Simone Pasquini

Classe '97, nato a Fermo, ha frequentato il Liceo Classico statale nella stessa città . Studia Giurisprudenza nella Capitale, mentre cerca di portare avanti l'enorme passione per gli studi storici. In particolare, la storia militare ha sempre occupato gran parte del suo tempo libero. "Si vis pacem, para bellum".

L’Iran e il futuro dell’accordo sul nucleare

Negli ultimi giorni ha fatto scalpore l’annuncio del presidente Trump di voler ritirare gli USA dallo storico accordo sul nucleare con l’Iran. Il trattato, stipulato nel 2015 fra i 5 membri permanento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania, era stato uno dei successi politici e diplomatici dell’allora presidente Barack Obama.

Il vantaggio di questo accordo

Ci erano voluti anni di meticoloso lavoro diplomatico per raggiungere un accorso del genere. Sia la forte presenza anti-iraniana nel partito repubblicano statunitense, sia l’influenza del bastione anti-americano nel parlamento iraniano rendevano estremamente difficile raggiungere un’intesa.

Da parte iraniana fu il presidente Hassan Rouhani a convincere il Paese a vedere di buon occhio questo accordo: se l’Iran avesse cessato di arricchire l’uranio per il suo programma nucleare, gli Stati Unti e l’UE avrebbero cessato le gravi sanzioni economiche che gravavano sul Paese dal 2006.La prospettiva di aprire il “vergine” mercato iraniano a cospicui investimenti stranieri costituiva allora uno dei cavalli di battaglia della fazione pro-accordo.

Le sanzioni e la diffidenza americana

Nel 2006 i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania, offrirono all’Iran incentivi economici e la cessione di conoscenze tecniche sull’energia atomica “pulita” (cioè, per un suo uso pacifico come fonte di energia)  in cambio della rinuncia di Teheran al suo programma militare di arricchimento dell’uranio. In seguito al rifiuto di Teheran, l’Onu approvò nello stesso anno delle sanzioni economiche, aggravate nel 2007 dal congelamento di fondi e conti correnti iraniani ritenuti essere destinati allo sviluppo del programma nucleare.

Con il cambio al vertice negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump non ha fatto che criticare l’accordo e denunciare la malafede della controparte iraniana. Già ai tempi della sua campagna elettorale, Trump ha sempre sostenuto che l’Iran stava approfittando dell’accordo per mostrarsi un Paese pacifico agli occhi del Mondo, mentre in realtà stava ancora conducendo segretamente il suo programma nucleare.

Tuttavia, l’IAEA (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica), che aveva il compito di monitorare il rispetto dell’accordo da parte dei contraenti, anche con visite ispettive, ha sempre smentito le affermazioni di Trump. Finora l’Iran pare sia stato sempre puntuale nel rispettare gli impegni presi.

Colpo di scena

Ma all’improvviso la svolta. Circa due settimane fa, il presidente israeliano Netanyahu ha denunciato, durante una conferenza stampa, le “menzogne” dell’Iran. E’ stato reso noto che il Mossad avrebbe trafugato circa 55mila pagine di documenti e 183 dischi pieni di files sul programma nucleare iraniano. L’Iran avrebbe mantenuto, tra l’altro, un network di scienziati e tecnici specializzati, così da poter continuare il suo progetto nucleare in gran segreto.

 

Ovviamente, molte sono state le reazioni a questa rivelazione. Ad ogni modo, gli esperti pare siano tutti d’accordo sul fatto che quelle informazioni, nella sostanza, erano già a conoscenza dell’IAEA. Inoltre, pare che anche alla CIA fossero già noti quei contenuti, che non potrebbero essere in ultima analisi considerati una violazione dell’accordo.

Ma Trump ha colto subito la palla al balzo, annunciando il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo e l’imminente arrivo di nuove sanzioni. Tuttavia, buona parte della comunità internazionale considera gli USA, e non l’Iran, il vero trasgressore. Annunciare nuove sanzioni in maniera unilaterale, sulla base di informazioni la cui genuinità deve essere ancora dimostrata, sono una flagrante violazione degli accordi presi nel 2015.

Sinistre assonanze

Inoltre, vorrei aggiungere, non è la prima volta che si adducono sensazionali ritrovamenti da parte di servizi segreti come pretesto politico per atti estremi. In molti si dovrebbero ricordare quando il 5 febbraio del 2003 l’allora Segretario di Stato Colin Powell si presentò all’ONU sbandierando faldoni di documenti di intelligenze come prova di un riarmo chimico dell’Iraq di Saddam. E come, in maniera teatrale, mostrò all’Assemblea una fialetta di antrace irachena sottratta dall’intelligence americana come prova. Solo molti anni dopo si seppe che quelle affermazioni, il cui scopo era quello di indurre l’ONU ad approvare un secondo intervento armato in Iraq, erano un falso prodotto ad hoc.

Gli interessi dell’UE

L’Unione europea, al contrario dell’America, ci tiene a tenere in vita l’accordo. Questi anni di pacifica collaborazione con l’Iran stavano cominciando a dare i loro frutti per i Paesi UE, senza dimenticare che l’Unione (Germania e Italia in testa) sono i partner commerciali privilegiati della Repubblica Islamica fin dai tempi della Rivoluzione.

Due giorni fa, a Bruxelles, è avvenuto l’incontro fra L’Alto Rappresentante UE, Federica Mogherini, con il ministro degli affari esteri iraniano Javad Zarif: al termine dell’incontro, la Mogherini ha affermato che l’Europa è fermamente convinta di voler salvaguardare l’intesa, e che il proficuo incontro con il ministro Zarif ha evidenziato l’impegno di Teheran a fare lo stesso.

 

 

 

“Se piove in Israele, diluvierà in Iran”

La guerra in Siria si allarga sempre di più. Ormai le tensioni fra Israele, la Siria e il suo alleato iraniano sembrano ad un punto di non ritorno.

