i difficili rapporti con le comunità islamiche e con le frange indipendentiste. Questo ha causato l’infiltrazione di elementi estremisti affiliati ad Al-Qaeda e all’ISIS nella regione, seguita da terribili attentati a Pechino, nello stesso Xinjiang e addirittura un attacco con autobomba all’ambasciata cinese in Kirghizistan due anni fa. Riuscire a normalizzare la situazione in Afghanistan significherebbe poter attuare un controllo molto più efficace sulla principale porta dei jihadisti nella Repubblica.

Presenza cinese in Pakistan

Un maggiore controllo sul territorio garantirebbe anche una maggiore sicurezza all’apparato infrastrutturale che la Cina sta approntando sul territorio pakistano. Ormai da tempo sono presenti stabilmente nei presi dei principali cantieri distaccamenti di truppe cinesi, tali da garantire l’incolumità della manodopera cinese e la sorveglianza necessaria.

Ma l’interesse cinese ad espandere la propria influenza nella zona potrebbe essere ancora più consistente: la testata giornalistica South China Morning Post, citando fonti anonime vicine ai vertici delle Forze Armate cinesi, negli ultimi giorni ha riportato la notizia di un possibile progetto per la costruzione di una base navale cinese nella penisola di Jiwani, vicino allo strategico porto pakistano di Gwadar. Una simile eventualità aumenterebbe notevolmente l’autonomia della Marina Militare cinese nell’Oceano Indiano, soprattutto in una zona relativamente vicina all’imboccatura del Golfo Persico e alle rotte marittime dirette verso il Canale di Suez. A ben vedere, sempre nell’ottica di un tentativo di messa in sicurezza delle rotte, la Cina nell’agosto del 2017 ha inaugurato la sua prima (imponente) base militare permanente all’estero in Gibuti, proprio sull’entrata del Mar Rosso.

L’eterno rivale

Queste cospicue iniziative cinesi in Pakistan ed Afghanistan non mancano di infastidire notevolmente l’india, per tutta una serie di ragioni. Sono ben note le tensioni e la rivalità che hanno sempre diviso le due potenze, sia dal punto di vista politico che territoriale. Di conseguenza, i ritorni economici di un’iniziativa imponente come quella della nuova Via della Seta non può che infastidire l’India.

A questo si aggiunga che i cospicui investimenti cinesi vedono come partner il Pakistan, l’antagonista per eccellenza dell’India fin dall’indipendenza da Sua Maestà britannica.

 

L’ambizione della Turchia

Crescono le tensioni intorno ai giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale

Due settimane fa avevamo parlato della particolare situazione in cui si era trovata la nave di esplorazione dell’ENI “Saipem”, quando era stata bloccata dalla Marina militare turca prima di poter raggiungere la sua destinazione a largo di Cipro. La partita che si sta giocando adesso nel Mediterraneo orientale ruota intorno agli enormi giacimenti offshore di gas naturale scoperti a sud dell’isola. In particolare il giacimento chiamato “Afrodite”, che l’organizzazione governativa US Geological Survey ha stimato intorno ai 16 miliardi di piedi cubi di gas naturale. Tutta la zona fra Cipro, il Libano e Israele potrebbe nascondere un tesoro stimato intorno ai 200 miliardi di piedi cubi di gas.

Le mosse della US Navy

Il governo greco-cipriota di Nicosia ha concesso diritti di esplorazione e di sfruttamento ad altre compagnie oltre alla nostra ENI, fra cui Total, Qatar Petroleum e la Exon Mobile: in particolare, il giacimento “Afrodite” è stato assegnato alla statunitense Noble Energy. E’ questo piccolo dettaglio a rendere rilevante lo spostamento nel Mediterraneo occidentale, da parte degli Stati Uniti, di una squadra navale guidata dalla nave da assalto anfibio USS Iwo Jima.

