Beatrice Porcellato

Sogno di una notte di inizio estate

La Costituzione nel pallone.

MARZO 1947

“Un attimo Alcide, aspetta un secondo. Sì, sono d’accordo. Anche per me Ferraris e Mazzola faranno scintille. Ma la Juve è pur sempre la Juve:  tecnica, talento e velocità”.  “ Sì ma voi pagate gli arbitri”. “E perché voi no? Vogliamo parlare del fallo della scorsa stagione? Tutta fortuna! La vostra carriera calcistica alterna momenti di fortuna a grossi colpi di culo, e scusami l’eufemismo, ma in queste situazioni bisogna anche saper stemperare”.“Tutta invidia la vostra… Ma intanto la vittoria la vedrete solo con il binocolo”. “Guarda davvero, De Gasperi, lasciamo stare perché tanto sai di essere in torto: la storia è sempre la stessa… E alla fine  gli anni, gli amori e i bicchieri di vino non si contano mai  (finché paghi tu!). Viva la Juve!”

“Illuso, ti aspetto al varco (dei vincitori) e con me tutta la Torino calcio”. “Ma taci e stai a sentire Calamandrei un attimo”.

Vedete qui, mentre io vi parlo, so benissimo che, anche se arrivassi a convincervi con gli argomenti che vi espongo, essi non varranno , se non corrispondono alle istruzioni del vostro partito, a far si che quando si tratterà di votare , voi, pur avendomi benevolmente ascoltato , possiate votare con me. E allora io mi domando: se le discussioni si fanno  nell’intento di persuadersi, a che giova continuare a perdere tempo nel parlare e ascoltare , quando le persone qui riunite sono già persuase in anticipo su tutti i punti?  (…)”.

Cala un silenzio tra i costituenti.

75 presenze assenti, nessuna risposta.

(Intervento di Pietro Calamandrei tratto da “L’officina della Costituzione italiana”, Domenico Novacco).

LUGLIO 2006

Finita la scuola. Studenti in libertà. Mamme che si trasformano in un AAA cercasi occupazione intelligente per figlio deficiente. I centri estivi. Il campetto. Le creme solari. Le scottature. I segni del costume. Le notti da non dormire. I risciò in spiaggia. Il gelato al cioccolato. Il sole bollente e il caldo asfissiante. Ma qui non è come al sud, qui c’è l’afa…

Momenti di (trascurabile) quotidianità.

Il verde della pineta, il bianco delle onde che si frantumano sulla spiaggia, il rosso delle scottature.                          Il Tricolore sulle spalle come protezione solare. La birra fredda e le bollicine della Coca-Cola. Il bar del paese e il chioschetto in spiaggia. La televisione e i maxi-schermi. Gli amici di una vita e la famiglia.                                                  L’eterno “goool”.

Momenti di (non) trascurabile eccezionalità: attimi estivi di un 2006 spaziale che sa di MONDIALE.

 

Vedete qui, mentre io vi parlo, so benissimo che oggi è il 21 giugno 2018.                                                                        Sognavo i battibecchi calcistici di De Gasperi durante i lavori della Costituente, ma l’umidità della notte si fa sentire anche nelle nottate di giugno. Gioco a mosca ceca cercando di afferrare il lembo del lenzuolo. Ora che mi avvolge posso ricominciare il viaggio verso la mattina e oltre.

Chiudo gli occhi e il lenzuolo che ho sulle spalle cambia colore e non sono più da sola.                                                          È il tricolore.

Lenzuolo di tutti, simbolo di una Nazione,  l’emozione di un’estate che vorrei potesse non finire mai: quella del 2006.

Il sole mangia le ore e non si può vivere di ricordi, ma si possono sempre tenere per mano, come monito.

Faro in mezzo al mare in una notte di luna piena.

A volte aiutano a trovare le risposte, altre volte ad evitare gli errori.

Le parole  di Pietro Calamandrei durante i lavori dell’Assemblea costituente  sembrano volerci parlare. Ci chiamano a colmare il silenzio che fu, e che non può più essere: se allora il pragmatismo e l’eclettismo della politica fecero sì che si giungesse comunque ad un accordo, la Costituzione della Repubblica Italiana. Oggi il “divisionismo” non porta ad un capolavoro come un “Dimanche après-midi à l’île de la Grande Jeatte”, ma ci porta ad essere tanti punti di colore, incapaci di accostarci , accomunati da un pittore impreciso e poco preparato che ha perso la trama e il significato di quello che è, è sempre stato, e dovrà essere, il Tricolore.

Il monito di Calamandrei era un invito ai padri costituenti a pensare alla struttura del partito e  a riflettere, soprattutto, delle sue debolezze affinché non portassero ad una degenerazione:  all’unilateralità che impedisce  l’ascolto, ancor prima del dialogo.

Noi stiamo vivendo quella “indifferenza”del 47-48. Un‘indifferenza che ha fatto si che le preoccupazioni di Calamandrei si avverassero.

Tutti indaffarati a difendere la nostra idea, fossilizzati in ridicoli dibattiti sui social, diveniamo i pennelli adatti di quel pittore impreciso che ha perso i contorni del disegno. In fondo perché quel disegno gli e ci è poco chiaro. Conosciamo la Costituzione come lo studente poco diligente che a maggio pretende di saper scrivere un tema in inglese senza saper coniugare il verbo to be.  Come Gigi , che dall’ultimo banco, si alza con la pretesa di spiegare alla maestra “l’impicciment” ma , ahimè, l’errore è formale ancor prima che sostanziale.  Glielo fa notare il secchioncello del primo banco per evitargli la figuraccia… E quell’impeachment si sfuma tra il vocio dei compagni.

Ogni azione diviene motivo di litigio, prende i colori più disparati, sfumature che trasbordano i confini costituzionali.

Tutto diviene o bianco o nero.

O la Juventus o il Torino.

Tu hai torto, IO ho ragione.

Paradosso dei paradossi: i difensori della Patria, della Nazione con la N maiuscola,  arrivano a contraddire la loro stessa Patria racchiusa nell’ancora, la Costituzione,  che tiene “allacciato”, unito e saldo lo stivale e ci permette di continuare il cammino.

Dulcis in fundo: l’Italia fuori dal mondiale. Un’ Italia che sta a guardare.

Ma pensiamoci, saremmo ancora capaci di portare il Tricolore sulle spalle?

Abbiamo avuto la non-occasione di evitarci un (probabile) gesto ipocrita, vediamola così.

Speriamo sia solo un brutto sogno di inizio estate.

Luigi e Matteo monsignori ma non troppo

É di poche settimane la notizia dell’inaugurazione della scuola media “Giacomo Leopardi “di Sarnano, piccola cittadina marchigiana segnata dal sisma del 2016. Un taglio del nastro diverso perché ad accompagnare il sindaco Franco Ceregioli vi erano Renzo rosso, l’imprenditore italiano titolare di Diesel e il tenore Andrea Bocelli.

Un “Con te partirò” che celebra la conclusione di un ambizioso progetto che ha coinvolto le loro rispettive fondazioni nella costruzione della scuola. Un edificio al passo con i tempi, antisismico ed ecologico. Un progetto tecnicamente all’avanguardia, uno dei primi “mattoni” per ristrutturare una stanza della nostra casa-Italia che sa di poesia, profuma di mare e sogna di ripartire verso quell’infinito che c’è sempre dietro ogni siepe.

Il terremoto è un evento improvviso, imprevedibile e drammatico perché toglie la casa e così facendo cancella in pochi secondi anni di sacrifici, un barattolo di ricordi, una pentola fatta di muri che è inevitabilmente parte di noi.

Un modo per presentarci, per esprimerci. Una chiave che è sicurezza ad ogni ora del giorno e della notte, una chiave che aprendo una porta racconta una storia, una storia vivente, scritta tra quattro mura: la nostra storia.

Le cose di ogni giorno raccontano segreti
A chi le sa guardare ed ascoltare

(Ci vuole un fiore– Sergio Endrigo)

Per fare una casa, però, non basta un fiore. Per fare una casa ci vuole un progetto e per fare un progetto ci vogliono i soldi.

