Emy Damiani

Tanti auguri Komandante!

In programma per il 2018 il tour “Vascononstop Live”

Ieri, 7 febbraio, è stato il compleanno del Blasco. Sessantasei gli anni compiuti. Gran parte dei quali impegnati a fare musica, a cantare, scrivere canzoni ed emozionarci. Per la precisione, da quest’anno, sono 41 anni di onorevole carriera. Carriera che continua a portare avanti ancora con grande passione e che l’anno scorso è stata celebrata a Modena Park. Era il primo luglio 2017 e con quell’evento, svoltosi al Parco Enzo Ferrari, Vasco Rossi ha battuto il primato mondiale del concerto con il più alto numero di spettatori paganti, con 225.173 biglietti emessi, di cui 5.000 gratuiti. Inoltre è stato il suo 781esimo concerto della vita. Tutto questo non poteva che accadere a Modena, lì dove tutto aveva avuto inizio quarant’anni prima, quando era solamente un giovanotto che faceva il dj. E il concerto, dopo una breve introduzione col poema sinfonico “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss, non poteva che aprirsi con la canzone “Colpa di Alfredo” :

«E quella stronza non si è neanche preoccupata di dirmi almeno qualche cosa, che so, una scusa… si era già dimenticata di quello che mi aveva detto prima: “Mi puoi portare a casa questa sera? Abito fuori Modena, Modena park”»

Alla fine, dopo aver ripercorso tutta la sua carriera con quaranta canzoni, lo spettacolo si è concluso con la solita dedica a Massimo Riva e con le noti di “Albachiara”.

Ma Vasco non si ferma. Dopo questo strepitoso successo ha preparato per il 2018 un nuovo tour, il “Vascononstop Live”, con ben dieci date. Dieci appuntamenti che attraversano tutta l’Italia: la data zero del 27 maggio a Lignano Sabbiadoro, Torino (1-2 giugno), Padova (Stadio Euganeo, 6-7 giugno), Roma (Stadio Olimpico 11-12 giugno), Bari (Stadio San Nicola, 16-17 giugno) e chiuderà con un unico show a Messina (Stadio San Filippo, 23 giugno). Tanti auguri Vasco!

 

Tennis: le due meraviglie sotto il cielo di Melbourne

Anche quest’anno è volto al termine il primo grande slam della stagione giocato in Australia. Edizione straordinaria che ha visto la vittoria di due stelle del tennis, Roger Federer e Caroline Wozniacki, nuovi record e incontri sensazionali. C’è stata la performance di alto livello del giovane coreano Chung, che ha battuto tra i tanti Novak Djokovic, costretto poi ad arrendersi allo svizzero a causa di un infortunio al piede. Peccato il ritiro di Rafael Nadal, costretto a fermarsi ai quarti di finale a seguito di un dolore alla coscia. Tra le donne c’è stata la sconfitta prematura della Sharapova.

Le due stelle dell’Australian Open 2018

Soffermandoci sul tabellone maschile non possiamo che fare un nome: Roger Federer. L’uomo delle meraviglie. A trentasei anni è ancora uno dei tennisti più forti. Sicuramente il più grande di tutti i tempi. È l’uomo dei record: con questa ennesima vittoria, il suo sesto Australian Open, è arrivato a quota 20 slam. Il primo uomo a riuscire in questa impresa; il terzo nella storia del tennis dopo Serena Williams (23) e Steffi Graf (22). Non ci sono parole per descrivere la sua grandezza, la sua eleganza, la sua forza di volontà, il suo sacrificio e la sua perfezione dentro quel campo da tennis e fuori. Federer, che in finale ha battuto il croato Marin Cilic per 6/2 6/7 6/3 3/6 6/1, ci ha tenuto a ringraziare il pubblico: «You guys. You fill the stadiums. You make me nervous. You make me go out and practice. And just like to thank you for everything. Wouldn’t be the same without you guys.» Un pensiero speciale poi è andato alla moglie Mirka e ai quattro figli, senza i quali oggi non sarebbe qui.

Rivolgendoci invece al tabellone femminile. La vittoria che tutti aspettavamo. La vittoria che lei aspettava da tanto. Il trionfo e la consacrazione di una campionessa. Caroline Wozniacki ce l’ha fatta. Ha portato a casa il suo primo slam battendo la numero uno Simona Halep. La prima danese a conquistare questo trofeo. A ventisette anni realizza il suo sogno e riesce così a scrollarsi di dosso quella terribile targa di “numero uno al mondo senza vincere uno slam”. Ha messo fine a tutte le chiacchiere di quelli che in questi anni le hanno chiesto continuamente quando sarebbe arrivata questa vittoria e con determinazione, grinta e coraggio se l’è finalmente portata a casa. Ha dimostrato il suo valore e chissà se seguiranno anche altri slam.