Nella notte fra mercoledì 9 e giovedì 10 maggio le alture del Golan si sono illuminate. Quel territorio montuoso, confine naturale fra Siria e Israele, fu occupato da quest’ultimo durante la celebre Guerra dei sei giorni, nel giugno del 1967. Da quel momento questo territorio, sempre rivendicato dalla Siria ma mai restituito, è stato oggetto di un bombardamento come non si era mai visto dalla Guerra dello Yom Kippur.

La fionda di Davide

L’IDF (Israel Defense Force, le forze armate israeliane) ha reso noto che nelle prime ore della notte le forze dei Pasdaran iraniani hanno lanciato un attacco missilistico contro le posizioni israeliane. Di questi 20 missili lanciati, quattro sarebbero stati intercettati dalla contraerea israeliana, mentre gli altri avrebbero mancato i bersagli, precipitando prima dell’obiettivo.

La risposta di Tel Aviv (anche se ormai dovremmo dire Gerusalemme) non si è fatta attendere: un massiccio contrattacco missilistico ha colpito più di 70 obiettivi sul territorio siriano. L’operazione (chiamata ironicamente “House of Cards”) ha colpito quasi tutti obiettivi iraniani, prevalentemente fra Aleppo e Damasco, risolvendosi in una risposta del tutto sproporzionata rispetto all’attacco subito.

Un’azione di questo tipo, a ben vedere, dovrebbe essere considerata una flagrante violazione del diritto consuetudinario internazionale: infatti lo ius ad bellum considera legittima una ritorsione militare solo se, appunto, proporzionata all’attacco che l’ha scatenata. L’ex Ministro degli Esteri di Israele, Avigdor Lieberman, per tutta risposta pare abbia commentato: “Se piove in Israele, diluvierà in Iran.”

Azione e reazione

Secondo quanto comunicato dall’ONG Ondus (Osservatorio nazionale per i diritti umani) di Londra, pare che le vittime dirette degli attacchi israeliani siano state circa 15, e per ora sembra che non siano stati colpiti bersagli civili.

Gli iraniani, da parte loro, hanno affermato di aver arrecato un gran numero di danni alle infrastrutture di Israele, sostenendo addirittura che l’aeroporto “Ben Gurion” di Tel Aviv era stracolmo di persone che tentavano di abbandonare Israele. Ovviamente non vi è alcun riscontro di tali affermazioni.

E’ stato il Ministero della Difesa russo a stimare la quantità dei missili lanciati da Israele, sostenendo che l’attacco sia stato effettuato con F-15 ed F-14 direttamente dallo spazio aereo siriano.

Ma perché gli iraniani avrebbero dovuto provocare un attacco del genere? La spiegazione più plausibile sarebbe quella di considerare questo attacco come una sorta di ritorsione per l’attacco aereo portato da Israele alla base aerea siriana T-4 il 9 aprile.

L’attacco alla base T-4

La base ospitava, per gentile concessione dell’alleato Assad, reparti della Forza QUSD, ossia un raggruppamento di reparti delle forze speciali iraniane. Per la precisione, reparti di Pasdaran, ovvero le Guardie della Rivoluzione Islamica, la milizia nazionale (parallela alle forze armate iraniane) che risponde direttamente all’Āyatollāh  Alī Khāmeneī. Nell’attacco sarebbero stati uccisi almeno tre militari iraniani.

Già molti analisti ed osservatori del teatro mediorientale temono e profilano una guerra (localizzata, ma pur sempre guerra) fra Israele e la Repubblica islamica. L’escalation che si sta verificando negli ultimi mesi fra Israele, Siria e Iran sembrerebbe dar credito a questi timori.

La Siria come il Libano

La paura di Israele è che l’Iran stia approfittando della problematica situazione in cui si trova la Siria per ottenere una sorta di zona “di competenza” nel sud del Paese. E da qui condurre attacchi militari e paramilitari contro i territori israeliani, come già fece in Libano dopo la tragica guerra civile che lacerò questa nazione fra il 1975 e il 1990. All’epoca, infatti, l’Iran appoggiò ed armò gli Hezbollah (nota organizzazione terrorista di matrice sciita, proprio come l’Iran) i quali sfruttarono l’adiacente territorio del Libano come piattaforma d’attacco, con missili a corto raggio ed incursioni militari, contro Israele.

 

 

La fine dell’ETA e la promessa di pace per la Spagna

La Spagna ha tremato per più di 30 anni al pensiero dell’ETA. Attentati ed omicidi erano all’ordine del giorno. Ora finalmente la democrazia è riuscita dove il franchismo aveva fallito.

Dopo tanto tempo, finalmente la notizia che la Spagna aspettava da tanto: l’ETA ha finalmente cessato di esistere. Due giorni fa, l’organizzazione terroristica basca ha diramato un comunicato ufficiale nel quale dichiarava il suo definitivo scioglimento. L’organizzazione si è detta profondamente dispiaciuta per il dolore arrecato ai “civili innocenti” nel corso della sua guerra contro la Spagna, ma allo stesso tempo ha ribadito le “sofferenze storiche” subite dal popolo basco.

La via armata all’indipendenza

Forse i più giovani non avranno ben presente che cosa sia l’ETA. O meglio, che cosa sia stata. Tutto cominciò nel 1958, quando un gruppo di studenti universitari di Bilbao decisero di fondare una organizzazione politica indipendentista, di ispirazione marxista, che potesse lottare contro i soprusi del regime franchista nei confronti del popolo basco. Infatti, dopo vittoria dei nazionalisti nella guerra civile spagnola, il franchismo tentò di limitare il più possibile le richieste di autonomia della regione basca, da sempre percepita quasi estranea, in un certo qual modo, dalla ben più grande Castiglia in virtù di differenze etniche e culturali.

Proprio in ciò sta l’acronimo ETA: “Patria basca e libertà”. Ma le lotte politiche, frustrate dall’intransigenza del governo nazionalista spagnolo, portarono il gruppo, per utilizzare un’espressione divenuta celebre negli anni di piombo, sulla strada della “propaganda armata”. Il primo attentato avvenne nel 1968, e da quel giorno i morti sono diventati più di 800. Gli obiettivi sono stati i più vari, da alti esponenti delle forze armate e della politica ad illustri elementi del potere giudiziario, passando per cittadini e comuni poliziotti.

