Simone Condello

Pillole di politica estera – settimana XVI

I principali eventi della XVI° settimana dell’anno

Il discorso Macron al parlamento di Strasburgo

Macron a Strasburgo ha fatto il punto sullo stato dell’Unione. Tra le principali preoccupazioni del leader francese, il ritorno dei nazionalismi che, come ha voluto ricordare, sono alla base della guerra civile europea del 1914-1945. Al problema dei nazionalismi, il presidente francese ha affiancato l’espansione dei populismi e la loro grande presa in Europa. La retorica populista, sfrutta i problemi delle società, esasperandoli, per portare voti alla forza politica che li sfrutta. Dopo aver elencato le sfide che l’Unione deve affrontare, ha parlato dei progetti per riformare l’Eurozona (fondo monetario, garanzia europea dei depositi bancari, ministro delle Finanze unico) e per migliorare l’integrazione europea, come l’Erasmus e l’ingresso di Albania e Macedonia nel concerto europeo. Molti paesi del Nord, si sono opposti alle idee di Macron riguardanti la riforma dell’Eurozona, mentre i partiti tradizionali dell’Europarlamento si sono detti favorevoli alle riforme, necessarie, per rilanciare la Comunità Europea .

Elezioni a Cuba

Il 18 Aprile per l’ultima isola del socialismo reale sarà ricordato ancor di più come un giorno speciale; nel 1961 avvenivano gli eventi della Baia dei porci, nel 2018, per la prima volta dal 1976, il presidente del paese non sarà più un Castro. Il futuro leader dell’isola sarà Miguel Díaz-Canel Bermúdez, 57 anni, ingegnere elettronico. Nato l’anno successivo alla rivoluzione, sarà il primo presidente del paese a essere cresciuto nel socialismo reale. Pare sia stato scelto da Raul Castro in persona per succedergli. La decisione sarebbe ricaduta su Miguel Díaz per il suo impegno nel sociale e il carattere discreto e moderato.

Stop di Kim ai test nucleari

Il 19 Aprile sono venuti alla luce gli incontri segreti tra Mike Pompeo, direttore della CIA e ora segretario di stato e Kim Jong-un, il leder della Corea del Nord. Il giorno seguente, il Leader Supremo s’è detto pronto a rinunciare ai test nucleari, per aprire un dialogo con gli Stati Uniti e i suoi alleati. Questa nuova mossa di Kim lascia tutti piacevolmente spiazzati, primo fra tutti Trump. Il presidente degli Stati Uniti, che aveva precedentemente affermato d’esser pronto a lasciare il tavolo delle trattative nel caso in cui la Corea del Nord non avesse dato qualche segno tangibile d’impegno verso la denuclearizzazione.

Indagine indipendente sull’uso di armi chimiche

Solo dopo due settimane dall’attacco, il 21 Aprile gli ispettori indipendenti hanno raggiunto i luoghi del presunto attacco con armi chimiche. Fino a quel momento le forze di sicurezza siriane, impedivano agli ispettori di compiere i propri rilevamenti. L’organizzazione con il mandato di compiere i rilevamenti è l’OPCW (Organisation for the Prevention of Chemical Weapons) parte delle Nazioni Unite. I membri dei team inviati, provengono da nazioni terze, non coinvolte con gli eventi in atto nel paese da esaminare. I campioni raccolti, sono in viaggio verso l’Olanda, dove saranno analizzati. Per un approfondimento sulla tematica clicca qui.

L’escalation militare in Siria

Escalate to de-escalate, sembra essere il mantra di questi giorni all’interno dell’amministrazione statunitense, rappresentando un chiaro ritorno alla Madman Theory dei tempi di Nixon e Kissinger. Questa forma di politica estera impediva alle cancellerie dei vari paesi di prevedere le mosse della Casa Bianca.

Le motivazioni di Francia e Regno Unito

Prima di lanciare la sua rappresaglia, il presidente Donald Trump ha cercato alleati in Europa. Favorevoli all’intervento si sono dimostrati essere solo Inghilterra e Francia. La prima è decisa a rinsaldare la special relationship, che dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, permette all’Inghilterra di attingere agli armamenti americani e a speciali partnership economiche. In cambio il Regno Unito ha partecipato attivamente alle attività militari statunitensi, supportandole anche all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Francia dal canto suo è decisa a imporsi come leader europeo in vista della Brexit. Il paese resta l’unico dell’Unione Europea ad avere armamento nucleare e un posto permanente nel Consiglio di Sicurezza.