Musica: il cantautore Francesco Mircoli racconta il suo nuovo album

“Di questa nave conosco stiva per stiva, dall’amplesso mondiale fino all’ansia cattiva. Mia madre ha paura non sia troppo tranquillo, voglio essere un suono e no uno stupido squillo”

Francesco Mircoli, cantautore della riviera marchigiana, classe ’85, lascia presto la carriera calcistica per dedicarsi alla musica, più incline alla sue emotività. Fonda il suo primo gruppo “I cavalli torti” e inizia a scrivere le sue prime canzoni (tra queste “Psicofarmaci”, ormai osannata durante i suoi concerti). Nel 2012 viene intervistato da Red Ronnie nel suo celebre programma RoxyBar e i suoi impegni aumentano. Si piazza due volte come finalista al Premio De André (nel 2014 e nel 2016) e apre il concerto come artista di spalla a molti volti noti: come i Marlene Kuntz, Teatro degli Orrori, Omar Pedrini, La Rua, Finley, Nobraino, Matthew Lee, Cosmo e Gianluca Grignani. Il suo pubblico aumenta e nel 2017 viene anche chiamato a suonare ad un dei festival più importanti delle Marche, “il May Day Festival” a Sant’Elpidio a Mare. è giunto quindi il momento di entrare in studio e registrare il suo nuovo lavoro, affidandosi al produttore marchigiano Enrico Tiberi. Il titolo del suo nuovo cd è “Vita, morte e… Mircoli” uscito il primo gennaio 2018 e anticipato il 30 dicembre dall’uscita del brano “Considerato”.

Vado a casa sua per intervistarlo e parlare un pò del suo lavoro. Mi apre la porta con la chitarra in mano e tra una domanda e l’altra improvvisiamo qualche brano al piano. Il giovane cantante, che in questa era 2.0 tiene ancora un diario segreto, è già all’opera per altre nuove canzoni anche con qualche costo umano.

Parlami di “Considerato”, il tuo primo singolo uscito su Youtube.

è un brano esistenziale. Non ha accezioni politiche ma è una sorta di resistenza verso il mondo degli adulti, di cui non si sente parte. è un mondo che mi limita e io cerco di difendere la mia creatività. è una canzone cinematografica che ragiona per scenari. C’è la voglia di crearsi la propria pelle senza prendere un pacchetto pre-confezionato. Bisogna vivere la propria vita e non quella degli altri. è una tipica canzone dopo una serata in riviera ma il giorno dopo la realtà…

“Vita, morte e… Mircoli”

è il lavoro che sognavo di fare da molto tempo. Parlo della provincia cardiopatica in cui vivo e all’interno di questo cd si possono trovare anche le persone che mi gravitano intorno negli ultimi due anni.

“La madam” è immediato, dov’è la critica?

è il non plus ultra della vanità, con cui non vai d’accordo. Rappresenta l’isola dei famosi. Sotto le lenzuola non funziona, è tutta tara e niente peso netto. Io parlo di un pubblico “privato e provato”, ovvero di una sfera emotiva e di coloro che vengono dalla provincia e vivono il loro vissuto.

“Aspettando un giovedì da copione in un posto che non offre emozione, chi ho in testa sei tu… Ti”

“Ti” nasce con la fine di una storia d’amore. Io ho sempre avuto storie serie e durature nonostante la mia fama di Don Giovanni. Questa canzone viene fuori dopo una chiacchierata con un amico e da un suo tatuaggio.. “Ti”. Credo sia il primo caso in cui viene fatto prima il tatuaggio e poi la canzone.

“Dov’è Luca?!”

Questa canzone l’ho scritta dopo la morte di due cari amici, entrambi di nome Luca. Mi sono chiesto “chissà dove sono ora” e poi nella canzone ci sono anche dei personaggi della vita quotidiana. Tocca anche la tematica dell’amore con i suoi lati negativi: “se sei stufa tornatene dai tuoi”. Questa tematica della conflittualità uomo-donna la ritroviamo anche in “Delusione numero 300”.

“Ho uno spicchio di cuore che batte a ritmo lento mancata comprensione fa male, in questa delusione numero trecento. Dolcezza c’è un problema comune malattia di cui non sono autoimmune, l’orgoglio è il tuo solo portento in questa delusione numero trecento.”

Questo è Francesco Mircoli che riesce a coniugare con credibilità la canzone d’autore e le varie sfaccettature del pop rock, proiettando con l’efficacia dei testi uno scenario ben preciso dove la provincia è il punto di partenza dei propri slanci emotivi. Questo è il suo primo album ufficiale, che ha tutte le carte per sfondare. I temi trattati sono la critica alla società, la provincia cardiopatica, le problematiche derivate dall’amore. Tanti i prossimi appuntamenti del cantautore marchigiano, tra i quali il 9 febbraio a Sant’Egidio alla Vibrata con “Gli amari”. Ad accompagnare Francesco Mircoli c’è la sua band formata da: Marco Raccichini (alla chitarra), Valerio Massetti (al basso), Mattia Cotechini (alla batteria) e Sasha Paolini (alle tastiere).