Operacion Ogro

L’organizzazione prediligeva l’utilizzo degli esplosivi. Molti sono stati gli attacchi condotti con questo strumento, ma il più celebre rimane l’attentato all’ammiraglio, Luis Carrero Blanco. L’attentato avvenne nel dicembre del 1973, a tre mesi dalla nomina del generale a successore del Caudillo Francisco Franco, morto appena un mese prima. La carica di circa un quintale di dinamite sventrò due palazzi, distrusse la chiesa da cui Blanco era appena uscito, e scaraventò la macchina dell’ammiraglio ad oltre 40 metri d’altezza, superando un palazzo di sei piani e precipitando nel cortile interno del palazzo stesso. Subito rivendicato dall’ETA, l’attentato è stato reso celebra fuori dalla Spagna dal celebre film Ogro del regista italiano Gillo Pontecorvo.

La sconfitta del terrorismo

La decisione di sciogliere la formazione non è tuttavia un fulmine a ciel sereno. Negli ultimi quindici anni il gruppo terroristico aveva visto calare costantemente il numero di simpatizzanti, in quanto la via della lotta armata e degli attentati (alcune volte quasi indiscriminati) non sembrava più un mezzo valido per ottenere risultati politici concreti. Già nel 2011 aveva fatto scalpore il comunicato con cui l’organizzazione dichiarava la rinuncia al conflitto armato, cui lo scorso anno era seguita la consegna di tutti le armi e le munizioni che l’ETA ancora conservava nei numerosi rifugi ai due lati dei Pirenei.

Mariano Rajoy ha replicato duramente al comunicato, affermando che “qualsiasi cosa facciano non avranno mai alcuna impunità per i loro crimini”. Intanto i dirigenti noti dell’organizzazione ancora latitanti, primo fra tutti Josu Urrutikoetxea (alias Josu Ternera), hanno annunciato il loro definitivo ritiro dalla vita politica. Tutti gli altri ex affiliati continueranno a lottare per una nazione basca “riunita, indipendente, socialista, di lingua basca e non patriarcale”, ma al di fuori dell’ETA ed accettando definitivamente le logiche del processo democratico.

Di seguito il comunicato originale dei terroristi sottotitolato in italiano:

Scottanti evidenze sui gas in Siria

Ad ormai più di una settimana dall’attacco missilistico in Siria, emergono dai media di tutto il Mondo dubbi sulla realtà delle cose come ci sono state presentate dalla Coalizione.

Nei giorni successivi l’attacco americano, inglese e francese contro la Siria continuiamo ad interrogarci sul presunto uso di gas tossici contro la popolazione civile. Ricordiamo che le forze di Assad sono state accusate dalla Coalizione di aver utilizzato gas di cloro e sarin contro la popolazione civile del Ghouta.

L’OPAC finalmente al lavoro

Gli ispettori dell’OPAC (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) sono giunti in Siria ormai da una settimana, ma ancora non avevano potuto svolgere le loro indagini, in quanto tre giorni fa una squadra dell’organizzazione aveva desistito dalle sue operazioni dopo che si era verificato un attacco con armi da fuoco nei confronti della squadra di sicurezza dell’ONU nella zona.

Nella giornata di ieri gli inviati dell’OPAC hanno finalmente potuto svolgere il loro compito, come riferisce l’organizzazione stessa in un suo comunicato ufficiale. Verranno stilate delle relazioni che saranno inviate alle nazioni aderenti alla Convenzione per il disarmo chimico.

Il dubbio

Ormai sul web diverse testate giornalistiche, anche molto note, incominciano ad avanzare sospetti circa l’effettivo utilizzo di questi gas. E se è vero che Theresa May e Macron hanno gridato di possedere le prove indiscutibili dell’uso dei gas da parte di Assad, tutti si chiedono perché si sarebbe dovuto utilizzare un mezzo tanto eclatante ed indiscriminato per fronteggiare una questione militare tutto sommato “convenzionale”.

Circa dieci giorni fa il giornale italiano “AnalisiDifesa.it” aveva avanzato l’ipotesi che tutto queste presunte “prove schiaccianti” non fossero altro che un banale tentativo di casus belli: effettivamente tutti ricordiamo le presunte armi chimiche di Saddam, pretesto per il secondo intervento statunitense nel Golfo; una dinamica analoga può essere ritrovata nell’intervento anglo-francese in Libia nel 2011. Questi esempi ci ricordano come più di una volta siano stati utilizzati come pretesto per l’azione armata informazioni fornite da fonti quantomeno dubbie, se non proprio inventate di sana pianta.

L’opportunità militare dell’uso di gas

Inoltre si fa notare come il gas di cloro (il cui uso deve ancora essere dimostrato dall’OPAC) non sia una vera e propria arma, ma un prodotto chimico di facile produzione. Difatti anche lo stesso Stato Islamico, negli anni passati, aveva fatto uso di agenti chimici nei combattimenti. Dunque si tratta di strumenti relativamente diffusi fra tutte le parti in conflitto.

Si badi bene che noi non intendiamo in questa sede sostenere la perfetta innocenza e correttezza del regime di Assad, provatamente colpevole di numerose violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Tuttavia, allo stesso tempo, non possiamo non interrogarci sulla motivazione che avrebbe spinto la Siria ad utilizzare un mezzo del genere, adatto a colpire in maniera rozza ed indiscriminata un grande numero di individui, quando in realtà le operazioni condotte dalle forz armate di Assd si limitano alla neutralizzazione di sparute sacche di resistenza, per di più in una regione che è stata già occupata.

Ed inoltre non si vede il motivo per cui il governo siriano avrebbe dovuto utilizzare un’arma così controversa proprio in un momento tanto delicato dal punto di vista internazionale, che avrebbe chiaramente fornito alla comunità mondiale un eclatante pretesto per ingerirsi nelle vicende della Siria.