Grazie Renzo e grazie Andrea.

Ma se mancano i soldi e manca il progetto si potrà solo dire:

“Era una casa molto carina
Senza soffitto senza cucina
Non si poteva entrarci di dentro
Perché non c’era il pavimento
Non si poteva andare a letto
Perché quella casa non c’era il tetto
Non si poteva fare la pipì
Perché non c’era vasino lì”

Il progetto, si sa, è luogo di scontri e di rincontri perché normalmente deve riunire le volontà di chi costruisce e di abiterà la casa. Ogni casa quindi è frutto di un compromesso.

Emblematico segno di compromesso a casa mia parte proprio dal vasino. Mia madre sosteneva e ha sempre sostenuto che la lavanderia in casa “nun se po’ vedé”: voleva una lavanderia con una porta all’esterno, niente porte comunicanti dall’interno.

Per mio padre non c’era storia: la pigrizia vince sempre su tutto. La lavatrice doveva essere in zona doccia.

Sporco e lavato, presto asciugato.

È così che nacque “il buco della lavanderia”: piccola porticina 60 x 40 cm posta a fianco alla doccia e comunicante con la lavanderia alla quale si accede da porta esterna sul retro della casa. La lavatrice non dista più di 2 metri in linea d’aria dalla doccia.

Le grandi discussioni in famiglia sorgono poi per la scelta del canale tv.

E se il litigio nasce per Don Camillo: siamo a cavallo.

In don Camillo monsignore ma non troppo, quarto film della saga che vede come protagonisti Don Camillo, un parroco di un piccolo paese in riva del Po e Giuseppe Bottazzi, soprannominato Peppone, perennemente in lotta con il primo.

In questo celebre episodio al centro della questio vi è sempre la costruzione di una casa.

Peppone, eletto senatore per la dirigenza comunista, sostiene il sindaco nella costruzione di una casa popolare a discapito di una piccola cappella votiva, la cosiddetta Madonnina del Borghetto, posta sul terreno della curia dove avrebbe dovuto sorgere, appunto, la casa.

Ma il cristianesimo è una religione democratica fondata sul lavoro: una parte della casa popolare andrà ai “poveri della chiesa” e l’altra ai “poveri del comune”.

Portinaia d’onore e inquilina del primo piano?

Una Santa donna, signori: la “Madonnina del Borghetto”.

E fu così che la casa venne costruita inglobando la piccola cappella.

Don Camillo e Peppone, però, sono del passato. I loro battibecchi hanno allietato e divertito una generazione ed oltre.

Una semplicità intelligente che faceva riflettere e che (quasi) sempre arrivava ad una soluzione.

Mi piace pensare di accendere la televisione e vederli ancora.

Ma, ahimè, la realtà è ben diversa.

La combo, realizzata con due immagini di archivio, mostra Matteo Salvini e Luigi Di Maio (S).
ANSA

Il “don Camillo” del 2018 ha la tonaca verde.

Il Peppone prende il nome di Gigi: ha superato l’idea delle case popolari e si batte per il reddito di cittadinanza.

Cosa cambia?

Don Camillo e Peppone in 120 minuti avevano concordato per la costruzione della casa popolare.

Matteo e Luigi da due mesi e poco più stanno giocando una partita di monopoli da pranzo di Natale non considerando che la casa Italia, economicamente parlando, è più da “Vicolo Stretto” che da “Parco della Vittoria”.

Don Camillo e Peppone avevano un’ideologia.

Luigi e Matteo no.

E, probabilmente, neanche gran parte di noi.

Si segue la logica del supermercato.

Un litro di reddito di cittadinanza, una tavoletta di “abolizione della legge Fornero”, niente migranti: ne abbiamo già a pacchi.

Per fare la spesa non serve un progetto: nel giro di una settimana andrà tutto mangiato.

Per “fare l’Italia” un progetto serve. Eccome se serve. E, attenzione, non parlo della lista della spesa.

