Carlo Jr Iannotti

Beneventano,vive nella capitale. Studente di giurisprudenza e specializzando in diritto internazionale e diritto dell'Unione europea presso la Luiss Guido Carli. Appassionato di diritto e politica internazionale. Studioso ed amante della storia delle religioni medio-orientali ed occidentali.

La crisi del diritto internazionale

raid siria diritto internazionale

I bombardamenti del 14 aprile in Siria da parte di Stati Uniti, Francia e Regno Unito sono, de iure condito, manifestamente ed incontrovertibilmente illegali e contrari al diritto internazionale. Una palese ed inequivocabile violazione di ogni regola dello ius ad bellum.

Gli Stati Uniti e la Francia non hanno avanzato alcuna argomentazione legale, nel quadro del diritto internazionale, ma hanno insistito sulla doverosità e necessità di un deciso ma circoscritto intervento al fine di scongiurare la “normalizzazione” dell’uso di armi chimiche.

Una sorta di deterrenza il cui linguaggio ha il sapore delle rappresaglie.

Rappresaglie implicanti l’uso della forza armata che, alla luce del diritto internazionale, sono inammissibili.

Uso della forza e rappresaglie. Cosa stabilisce il diritto internazionale?

L’art. 2 par.4 della Carta delle Nazioni Unite pone in essere un divieto generale di ricorrere alla forza armata esteso anche alla sua minaccia. E’ ammesso solo in legittima difesa individuale o collettiva o se autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CdS).

Certo, l’art.2 par.4 non prevede espressamente un divieto di ricorso alle rappresaglie armate ma tale divieto è sancito nella Dichiarazione sulle relazioni amichevoli e nell’Atto finale di Helsinki.

La stessa Corte internazionale di giustizia, in riferimento alla Dichiarazione sulle relazioni amichevoli, si è pronunciata per l’appartenenza al diritto internazionale consuetudinario del divieto di rappresaglie armate.

Nella fattispecie, nel Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati adottata dalla Commissione del diritto internazionale (CDI), si afferma all’art. 50 che le contromisure non possono pregiudicare «the obligation to refrain from the threat or use of force as embodied in the Charter of the United Nations»

Sul punto è possibile quindi concludere che è ammessa la liceità delle rappresaglie unicamente nell’ambito dello ius in bello.

Le potenze responsabili dell’attacco condotto nella notte tra il 13 e 14 aprile 2018 non possono indubbiamente sostenere di aver agito per legittima difesa. Nel caso concreto nessuno dei tre Stati intervenienti aveva subito un attacco armato.

Le motivazioni del Regno Unito

Una motivazione sotto il profilo del diritto internazionale è invece stata data dal Regno Unito che ha cercato di fornire un fondamento giuridico a sostegno del proprio agire facendo leva sull’intervento d’umanità.

L’intervento d’umanità comporta una prolungata presenza in territorio altrui ed un mutamento di regime del governo al potere al fine di proteggere i cittadini dello stato territoriale da trattamenti inumani o degradanti.

Nel caso di specie però si è trattato di un intervento mirato ad impedire l’uso di armi di chimiche.

Si è trattato di attacchi privi di credibilità.

La domanda che dovrebbe porsi ciascuno di noi è quella relativa a quale sia esattamente la catastrofe umanitaria che ha l’esigenza di una risposta armata unilaterale.

Governo siriano e forze di opposizione hanno ucciso migliaia di civili con metodi disumani ma questo non sembra aver originato grandi azioni da parte delle potenze intervenienti nonostante l’utilizzo di armi convenzionali abbia avuto conseguenze ben peggiori e gravi in termini di perdite di vite umane rispetto all’utilizzo delle sostanze chimiche.

Solo una percentuale inferiore all’ 1% di tutte le vittime nella guerra è da associare all’impiego di sostanze chimiche.

Il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite

Alla luce delle considerazioni di cui sopra si perviene all’inaccettabile ed arbitraria conclusione secondo cui uccidere migliaia di persone con armi chimiche richiede un intervento militare unilaterale senza l’approvazione del CdS, mentre l’uccisione di centinaia di migliaia di persone con le armi convenzionali non sia meritevole di tutela.

Non sussiste un diritto d’intervento umanitario che venga esercitato dagli stati singolarmente o collettivamente considerati senza approvazione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Parimenti, il diritto di intervento umanitario non può avere luogo quando il CdS si trovi paralizzato a causa del veto di uno dei membri permanenti.

Certamente l’utilizzo di armi di distruzione di massa rappresenta un crimine internazionale, la cui repressione dovrebbe essere affidata alla Corte penale internazionale. Ciò però, nel caso concreto, si rivela inattuabile: la Siria non ha ratificato lo statuto della Corte, la quale non ha giurisdizione universale, tranne che non si voglia ritenere tale il deferimento di una situazione da parte del CdS. Ma, anche in tal caso, il deferimento della situazione da parte del CdS alla Corte non sarebbe concretizzabile,poiché una risoluzione in tal senso sarebbe arginata dal veto russo.

Limiti del diritto internazionale

Emerge allora chiaro che, chiosando quanto riteneva il prof. Conforti circa il diritto internazionale, “siamo di fronte ad un diritto che è tanto poco diritto e molto politica”.

Risulta pacifico che l’utilizzo di armi chimiche rappresenti una violazione nei confronti di tutti i membri della comunità internazionale.

Spetta certamente agli stati (uti singuli o uti universi) il diritto ad intervenire mediante misure non comportanti l’uso della forza (sanzioni) contro i responsabili e risulta oltremodo chiaro che, alla luce e nel rispetto del diritto internazionale, non ci si possa spingere più in là.

I bombardamenti costituiscono una chiara violazione della Convenzione sulle armi chimiche del 1993 di cui sono parte Usa, Regno Unito, Francia ed anche la Siria. USA/FR/GB ai sensi dell’art. IX non avevano alcun diritto ad intervenire militarmente, ma solo di richiedere ispezione per la ricognizione della realtà dei fatti. L’art. XII della medesima Convenzione disciplina espressamente i provvedimenti per risolvere una situazione e garantire l’adempimento,ivi comprese le sanzioni da porre in essere. Nel caso concreto, nella Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, stoccaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione, si afferma all’art. XII par. 4 che «la Conferenza degli Stati Parte sottoporrà, in casi di particolare gravità, la questione all’attenzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

Rebus sic stantibus, i bombardamenti sferrati contro la Siria alimentano i dubbi sull’effettiva capacità del diritto internazionale di regolamentare il ricorso alla forza nelle relazioni internazionali e facilmente rinnovano il sentore dell’esistenza di una profonda lacerazione o addirittura demolizione di tutto l’insieme di norme consuetudinarie e scritte che, a partire dal Patto della Società delle Nazioni del 1919, per poi proseguire con il Patto di Briand-Kellogg del 1928 ed in conclusione con l’entrata in vigore, il 24 ottobre 1945, della Carta delle Nazioni Unite, hanno tentato di limitare il ricorso alla guerra.