L’attacco

Fonti della CNN, riportano che durante l’attacco sono state utilizzate 118 munizioni di diverso tipo. I Panavia Tornado dell’aeronautica inglese, partiti dalle basi di Cipro hanno sganciato 8 missili Storm Shadow. Per quanto riguarda l’intervento francese, i suoi Rafale hanno sganciato sui bersaglio 9 missili Storm Shadow. La fregata multimissione classe FREMM della Marine Nationale ha lanciato sui bersagli assegnatigli 3 missili da crociera MdCN (Missile de Croisière Naval). Come sempre il supporto americano è risultato essere il più sostanzioso, la marina statunitense ha lanciato 60 missili Tomahawk, da due cacciatorpediniere classe Arleigh Burke e da un incrociatore lanciamissili classe Ticonderoga. Allo strike ha partecipato anche un sottomarino d’attacco nucleare classe Virginia, che ha lanciato 6 missili Tomahawk. Secondo indiscrezioni l’aeronautica USA è intervenuta sul teatro siriano con bombardieri B-1B, partiti da Qatar, che hanno rilasciato 19 JASSM. Tutti i bersagli sembra siano stati colpiti, senza causare danni collaterali. Differente la versione russa, secondo la quale, la contraerea siriana dotata di batterie risalenti all’epoca sovietica, sia riuscita ad abbattere un buon numero di missili.

La risposta internazionale

A livello internazionale, Germania e Italia hanno deciso di non partecipare al raid. I due paesi hanno supportato gli alleati nella scelta di colpire gli impianti chimici di produzione dei gas. L’Italia in un momento di orgoglio nazionale, pare abbia impedito l’uso delle basi logistiche presenti sul territorio nazionale. Gli altri paesi della NATO e il Giappone hanno semplicemente condannato l’uso delle armi chimiche, senza soffermarsi sullo strike. Russia, Iran e Siria hanno condannato l’accaduto, considerato un atto criminale. Anche la Cina si è schierata contro ogni intervento militare non approvato dall’ONU.

Possibili scenari

Se la crisi siriana sembrava ad un punto di svolta prima del 7 Aprile, adesso l’intera questione andrà riconsiderata. Intanto pare che gli USA vogliano far approvare una nuova tranche di sanzioni economiche ai danni della Federazione Russa e di alcuni oligarchi. D’altro canto pare che Trump abbia deciso il ritiro totale delle truppe dalla Siria. Sembra proprio il caso di dire che gli Stati Uniti stiano tentando di attuare la tattica dell’escalate to de-escalate. La Francia invece sembra convinta di voler intervenire per risolvere la situazione, magari come intermediario tra Russia e Occidente. In generale, possiamo affermare che lo strike non abbia sortito alcun effetto nei confronti del regime Baath.

La Siria e le armi chimiche

Assad sta vincendo la guerra ? E se si, usa ancora le armi chimiche ?

Le armi chimiche colpiscono ancora una volta un paese dilaniato dalla guerra civile. L’area colpita corrisponde grosso modo alle zone di Douma, area a est di Damasco e alla parte orientale di Ghouta. Entrambe le zone fanno parte di una sacca di resistenza ormai finita nelle mani del regime.

L’attacco

L’8 Aprile fonti dei ribelli, affermano d’aver visto soldati d’Assad, rilasciare grossi contenitori nei dintorni delle aree colpite. Questi potrebbero essere i vettori del gas. Le vittime dell’attacco sembrano essere una cinquantina mentre centinaia gli intossicati. Se questo dovesse corrispondere al vero, la situazione potrebbe essere peggiore del previsto.

Le motivazioni

Perché un governo che sta vincendo la guerra dovrebbe fare uso di sostanze chimiche ?Forse per velocizzare la resa delle ultime forze ribelli? Oppure per dare un segnale di forza ? Nel primo caso, si è raggiunto l’obbiettivo: i ribelli di Jaish al Islam in seguito all’attacco hanno accettato di sgomberare il campo. Sostanzialmente l’uso dei gas ha funzionato, causando però un contraccolpo dal punto di vista mediatico, danneggiando la credibilità del regime. Nel secondo caso, il segnale arrivato è contraddittorio. Il regime non è cosi solido come vuol far credere. Quando si utilizzano armi di distruzione di massa, gli americani insegnano, vuol dire che gli sforzi convenzionali non sono sufficienti a sconfiggere l’avversario.

I commenti dei principali attori coinvolti nella guerra civile siriana

Il presidente Donald J. Trump come sempre è partito con le minacce che risultano essere molto credibili. Basti pensare alla risposta americana agli attacchi del 4 Aprile del 2017, compiuti dal regime d’Assad sempre con il gas, quando furono lanciati 59 missili cruise contro una base siriana. La Turchia, tramite una nota del proprio ministro degli esteri, ha condannato l’accaduto. Assad ha ovviamente respinto le accuse, protetto dallo Zar Putin. Interessante anche il commento dell’Iran, che grida al complotto ai danni del regime Ba’th.