Un’ultima considerazione su questo punto: l’obiettivo dell’attacco missilistico avvenuto circa dieci giorni fa. E’ stato rilevato che circa il 70% dei missili intelligenti sia stato diretto contro un sito di (presunta) produzione di armi chimiche presso Damasco, in quanto individuato come la fonte da cui provengono le armi chimiche. Tuttavia, negli ultimi anni, l’OPAC aveva già effettuato ben tre controlli in quella struttura, senza rilevare alcunché di allarmante. Le relazioni sono facilmente reperibili sul loro sito ufficiale. Possibile che la Coalizione non le avesse lette?

Incapacità dell’ONU

Con questo articolo non vogliamo in alcun modo difendere il regime di Bashar al Assad, in quanto i crimini commessi dalle sue truppe sono noti e ben documentati. Anche per quanto riguarda le armi chimiche, il cui uso da parte siriana è stato confermato più volte. Ma allo stesso tempo ci sembrava doveroso sollevare alcuni ragionevoli dubbi su avvenimenti tanto gravi, che le grandi potenze non sembrano volere approfondire (almeno pubblicamente). All’indomani dell’attacco di gas nel Ghouta, durante una seduta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Russia aveva utilizzato il suo diritto di veto per bloccar la proposta americana di creare una apposita squadra di indagine sulla faccenda. Quando poco dopo una proposta simile è stata avanzata dalla Russia, gli Stati Uniti hanno fatto la stessa cosa. Ed è con questi modi stupidi che le Nazioni Unite si bloccano ogni volta che il loro intervento sarebbe necessario, invitando così gli Stati ad agire unilateralmente.

Guerra in Siria. A chi vogliamo credere?

Per l’ennesima volta in Siria civili muoiono soffocati dai gas. Tutti si accusano a vicenda, ma qualcuno deve essere il colpevole.

I media di tutto il Mondo sono impegnati con il recente tiro al bersaglio di Gran Bretagna, Francia e Usa sulle installazioni militari siriane.

Come è noto, l’attacco è stato deciso come “punizione” per il recente uso che l’esercito siriano ha fatto nel Ghouta di agenti chimici. In particolare, nella città di Duma pare siano stati usati iprite e sarin per supportare le operazioni militari dell’esercito di Assad, il quale ha ormai strappato ai ribelli tuta la parte orientale della regione.

La Siria e la Russia gridano al complotto

Tuttavia, tre giorni fa alle Nazioni Unite, l’ambasciatore siriano Bashar al Jaafari aveva riaffermato che l’esercito siriano non ha mai fatto uso di gas durante il conflitto, e che questo non è altro che una macchinazione ordita dagli USA e dai sui alleati per screditare il regime di Assad. L’ambasciatore ha citato espressamente i servizi segreti Turchi e Sauditi, i quali avrebbero agito sotto direzione statunitense.

Subito gli aveva fatto eco il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, il quale aveva affermato che la Russia è in possesso di prove determinanti del coinvolgimento di “servizi segreti stranieri” in questa presunta messinscena. Inoltre, si è detto sicuro che gli operatori dell’OPAC non avrebbero trovato alcuna prova dell’uso di armi chimiche da parte siriana.

All’Ovest niente di nuovo

Gli esperti dell’OPAC, l’organizzazione internazionale per la proibizione e il disarmo chimico, proprio nella giornata di ieri hanno cominciato le loro indagini. Per parte loro, Francia e Gran Bretagna sono sicurissimi del fatto che il regime di Assad abbia di nuovo fatto ricorso alle armi chimiche. Nelle loro dichiarazioni pubbliche, sia il Presidente Macron che il Primo Ministro Theresa May  hanno sostenuto la necessità di questo attacco, affermando di essere in possesso di prove sicure dell’uso di armi chimiche lo scorso 7 aprile.

Il generale James Mattis, Segretario della Difesa degli USA, si è detto preoccupato per il fatto che ogni ulteriore attacco contro Assad, con la Russia e l’Iran in pieno stato di allerta, potrebbe portare ad una escalation potenzialmente incontrollabile. Probabilmente dello stesso parere sono Angela Merkel e il nostro Paolo Gentiloni, i quali hanno escluso un coinvolgimento armato dei rispettivi Paesi nel conflitto.

L’Italia al tempo stesso però, recita una nota di palazzo Chigi, non mette in discussione l’uso “difensivo” che l’aviazione statunitense fa delle basi di Aviano e Sigonella, in quanto operazioni volte al “supporto logistico delle forze alleate” e alla loro sicurezza. In effetti tutto ciò è davvero molto comodo, in quanto le operazioni altrimenti qualificate come offensive avrebbero bisogno di esplicita approvazione parlamentare. Ma la domanda che ci poniamo è: come si fa a capire se un drone armato americano è diretto a proteggere un convoglio di rifornimenti piuttosto che a bombardare una installazione militare siriana?

Le Repubbliche Popolari del Donbass | Speciale parte 2 di 4

Sono ormai quattro anni che si combatte nell’est. Le Repubbliche separatiste tengono duro, ma l’Ucraina è decisa a non demordere. Anche ricorrendo a scomodi alleati.

Eccoci con il nostro secondo appuntamento dello speciale dedicato all’attuale situazione della crisi dei rapporti Russia-Occidente, con un occhio di riguardo al conflitto ucraino. La settimana precedente si erano ripercorsi i fatti che avevano portato alla crisi politica interna al Paese, e che era culminata nella secessione degli oblast’ di Donetsk e Lugansk, nomi ormai divenuti tristemente noti. Oggi vogliamo approfondire la peculiare natura di queste due realtà territoriali ed offrirvi un quadro dell’attuale situazione politica e militare.

Le repubbliche popolari

Nell’aprile del 2014 un gran numero di manifestanti contrari alle proteste di Piazza Maidan occupano diversi edifici pubblici nell’oblast’ di Donetsk, importante centro nella zona orientale del Paese, quasi al confine con la Federazione russa. Ricordiamo al lettore che tutta la macroregione del Donbass fino al Mar Nero costituisce una delle zone più ricche di tutta l’Ucraina, soprattutto grazie alle ingenti risorse minerarie.