La squadra navale, composta anche dalle navi appoggio USS New York, dalla USS Oak Hill e da un distaccamento di Marines, è un tipico esempio di forza di proiezione dal mare, ed anche se non può godere dell’appoggio di una portaerei (come la VI e la V flotta statunitensi) ha comunque a disposizione diversi cacciabombardieri “Harrier” a decollo verticale. Questa missione deve probabilmente considerarsi una sorta di “assicurazione” dopo le recenti minacce della Turchia ad agire nei confronti di qualsiasi compagnia abbia intenzione di operare senza il consenso di Ankara.

Ankara prende l’iniziativa

Il trattato di pace che aveva posto fine al confitto fra la parte greca e la parte turca dell’isola, con la conseguente nascita della Repubblica di Cipro del Nord (nei fatti, un protettorato della Turchia), prevedeva uno sfruttamento congiunto delle risorse dell’isola. Poiché il governo di Nicosia continua le sue operazioni di trivellazione e con la concessione di diritti di sfruttamento a compagnie internazionali nonostante le proteste della Turchia, quest’ultima ha preso la decisione di condurre operazioni autonome: è stata inviata la nave esplorativa “Piri Reis” nella zona del Blocco 12, di competenza greco-cipriota, ufficialmente per condurre studi sismici a largo di Cipro del Nord e costantemente scortata da cacciatorpediniere e sommergibili.

Contestualmente a questi tentativi di riaffermare la propria autorità a sud delle sue coste, la Turchia ha appena varato una nuova unità di fregata cacciamine, la Heybeyliada (classe Ada F-511), prima nave interamente costruita nei cantieri navali turchi (fonte “LIMES”) ed orgoglio della Marina di Ankara, tanto che lo stesso Erdogan è stato presente alla cerimonia del varo. Il compito della nuova unità sarà principalmente quello di pattugliare la costa meridionale della Turchia e proteggere se necessario il naviglio turco.

Scarse prospettive

Se questo atteggiamento fatto di iniziative unilaterali da parte di Nicosia e di Ankara dovesse continuare, l’obiettivo di una riunificazione dell’isola diverrebbe sempre più lontano. Questi ultimi decenni di divisione hanno portato enormi svantaggi all’isola, sia in termini economici che sotto il punto di vista politico: la peculiare posizione della Turchia in questo contesto è stata negli ultimi anni fonte di tensioni fra la Turchia e l’Unione, di cui la Repubblica meridionale di Cipro fa parte. Già nel 2012 Erdogan aveva minacciato di interrompere le relazioni con l’UE se questa avesse concesso alla Repubblica di Nicosia di assumere la presidenza di turno dell’Unione. La Turchia, che comunque si è detta più di una volta disponibile al dialogo su questo punto, ha comunque il timore che si possa verificare una riunificazione sbilanciata a favore di Nicosia, con conseguente detrimento della popolazione turca di Cipro del Nord.

 

L’ENI perde il braccio di ferro con la Turchia

Dopo due settimane di blocco, la nave esplorativa “Saipem” è costretta a cedere alle minacce della Marina turca.

Nella giornata di ieri la nave dell’ENI “Saipem 12000”, dopo aver compiuto un ultimo, infruttuoso tentativo di aggirare il blocco imposto dalla Marina Militare turca, ha definitivamente lasciato il mare Cipriota facendo rotta verso il Mediterraneo. Questo stallo durava ormai dallo scorso 9 Febbraio, quando cinque unità della Marina turca avevano bloccato la nave esplorativa “Saipem” a 30 miglia nautiche dalla zona che avrebbe dovuto scandagliare per conto della compagnia alla ricerca di giacimenti di gas naturale.

La gelosia di Ankara

Sono anni che l’ENI intrattiene rapporti privilegiati con la Repubblica cipriota, riuscendo sempre ad ottenere concessioni per la ricerca e l’estrazione dei giacimenti offshore in alcuni dei punti più promettenti. Questa ultima missione non sarebbe dovuta essere diversa da tante altre. Tuttavia il governo di Ankara ha inviato le sue navi per impedire alla “Saipem” di raggiungere una zona ritenuta dai turchi di loro pertinenza, considerando qualunque tentativo di sfruttamento delle risorse della zona un affronto alle prerogative della Turchia e, contestualmente, una minaccia alla sovranità della Repubblica turca di Cipro del Nord.

