Attualità, Politica

Luigi e Matteo monsignori ma non troppo

Andrea Bocelli e Renzo Rosso: si ricomincia dalla scuola.

É di poche settimane la notizia dell’inaugurazione della scuola media “Giacomo Leopardi “di Sarnano, piccola cittadina marchigiana segnata dal sisma del 2016. Un taglio del nastro diverso perché ad accompagnare il sindaco Franco Ceregioli vi erano Renzo rosso, l’imprenditore italiano titolare di Diesel e il tenore Andrea Bocelli.

Un “Con te partirò” che celebra la conclusione di un ambizioso progetto che ha coinvolto le loro rispettive fondazioni nella costruzione della scuola. Un edificio al passo con i tempi, antisismico ed ecologico. Un progetto tecnicamente all’avanguardia, uno dei primi “mattoni” per ristrutturare una stanza della nostra casa-Italia che sa di poesia, profuma di mare e sogna di ripartire verso quell’infinito che c’è sempre dietro ogni siepe.

Il terremoto è un evento improvviso, imprevedibile e drammatico perché toglie la casa e così facendo cancella in pochi secondi anni di sacrifici, un barattolo di ricordi, una pentola fatta di muri che è inevitabilmente parte di noi.

Un modo per presentarci, per esprimerci. Una chiave che è sicurezza ad ogni ora del giorno e della notte, una chiave che aprendo una porta racconta una storia, una storia vivente, scritta tra quattro mura: la nostra storia.

Le cose di ogni giorno raccontano segreti
A chi le sa guardare ed ascoltare

(Ci vuole un fiore– Sergio Endrigo)

Per fare una casa, però, non basta un fiore. Per fare una casa ci vuole un progetto e per fare un progetto ci vogliono i soldi.

Grazie Renzo e grazie Andrea.

Ma se mancano i soldi e manca il progetto si potrà solo dire:

“Era una casa molto carina
Senza soffitto senza cucina
Non si poteva entrarci di dentro
Perché non c’era il pavimento
Non si poteva andare a letto
Perché quella casa non c’era il tetto
Non si poteva fare la pipì
Perché non c’era vasino lì”

Il progetto, si sa, è luogo di scontri e di rincontri perché normalmente deve riunire le volontà di chi costruisce e di abiterà la casa. Ogni casa quindi è frutto di un compromesso.

Emblematico segno di compromesso a casa mia parte proprio dal vasino. Mia madre sosteneva e ha sempre sostenuto che la lavanderia in casa “nun se po’ vedé”: voleva una lavanderia con una porta all’esterno, niente porte comunicanti dall’interno.

Per mio padre non c’era storia: la pigrizia vince sempre su tutto. La lavatrice doveva essere in zona doccia.

Sporco e lavato, presto asciugato.

È così che nacque “il buco della lavanderia”: piccola porticina 60 x 40 cm posta a fianco alla doccia e comunicante con la lavanderia alla quale si accede da porta esterna sul retro della casa. La lavatrice non dista più di 2 metri in linea d’aria dalla doccia.

Le grandi discussioni in famiglia sorgono poi per la scelta del canale tv.

E se il litigio nasce per Don Camillo: siamo a cavallo.

In don Camillo monsignore ma non troppo, quarto film della saga che vede come protagonisti Don Camillo, un parroco di un piccolo paese in riva del Po e Giuseppe Bottazzi, soprannominato Peppone, perennemente in lotta con il primo.

In questo celebre episodio al centro della questio vi è sempre la costruzione di una casa.

Peppone, eletto senatore per la dirigenza comunista, sostiene il sindaco nella costruzione di una casa popolare a discapito di una piccola cappella votiva, la cosiddetta Madonnina del Borghetto, posta sul terreno della curia dove avrebbe dovuto sorgere, appunto, la casa.

Ma il cristianesimo è una religione democratica fondata sul lavoro: una parte della casa popolare andrà ai “poveri della chiesa” e l’altra ai “poveri del comune”.

Portinaia d’onore e inquilina del primo piano?

Una Santa donna, signori: la “Madonnina del Borghetto”.

E fu così che la casa venne costruita inglobando la piccola cappella.

Don Camillo e Peppone, però, sono del passato. I loro battibecchi hanno allietato e divertito una generazione ed oltre.

Una semplicità intelligente che faceva riflettere e che (quasi) sempre arrivava ad una soluzione.

Mi piace pensare di accendere la televisione e vederli ancora.

Ma, ahimè, la realtà è ben diversa.

La combo, realizzata con due immagini di archivio, mostra Matteo Salvini e Luigi Di Maio (S).
ANSA

Il “don Camillo” del 2018 ha la tonaca verde.

Il Peppone prende il nome di Gigi: ha superato l’idea delle case popolari e si batte per il reddito di cittadinanza.

Cosa cambia?

Don Camillo e Peppone in 120 minuti avevano concordato per la costruzione della casa popolare.

Matteo e Luigi da due mesi e poco più stanno giocando una partita di monopoli da pranzo di Natale non considerando che la casa Italia, economicamente parlando, è più da “Vicolo Stretto” che da “Parco della Vittoria”.

Don Camillo e Peppone avevano un’ideologia.

Luigi e Matteo no.

E, probabilmente, neanche gran parte di noi.

Si segue la logica del supermercato.

Un litro di reddito di cittadinanza, una tavoletta di “abolizione della legge Fornero”, niente migranti: ne abbiamo già a pacchi.

Per fare la spesa non serve un progetto: nel giro di una settimana andrà tutto mangiato.

Per “fare l’Italia” un progetto serve. Eccome se serve. E, attenzione, non parlo della lista della spesa.

Luigi e Matteo stanno giocando una partita importante, ma ogni gioco ha le sue regole.

Peppone e don Camillo lo sapevano: il gioco della politica sta anche nella capacità di scendere a compromessi.

La bravura del buon politico è arrivare a compromessi contemperando gli interessi propri e quelli dell'”avversario” perché, ricordiamocelo, Salvini premier non gioca solo con la maglia verde, ma gioca per la squadra Italia che è verde, bianca e rossa.

Luigi Di Maio premier tiene alte le 5 stelle della coerenza, della trasparenza e della politica che parte dal basso…

Ma l’elogio della coerenza non può essere la scusante per uno stallo aberrante come quello che stiamo vivendo.

La partita di monopoli finisce quando si va a letto.

Peppone e don Camillo finiscono con un click del telecomando.

Luigi e Matteo sono solo responsabili in questa parte di gioco: la partita dell’Italia è un viaggio verso il futuro.

Di qui la necessità di un contratto lungimirante, serio e ponderato.

Un po’ di più come la scuola di Sarnano, un po’ di meno della lista della spesa del sabato mattina.

Beatrice Porcellato

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *