Cultura, Viaggi

Trieste, un ritorno a casa

Un ritorno a casa, ma una casa fino ad allora sconosciuta, vista solo in un sogno dai contorni sfumati. A Trieste sono capitato quasi per caso: tre giorni liberi prima di Natale, un’occasione buona per fuggire dal luccichio tedioso di Milano e visitare un fratello trasferito lì.

Quando sono arrivato, il mare è stata la prima impressione. Per un figlio dell’Adriatico, il mare è una cosa seria, è una cosa che stringe le viscere e paralizza in estasi. Mentre il treno sferragliava in direzione della città, sussurravo il suo nome aspro, Trieste, come per cercare tra le labbra il suono delle onde che si infrangono sulla costa.

Mi accompagnava una guida d’eccezione, un compagno d’università triestino incontrato per caso a Venezia al momento del cambio di treno. Figlio di esuli istriani, nei suoi occhi si leggeva l’amore per la sua terra e per quel mare che è sempre lì ad aspettarti, come l’abbraccio di una madre che rivede il figlio emigrato.

Il mare di Trieste (foto dell’autore)

 

Trieste razionale (foto dell’autore)

Il giorno seguente inforco una bicicletta, rimediata grazie a un colpo di fortuna, e parto all’esplorazione della città dalla collina in periferia dove si trova il mio alloggio. Scendere con la bici per le vie di Trieste non è facile per due motivi. Primo motivo, è piena di sensi unici e ci si trova sempre, chissà perché, nel senso sbagliato di marcia. Il secondo motivo è la bellezza dei palazzi liberty e delle loro decorazioni, che ti costringe a pedalare a faccia in su. Scivolo dolcemente per le strade, con il cuore che cerca il mare ma è rapito dallo stupore per il fascino ordinato e geometrico della città.

Trieste magica: Joyce passeggia sul Canal Grande (foto dell’autore)

Trieste, con la sua eredità asburgica, a una prima occhiata sembra austera e severa, ma svela a poco a poco un volto inatteso. La massiccia sinagoga che compare all’improvviso percorrendo via San Francesco, l’imponente chiesa cattolica di Sant’Antonio Taumaturgo che domina il Canal Grande, il dorato tempio ortodosso di San Spiridione sono tutti segni dell’attrazione mistica che promana da questa città, attrazione a cui un osservatore accorto non può sfuggire. È forse questo nascosto senso spirituale che ispirò i grandi scrittori di Trieste e fece innamorare quelli stranieri, come Joyce. Trieste, ricca di chiese e templi, è essa stessa un tempio sul mare, anzi un tempio del mare, dove Dio parla col suono delle onde.

Piazza della Borsa. Zeno è appena entrato (foto dell’autore)

In piazza della Borsa, occupata dai mercatini natalizi, mi sembra di notare fra la gente un personaggio familiare. Mi stropiccio gli occhi, guardo meglio e infine lo riconosco: è Zeno, che attraversa la folla per andare a giocare in borsa. Ma è soltanto un ricordo di lettura troppo vivace, che, inebriato da quest’aria di mare, mi è parso di vedere davvero.

Poco più in là si staglia il Tergesteo e ancora dopo pochi passi si apre Piazza Unità d’Italia, dove pulsa forte una delle tante anime della città, quella della sua italianità tenace e appassionata. Qui si respira l’Italia, la cui unità si compì proprio nel segno di Trieste. Oggi, nell’ultima grande città prima del confine, anche questo sentimento è parte della poesia che è Trieste.

Passando per le strade della città vecchia, fra vicoli medievali, resti romani e qualche lapide un po’ scolorita, questa strana magia si fa sempre più forte. Trieste appare quasi un’elegante donna addormentata, che non può essere svegliata dal bacio di nessun principe – e forse è meglio così. Come le dita di una mano protesa sul mare, i suoi moli si lasciano carezzare dalle onde dell’Adriatico, antico fratello fedele.

 

“Trieste ha una scontrosa grazia”, scrisse Umberto Saba, catturando l’essenza del suo incantesimo. Questa città mediterranea, mitteleuropea, italiana, dai mille volti, è la prova che ci si può innamorare all’improvviso, per davvero.

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Twitter: @bonetti_aless Classe '97, ha frequentato il Liceo Classico e studia Economia e Scienze Sociali all'Università Bocconi. Temporaneamente a Milano, in realtà il suo cuore è fra le dolci colline marchigiane, dove è nato. Strapaesano impenitente, a un apericena chic ai Navigli preferisce di gran lunga una buona fetta di ciauscolo e un bicchiere di Rosso Piceno sorseggiato guardando le onde del suo Adriatico.

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