Il Sultano difende le sue colonie

E’ bene ricordare che l’isola di Cipro è divisa in due dall’ormai lontano 1974, quando l’esercito turco ne occupò la parte nord-occidentale: il colpo di Stato architettato dai regime dei colonnelli greci e l’instaurazione di un governo nazionalista filo-greco aveva spinto la Turchia ad intervenire per tutelare la minoranza turcofona dell’isola. Fu dunque creata nel 1983 la Repubblica turca di Cipro del Nord, uno stato fantoccio riconosciuto dalla sola Turchia.

Anche se la licenza di esplorazione ed estrazione era stata concessa all’ENI dalla Repubblica di Cipro (quella legittima), e nonostante la zona si trovi all’interno della ZEE – Zona economica esclusiva della stessa Repubblica, Ankara ha valutato questa operazione come una minaccia ai suoi diritti. Lo stesso Presidente Erdogan il 13 Febbraio, durante una conferenza stampa, aveva imposto alle compagnie straniere di non “superare i limiti”, invitandole a “non sottovalutare la Turchia”.

Le minacce della Marina Militare turca

Ieri questo lungo braccio di ferro ha avuto un esito sfavorevole per la compagnia italiana, dopo l’infruttuoso tentativo del capitano della “Saipem” di aggirare il blocco. In tarda mattinata il vice-portavoce del governo cipriota, stando a quanto riportato da alcune testate greche e cipriote, avrebbe dichiarato che la nave italiana è stata costretta ad invertire la rotta dopo aver ricevuto una minaccia di speronamento da parte di uno dei cacciatorpediniere turco. Ha anche affermato che le autorità marittime cipriote hanno registrato le comunicazioni fra la “Saipem” e le navi turche, garantendo che queste registrazioni sarebbero state rese note all’interno della relazione che Cipro è intenzionata a presentare alle Nazioni Unite. Ha inoltre ribadito l’impegno di Nicosia a voler difendere i propri diritti sovrani e, conseguentemente, di fare in modo che l’ENI possa raggiungere la propria concessioni il più presto possibile.

La perseveranza dell’ENI

Nel frattempo procedono le trattative fra Cipro, Italia e Turchia, con la mediazione dell’Unione Europea, per cercare di trovare una intesa duratura su questo tema, così che possano essere garantiti non solo gli interessi dell’ENI, ma anche quelli di tutte le altre compagnie occidentali che intrattengono rapporti con Cipro. Nel frattempo la nave “Saipem” sta lasciando le acque di Cipro, dirigendosi a moderata velocità verso il Mediterraneo occidentale. L’amministratore delegato dell’ENI Claudio Descalzi, in una recente intervista rilasciata due giorni fa mentre si trovava al Cairo, ha affermato che, a prescindere dalla celerità delle trattative, l’ENI non rinuncerà facilmente alla sua concessione. L’ENI è abituata ad affrontare contenziosi e a gestire situazioni difficili, ha affermato Descalzi, portando ad esempio il caso della Libia. Per quanto riguarda la nave “Saipem”, ha lasciato intendere che una possibile destinazione potrebbe essere il Marocco.

 

Una foto aerea della nave “Saipem 12000”

Il voto in Catalogna

Analisi del risultato elettorale delle elezioni in Catalogna del 21 Dicembre

 

Sono passati alcuni giorni dalle elezioni seguite allo scioglimento anticipato del parlamento della Catalogna, imposto dal governo centrale il 28 ottobre. Le elezioni sono state indette come risposta al tentativo di Puigdemont di dichiarare la repubblica Catalana.

I separatisti

La forza che preme per l’indipendenza della Catalogna è composta da tre partiti: Cup, Sinistra repubblicana e Junts per Catalogna. In queste elezioni il fronte indipendentista, ha conquistato il 47,5 %, grazie alla divisione dei collegi, occuperà 70 dei 135 seggi. La maggioranza assoluta dell’emiciclo è di 68 seggi.

Junts per Catalogna è il partito del presidente in “esilio” Carles Puigdemont.  Il partito ha avuto un buon successo elettorale, conquistandosi il ruolo di attore principale della transizione. Il leader in esilio ha già richiesto un incontro con Rajoy ma il Presidente spagnolo, che non lo riconosce come intermediario, ha rifiutato.

