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L’INTERVISTA | L’ex ambasciatore Sanguini: “Nella politica mediterranea l’Italia deve essere capace di trainare l’Europa”

Il Mediterraneo è sempre stato un teatro fondamentale per la storia d’Italia e d’Europa e oggi è un tema centrale nella politica estera. Abbiamo intervistato Armando Sanguini, ex ambasciatore italiano in Tunisia e Arabia Saudita, che conosce bene le dinamiche mediterranee e ci ha dato la sua opinione su quel che sta succedendo e potrà succedere.

Secondo Lei di quale visione vi è oggi bisogno per la politica estera italiana nell’ottica della Libia e del Mediterraneo?

Sono due logiche complementari. Oggi l’Italia potrebbe giocare un ruolo importante facendosi promotore di un incontro con le potenze regionali, soprattutto, e con quelle locali libiche, d’accordo con l’inviato delle Nazioni Unite Ghassan (Salamè n.d.r.), per metterle intorno a un tavolo e vedere se si riesce a trovare un punto di sintesi. Infatti fino a quando si va in ordine sparso, con l’Egitto, l’Arabia Saudita, il Qatar, Mosca, la Francia che tirano tutti da parti diverse, alla fine non se ne esce. Quindi mettersi al servizio di una conferenza multilaterale, internazionale, d’accordo con le Nazioni Unite per vedere di indurre soprattutto i locali a fare uno sforzo, cominciando da Tripoli e Tobruk (le città dove hanno sede i due governi libici ndr).

Riguardo al Mediterraneo, l’Italia in realtà continua a ribadirne l’importanza nevralgica; Gentiloni lo andava ripetendo a più riprese. È chiaro che però nell’attenzione sul Mediterraneo bisogna avere capacità di traino dell’Europa. Oggi ho l’impressione che questa capacità di traino sia abbastanza indebolita.

Parlo della capacità di traino dell’Italia verso l’Europa: trainare l’Europa per una politica concertata, come era previsto nel processo di Barcellona, nell’Unione per il Mediterraneo, in quelle configurazioni multilaterali che potevano servire allo scopo.

Tuttavia la premessa per fare questo discorso allargato al Mediterraneo è trovare uno sbocco al discorso libico, perché se non si trova uno sbocco a quello libico, neanche il Mediterraneo occidentale può entrare in un discorso complessivo.

L’ex ambasciatore Sanguini (foto tratta da lettera43.it)

 

Ma l’Italia è destinata ad agire in ombra e in subordine ad altre potenze nel Mediterraneo, per esempio la Francia, o potrebbe recuperare una politica mediterranea da protagonista come era un tempo?

Io credo che l’Italia abbia interesse a porsi degli obiettivi e degli orizzonti. A me non piace parlare di essere protagonisti, perché meno lo diciamo e meglio è. Noi dobbiamo fare e quindi prendere delle iniziative, ripeto, per trainare l’Europa, perché oggi il problema di fondo è che il Mediterraneo non è la priorità dell’Europa. Questo è il problema vero.

L’abbiamo visto nel caso di Macron sulla Libia: Macron ha fatto la sceneggiata di far incontrare Haftar e Serraj e non ne è uscito assolutamente nulla. Al di là dell’effetto scenico, poi la cosa è morta lì, perché il bilateralismo non risolve il problema. Cioè ha fatto più Minniti di Macron, in termini reali, e non abbiamo bisogno di decantare il nostro ruolo protagonistico. Facciamolo. E abbiamo secondo me ancora adesso i numeri per farlo, solo che se viene fuori un governo che vede nell’Europa un ostacolo anziché un luogo dove lavorare, diventa poi difficile.

 

Ma vi sono possibili contrasti fra interesse nazionale francese e interesse nazionale italiano in quel teatro?

La competizione fa parte del mondo in cui viviamo: se c’è competizione economica, c’è anche politica, c’è culturale. La competizione di per sé è un fatto positivo. Dopodiché c’è un interesse più alto, che è quello europeo. Io l’ho visto stando a Tunisi: nel momento in cui si muove l’Europa, ha un peso; se si muove un Paese membro, ha un altro peso. Il rischio è che anche gli interlocutori della sponda sud usino quelli della sponda nord, tirando la Francia per la giacchetta, tirando l’Italia per la giacchetta… E allora diveniamo preda della sponda sud, mentre secondo me dovremmo avere la capacità di competere, perché questo è nell’ordine delle cose, ma a un certo punto riversando questa competizione all’interno di cornici in cui sia l’Europa il soggetto e non la singola Italia o la singola Francia. Il processo di Barcellona non escludeva la collaborazione bilaterale, ma la voleva incorniciare in questa cosa più grande: questo è il punto di fondo.

 

Come inciderà la Cina con il progetto “One Belt One Road” nelle dinamiche mediterranee? Potrebbe scompaginare la situazione, cioè imporsi come attore forte nel Mediterraneo o avrà solo un ruolo marginale?

Io credo che la Cina, che ha lanciato questo progetto, non intenda affatto avere un ruolo marginale. Vuole un ruolo protagonistico e d’altra parte con la massa di manovra di cui dispone, lo può fare. Dall’altra parte, per esempio, partendo dai porti, vedere che una dozzina di porti del Mediterraneo si sta concertando per rafforzare le proprie capacità operative è un buon segno. Significa che si capisce che mettendosi d’accordo c’è un profitto ripartito.

Nel momento in cui la Cina volesse moltiplicare il fenomeno “Pireo” (la Cina ha di recente acquisito il Pireo, il porto di Atene ndr), allora sì che i problemi potrebbero essere seri. La Cina ha molta forza, però direi che in quel progetto ce n’è per tutti, perché è talmente gigantesco, talmente ambizioso, che sarebbe bene suonare la sveglia, come i porti stanno facendo e forse i governi non stanno facendo. Quindi gli interessi settoriali si stanno muovendo più in fretta che non gli interessi politici.

 

Quindi la Cina potrebbe, in un’ottica di lungo periodo, sostituirsi agli Stati Uniti come figura di attore esterno che però in realtà ha un peso forte in Europa?

Io non parlerei di sostituzione, parlerei di pesi specifici relativi. Io mi farei quest’altra domanda: fino a che punto gli Stati Uniti, perlomeno in questa fase, non sembrano particolarmente interessati a questo quadrante geografico, salvo che per il terrorismo e per l’Iran. Temi che però non sono poca cosa, intendiamoci, soprattutto se pensiamo qual è il peso dell’Iran nel Mediterraneo.

La Cina non è ancora competitiva in termini globali, però vuole diventare competitiva muovendosi per gradi e per settori, per poi conquistare spazi sempre più grandi. Ma ripeto, il problema non è quello di sostituire, è quello di affiancarsi e vedere alla fine chi pesa di più, dove e come.

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Twitter: @bonetti_aless Classe '97, ha frequentato il Liceo Classico e studia Economia e Scienze Sociali all'Università Bocconi. Temporaneamente a Milano, in realtà il suo cuore è fra le dolci colline marchigiane, dove è nato. Strapaesano impenitente, a un apericena chic ai Navigli preferisce di gran lunga una buona fetta di ciauscolo e un bicchiere di Rosso Piceno sorseggiato guardando le onde del suo Adriatico.

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