Conclusioni

In attesa che un’indagine internazionale accerti le, eventuali, responsabilità siriane la guerra sembra volgere al termine con una vittoria, qualche tempo fa inaspettata del regime di Damasco.

Pillole di politica estera – settimana XIV

I principali avvenimenti di politica estera della XIV° settimana dell’anno

Niger, alt alla missione

La tanto controversa missione in Niger dell’esercito italiano, approvata durante la scorsa legislatura, si trova ad un punto inaspettato. La resistenza della popolazione locale, alla presenza straniera, hanno convinto il presidente nigerino Mahamadou Issoufou a richiedere un rallentamento nello spiegamento delle truppe. Adesso bisognerà decidere se ritirare il contingente di 40 unità già presenti sul territorio. I militari erano arrivati nell’area per preparare la base per le nostre truppe, ma al momento risultano confinati all’interno della base USA.

Continuano gli scontri nella striscia di Gaza

La settimana di Pasqua, non ha visto diminuire le tensioni nell’area di Gaza, le proteste continuano. Quella di cui parliamo è la più importante manifestazione organizzata dai palestinesi negli ultimi anni. Iniziata in concomitanza con la pasqua ebraica, terminerà il 18 Maggio giorno della nascita d’Israele. Quella che nei piani degli organizzatori doveva essere una manifestazione pacifica è rapidamente degenerata in scontri con l’esercito d’Israele, causando migliaia di ferite e una decina di morti.

Scontro Dazi Cina-Stati Uniti

Il presidente Donald Trump, ha deciso d’imporre dazi alla Cina dal valore di oltre 100 miliardi di dollari. In risposta il governo di Pechino ha minacciato di tassare i prodotti importati da dagli Stati Uniti, soprattutto soia ed aerei entrambi prodotti negli stati che nelle scorse elezioni hanno supportato il presidente. Questa potrebbe essere un ottima arma in mano alla Cina perché le elezioni di metà mandato sono alle porte.

L’ex-presidente brasiliano Lula in carcere

Questa settimana il tribunale supremo brasiliano ha rigettato la richiesta di habeas corpus presentata da Lula, il quale ora dovrà scontare in galera la pena di 12 anni per corruzione e riciclaggio. L’ex- presidente per evitare l’incarcerazione si è rifugiato presso la sede del sindacato degli operai dove era politicamente cresciuto. Dopo essersi rifiutato di consegnarsi alle autorità, per partecipare alla messa in ricordo della moglie, l’ex-presidente Lula si è nuovamente rifugiato nel sindacato. Dopo alcune ore Lula nel della notte si è consegnato alle autorità, per essere trasferito in carcere.

La crisi dei rapporti Russia-Occidente | Speciale parte 1 di 4

La crisi che portò alla rottura

Oggi parte una nuova rubrica in più parti con la quale noi del Team Esteri del Momento ci proponiamo, ogni mese, di descrivere un argomento di politica estera.  Per iniziare tratteremo della crisi dei rapporti Russia-Occidente. La rubrica uscirà ogni weekend trattando di volta in volta  un aspetto diverso dell’argomento.

La crisi in Ucraina

Le relazioni tra paesi dell’Europa dell’Est e i restanti paesi europei, hanno visto un sostanziale miglioramento in seguito alla caduta del muro di Berlino. Lo stesso non si può dire dei paesi fuoriusciti dall’Unione Sovietica che, a parte le tre repubbliche baltiche, sono rimasti sostanzialmente sotto l’egemonia russa. Qualcosa cambia nel 2004, quando sull’onda della rivoluzione arancione arriva al potere Viktor Juščenko, il quale decide di uscire dall’ombra russa, per migliorare le relazioni con l’Europa. In risposta, Putin iniziò a fare pressioni sulla vulnerabile economia del paese, riuscendo alle elezioni del 2010 a far arrivare al potere Viktor Janukovyč. Il nuovo presidente, per tornare nelle grazie della Russia, decide di ritirare le richieste per entrare in Unione Europea e nella NATO, permettendo a Putin l’utilizzo delle basi navali in Crimea. Verso la fine del 2013, iniziarono le manifestazioni in piazza contro alcune misure pro Russia e anti europee, decise dal governo, la situazione degenerò rapidamente. A Febbraio 2014, il parlamento riesci a destituire Janukovyč, il quale si rifugia in Russia. Venne nominato ad interim Oleksandr Turčynov, il quale decise d’indire le elezioni per Maggio.