Sinistra repubblicana è un partito di stampo socialdemocratico, con una forte impronta indipendentista. Il suo leader Oriol Junqueras si trova in prigione per il supporto all’indipendenza. Marta Rovira ha ereditato il partito, ottenendo 32 seggi, configurandosi terza forza dell’emiciclo.

Cup è un partito di estrema sinistra, con una spiccata propensione per l’indipendentismo catalano. L’appoggio all’indipendenza della Catalogna, ha portato il partito a supportare le forze politiche presenti nelle Autonomie Locali spagnole. Ha il suo punto di forza nelle elezioni municipali, nelle aree autonome.

Gli unionisti

La compagine politica che vuole mantenere la Catalogna all’interno della Spagna ha ottenuto un ottimo risultato, con il 52,1 %.  La divisione in collegi gli ha consentito di occupare solo 65 seggi. I partiti unionisti sono: Popolari (PP), Catalunya en Comú, Partito Socialista Operaio Spagnolo, Ciutadans.

 

Partito Popolare è il partito di governo. Ha portato al potere Rajoy con tutti i limiti di un governo senza maggioranza. I popolari sono il principale partito di centro-destra della Spagna. Non hanno mai avuto un gran successo in Catalogna e in quest’ultima tornata elettorale, sono quasi spariti dalla regione. In compenso la linea dura del premier, nei confronti degli indipendentisti, ha premiato i popolari nel resto della Spagna.

Catalunya en Comú è la lista con la quale si presentava Podemos, il supporto della sindaca di Barcellona Ada Colau, non è bastato . Lista di sinistra, durante la campagna elettorale si presentava in una zona grigia, no all’indipendenza, si a al referendum sull’autonomia. Trovarsi nel guado non ha aiutato Podemos che non è riuscito a replicare l’exploit elettorale del 2015.

Partito Socialista Operaio è il più antico di Spagna, in origine di stampo socialista, ora si inquadra ideologicamente tra i partiti socialdemocratici. È il partito “stampella” del governo Rajoy, ha permesso la nascita dell’esecutivo astenendosi nelle questioni di fiducia. Questa elezione non li ha premiati, anche perché la partita politica si giocava sull’indipendenza della regione, argomento sul quale il partito non si è mai pronunciato favorevole.

Ciutadans è il vero vincitore di queste elezioni, formazione creata nel 2005 per contrastare gli indipendentisti Catalani. Nato dall’idea di Albert Rivera e portato al suo miglior risultato dalla leadership di Inés Arrimadas. Grazie all’ottimo successo elettorale, è il primo partito dell’assemblea, configurandosi come principale interlocutore del governo di Madrid.

 

Possibili scenari

Questa situazione istituzionale può portare a tre possibili conclusioni:

  • La prima vede il formarsi di un governo locale guidato dai separatisti. Prima condizione per iniziare il dialogo sarà la scarcerazione dei leader indipendentisti e un lasciapassare per l’esule Puigdemont. Risolto il problema dei leader, i separatisti dovranno decidere se cimentarsi con la secessione, rischiando lo scioglimento dell’assemblea e quindi nuove elezioni. Altrimenti potranno tentare di mediare col governo centrale una maggior autonomia della regione, restando nei canoni della costituzione.
  • La seconda possibilità potrebbe essere la creazione di un governo minoritario unionista, con l’approvazione del governo centrale. Questo governo avrà bisogno almeno di due seggi per insediarsi, o dell’astensione di una parte dei separatisti al momento del voto di fiducia. Superato lo scoglio iniziale, ci si potrà mettere d’accordo con una parte dei separatisti per far uscire la regione dalla palude in cui si trova.
  • La terza via, vede il mantenimento del commissario, per l’impossibilità di creare un governo stabile e che piaccia a Madrid. Costringendo l’esecutivo a indire al più presto nuove elezioni.

Per qualunque novità dovremmo aspettare la fine delle vacanze natalizie della cattolicissima Spagna.