 

Faber non muore mai

Esattamente una settimana fa ricorreva la morte del grande cantautore genovese Fabrizio De André. Diciannove anni dalla sua scomparsa. Diciannove anni in cui il panorama musicale italiano è cambiato, ma, il ricordo e la memoria della sua arte non se ne sono andati. Conosciuto anche con l’appellativo di Faber, datogli dal suo amico di infanzia Paolo Villagio per via della sua predilezione per i pastelli della Faber-Castell e per l’assonanza con il suo nome. Aveva simpatie anarchiche e libertine e faceva parte della Scuola genovese insieme a Gino Paoli e Luigi Tenco. Fu l’artista con il maggior numero di riconoscimenti da parte del Club Tenco e molte delle sue canzoni, che parlano di emarginati e prostitute, sono considerate da gran parte dei critici come vere e proprie poesie. Tanto che vengono inserite nelle antologie scolastiche di letteratura già dai primi anni Settanta.

«…pensavo: è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra» (Amico fragile)

Nato da una famiglia benestante, De André visse la sua infanzia e adolescenza con comportamenti fuori dagli schemi. A diciotto anni, a causa del brutto rapporto con il padre, andò via di casa e intraprese gli studi di giurisprudenza. A sei esami dalla laurea decise però di smettere e avviò la carriera musicale. Fu proprio questa decisione a creare il personaggio che noi tutti conosciamo. Fondamentale fu l’ascolto del cantautore francese Georges Brassens, del quale tradusse alcune canzoni. Una di queste è “Il gorilla”: animale che si fa strumento di vendetta contro la categoria del giudice, che ha il potere di mandare a morte esseri umani e con indifferenza. Nessuna delle sue canzoni è mai banale, mai scontata. Dietro ognuna di esse c’è un insegnamento, una morale, una storia da raccontare, una condanna, una censura.

«Lessi Croce, l’Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante.»

Pubblicò i suoi primi 45 giri e i suoi primi 33 giri e ottenne il successo grazie all’interpretazione di Mina de “La canzone di Marinella”. Arrivarono i primi album: “Tutto Fabrizio De André”, “Volume I”, “Tutti morimmo a stento”… e già il suo stile era inconfondibile. L’atmosfera dei cantautori francesi, le tematiche sociali, trattate a volte con crudezza a volte con ironia, le metafore poetiche, l’esistenzialismo e il suo agnosticismo. Ci furono poi gli anni delle sperimentazioni ed esplorò l’ambiente degli autori americani (lo si nota ad esempio nell’album “Rimini”). Si avvicinò alla musica etnica, alla realtà mediterranea con l’album “Crêuza de mä” (cantato interamente in lingua genovese) e alle minoranze linguistiche. Ci fu anche un’evoluzione religiosa a seguito del rapimento insieme alla moglie Dori Ghezzi. Quell’esperienza, unita ad un’analisi della realtà sarda, gli ispirò alcune canzoni che confluirono nel disco conosciuto come “L’indiano”. All’interno di questo cd possiamo notare dei parallelismi tra il popolo dei pellerossa con quello sardo e richiami del sequestro avvenuto, come ad esempio avviene in “Hotel Supramonte” che intreccia anche la tematica dell’amore:

«E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome. Ora il tempo è un signore distratto, è un bambino che dorme. Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano. Cosa importa se sono caduto, se sono lontano. Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole. Perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole. Ma dove, dov’è il tuo amore. Ma dove è finito il tuo amore»

Un percorso documentato dalle sue canzoni, dalle sue ballate, dalle sue filastrocche, dalle sue liriche. Un percorso che si è fermato troppo presto.

Ma Faber non muore mai. È come se fosse ancora qui e i suoi testi li stesse scrivendo ora. Perché ora e in ogni epoca c’è una bocca di rosa che fa l’amore con passione; c’è un chimico che non gli riesce di capire gli uomini; c’è un testamento lasciato dopo una morte; c’è un malato di cuore che non può bere alla coppa d’un fiato; c’è sempre una guerra, due uomini con lo stesso umore e la divisa di un altro colore. Faber non è solo una canzone alla radio. Faber è uno stato d’animo. Faber è una serata con un amico. Faber è un libro di Marquez. È cent’anni di solitudine. Faber è Andrea; un blasfemo; un bombarolo. Faber è per i tuoi larghi occhi. Faber è quando hai un bicchiere di vino in mano e vuoi cantare l’amore.

Faber è sempre attuale e non muore mai.

Non dite che Faber è morto. Perché l’11 gennaio del 1999 il suo corpo si è spento ma la sua anima rimane.