La Crimea

Pochi giorni dopo la destituzione di Viktor Janukovyč, in Crimea, che  era una repubblica autonoma dell’Ucraina  alcuni uomini armati entrarono nel parlamento locale sventolando una bandiera russa. Il giorno seguente uomini armati e con uniformi russe presero il controllo dei punti nevralgici della penisola, tra cui l’unica via d’accesso terrestre che collegasse la Crimea all’Ucraina. Il 16 Marzo, si tenne un referendum per decidere le sorti della penisola, il risultato fu assolutamente a favore dei Russi.

La guerra civile

Ad Aprile, manifestanti armati entrarono nel parlamento di Donetsk, nell’Ucraina Orientale, anche loro sventolando bandiere russe. Poco dopo dichiararono l’indipendenza e la nascita della repubblica. Nello stesso periodo, in un Oblast vicino nacque la Repubblica Popolare di Lugansk. Gli eventi che caratterizzarono la sua nascita sono del tutto simili a quelli avvenuti a Donetsk. Il governo Ucraino attese fino alle elezioni di Maggio per prendere dei provvedimenti a riguardo. Dalle elezioni uscì vincitore Petro Porošenko, che decise per la linea dura contro i ribelli. Se per la Crimea il nuovo presidente non poté fare molto perché  la penisola entrò di fatto nella federazione Russa, in questo caso decise di reprimere la rivolta nella zona del Dombass. In aiuto degli Ucraini, la NATO aumentò le esercitazioni  mentre Stati Uniti ed Europa imposero delle dure sanzioni alla Russia. Le sanzioni furono imposte, quando ormai era palese il coinvolgimento diretto di unità russe nella guerra.  A ormai 4 anni dall’inizio delle ostilità, l’esercito ucraino non è riuscito a sconfiggere la rivolta, mentre l’orso dell’Est combatte la recessione causata dalle sanzioni. La situazione sembra ancora molto lontana da una soluzione sia militare che diplomatica.

La vittoria elettorale di Putin lo consacra a moderno Zar ?

Analisi della vittoria del nuovo Zar di Russia

A poco più di una settimana dal voto in Russia, giunge il momento d’analizzare la vittoria elettorale del più longevo leader russo,  dopo Stalin. Con il 76,7% delle preferenze, Putin raggiunge il suo più alto consenso, da quando è in carica. Se la sua vittoria sembrava scontata, il dato più importante era quello riguardante l’affluenza, che si è assetata al 67%. Combinando i risultati d’affluenza e preferenze,  più della metà dei 111 milioni d’elettori è stato favorevole all’operato dello Zar.

I punti forti di Putin per la rielezione

In queste elezioni, il presidente Putin ha potuto sfruttare gli ottimi risultati raggiunti in politica estera in questi ultimi anni. Primo fra tutti l’ingresso della Crimea nella Federazione Russa, dove le sue preferenze si sono attestate al 90% dei votanti, la stessa percentuale della Cecenia. Con l’entrata della penisola nella federazione, Putin ha riottenuto lo status di superpotenza per la Russia. A favore dello Zar anche il buon andamento della guerra in Siria. Guerra, che prima del suo intervento, sembrava in stallo con una Siria divisa in tre parti: l’Isis al confine con l’Iraq, i ribelli a nord e i lealisti a sud. Adesso la situazione risulta sostanzialmente a favore delle forze fedeli ad Assad, che controllano la maggior parte del paese, dopo la sconfitta dell’Isis. Anche il recente avvelenamento dell’ex-spia del KGB avvenuto nel Regno Unito, ha influenzato la campagna elettorale. Il tentato omicidio,  ha portato al deterioramento delle relazioni tra Regno Unito e Russia, ritenuta la mandante. Questo evento, unito alle sanzioni economiche, non ha fatto altro che aumentare la già presente crisi d’accerchiamento. Con questo termine s’indica quella sensazione dei Russi d’esser circondati da nemici. Il termine è stato coniato con l’arrivo dei Bolscevichi al potere  e caratterizza  le relazioni internazionali della Russia dal 1917

Gli scenari del prossimo mandato di Putin

Nei prossimi sei anni, il presidente russo, dovrà affrontare lo scontro con gli Stati Uniti sul piano della nuova politica nucleare. Gli americani, sotto l’amministrazione Trump, hanno deciso di potenziare l’arsenale nucleare puntando su testate miniaturizzate, meno costose di quelle convenzionali. L’obiettivo è ridurre il raggio delle esplosioni e della ricaduta radioattiva, per permettere l’utilizzo delle testate  in contesti convenzionali. Questo darebbe nuovo credito alla deterrenza nucleare statunitense. Altra sfida per l’amministrazione Putin riguarderà la lotta alle sanzioni economiche. Se da una parte le sanzioni hanno facilitato la sua rielezione, da un altra strozzano l’economia, impedendogli di crescere. Anche il buon andamento delle relazioni con la Cina, importante player internazionale, non sono da sottovalutare. Per quello che riguarda la politica interna, lo Zar Putin, in questo mandato dovrà risolvere l’arretratezza economica del paese, ancora molto legata all’estrazione di gas e impermeabile alle innovazioni tecnologiche.