Il giorno successivo viene proclamata la Repubblica popolare di Donetsk, cui seguirà il 24 aprile la secessione dell’oblast’ di Lugansk. In entrambe queste circoscrizioni si tennero dei referendum sulla secessione che godettero di una affluenza superiore all’80%. Con essi la popolazione delle due regioni promosse il progetto indipendentista con percentuali quasi bulgare (nel caso di Lugansk si espresse a favore non meno del 94% della popolazione).

La “Nuova Russia” e il Protocollo di Minsk

Le due repubbliche neo costituite dovettero fin da subito fronteggiare le reazioni militari di Kiev contro l’insurrezione. Notevole è stata la capacità della “Milizia popolare del Donbass”, ovvero la forza armata delle due repubbliche, nel contenere i violenti attacchi delle forze ucraine: il primo nucleo della milizia era già in via di formazione durante i primi giorni della rivolta. Le sue file vennero costituite da un nutrito numero di volontari locali ma anche da numerosi volontari provenienti dal mondo russo (in particolare ceceni ed osseti).

Le due repubbliche cercarono di guadagnare forza l’una dall’altra allestendo il cosiddetto “Progetto Nuova Russia”, ovvero una nuova confederazione che comprendesse le due Repubbliche neo-costituite. Il progetto venne abbandonato pochi mesi dopo con il Protocollo di Minsk: questo progetto, patrocinato dall’OSCE, consisteva in un accordo di cessate il fuoco e una provvisoria delimitazione territoriale, in vista di possibili sviluppi diplomatici. Al Protocollo aderirono, fra la fine dell’estate e l’inizio di settembre, sia i rappresentanti di Kiev che quelli delle due repubbliche scissioniste. Questo tuttavia non impedì una nuova escalation delle violenze, culminate in quella che è conosciuta come la seconda battaglia per il controllo dell’aeroporto di Donetsk. Da quel momento le ostilità si trovano in una sorta di stallo.

Indicativa rappresentazione della delimitazione concordata con il Protocollo di Minsk

Lo stallo

La situazione che si è venuta a creare presenta delle caratteristiche piuttosto anomale: il confine fra l’Ucraina e le due repubbliche si è attestato su una linea piuttosto stabile, anche se i piccoli scontri e le scaramucce fra piccole formazioni sono all’ordine del giorno. Altrettanto frequenti sono i bombardamenti da parte ucraina delle zone lungo il confine, alle quali la Milizia popolare risponde con un più intenso fuoco di piccolo calibro.

Notevole è la capacità organizzativa delle forze separatiste, le quali, essendo formate da un gran numero di volontari con pregresse esperienze militari, si sono organizzate su un sistema di Brigate indipendenti che supportano la Milizia popolare e che godono di un notevole equipaggiamento di produzione russa, compresi mezzi corazzati pesanti.

L’elevata quantità e qualità dell’equipaggiamento ha sollevato molti dubbi circa la condotta della Federazione russa: se consideriamo la fortissima posizione filorussa delle due repubbliche e la possibilità per la Russia di ottenere da questi nuovi amici notevoli quantità di materie prime (soprattutto carbone), non ci appare così improbabile l’ipotesi di un proficuo rapporto di riarmo fra la Federazione e le due repubbliche.

Una (a prima vista) eclatante confusione ideologica

Ciò che appare fin da subito molto interessante è la peculiare situazione politica ed organizzativa delle due repubbliche, soprattutto per quanto riguarda Donetsk. Pur essendo una “Repubblica popolare” vi sono articoli contenenti statuizioni particolarmente reazionarie. Ad esempio, l’Art. 9 pone il cristianesimo ortodosso del Patriarcato di Mosca come religione ufficiale, mentre gli articoli 31 e 12 censurano rispettivamente i rapporti omosessuali (definendoli espressamente “perversi”) e l’aborto.

Inoltre numerosi componenti del governo hanno un passato molto contrastante. L’attuale “Governatore del popolo” Pavel Gubarev non solo iniziò la propria esperienza nella politica all’interno di un’organizzazione neonazista russa, ma ha dimostrato in molte occasioni pubbliche vicinanza a personaggi come il filosofo e politologo russo Alexander Dugin.

Dugin è universalmente noto come colui che ha rilanciato, verso la fine del secolo scorso, l’ideologia nazional-bolscevica (una sorta di sincretismo fra il comunismo più spinto ed una matrice di fondo nazionalista) e come aperto sostenitore di una nuova politica imperialista da parte della Russia. Tanto per dare un’idea del personaggio citiamo due fra le sue opere più famose: “Il Fascismo immenso e rosso” e “Eurasia. La Rivoluzione conservatrice”.

Aleksandr Zacharčenko, Presidente della Repubblica Popolare di Donetsk.

Il fascino della svastica

Ma le forze armate separatiste non sono le sole ad ospitare soggetti quantomeno dubbi nelle loro fila. Dall’altra parte del fronte, anche l’esercito ucraino non disdegna l’aiuto della svastica. Nei mesi subito successivi alla cruenta separazione, a causa della contestuale caduta del governo di Viktor Janukovyč, i militari ucraini non potevano godere di piena libertà di azione e dislocamento per tentare di contrastare i ribelli. Hanno sopperito a questo limite con la creazione di brigate formate da volontari provenienti da tutta Europa (soprattutto Italia, Francia e Spagna) ma che avevano quasi tutti in comune una spiccata propensione per la destra estrema. Vi vogliamo citare solo la più nota di queste formazioni, il Battaglione “Azov”.