Tennis: l’avvio di stagione ad Abu Dhabi e i ritorni in campo di Djokovic, Williams e Kyrgios

Continua l’assenza del “Re della terra rossa”

Manca poco all’avvio della decima edizione del Mubadala World Tennis Championship, che va ad inaugurare il nuovo anno e si tiene negli Emirati Arabi Uniti. Purtroppo il tennista spagnolo Rafael Nadal – che ha concluso la stagione da numero uno, posizione conquistata per la quarta volta nella sua carriera – non sarà presente a causa del suo dolore persistente al ginocchio. Proprio questo infortunio lo aveva visto ritirarsi dal Master di Parigi e dagli ATP Finals dopo una sola partita giocata e perduta contro David Goffin. Si dice dispiaciuto, il giocatore maiorchino, di non poter giocare qui ad Abu Dhabi per la nona volta, ma è stato un 2017 difficile e ha bisogno di riorganizzare il suo calendario in maniera diversa per poter essere pronto al meglio. D’altronde per mantenere l’apice della classifica la sua preparazione fisica e mentale non può essere soltanto buona, ma ottima.

La stagione ricomincia ad Abu Dhabi e le attenzioni vanno a Djokovic, Kyrgios e alla Williams

Comunque, il Mubadala World Tennis Championship è un torneo di esibizione con sei giocatori. Quest’anno i presenti sono: Kevin Anderson (n. 14 nella classifica mondiale), Novak Djokovic (12), Pablo Carreno Busta (10), Dominic Thiem (5), Andrey Rublev (39), Roberto Bautista Agut (20) che ha preso il posto di Nadal. Finalmente torna in campo il giocatore serbo, assente dalle competizioni da luglio a causa dell’infortunio al gomito destro. C’è quindi grande fermento per rivedere giocare Djokovic, il quale spera di ritrovare l’equilibrio con il nuovo allenatore Radek Stepanek. I riflettori poi sono puntati anche sulle donne, in particolar modo su Serena Williams: la neo-mamma torna in campo ora, dopo la maternità, contro Jelena Ostapenko, la lettone vincitrice dell’ultimo Roland Garros. Questa inoltre sarà la prima volta in cui una partita femminile verrà disputata all’interno di questo Championship.

  A seguire poi ci sarà il primo grande slam della stagione, l’Australian Open. Qui ritroveremo l’australiano Nick Kyrgios, il quale ha terminato l’anno aiutando i più bisognosi. Il 22enne aveva già deciso di donare dieci dollari per ogni suo ace fatto durante la stagione, per aiutare le vittime dell’Uragano Maria a Portorico. Ora ha comunicato di alzare la donazione a cinquanta dollari. Inoltre ha in mente un progetto ancora più ambizioso: costruire una struttura per aiutare i bambini che non hanno accesso allo sport. Fuori dagli allenamenti, Kyrgios sta lavorando per realizzare questo sogno. Il giovane dice di aver avuto una visione un paio di anni fa: costruire un posto, per questi bambini, dove poter vivere, giocare a praticare gli sport. Recentemente aveva anche donato 100.000 dollari ottenuti da un match esibizione contro Del Potro. E’ proprio vero che un bad boy può sempre nascondere un cuore d’oro.

La storia dell’unico e inimitabile John Coltrane

Dalla fine del periodo bop allo spiritualismo e al free jazz

John Coltrane apparve sulla scena musicale jazz di New York alla fine degli anni Quaranta, quando il bebop stava ormai scomparendo insieme al suo leader simbolico Charlie Parker. Coltrane da piccolo cominciò a suonare il clarinetto e il sassofono contralto; stava avviando la sua carriera musicale, quando dovette arruolarsi nella Marina militare. Al suo ritorno prese in mano il sax tenore e iniziò a suonare con i migliori jazzisti del momento: come Dizzy Gillespie, che rimase sempre fedele al bebop e fu l’unico in grado di tenere le fila di quel movimento, e Miles Davis, che non solo prese parte alla rivoluzione bebop ma fu anche ideatore di numerosi stili jazz (come il cool jazz, l’hard bop, il modal jazz), nonché fu un influente personaggio pubblico.

«Vedete, io ho vissuto per molto tempo nell’oscurità perché mi accontentavo di suonare quello che ci si aspettava da me, senza cercare di aggiungerci qualcosa di mio… Credo che sia stato con Miles Davis, nel 1955, che ho cominciato a rendermi conto che avrei potuto fare qualcosa di più.» (John Coltrane)

Comunque, in quei primi anni Cinquanta, John Coltrane non era l’unico a suonare il sax tenore ma c’era anche Sonny Rollins, che spesso veniva preferito a lui. Anche Davis lo preferiva a lui, ma, di frequente, Rollins spariva dalle scene per riapparire improvvisamente. Così nel 1955 la svolta. Miles Davis chiamò Coltrane per un provino ed entrò a fare parte del quintetto. Per via di alcune incongruenze musicali e del suo abuso di eroina, John Coltrane venne spesso cacciato dal gruppo e poi richiamato. Durante le rotture suonava con il grande pianista Thelonious Monk, intervallando l’hard bop, la musica preferita dai musicisti neri, al cool jazz, quella preferita dai musicisti bianchi come Dave Brubeck e Chet Backer. Nel 1959 il quintetto di Miles Davis, diventato nel frattempo sestetto, incise il suo capolavoro “Kind of Blue”, nel quale Coltrane giocò un ruolo fondamentale.