Il programma elettorale del centrodestra

Le principali iniziative della coalizione di centrodestra per le elezioni del 4 Marzo

In questa breve rubrica ci occuperemo dei principali partiti in lizza per Palazzo Chigi. Come non occuparsi per iniziare della coalizione di centrodestra, la favorita secondo gli ultimi sondaggi. Il centrodestra si presenta senza leader, lasciando la decisione al corpo elettorale. Da quanto si evince, detterà la linea di governo il partito che raccoglierà il più alto numero di preferenze all’interno della coalizione. Per chiarezza il centrodestra si presenta composto da: Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia-Unione di Centro.

Il programma

Il documento si presenta come un elenco molto schematico, suddiviso in 10 argomenti, ognuno dei quali contenente una serie di sottopunti. Il tutto è contenuto in una dozzina di pagine, con le firme dei leader in chiusura. Per semplicità riporterò i punti che credo siano i più importanti raggruppati per categorie.

Tasse

Argomento caro al centrodestra anche per questa tornata elettorale. Due le più importanti introduzioni, la Flat Tax e la no tax area. La Flat Tax è un’imposta unica sul reddito, dovrebbe essere al 15%, indipendentemente dal livello dello stesso. Questo ovviamente avvantaggia i redditi superiori hai trecento mila euro, ultimo scaglione per incremento delle tasse nell’attuale sistemazione. L’idea di questa tassa unica è favorire gli investimenti di questi redditi, utilizzandoli come motore per la crescita. Per quello che riguarda la no tax area, l’idea è di non tassare i redditi sotto una certa soglia. Chi farà parte di quest’area pagherà solamente le imposte indirette (vedi IVA).

Rapporto tra le istituzioni

Anche in quest’ambito ritornano gli “evergreen” del centrodestra, tra cui elezione diretta Presidente della Repubblica e la riforma dei rapporti centro-periferia, tanto cari alla Lega. Da non dimenticare la riduzione della presenza dello stato, nel più puro degli spiriti del liberalismo. Presente anche la proposta d’introduzione del vincolo di mandato per i parlamentari e di rispetto del mandato degli elettori.

Politica estera

In generale il programma è europeista, con una richiesta di riforme della comunità e dei singoli trattati. Poi abbiamo la questione dei migranti, con l’obiettivo di tutelare i confini della nazione, rimpatriare i clandestini e stipulare accordi con i paesi dei migranti economici. Molto interessante è la presenza di un sottopunto che cita testualmente ”Piano Marshall per l’Africa”, sarebbe molto interessante poter approfondire tale argomento.

Welfare State

Per partire citerei l’azzeramento della legge Fornero (da sempre cavallo di battaglia della destra), l’ aumento delle pensioni minime, degli assegni familiari e delle pensioni per le mamme, l’incremento dei servizi sanitari e progetti per l’edilizia scolastica. Questi sono solo alcuni dei molti punti del programma per quello che riguarda l’intervento dello stato nella vita del cittadino. Molti punti mettono in primo piano gli anziani e le neomamme, più in generale c’è un chiaro riferimento alle famiglie con figli come soggetto centrale della proposta politica del centrodestra.

 

Conclusioni

Le pecche ci sono, quella che salta subito all’occhio è l’incongruenza tra aumento della spesa pubblica e introduzione di una tassa unica sul reddito. Per quanto mi riguarda la più pericolosa delle proposte è l’introduzione di un vincolo di mandato per i parlamentari, che causerebbe la fine del parlamentarismo, trasformando il sistema democratico in qualcos’altro.  Il programma risulta essere un buon compromesso tra le anime che compongono la coalizione, c’è da dire che non essendo un documento programmatico, il suo valore è indicativo. Sicuramente sarà valido fino al 4 Marzo, ma già dal 5 dello stesso mese potrebbe subire cambiamenti anche sostanziali.