Nato appunto come una formazione indipendente di combattenti, nello stesso 2014 è stata inquadrata dall’esercito ucraino all’interno del nucleo forze speciali della Guardia Nazionale (tanto da condurre un gran numero di operazioni insieme ai paracadutisti dell’esercito regolare ucraino). Sono stati ripetutamente accusati da agenzie di tutto il mondo di ripetuti e sistematici crimini di guerra, come torture, esecuzioni e mutilazioni. Il loro simbolo richiama lo Schwartze Sonne (il Sole nero molto amato dalla simbologia nazista) accompagnato dalla runa Wolfsangel (anch’esso simbolo runico molto amato dai nazisti, tanto che fu usato come stemma della 2° SS-Panzerdivision “Das Reich” durante la seconda guerra mondiale).

Ad esso si sono aggiunti altri reparti, come il Battaglione “Donbass”, i cui membri, come sorta di rito di iniziazione, sembra si facciano tatuare dai compagni delle svastiche sul petto.

Alcuni membri del Battaglione “Azov”. Appare evidente la simbologia nazista

Siria, Erdogan continua l’offensiva. E Macron si preoccupa per i curdi.

Dopo la caduta di Afrin l’esercito turco non si ferma. E Macron fa impazzire la Turchia incontrando i leader curdi.

La scorsa settimana avevamo discusso della difficile situazione in Siria all’indomani della caduta di Afrin. Erdogan afferma che l’esercito turco si trova in Siria per restarci, e che la distruzione dello YPG (la milizia curda della regione settentrionale della Siria) è un obiettivo fondamentale per il governo Turco. Tuttavia, la presenza di un discreto numero di militari americani nella zona potrebbe causare spiacevoli incidenti.

Stati Uniti terzo incomodo

Sono stimati in circa 2000 i militari americani presenti nel Nord della Siria, inviati prevalentemente con il duplice compito di osservatori e di addestratori per le nuove leve della milizia curda. Ricordiamo che questa proficua collaborazione fra curdi e Coalizione è in atto fin dall’inizio della lotta all’ISIS, il cui peso è stato finora sostenuto per la maggior parte dai combattenti curdi.

La presenza di militari americani è accertata anche nella cittadina di Manbij, sita nella parte meridionale del cantone di Kobane. Tre giorni fa il Consiglio per la sicurezza militare della Turchia, presieduto dallo stesso Erdogan, ha valutato i possibili sviluppi dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”: la probabile direttrice dell’avanzata turca molto probabilmente avrà come punto cardine il controllo di questo strategico crocevia, già fortificato dalla guarnigione curda.

Il Consiglio per la sicurezza in un comunicato ha “invitato caldamente” le truppe americane a ritirarsi dalla zona di Manbij, in quanto controllata da quelli che la Turchia considera dei terroristi. E dunque, applicando la proprietà commutativa, si lascia intendere che verranno considerati come terroristi tutti coloro che verranno trovati a supportare lo YPG (in quanto la Turchia considera da sempre lo YPG come la costola armata del Partito Comunista Curdo PKK in Siria).

Un Macron filo-curdo attira le ire di Ankara

La Turchia sta creando anche forti attriti con la Francia di Macron, il quale ha ricevuto a Parigi una delegazione dell’SDF (Self Defence Forces) curdo per discutere riguardo la difficile situazione. Il Presidente Macron si dice preoccupato non solo per la grave situazione che sta attraversando la popolazione civile, ma anche delle avvisaglie di ripresa dello Stato Islamico, specialmente al confine con l’Iraq.

Circa due giorni fa alcuni elementi dello schieramento curdo avevano fatto circolare la voce che la Francia fosse pronta ad inviare aiuti alle forze curde. Ieri è giunta una netta smentita da parte dell’Eliseo riguardo un imminente invio di truppe, anche se lo stesso Macron ha affermato di valutare, insieme con i cuoi consiglieri militari, la possibilità in futuro di un intervento diretto nella zona. Queste dichiarazioni devono essere lette in concomitanza con le recenti affermazioni del Presidente Trump sulla possibilità per gli Stati Uniti di ritirarsi, in un futuro non molto lontano, da un conflitto costato 7000 miliardi di dollari “senza nessun risultato apprezzabile”.

La Turchia ha attaccato duramente il Governo francese per questo summit con le forze curde, accusando la Francia di riunirsi intorno ad un tavolo con gli stessi pericolosi terroristi che la Turchia sta combattendo strenuamente sul campo di battaglia. Il vice-presidente del Consiglio turco ha affermato che la Francia si è voluta mettere deliberatamente “in rotta di collisione” con Ankara, e che “tutti coloro che solidarizzano con i terroristi saranno considerati nemici della Turchia”.

La caduta di Afrin. Erdogan: “Prenderemo Kobane”

Dopo la vittoria nella città siriana l’esercito turco si sta riorganizzando. Erdogan è sicuro di poter arrivare a Kobane. Intanto, il Mondo si commuove con le sofferenze del popolo curdo.

Dopo quasi due mesi di assedio, la città di Afrin è stata ridotta quasi completamente ad un cumulo di macerie dall’artiglieria turca. I media di tutto il mondo trasmettono immagini di migliaia di profughi che cercano di abbandonare la linea del fronte portando con sé quel poco che è rimasto.  Dopo i bombardamenti turchi sulle strade di accesso all’abitato e dopo aver colpito deliberatamente i depositi di acqua della zona, le stime delle organizzazioni internazionali segnalano approssimativamente 200.000 persone rimaste senza acqua potabile né generi di prima necessità. Queste ennesime scene di sofferenza per il popolo curdo hanno il sapore di una beffa se si pensa che questo è l’epilogo di un’operazione denominata “Ramoscello d’ulivo”.

“Ramoscello d’Ulivo”

Nonostante le affermazioni della Turchia, lo scopo delle sue divisioni in territorio siriano (o magari curdo, a piacer vostro) è ormai chiaro a tutti. La Turchia incominciò le sue operazioni militari nel nord della Siria quasi due anni fa, con il pretesto di combattere da un lato lo Stato islamico (per il bene di tutti), dall’altro le milizie curde (per il bene loro). Tuttavia non può passare inosservato come le ultime sacche di resistenza dell’ISIS nell’area fossero state debellate dalle forze curde mesi or sono, nelle settimane successive alla presa di Raqqa, cosa di cui avevamo avuto modo di parlare a suo tempo. Dunque l’unica spiegazione logica a questi mesi di massacro è che l’idea di uno Stato curdo immediatamente a sud dei suoi confini spaventa la Turchia più di ogni altra cosa.