Sempre nello stesso anno, uscì uno dei dischi sostanziali per Coltrane “Giant Steps”, che è uno dei migliori esempi dell’improvvisazione. Il 1960 fu invece l’anno della fondazione del suo quartetto e del sax soprano, donatogli da Davis. Con questo e con lo studio della musica modale, in particolare quella orientale, incise uno dei suoi album più famosi: “My favorite things”. Arrivati al 1964, arrivò anche il capolavoro di Coltrane e quello che viene considerato quasi da tutti come uno degli album migliori della storia del jazz, “A love supreme”. Si narra che una sera, mentre praticava la meditazione yoga, a Coltrane risuonò una musica in testa. Si convinse che quello fu un messaggio di Dio: il disco non è quindi altro che una dichiarazione di fede, un ringraziamento a Dio per averlo riportato sulla retta via.  All’interno della copertina non fece stampare le solite note, ma, una sua breve presentazione e una sua poesia, le cui ultime parole recitano: «ELATION-ELEGANCE-EXALTATION- All from God. Thank you God. Amen.» (cioè «Gioia. Eleganza. Esaltazione. Tutto da Dio. Grazie Dio. Amen»).

Negli ultimi due anni di vita, tra il 1965 e il 1967, si dedicò al free jazz, un’evoluzione del jazz modale, libero da ogni regola, che non era apprezzato da tutti – lo stesso Davis non era un suo fautore – ma di cui Coltrane ne divenne un convinto sostenitore. Tre album cardine di quel periodo furono: “Om”, “Kulù Sé Mama” e “Selflessness”. John Coltrane morì il 17 luglio 1967, a soli 40 anni, allo Huntington Hospital di Long Island stroncato da un tumore al fegato. Pochi sapevano della sua malattia. Il suo terrore per i medici, la sua noncuranza per i controlli e la sua sfiducia nella scienza lo portarono ad una accettazione passiva del destino, quindi anche della sua morte, e lo guidarono nella sua frenetica ricerca artistica che lo consacrò come uno dei più grandi sassofonisti di sempre, se non IL più grande.

Dibattito politico tra Bergamini e Verini sulla legge elettorale: opinioni a confronto

La sera del 5 dicembre, nel ristorante “Edoardo” nella zona di via Veneto a Roma, si è svolto un incontro tra le varie organizzazioni studentesche, come Progetto Roma Tre, European People e Sapienza in Movimento. Un saluto prima delle feste di Natale e un’altra occasione per assistere ad un dibattito sulla legge elettorale tra la deputata di Forza Italia Deborah Bergamini e il deputato del Partito Democratico Walter Verini. Un’occasione non solo per scambiarsi gli auguri ma anche per scambiarsi idee,  come ha affermato il presidente di Europeam People Marco Parroccini.

Gli scenari possibili con la nuova legge elettorale

Una volta serviti gli antipasti, un tavolo al centro della sala ha lasciato spazio ai due deputati per scambiarsi le loro opinioni e alternarsi nei loro discorsi. Il moderatore dell’intervista è stato il Dottor Emilio Russo e la prima domanda da lui posta è stata se secondo i due politici questa legge elettorale, da poco approvata, avrebbe prodotto un vincitore e se sì, chi. La prima a rispondere è stata l’Onorevole Bergamini: inizia dicendo che per fortuna il Governo è riuscito a licenziare questa legge e che la maggior parte delle forze politiche si siano trovate d’accordo al riguardo. Legge che torna un pò su i suoi passi. Si riprende un cammino che è più proporzionale che maggioritario, non a tutti può piacere ma si inserisce nella nostra tradizione storica. Non per forza un sistema maggioritario può portare un vincitore. FI comunque ha fatto valere un principio, quello di non forzare gli elettori. La Bergamini ricorda che in Italia non ci sono stati tanti vincitori; è difficile prevedere se con le prossime elezioni possa uscirne uno, bisognerà essere convincenti. Non bisogna disperdere il voto e indirizzarlo verso quelle forze politiche in grado di vincere. Questa legge premia le coalizioni e se i voti finiscono qui allora verrà prodotto un vincitore; se prevarrano scelte particolaristiche rischiamo di ricominciare da zero. È seguita la risposta dell’Onorevole Verini: inizia nel concordare con la Bergamini nel dire che i sistemi elettorali non garantiscono governabilità se non sono sostenuti da proposte politiche convincenti e coerenti (riscontrabile anche in altri Paesi). La legge approvata crede che sia il male minore rispetto a quello che si stava prefigurando; avrebbe preferito una quantità superiore di collegi uninominali, però questa legge, che preferisce le coalizione, è comunque preferibile ad una rigidamente proporzionale. Verini esprime la propria simpatia verso la legge che governa i Comuni, perché nei Comuni c’è equilibrio tra rappresentanza e capacità di avere una governabilità, e c’è un leader eletto. Afferma che è difficile fare previsioni perché siamo in un sistema tripolare, il centro destra, il polo dei 5 stelle e un centro sinistra. C’è una concreta possibilità che non vinca nessuno, che nessuno schieramento abbia la maggioranza. Questa cosa non lo soddisfa, inoltre è difficile mettere insieme forze politiche che per lungo tempo si sono combattute. Si augura che ci sia un vincitore e conclude nell’affermare i rischi in cui incorre la democrazia.