Luigi e Matteo stanno giocando una partita importante, ma ogni gioco ha le sue regole.

Peppone e don Camillo lo sapevano: il gioco della politica sta anche nella capacità di scendere a compromessi.

La bravura del buon politico è arrivare a compromessi contemperando gli interessi propri e quelli dell'”avversario” perché, ricordiamocelo, Salvini premier non gioca solo con la maglia verde, ma gioca per la squadra Italia che è verde, bianca e rossa.

Luigi Di Maio premier tiene alte le 5 stelle della coerenza, della trasparenza e della politica che parte dal basso…

Ma l’elogio della coerenza non può essere la scusante per uno stallo aberrante come quello che stiamo vivendo.

La partita di monopoli finisce quando si va a letto.

Peppone e don Camillo finiscono con un click del telecomando.

Luigi e Matteo sono solo responsabili in questa parte di gioco: la partita dell’Italia è un viaggio verso il futuro.

Di qui la necessità di un contratto lungimirante, serio e ponderato.

Un po’ di più come la scuola di Sarnano, un po’ di meno della lista della spesa del sabato mattina.

Beatrice Porcellato

Chi mi ama (invidia), mi segua.

AAA cercasi lavoro ben retribuito.                                 Tra sogni e like: il mercato dei social alla fiera dell’est.

E infine il Signore, sull’angelo della morte, sul macellaio
Che uccise il toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco
Che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto
Che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò”

Si canta da bambini, la si dimentica da giovani, ma certe canzoni, come i grandi amori
fanno giri immensi
e poi ritornano.
Il Branduardi è tornato sul pezzo, sulla colonna sonora della mia vita per caso: un must della mia infanzia a rispondere ai miei “perché” della giovinezza.
Da piccola volevo essere una regina perché, chiaro, una regina è più importante di una principessa.
Alla fiera dell’est volevo essere il Signore perché , chiaro, è lui la star della fiera.
E adesso?
Vorrei diventare qualcuno di importante, qualcuno che lasci il segno.
Ho pensato di diventare medico. Studio tutta l’estate per il test, se sono fortunata lo passo. Sei anni di studio matto e disperatissimo, tirocinio e bla bla bla… Per fare il lavoro più bello del mondo:
far nascere, salvare, curare vite!
Statistica MEF ricavata dagli studi di settore del 2015. Stipendio medio di un medico : 2000 / 3000 euro mensili. 4500 euro se primario.
Sono una ragazzo fortunato perché mi hanno regalato un sogno,
sono fortunato…

Ma mi sa che lo cambio!
Ho pensato di diventare insegnante.
Non farò nascere bambini, ma coltivo idee, alimento passioni, educo una nazione!
Che onere e che onore! Un lavoro di tutto rispetto!
Si, d’accordo ma poi… Dopo 35 anni di servizio riuscirò a guadagnare circa 2742 euro mensili.
Un numero nettamente inferiore al numero di ragazzi che ho conosciuto, alle ore passate a scuola, alla somma di tutti i voti che ho messo!
Non si sceglie il lavoro per i soldi. Si fa per passione.
E la passione si sa, costa fatica.
Una fatica che poi regalerà tante soddisfazioni e ci farà acquisire uno status:
il miracolo degli ospedali, la regina del teorema di Pitagora!
Chi bella vuol apparire un poco deve soffrire.