 

Mappa dell’attuale situazione territoriale della Siria

 

Erdogan ha cominciato l’offensiva alla fine di gennaio, presentando all’opinione pubblica l’operazione “Ramoscello d’ulivo” come la naturale prosecuzione dell’operazione “Scudo dell’Eufrate”. Se osserviamo la cartina, possiamo vedere come l’esercito turco abbia abilmente sfruttato i suoi alleati siriani attuando una manovra molto semplice: la zona curda di Afrin viene investita dall’offensiva turca proveniente da Ovest, mentre i territori in mano ai ribelli ad est impediscono l’afflusso di rinforzi e rifornimenti. La classica incudine e martello. Ora le rimanenti forze curde sono completamente tagliate fuori, accerchiate a Nord dalle forze curde e a sud dalle forze lealiste di Damasco

A fare da contorno vi sono le strazianti scene che ormai abbiamo imparato a conoscere bene: colonne di vecchi, donne e bambini che cercano la salvezza mentre alle loro spalle rimbombano i colpi di mortaio; saccheggi indiscriminati; in alcuni casi, combattenti abbrutiti e spossati che infieriscono sui cadaveri dei nemici. Su quest’ultimo punto, in effetti, bisogna segnalare che in diverse occasioni le forze curde hanno denunciato una condotta di guerra, da parte della Turchia e dei suoi alleati, contraria al diritto internazionale. Non ci si riferiva solo agli episodi di mutilazione dei cadaveri, ma anche all’utilizzo di armi come il napalm da parte dell’aviazione di Ankara. Per ora  non ci sono stati riscontri ufficiali al riguardo.

L’esercito ottomano festeggia le sue vittorie

La Turchia pare non intenda fermarsi ad Afrin. Cinque giorni fa Erdogan, nel corso del discorso che ha tenuto durante le celebrazioni per il 103° anniversario della battaglia di Gallipoli, ha annunciato come le forze turche siano pronte ad affrontare anche la battaglia per strappare ai curdi Kobane, la città divenuta simbolo della lotta all’ISIS.

Questo primo successo è stato salutato con grande entusiasmo dal popolo turco, anche perché le perdite turche sembra si aggirino intorno ai cinquanta soldati morti in combattimento. Poco se sei considera quanto siano duri e lenti gli assedi, con combattimenti ravvicinati, casa per casa. Tuttavia, a ben vedere, le perdite dei ribelli alleati della Turchia sembra siano superiori ai seicento uomini. Probabilmente sono stati loro a sopportare maggiormente il contatto diretto con il nemico.

Comunque a toccare gli animi di buona parte dell’opinione pubblica internazionale sono stati i 3500 morti sofferti dall’esercito curdo. Tutti uomini e donne che avevano combattuto strenuamente per anni contro le forze dell’ISIS e che ora sono stati abbattuti dall’artiglieria turca. Ogni volta che sui media si annunciava una nuova vittoria sul Califfato, i loro volti stanchi ma sorridenti erano sempre forieri di buone notizie. Purtroppo, quando si affronta un nemico superiore, con truppe corazzate, artiglieria ed appoggio aereo il coraggio e l’abilità da soli non sempre sono sufficienti.

Pakistan e Afghanistan nelle nuove Vie della Seta

Mentre l’Afghanistan continua ad essere lo snodo principale dei terroristi, la Cina diventa sempre più ingombrante in Pakistan. E l’India è costretta a fare buon viso a cattivo gioco .

Negli ultimi giorni si è parlato molto della riforma costituzionale avvenuta in Cina, per la gioia del Presidente Xi Jinping. Questo importante avvenimento istituzionale ha naturalmente catalizzato l’attenzione dei media occidentali, distogliendoli da alcuni notevoli sviluppi della situazione nello scacchiere mediorientale.

L’importanza del Pakistan

Sono ormai note a tutti le iniziative e gli investimenti cinesi nell’ambito delle cosiddette nuove “Vie della Seta”. Parte di questi investimenti sono stati indirizzati verso i porti Pakistani sull’Oceano Indiano, presumibilmente per poter evitare lo Stretto di Malacca come luogo di transito delle merci cinesi, facilmente controllabile dagli Stati Uniti in caso di embargo.

Tuttavia, una potenziale minaccia per le merci cinesi in transito attraverso il Pakistan è rappresentato dal tormentato Afghanistan. La Cina sta cercando di stabilizzare la situazione per un duplice motivo: da un lato, cercare di limitare le infiltrazioni di jihadisti di etnia uigura nella regione occidentale dello Xinjiang; dall’altro cercare appunto di evitare ritardi o danni all’apparato infrastrutturale che si sta sviluppando nel Paese limitrofo.

La Cina e l’estremismo islamico

Gli ultimi cinque anni sono stati problematici per la Cina dal punto di vista della sicurezza interna. Lo Xinjiang rappresenta la regione più occidentale della Cina, la cui popolazione autoctona è costituita dagli uiguri, una etnia turcofona di religione islamica. I continui tentativi di sinizzazione della regione hanno esacerbato i difficili rapporti con le comunità islamiche e con le frange indipendentiste. Questo ha causato l’infiltrazione di elementi estremisti affiliati ad Al-Qaeda e all’ISIS nella regione, seguita da terribili attentati a Pechino, nello stesso Xinjiang e addirittura un attacco con autobomba all’ambasciata cinese in Kirghizistan due anni fa. Riuscire a normalizzare la situazione in Afghanistan significherebbe poter attuare un controllo molto più efficace sulla principale porta dei jihadisti nella Repubblica.