L’esperienza dei 5 stelle e il lavoro dei partiti oggi

Si è giunti così alla seconda parte del dibattito in cui il moderatore ha posto tre domande: cosa rischia l’Italia qualora le prossime elezioni le dovesse vincere il M5S? Cosa c’è di male nel M5S e cosa hanno i partiti tradizionali dei due deputati da imparare dal M5S? L’esperienza amministrativa del M5S e di Matteo Renzi hanno consentito di ridare valore all’esperienza e alla competenza di chi fa politica?

Comincia anche questa volta L’On. Bergamini per prima. La vittoria dei 5 stelle è uno scenario improbabile ma possibile e la deputata di FI si augura che non vincano. Secondo lei se vincessero ancora, l’Italia uscirebbe dal radar dei paesi leader del mondo. La visione ideologica e poco pragmatica del M5S, mutevole, fa di loro dei mutanti della politica e non rappresentano un vantaggio per il nostro paese. La nullafacenza che è alla base del loro messaggio politico, non crede che questo paese se lo meriti. Il modello del dissenzo, della rabbia, della frustrazione sociale e del non aver fatto nulla sia quello che ci serva per risollevarci. Per quanto riguarda i partiti tradizionali hanno tanto lavoro da fare e si sono chiusi in se stessi. Hanno perso il polso del paese ma lei ci crede ancora, non solo perché sono previsti dalla Costituzione, ma perché inoltre hanno il coraggio e la gioia di fare il loro lavoro ed essere selezionatori di programmi, di visioni, di dialoghi e personale politico. La Bergamini approva il nuovismo e la gente che si butta, però amministrare oggi è difficile… perciò occorre slancio, competenza e mestiere. Il M5S ha portato inesperienza amministrativa. I partiti hanno l’opportunità, quindi, di premiare l’esperienza e concedere spazio a chi vuole mettersi in gioco.

È il turno dell’On. Verini. Afferma che i grillini vivano come una setta dove gli altri rappresentano il male e teme questa logica della politica. L’avversario non ha sempre torto. Ha ragione Deborah nel dire che le risposte che ci servono oggi non sono semplici. Parla poi dell’esperienza dei 5 stelle attraverso la rete: oggi qualsiasi opinione, di una persone che ha studiato e chi no, ha lo stesso peso e questo non lo convince. Non è solo colpa dell’anti-politca ma il fatto è che la buona politica è latitante. I partiti oggi litigano per chi fa l’assessore, ci si scanna per il potere locale e nazionale. Bisognerebbe secondo Verini “Bergoglizzare” la politica. Chi fa politica deve essere percepito come uno che lo fa per gli altri, perché la politica è la migliore attività umana al servizio degli altri. Questa è la vocazione che dovrebbe recuperare i partiti. Essere giovani non è un merito, ma una condizione, così come essere anziani. Ci sono giovani vecchi dentro e 80enni più freschi dei ventenni. Chiude dicendo che il compito dei giovani è quello di non chiedere permesso, di combattere e mettersi in gioco rispettando le presenze politiche esistenti; mentre i politici più anziani non dovrebbe fare da tappo, alimentando una virtuosa collaborazione.

Partito Democratico e Forza Italia: coalizione possibile?

Il moderatore qui ha concluso l’incontro chiedendo come si comporterebbero i loro partiti se si trovassero a governare coalizzati. La Bergamini crede che ciascuno dovrebbe lavorare nell’ambito delle proprie convinzioni affinché questo scenario non avvenga, perché il centro-destra e il centro-sinistra hanno imparato a convivere ma è sempre distinto da profonde differenze. Le riesce difficile pensare ad un incontro tra PD e FI. L’importante sarebbe riuscire ad abbassare la pressione fiscale. Verini afferma che chiunque vincesse sarebbe bello stabilire un doppio binario in cui il centro destra avrebbe le sue proposte su cui il centro sinistra potrebbe convergere su alcune e viceversa. Sarebbe utile poi definire un altro binario per le risposte incompiute, costruire quindi insieme una proposta di semplificazione delle istituzioni, di velocizzazione della democrazia e maggiore trasparenza. Perché quindi non lavorare anche tra schieramenti diversi con questo interesse comune? E se i numeri ci dicessero che non vince nessuno e che per un tratto di strada bisognerebbe unire forze diverse lì dovrebbe esserci una regia molto forte del Quirinale. E intorno a questa regia costruire un esecutivo che guidi questo paese.

Il ritorno della serie televisiva “Black Mirror”

Manca poco al ritorno di Black Mirror con la quarta stagione!