Conferenza di fine anno del premier Paolo Gentiloni

Il premier Gentiloni tira le somme di un anno di governo e della legislatura

Il 28 si è tenuta presso la sala dei gruppi della Camera, la conferenza di fine anno del premier Paolo Gentiloni. Il primo a parlare è stato Carlo Verna, presidente dell’ordine dei giornalisti, che dopo aver elencato i problemi dell’ordine e le sfide che il giornalismo moderno deve affrontare, ha introdotto il premier.

La conferenza

Il Presidente Gentiloni ha aperto il suo intervento con i classici ringraziamenti alla squadra di governo e a Carlo Verna. Il presidente dell’esecutivo ha presentato i successi della legislatura, tra cui l’uscita del paese dal tunnel della crisi più grave dal dopoguerra. Per il premier importanti traguardi sono stati raggiunti nel 2017. Ha ricordato il perfetto svolgimento del G7 di Taormina, in cui sono state trattate importanti questioni, ampiamente ridiscusse nel G20 di Amburgo. Pietra miliare di quest’anno, è stata la sconfitta militare di Daesh, a cui l’Italia ha contribuito attivamente, col secondo contingente militare più grande in Iraq dopo quello USA.

Economia

Ottimi risultati in questo questo frangente, le proiezioni danno dati in rialzo. L’Italia esce dalla cronica condizione di fanalino di coda dell’Europa. Sul piano dell’occupazione, sono stati creati, grazie al jobs act, un milione di posti a tempo indeterminato mentre la contemporanea crescita dell’export ha portato il paese tra i primi 5 esportatori nel mondo. Menzione anche al decreto salva risparmio, una delle prime decisioni del governo, per aiutare i risparmiatori danneggiati dal fallimento di alcune banche. Il salvataggio è costato ai contribuenti italiani meno rispetto a quello dei loro omologhi tedeschi. Il sistema bancario nazionale rappresenta un’opportunità per il paese, afferma il premier, non un nemico. Certamente le banche hanno dei limiti, ma attraverso l’attenta vigilanza da parte dello Stato, possono rappresentare un motore per la crescita degli investimenti. Industria 4.0, investimenti infrastrutturali, lotta al precariato pubblico chiudono la politica economica della legislatura.

Politica interna

Passando alle migrazioni, il 2017 ha visto importanti risultati sotto quest’aspetto, con una riduzione delle partenze e l’aumento dei rimpatri. Queste politiche hanno portato all’ottimo risultato di ridurre le morti in mare, che comunque rimangono elevate. Per quello che riguarda i diritti civili, d’importanza storica sono l’approvazione di due leggi, quella sulle unioni civili, durante la legislatura, governo Renzi, e quella sul biotestamento, nel mese di Dicembre. Il Premier ha rivolto un appello alla società civile per evitare il disfattismo, soprattutto nelle aree terremotate.

In chiusura

Il premier ha fatto riferimento alle future elezioni, senza fornire date sullo scioglimento delle camere, Mattarella detterà i tempi dei futuri passaggi parlamentari. Il Presidente Gentiloni ha terminato riconfermando l’impegno dell’esecutivo a governare l’Italia fino a quando ce n’è sarà bisogno.

Il question time con i giornalisti

Oltre alle scontate domande sulle future elezioni, ho trovato interessanti quelle relative a:

L’approvazione del DEF ad aprile. La giornalista faceva riferimento alle possibili modifiche da dover applicare alla manovra, a causa del deficit che supera la soglia imposta dall’Europa. Il premier ha risposto che non crede che il suo governo se ne dovrà occupare.

Intervento in Niger. Sono stati chiesti al presidente i motivi della missione. Il premier ha risposto che l’intervento fa parte di una strategia più ampia alla lotta al terrorismo e alla tratta degli umani. I militari italiani opereranno all’interno dei normali criteri usati fin ora nelle operazioni all’estero.

Ius Soli. Al primo ministro Gentiloni è stato fatto notare come la mancata approvazione della legge sulla cittadinanza abbia rappresentato uno smacco per la legislatura. Gentiloni ha giustificato la mancata approvazione in Senato, come unico modo per evitare che la legge venisse bocciata, portando indietro di anni l’iter per l’approvazione.

Problema della leadership nel PD. Il giornalista ha fatto riferimento agli ottimi indici di gradimento del premier e dei pessimi sondaggi del PD. Il premier ha difeso il partito, individuando nello scissionismo, tipico della sinistra, i problemi con l’elettorato.

Conclusioni

La conferenza stampa di fine anno, ha mostrato un leader sicuro, degno di rappresentare l’Italia nel mondo. Dimostrando che la sinistra ha ancora persone di valore nei propri ranghi. Poche ore dopo la conclusione, il ministro degli interni Minniti e il premier Gentiloni si sono recati al Quirinale per un’udienza con Mattarella. Dopo l’incontro, il Presidente della Repubblica, ha decisione per lo scioglimento delle camere. Un Consiglio dei Ministri straordinario, ha votato il decreto col quale s’indicono le elezioni, per il 4 Marzo.