Presenza cinese in Pakistan

Un maggiore controllo sul territorio garantirebbe anche una maggiore sicurezza all’apparato infrastrutturale che la Cina sta approntando sul territorio pakistano. Ormai da tempo sono presenti stabilmente nei presi dei principali cantieri distaccamenti di truppe cinesi, tali da garantire l’incolumità della manodopera cinese e la sorveglianza necessaria.

Ma l’interesse cinese ad espandere la propria influenza nella zona potrebbe essere ancora più consistente: la testata giornalistica South China Morning Post, citando fonti anonime vicine ai vertici delle Forze Armate cinesi, negli ultimi giorni ha riportato la notizia di un possibile progetto per la costruzione di una base navale cinese nella penisola di Jiwani, vicino allo strategico porto pakistano di Gwadar. Una simile eventualità aumenterebbe notevolmente l’autonomia della Marina Militare cinese nell’Oceano Indiano, soprattutto in una zona relativamente vicina all’imboccatura del Golfo Persico e alle rotte marittime dirette verso il Canale di Suez. A ben vedere, sempre nell’ottica di un tentativo di messa in sicurezza delle rotte, la Cina nell’agosto del 2017 ha inaugurato la sua prima (imponente) base militare permanente all’estero in Gibuti, proprio sull’entrata del Mar Rosso.

L’eterno rivale

Queste cospicue iniziative cinesi in Pakistan ed Afghanistan non mancano di infastidire notevolmente l’india, per tutta una serie di ragioni. Sono ben note le tensioni e la rivalità che hanno sempre diviso le due potenze, sia dal punto di vista politico che territoriale. Di conseguenza, i ritorni economici di un’iniziativa imponente come quella della nuova Via della Seta non può che infastidire l’India.

A questo si aggiunga che i cospicui investimenti cinesi vedono come partner il Pakistan, l’antagonista per eccellenza dell’India fin dall’indipendenza da Sua Maestà britannica.

 

L’ambizione della Turchia

Crescono le tensioni intorno ai giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale

Due settimane fa avevamo parlato della particolare situazione in cui si era trovata la nave di esplorazione dell’ENI “Saipem”, quando era stata bloccata dalla Marina militare turca prima di poter raggiungere la sua destinazione a largo di Cipro. La partita che si sta giocando adesso nel Mediterraneo orientale ruota intorno agli enormi giacimenti offshore di gas naturale scoperti a sud dell’isola. In particolare il giacimento chiamato “Afrodite”, che l’organizzazione governativa US Geological Survey ha stimato intorno ai 16 miliardi di piedi cubi di gas naturale. Tutta la zona fra Cipro, il Libano e Israele potrebbe nascondere un tesoro stimato intorno ai 200 miliardi di piedi cubi di gas.

Le mosse della US Navy

Il governo greco-cipriota di Nicosia ha concesso diritti di esplorazione e di sfruttamento ad altre compagnie oltre alla nostra ENI, fra cui Total, Qatar Petroleum e la Exon Mobile: in particolare, il giacimento “Afrodite” è stato assegnato alla statunitense Noble Energy. E’ questo piccolo dettaglio a rendere rilevante lo spostamento nel Mediterraneo occidentale, da parte degli Stati Uniti, di una squadra navale guidata dalla nave da assalto anfibio USS Iwo Jima.

La squadra navale, composta anche dalle navi appoggio USS New York, dalla USS Oak Hill e da un distaccamento di Marines, è un tipico esempio di forza di proiezione dal mare, ed anche se non può godere dell’appoggio di una portaerei (come la VI e la V flotta statunitensi) ha comunque a disposizione diversi cacciabombardieri “Harrier” a decollo verticale. Questa missione deve probabilmente considerarsi una sorta di “assicurazione” dopo le recenti minacce della Turchia ad agire nei confronti di qualsiasi compagnia abbia intenzione di operare senza il consenso di Ankara.

Ankara prende l’iniziativa

Il trattato di pace che aveva posto fine al confitto fra la parte greca e la parte turca dell’isola, con la conseguente nascita della Repubblica di Cipro del Nord (nei fatti, un protettorato della Turchia), prevedeva uno sfruttamento congiunto delle risorse dell’isola. Poiché il governo di Nicosia continua le sue operazioni di trivellazione e con la concessione di diritti di sfruttamento a compagnie internazionali nonostante le proteste della Turchia, quest’ultima ha preso la decisione di condurre operazioni autonome: è stata inviata la nave esplorativa “Piri Reis” nella zona del Blocco 12, di competenza greco-cipriota, ufficialmente per condurre studi sismici a largo di Cipro del Nord e costantemente scortata da cacciatorpediniere e sommergibili.

Contestualmente a questi tentativi di riaffermare la propria autorità a sud delle sue coste, la Turchia ha appena varato una nuova unità di fregata cacciamine, la Heybeyliada (classe Ada F-511), prima nave interamente costruita nei cantieri navali turchi (fonte “LIMES”) ed orgoglio della Marina di Ankara, tanto che lo stesso Erdogan è stato presente alla cerimonia del varo. Il compito della nuova unità sarà principalmente quello di pattugliare la costa meridionale della Turchia e proteggere se necessario il naviglio turco.

Scarse prospettive

Se questo atteggiamento fatto di iniziative unilaterali da parte di Nicosia e di Ankara dovesse continuare, l’obiettivo di una riunificazione dell’isola diverrebbe sempre più lontano. Questi ultimi decenni di divisione hanno portato enormi svantaggi all’isola, sia in termini economici che sotto il punto di vista politico: la peculiare posizione della Turchia in questo contesto è stata negli ultimi anni fonte di tensioni fra la Turchia e l’Unione, di cui la Repubblica meridionale di Cipro fa parte. Già nel 2012 Erdogan aveva minacciato di interrompere le relazioni con l’UE se questa avesse concesso alla Repubblica di Nicosia di assumere la presidenza di turno dell’Unione. La Turchia, che comunque si è detta più di una volta disponibile al dialogo su questo punto, ha comunque il timore che si possa verificare una riunificazione sbilanciata a favore di Nicosia, con conseguente detrimento della popolazione turca di Cipro del Nord.