Secondo le indiscrezioni la serie dovrebbe andare in onda nel mese di dicembre ed è formata da sei episodi proprio come la stagione precedente. In produzione dal 2011, Black Mirror è una serie televisiva antologica, ovvero è una serie fiction in cui ogni episodio è composto da personaggi e scenari diversi. Il titolo prende il nome dagli schermi televisivi, degli smartphone, in pratica ogni genere di monitor e vuole essere una critica alla tecnologia.

Qual è la tematica principale?

Il filo conduttore di Black Mirror è la tecnologia e gli effetti che questa ha. Ogni puntata mostra come una nuova invenzione o semplicemente il progredire delle tecnologie che già conosciamo possano portare effetti collaterali e destabilizzare una società. Si immagina quindi un futuro, neanche troppo distopico, in cui si ha un chip per la memoria che ti permette di rivedere i ricordi in qualsiasi momento. Oppure si immagina una persona ossessionata da una votazione da uno a cinque che le viene affibbiata e come la sua vita dipenda da questo (evidente satira nei confronti dei social). Ogni episodio ha qualcosa da raccontare e obbliga lo spettatore a una profonda riflessione sulla piega che potrebbe prendere la società contemporanea con i suoi infiniti progressi. È sempre un bene la tecnologia? Quanto siamo assuefatti ad essa? Se esistesse un paradiso virtuale?

Black Mirror analizza questo aspetto del progresso e immagina come potrebbe essere una popolazione che ormai è dipendente dal così detto “schermo nero”, da questi monitor che monitorizzano ogni aspetto della vita. Una ragazza a cui è morto il fidanzato potrebbe chiedere una copia esatta del suo amato defunto; un hacker potrebbe rubarti i tuoi video più intimi e segreti; la morte potrebbe essere superata da una vita eterna virtuale. C’è il dramma, c’è la fantasia, c’è la distopia, la satira, il thriller. Black Mirror è un concentrato di idee.

«The future is bright»

Da pochi giorni sono usciti i trailer di alcuni degli episodi della quarta stagione e tra i vari argomenti spicca il rapporto genitori/figli e come i primi diventino ossessivi nei confronti dei secondi. Torna anche la tematica dei ricordi e come questi vengano registrati non ammettendo più nessun segreto. Alla regia figura tra i nomi Jodie Foster, due volte premio Oscar, e tra gli attori ci sono volti conosciuti in altre serie televisive e film. La serie targata Netflix e creata da Charlie Brooker ha tutte le carte per essere spettacolare, continuare ad appassionare i suoi spettatori e, diciamolo, anche per spaventare un po’.

La morte di Totò Riina e il ricordo di uomini come Falcone e Borsellino che combatterono la mafia

Il capo dei capi, Salvatore Riina: û curtu La Belva

Ieri è stata tumulata la salma di Totò Riina, il capo dei capi, morto il 17 novembre a Parma dove era detenuto con il 41 bis. Vietati i funerali pubblici, la cerimonia è durata solo pochi minuti ed erano presenti la moglie, tre dei quattro figli – il secondogenito è detenuto – e pochi parenti stretti. Nel cimitero di Corleone la bara del boss mafioso  va ad aggiungersi a quella di Bernardo Provenzano, considerato il capo di Cosa nostra dal 1995 fino al suo arresto nel 2006, e Luciano Leggio, conosciuto come Liggio. Nello stesso posto riposano anche le salme di alcuni eroi che li hanno combattuti, come: Calogero Comaianni e Placido Rizzotto, il cui corpo fu gettato nelle foibe dallo stesso Liggio.

Arrestato il 15 gennaio del 1993, dopo 24 anni di latitanza, Salvatore Riina veniva da una famiglia di contadini e già da adolescente, grazie alla conoscenza con Liggio, viene introdotto nella cosca locale mafiosa. Nell’ascesa ai vertici di Cosa nostra tanti furono gli omicidi, le brutalità, le stragi e le operazioni criminali commesse. Dal 10 febbraio 1986 al 30 gennaio 1992 ci fu il Maxiprocesso di Palermo, processo penale per crimini di mafia. Venne così denominato dalla stampa a seguito delle sue enormi proporzioni: in primo grado gli imputati erano 475 con circa 200 avvocati. Grazie al pentito Tommaso Buscetta si venne a scoprire l’organizzazione interna di Cosa nostra, i mandanti e gli esecutori materiali di numerosi delitti. In seguito a questo si scatenò la ritorsione dell’organizzazione mafiosa che, su precisa indicazione di Totò Riina, autorizzò l’eliminazione dei familiari dei pentiti fino al 20° grado di parentela e quella dei giudici istruttori del maxiprocesso tra cui Falcone e Borsellino.