 

Il voto in Catalogna

Analisi del risultato elettorale delle elezioni in Catalogna del 21 Dicembre

 

Sono passati alcuni giorni dalle elezioni seguite allo scioglimento anticipato del parlamento della Catalogna, imposto dal governo centrale il 28 ottobre. Le elezioni sono state indette come risposta al tentativo di Puigdemont di dichiarare la repubblica Catalana.

I separatisti

La forza che preme per l’indipendenza della Catalogna è composta da tre partiti: Cup, Sinistra repubblicana e Junts per Catalogna. In queste elezioni il fronte indipendentista, ha conquistato il 47,5 %, grazie alla divisione dei collegi, occuperà 70 dei 135 seggi. La maggioranza assoluta dell’emiciclo è di 68 seggi.

Junts per Catalogna è il partito del presidente in “esilio” Carles Puigdemont.  Il partito ha avuto un buon successo elettorale, conquistandosi il ruolo di attore principale della transizione. Il leader in esilio ha già richiesto un incontro con Rajoy ma il Presidente spagnolo, che non lo riconosce come intermediario, ha rifiutato.

Sinistra repubblicana è un partito di stampo socialdemocratico, con una forte impronta indipendentista. Il suo leader Oriol Junqueras si trova in prigione per il supporto all’indipendenza. Marta Rovira ha ereditato il partito, ottenendo 32 seggi, configurandosi terza forza dell’emiciclo.

Cup è un partito di estrema sinistra, con una spiccata propensione per l’indipendentismo catalano. L’appoggio all’indipendenza della Catalogna, ha portato il partito a supportare le forze politiche presenti nelle Autonomie Locali spagnole. Ha il suo punto di forza nelle elezioni municipali, nelle aree autonome.

Gli unionisti

La compagine politica che vuole mantenere la Catalogna all’interno della Spagna ha ottenuto un ottimo risultato, con il 52,1 %.  La divisione in collegi gli ha consentito di occupare solo 65 seggi. I partiti unionisti sono: Popolari (PP), Catalunya en Comú, Partito Socialista Operaio Spagnolo, Ciutadans.

 

Partito Popolare è il partito di governo. Ha portato al potere Rajoy con tutti i limiti di un governo senza maggioranza. I popolari sono il principale partito di centro-destra della Spagna. Non hanno mai avuto un gran successo in Catalogna e in quest’ultima tornata elettorale, sono quasi spariti dalla regione. In compenso la linea dura del premier, nei confronti degli indipendentisti, ha premiato i popolari nel resto della Spagna.

Catalunya en Comú è la lista con la quale si presentava Podemos, il supporto della sindaca di Barcellona Ada Colau, non è bastato . Lista di sinistra, durante la campagna elettorale si presentava in una zona grigia, no all’indipendenza, si a al referendum sull’autonomia. Trovarsi nel guado non ha aiutato Podemos che non è riuscito a replicare l’exploit elettorale del 2015.

Partito Socialista Operaio è il più antico di Spagna, in origine di stampo socialista, ora si inquadra ideologicamente tra i partiti socialdemocratici. È il partito “stampella” del governo Rajoy, ha permesso la nascita dell’esecutivo astenendosi nelle questioni di fiducia. Questa elezione non li ha premiati, anche perché la partita politica si giocava sull’indipendenza della regione, argomento sul quale il partito non si è mai pronunciato favorevole.

Ciutadans è il vero vincitore di queste elezioni, formazione creata nel 2005 per contrastare gli indipendentisti Catalani. Nato dall’idea di Albert Rivera e portato al suo miglior risultato dalla leadership di Inés Arrimadas. Grazie all’ottimo successo elettorale, è il primo partito dell’assemblea, configurandosi come principale interlocutore del governo di Madrid.

 

Possibili scenari

Questa situazione istituzionale può portare a tre possibili conclusioni:

  • La prima vede il formarsi di un governo locale guidato dai separatisti. Prima condizione per iniziare il dialogo sarà la scarcerazione dei leader indipendentisti e un lasciapassare per l’esule Puigdemont. Risolto il problema dei leader, i separatisti dovranno decidere se cimentarsi con la secessione, rischiando lo scioglimento dell’assemblea e quindi nuove elezioni. Altrimenti potranno tentare di mediare col governo centrale una maggior autonomia della regione, restando nei canoni della costituzione.
  • La seconda possibilità potrebbe essere la creazione di un governo minoritario unionista, con l’approvazione del governo centrale. Questo governo avrà bisogno almeno di due seggi per insediarsi, o dell’astensione di una parte dei separatisti al momento del voto di fiducia. Superato lo scoglio iniziale, ci si potrà mettere d’accordo con una parte dei separatisti per far uscire la regione dalla palude in cui si trova.
  • La terza via, vede il mantenimento del commissario, per l’impossibilità di creare un governo stabile e che piaccia a Madrid. Costringendo l’esecutivo a indire al più presto nuove elezioni.