Medici e insegnanti lo sanno bene quando guardano i risultati proposti dal Daily Telegraph riguardo gli stipendi degli influencer più quotati:
La regina è Huda Kattan con ben 18000 dollari per post.
Poi c’è il Signore Cameron Dallas con niente meno che 17000 dollari per post.
La principessa di “The Blonde Salad” non è nella top ten, 12000 dollari per post… Ahi ahi!
I dati sugli stipendi degli influencer sono da capogiro.
Quelli di medici e insegnanti da voltastomaco.
Sia la testa che lo stomaco si curano con il medico, però!
Ognuno ha ciò che si merita.
Siamo noi a decidere i “re e le regine”della nostra società.
Pensiamoci.
Quando mettiamo un like, seguiamo qualcuno di importante stiamo legittimando un modello di società dove non si è re perché si cura un cancro, si è re perché si hanno tanti “mi piace”.
…. I “mi piace” vengono dalla pancia, ma il mal di pancia non si cura con la Ferragni.
Il modello a rete, dei social, sembra quasi un modello “flat,”piano. Apparentemente siamo nello stesso piano dell’inventore… liberi di “likare” a destra e a manca .
Un modello totalmente altro rispetto al modello tradizionale gerarchico dove si entra per gradi: più si sale di grado, più  si acquisisce potere: non si è bravi chirurghi dall’oggi al domani! Nel meccanismo dei social, in una struttura a rete non conta più chi è sopra e chi è sotto. Non si riconosce più uno “status”.
In un modello non gerarchico, posso parlare di diritti?

È Paolo Sommaggio,  professore associato della facoltà di giurisprudenza dell’università degli studi di Trento ad approfondire questo tema.

“Mentre in una struttura gerarchica la società mi riconosce uno status a cui si ricollegano una serie di prerogative. In una network society cos’ho?
Qual è la misura della mia importanza?
Non vi è più una relazione tra sopra e sotto, non è uno status, ma un “moto”.
Più relazioni ho, più mi caratterizzo in un determinato modo, più sono importante.
A seconda del numero di relazioni, della frequenza, dell’aumentare di numeri di followers si diventa più importante di un altro. Non vi è più una valutazione gerarchica, è solo il numero (quantificazione spicciola) a determinare l’importanza.
Non è più il posizionamento in una scala.
Sono importante perché piaccio, perché sono di moda, perché faccio tendenza!”.
Qual è il merito di un soggetto che non ha alcun merito?
Il merito è quello di “essere seguito”.
Sta sulla capacità di attrarre e far seguire.
Tu chiamale se vuoi, emozioni.

Il treno ha fischiato

Il treno ha fischiato

Mercoledì, ore 21.20- Stazione ferroviaria di Trento.

Come ogni mercoledì sera mi ritrovo a scendere dai monti dopo la mia breve settimana trentina, pronta a fuggire dal “non week-end” di una città universitaria “dormiente”.

Sì, “dormiente”perché incapace di sfruttare la vitalità giovanile.

Troppo impegnata a scalare la vetta Censis delle migliori università, UniTn  non sembra altrettanto brava a conquistare il cuore dei trentini.

E così il mio mercoledì universitario lo passo in treno, verso casa: direzione Venezia- Mestre.

Ad accompagnarmi la melodia di Chopin,  la “Lentezza “ di Kundera, “Burian” che non molla, i capelli sul viso e le valige. Arrivo al binario un po’ in anticipo e Trenitalia segna già il ritardo, 8 minuti.                Ho solo sei minuti per il cambio a Verona: comincio a perdere la pazienza.

“Passerotto non andare via” mi distrae dal pensiero della probabile notte in stazione a Verona, è un signore sulla sessantina a portarmi la voce del grande Claudio.  Controllore ciociaro di una squadra predisposta da Trenitalia per il monitoraggio delle stazioni più “a rischio”.

Trento? A rischio de ché?

Mi risponde indicandomi il viso: “problema cioccolatini”.

Ed è cosi che per la prima volta in circa quattro mesi, il mio biglietto viene controllato ben cinque volte da questa squadra di controllori “viajeros” che girano l’Italia a cavallo di un treno, inseguendo mulini “a cioccolato”.

Penso ai miei vecchi biglietti sempre così privi di attenzione e poi penso al “fortunato” di oggi,  passato tra ben 10 mani, 5 persone, 5 storie, 5 parti d’Italia diverse.

Che a pensarci la strada la trovi da te, porta ad un’Italia che vuol essere, ma non è.

L’Italia del prestigio universitario e della poca quotidianità.

L’Italia dell’inesorabile ritardo del treno e della voglia di futuro dei giovani.

L’Italia dell’immigrazione e dei 5 controllori.

Un dolce-amaro, un lento-veloce, un bello-sciupato.