Il ricordo di alcuni eroi che si batterono contro la mafia

A inizio degli anni 80 a Palermo imperversava una sanguinosa guerra di mafia, tanto da contare a fine del 1983 circa 600 omicidi. A farne le spese già nel 1978 era stato Peppino Impastato, giovane attivista politico noto per le sue denunce contro le attività di Cosa nostra. La sua morte passò quasi inosservata perché nelle stesse ore in cui veniva ritrovato il suo cadavere fu rinvenuto anche il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse. Nel 1982 era stato anche il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a pagare le conseguenze della lotta alla mafia.

«Qui è morta la speranza dei palermitani onesti.»

Questa la scritta apparsa il giorno dopo della strage di via Carini, un omaggio che il popolo palermitano volle dare al generale. Per fare fronte ad una simile situazione decisero di istituire una squadra di giudici istruttori che avrebbero lavorato soltanto sui reati di stampo mafioso: nacque così il pool antimafia.

«Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte: “Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”»

Un giorno Borsellino disse questo a Falcone. E Falcone morì il 23 maggio 1982 nella strage di Capaci. Di ritorno da Roma con la moglie e gli uomini della scorta, furono assassinati lungo l’autostrada A29 allo svincolo di Capaci. Esplosero 1000kg di tritolo piazzati sotto l’autostrada che lasciarono una voragine enorme. Pochi mesi dopo, il 19 luglio 1992, insieme a cinque uomini della scorta viene assassinato anche Paolo Borsellino nella strage di via D’Amelio.

«Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini» Giovanni Falcone.

 

  

Il racconto dell’ancella

La distopia di Margaret Atwood

Voi come lo immaginate il futuro?

Margaret Atwood l’ha immaginato così: la fine del ventunesimo secolo vede il mondo sopraffatto dalla guerra, devastato dall’inquinamento radioattivo e la demografia testimonia una crescita zero. In questo futuro prossimo, nel luogo in cui oggi ci sono gli Stati Uniti, a seguito di un golpe, si instaura la “Repubblica di Gilead”. Questa nuova forma di governo è una teocrazia totalitaria in cui la condizione della donna è completamente asservita all’uomo per scopi riproduttivi. Le donne non fertili sono classificate come “non donne” e quindi eliminate. Le donne fertili, ovvero le ancelle, sono invece assegnate a dei Comandanti, detentori del potere all’interno della repubblica, ai quali devono dare un figlio. Questo principio si fonda su un passo della Bibbia, secondo cui un marito qualora avesse avuto una moglie sterile avrebbe potuto unirsi con una serva per generare figli (Genesi 30,1-4). Ci sono poi anche altri personaggi come: le Marte, ovvero le serve, gli Occhi, che sono delle spie, i Custodi, ovvero l’equivalente maschile delle Marte, gli Angeli, cioè i soldati, le mogli dei Comandanti e degli Angeli e le Zie, rigide guardiane del rigore morale delle donne. Le altre confessioni religiose e la lettura sono vietate. Chi tenta di ribellarsi o di fuggire viene mandato nelle colonie dove viene impiegato nello smaltimento delle sostanze tossiche.

Orwell e Huxley come modelli

Quella descritta da Margaret Atwood nel suo romanzo è una distopia. La distopia è la descrizione di un’immaginaria società del futuro indesiderabile. È considerata il contrario dell’utopia e rappresenta una comunità in cui delle caratteristiche politiche e tecnologiche che troviamo nel presente vengono portate all’estremo negativo. I maggiori esponenti della corrente distopica sono: Aldous Huxley con “Il mondo nuovo”, George Orwell con “1984” e Ray Bradbury con “Fahrenheit 451”. Proprio questi tre vengono presi come modelli dalla Atwood, che scrive il suo libro nel 1984 per poi pubblicarlo l’anno seguente. Il romanzo, che inizialmente doveva intitolarsi “Offred”, dal nome della protagonista, ha ricevuto anche diversi premi.

«Tell, rather than write, because I have nothing to write with and writing is in any case forbidden. But if it’s a story, even in my head, I must be telling it to someone. You don’t tell a story only to yourself. There’s always someone else.
Even when there is no one.»

“Raccontare, piuttosto che scrivere, perché non ho niente con cui scrivere e lo scrivere in ogni caso è proibito. Ma se è una storia, anche se nella mia testa, devo raccontarla a qualcuno. Tu non racconti una storia solo a te stesso. C’è sempre qualcun altro. Anche quando non c’è nessuno.” Questa una delle frasi pronunciate dalla protagonista Offred, il cui nome precedente alla Repubblica di Gilead era June, e che racchiude il senso di gran parte della storia. Il bisogno di raccontare. Di far arrivare la propria voce al di là di questa società che aborrisce il mondo esterno e ti intrappola al suo interno. Il bisogno di raccontare che è anche proprio del genere umano. Un’altra delle frasi, ripetute più volte nel romanzo, è una frase latina: “Nolite te bastardes carborundorum”. Tradotta come “che i bastardi non ti schiaccino” è diventata uno dei motti dell’emancipazione femminile.

L’opera, che ha venduto milioni di copie, è stata adattata per un omonimo film nel 1990 e nel 2017 è diventata inoltre una serie televisiva, vincendo anche il premio Emmy.