Per qualunque novità dovremmo aspettare la fine delle vacanze natalizie della cattolicissima Spagna.

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele

Analisi degli ultimi eventi accaduti in Palestina, all’ombra di Trump

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato il 6 Dicembre, l’atto col quale ha disposto il trasferimento dell’ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.  Con questa mossa Trump ha riconosciuto ufficialmente la città Santa capitale d’Israele.

La decisione di Trump

The Donald, pare aver deciso unilateralmente di spostare l’ambasciata, andando contro i pareri dei suoi segretari e consiglieri. L’unico a essere favorevole al progetto, è il senior Advisor Jared Kushner, cognato del presidente, la cui famiglia ha legami parentali storici col premier israeliano Benjamin Netanyahu. Se la decisione sembra presa in solitaria, va ricordato che è nelle prerogative presidenziali la possibilità di spostare la sede delle ambasciate. In questo caso, così facendo, il POTUS ha eliminato la sospensione alla legge congressuale del 1995 che riconosceva Gerusalemme capitale d’Israele.

La risposta dei palestinesi

La risposta di Hamas non si è fatta aspettare, poche ore dopo la dichiarazione, hanno avuto inizio i primi disordini che, con il passare dei giorni, si sono trasformati in guerriglia urbana. Gli israeliani non si sono fatti cogliere impreparati, riuscendo ad arginare i manifestanti. Al momento in cui l’articolo è redatto il numero dei feriti, è di almeno 1250 e 4 morti. L’Autorità palestinese, non cela la volontà di chiamare una nuova Intifada, se la situazione non si dovesse stabilizzare.

Il mondo arabo

Da sempre diviso da problemi religiosi e d’influenza, il mondo arabo scopre nella questione palestinese un background comune. Niente unisce gli arabi come gli scontri tra palestinesi e israeliani, anche questa volta, la risposta non si è fatta attendere. Nella riunione del 9 Dicembre a Il Cairo, la Lega Araba oltre a denunciare le prevaricazioni d’Israele, ha richiesto una riunione del consiglio di sicurezza dell’Onu. La riunione verterà sulla decisione dell’America e i paesi della Lega sperano che al momento delle votazioni, l’unico veto sia quello degli Usa. Dimostrando così che la decisione di Trump non è supportata dalla comunità internazionale. Il 13 Dicembre l’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) ha riconosciuto “Gerusalemme est come capitale dello stato di Palestina occupato”.

Sostenitori e Detrattori

Al momento la decisione di The Donald non ha conseguito il successo sperato. Il supporto è, ovviamente, arrivato solo da Israele. L’Europa molto attenta al problema, a causa dell’alto numero di musulmani presenti nel continente, tiene un basso profilo. All’unanimità è stato stabilito il rifiuto della decisione americana, appellandosi alle risoluzioni del consiglio di sicurezza dell’Onu. L’unico paese che esce dal coro è la Francia di Macron, la quale pur condannando la scelta americana tenta di trovare un in Erdogan un mediatore. Il presidente turco, critica duramente la decisione di Trump, nel tentativo di sostituire l’Arabia Saudita nel ruolo di leadership dei paesi Sunniti. Quest’ultima, in questo frangente, mantiene un atteggiamento distaccato.

Le motivazioni degli USA

Gli Stati Uniti, possono aver deciso di muoversi in questo modo, per due ordini di motivi: il più probabile è il tentativo di sbloccare la situazione in cui si trovava la Palestina, toccando uno dei taboo principali. L’altra possibilità, meno credibile, può riguardare la determinazione di Trump di ricondurre il paese nell’isolazionismo. Se il motivo era scongelare la questione palestinese, gli è riuscito, costringendo entrambe le comunità ad aprire un tavolo delle trattative sulla situazione di Gerusalemme. In caso l’obiettivo fosse il disimpegno, la situazione si fa problematica. Se gli USA vogliono mettere da parte i panni del poliziotto, dovranno risolvere i dossier rimasti aperti con metodi tradizionali, altrimenti rischiano di peggiorare, la già instabile, situazione internazionale.