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L’esercito al potere in Zimbabwe

 

Le truppe occupano la capitale Harare mentre il presidente Mugabe viene sottoposto alla custodia dell’esercito

E’ ormai di dominio pubblico la notizia che la Repubblica dello Zimbabwe, nella notte fra il 14 e il 15 novembre, è stata scossa ai suoi vertici da un colpo di stato, per il momento pare non cruento, ai danni dell’ultranovantenne presidente Robert Mugabe. Dopo continue indiscrezioni ed ipotesi sulla sua condizione e su quella della giovane moglie Grace, nella giornata di ieri il Presidente è apparso in pubblico presso l’università della capitale Harare, per presenziare a delle cerimonie di laurea. I militari, nella persona del Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga, hanno assicurato che si stanno facendo “progressi significativi” per il superamento della crisi.

          Foto del Presidente Mugabe durante una parata militare

La dura lotta contro i colonizzatori inglesi e contro l’apartheid

Robert Mugabe diviene nel 1980 Primo Ministro dello Zimbabwe ( o meglio dello Zimbabwe Rhodesia, come era conosciuto il Paese subito dopo la fine del regime di apartheid che aveva oppresso gran parte della popolazione nei 20 anni precedenti). In seguito ad una feroce lotta contro gli oppositori politici del suo partito, che portò a svariate decine di migliaia di morti in pochi anni, nel 1987 diventa Presidente della Repubblica grazie al fondamentale appoggio dei militari. Se nei sette anni in cui aveva ricoperto la carica di Primo Ministro aveva dato avvio a delle politiche di vago stampo marxista-leninista, una volta divenuto Presidente avviò una sistematica opera di accentramento del potere e di personalizzazione delle vicende politiche del Paese. In particolare, fra l’inizio degli anni ‘90 e i primi anni duemila, Mugabe è stato accusato da più parti di perpetrare sistematicamente violazioni dei diritti umani (nonché essere stato accusato di un uso ritorsivo dell’AIDS, forse la piaga più grave del Paese africano, tramite stupri commessi regolarmente dai suoi miliziani durante i conflitti nella metà degli anni ’80).

A quanto pare l’incontrastato dominio del Deus Mugabe (pare che in un’occasione ufficiale abbia proferito “Solo Dio può destituirmi”) si è fermato nella notte fra martedì e mercoledì scorso, quando una ben organizzata operazione su larga scala dell’esercito ha occupato i punti chiave della capitale Harare, mentre un graduato dell’esercito appariva sulla rete nazionale annunciando che quello che stava avvenendo non era un colpo di Stato, ma una “misura correttiva” per poter neutralizzare “i criminali attorno al Presidente”. Fatto sta che nella giornata di ieri, come riferisce l’ANSA, tutte e dieci le sezioni provinciali del partito di Governo ZANU-Pf si sono espresse per le dimissioni del presidente Mugabe.

Contrasti politici e consorti ingombranti

Ma ancor prima che lo stupore per queste pur gravi prese di posizione da parte del mondo politico, sorge spontaneo il dubbio riguardo l’esercito: perché le forze militari, che hanno permesso a Mugabe di mantenere saldamente il controllo del suo Paese per trenta lunghi anni, si sono sollevate sequestrando il loro comandante in capo ed arrestando importanti membri del governo, fra cui il Ministro delle Finanze?

Forse il passo falso di Mugabe è stato quello di aver improvvisamente silurato, la settimana scorsa, il suo fidato ex-vicepresidente Emmerson Mnangagwa, detto “il coccodrillo”, accusato di tramare contro il potere Presidenziale. Mnangagwa è stato costretto a riparare in Sudafrica, ma alcune indiscrezioni, riportate come ufficiose dall’agenzia Reuters, affermano il suo ritorno in Zimabwe a seguito del colpo di Stato.

Da non sottovalutare è anche il diffuso malcontento verso la seconda consorte del Presidente Mugabe, la sua ex segretaria Grace Marufu, la quale ha creato un’organizzazione parallela al partito ZANU-Pf ma formata da membri del partito stesso, denominata G40 (Generation 40), istituita allo scopo di operare una graduale sostituzione dei vecchi dirigenti e quadri dello ZANU.

                        Emmerson Mnangagwa, ritratto a destra del Presidente

La Cina è vicina

Per concludere il quadro, nella giornata di giovedì la nota testata giornalistica “Il Giornale”, riportando non meglio precisate “indiscrezioni”, avanza l’ipotesi secondo cui la miccia che ha fatto esplodere una polveriera di tensioni sia stata accesa dalla Cina: oltre a possedere un sottosuolo molto ricco di vari metalli, la più remunerativa fonte di reddito per la Repubblica sono le sue miniere di diamanti, che già a suo tempo fecero gola ai colonizzatori inglesi. Non è un segreto che la Cina, tramite una joint venture, abbia già da tempo acquisito il controllo dei giacimenti diamantiferi, capaci di generare un profitto di circa 200 milioni di dollari al mese. Effettivamente potrebbe ritenersi più di una semplice coincidenza il fatto che il generale Chiwenga, capo dei golpisti, la settimana scorsa si trovasse in Cina per un incontro con il suo omologo cinese Fan Changlong. La Cina avrebbe promesso ai dirigenti politici del partito ZANU maggiori libertà nello sfruttamento delle miniere rispetto a quelle che il Presidente Mugabe si era sempre limitato a concedere.

                              Il Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga

 

 

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